Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 19020 del 02/09/2010

Cassazione civile sez. lav., 02/09/2010, (ud. 15/07/2010, dep. 02/09/2010), n.19020

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. BATTIMIELLO Bruno – Presidente –

Dott. LAMORGESE Antonio – rel. Consigliere –

Dott. LA TERZA Maura – Consigliere –

Dott. CURCURUTO Filippo – Consigliere –

Dott. MAMMONE Giovanni – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ordinanza

sul ricorso proposto da:

P.G., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA DELLA

STAZIONE DI MONTE MARIO 9, presso lo Studio dell’avvocato ALESSANDRA

GULLO, rappresentato e difeso dall’avvocato MAGARAGGIA GIUSEPPE,

giusta mandato a margine del ricorso;

– ricorrente –

contro

INPS – ISTITUTO NAZIONALE DELLA PREVIDENZA SOCIALE in persona del

Presidente e legale rappresentante pro tempore, elettivamente

domiciliato in ROMA, VIA DELLA FREZZA 17, presso l’AVVOCATURA

CENTRALE DELL’ISTITUTO, rappresentato e difeso dagli avvocati RICCIO

ALESSANDRO, VALENTE NICOLA, PULLI CLEMENTINA, giusta procura speciale

in calce al controricorso;

– controricorrenti –

e contro

MINISTERO DELL’ECONOMIA E DELLE FINANZE, COMUNE DI CAROVIGNO

(Brindisi);

– intimati –

avverso la sentenza n. 944/2009 della CORTE D’APPELLO di LECCE del

4.5.09, depositata il 13/05/2009;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

15/07/2010 dal Consigliere Relatore Dott. ANTONIO LAMORGESE;

E’ presente il Procuratore Generale in persona del Dott. MASSIMO

FEDELI.

 

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con sentenza depositata il 13 maggio 2008, la Corte di appello di Lecce, accogliendo parzialmente l’impugnazione di P.G. avverso la decisione di primo grado, ha riconosciuto il diritto di costui all’assegno di invalidita’ civile con decorrenza dal 1 giugno 2008 e ha condannato l’INPS al pagamento della relativa prestazione, oltre accessori sui ratei maturati a far tempo dalla medesima data.

Il giudice del gravame, prestando adesione alle conclusioni della consulenza tecnica di ufficio rinnovata in appello, ha ritenuto sussistente il requisito sanitario dalla data innanzi indicata, poiche’ da allora si era deteriorato il quadro clinico rispetto alle condizioni fisiche quali riscontrate dalla Commissione medica di (OMISSIS) il (OMISSIS) e poi dal consulente tecnico di ufficio di primo grado il 20 aprile 2004.

La cassazione della sentenza e’ ora domandata dall’assistibile con ricorso basato su due motivi.

L’INPS ha resistito con controricorso, mentre gli altri due intimati non hanno svolto attivita’ difensiva.

Ravvisati i presupposti per la decisione del ricorso in camera di consiglio, e’ stata redatta relazione ai sensi dell’art. 380 bis cod. proc. civ., poi ritualmente notificata alle parti e comunicata al Procuratore Generale.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

Il primo motivo lamenta l’insufficiente motivazione circa l’individuazione della decorrenza dell’assegno d’invalidita’, fondata su un richiamo generico alla diagnosi della Commissione medica di prima istanza e alle risultanze della consulenza medica di ufficio espletata dal Tribunale, senza considerare la coincidenza del quadro morboso accertato in appello con quello riferito nella precedente indagine, l’anamnesi lavorativa e personale, e la documentazione in atti.

Il secondo motivo denuncia violazione ed erronea applicazione della L. n. 118 del 1971, art. 12 e vizio di motivazione. Critica la sentenza impugnata sostenendo che il quadro patologico accertato gia’ all’epoca della domanda amministrativa avrebbe dovuto essere valutato alla luce dell’impossibilita’ di svolgimento di una attivita’ lavorativa idonea ad assicurare in concreto un introito tale da garantire un’esistenza libera e dignitosa. Il giudice di merito, inoltre, avrebbe dovuto valutare le condizioni fisiche dell’assistibile, operando una valutazione globale delle diverse patologie accertate, con riferimento ad una attivita’ in senso fisico economico, costituendo le tabelle ministeriali solo un parametro.

Il ricorso e’ infondato.

Nella relazione ex art. 380 bis cod. proc. civ., si e’ osservato che le censure mosse con il primo motivo sono generiche e si risolvono nella prospettazione di una diversa valutazione di gravita’ del quadro morboso del ricorrente gia’ da epoca anteriore a quella ritenuta dal giudice del gravame, contro il diverso principio piu’ volte ribadito dalla giurisprudenza di questa Corte, secondo cui nei giudizi in materia di accertamento di invalidita’, qualora il giudice del merito si sia basato sulle conclusioni del consulente tecnico d’ufficio, affinche’ sia denunciabile in cassazione il vizio di omessa o insufficiente motivazione della sentenza e’ necessario che eventuali errori e lacune della consulenza, che si riverberano sulla sentenza, si sostanzino in carenze o deficienze diagnostiche, o in affermazioni illogiche o scientificamente errate, non gia’ in semplici difformita’, come appunto si verifica nella specie, tra la valutazione del consulente circa l’entita’ e l’incidenza del dato patologico e il valore diverso allo stesso attribuito dalla parte.

Mentre per il secondo motivo, si e’ rilevata la mancata enunciazione del quesito di diritto, per cui il motivo non adempie alle prescrizioni dettate dall’art. 366 bis cod. proc. civ. Si e’ infatti affermata l’applicabilita’ di questa norma, introdotta con le modifiche al processo di cassazione apportate dal D.Lgs. 2 febbraio 2006 n. 40, trattandosi di ricorso proposto contro una sentenza pubblicata dopo il 2 marzo 2006. La citata norma stabilisce che l’illustrazione di ciascun motivo di ricorso, nei casi di cui all’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 1), 2), 3) e 4), deve concludersi, a pena di inammissibilita’, con la formulazione di un quesito di diritto, e nel caso previsto dall’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, l’illustrazione di ciascun motivo deve contenere, sempre a pena di inammissibilita’, la chiara indicazione del fatto controverso in relazione al quale la motivazione si assume omessa o contraddittoria, ovvero le ragioni per le quali la dedotta insufficienza della motivazione la rende inidonea a giustificare la decisione.

Il Collegio condivide il contenuto della relazione, alla quale le parti non hanno replicato.

Si deve percio’ concludere per il rigetto del ricorso.

In applicazione del criterio della soccombenza, il ricorrente va condannato al pagamento nei confronti dell’INPS delle spese del giudizio di cassazione, liquidate come in dispositivo, non sussistendo prova delle condizioni richieste per l’esenzione dal relativo onere, dall’art. 152 disp. att. cod. proc. civ., nel testo risultante dopo la modifica introdotta dal D.L. 30 settembre 2003, n. 269, art. 42, comma 11 convertito nella L. 24 novembre 2003, n. 326 e qui da applicare, poiche’ il giudizio di primo grado e’ stato instaurato con ricorso depositato il 4 ottobre 2004, successivamente cioe’ all’entrata in vigore della suddetta modifica.

Nulla per le spese nei confronti degli altri due intimati, che non hanno svolto alcuna attivita’ difensiva in questa sede.

P.Q.M.

LA CORTE dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento, in favore dell’INPS, delle spese del presente giudizio, liquidate in Euro 30,00 (trenta/00) per esborsi e in Euro 2.000,00 (duemila/00) per onorari; nulla per le spese nei confronti degli altri due intimati.

Cosi’ deciso in Roma, il 15 luglio 2010.

Depositato in Cancelleria il 2 settembre 2010

 

 

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