Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 19019 del 16/09/2011

Cassazione civile sez. VI, 16/09/2011, (ud. 30/06/2011, dep. 16/09/2011), n.19019

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 1

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SALME’ Giuseppe – Presidente –

Dott. RORDORF Renato – Consigliere –

Dott. FORTE Fabrizio – Consigliere –

Dott. DI PALMA Salvatore – rel. Consigliere –

Dott. MACIOCE Luigi – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ordinanza

sul ricorso 26923/2010 proposto da:

M.A.M.C. (OMISSIS), elettivamente

domiciliato in ROMA, VIA PORTUENSE 104, presso lo studio

dell’avvocato ANTONIO DE ANGELIS, rappresentato e difeso

dall’avvocato CASTORINA Emilio giusta procura a margine del ricorso;

– ricorrente –

contro

N.R.G., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA

ENNIO QUIRINO VISCONTI 99, presso lo studio dell’avvocato LATTUCA

Antonino che lo rappresenta e difende unitamente all’avvocato ANTONIO

PALMA, giusta procura a margine del controricorso e ricorso

incidentale;

– controricorrente e ricorrente incidentale –

– ricorrenti incidentali –

avverso la sentenza n. 1186/2010 della CORTE D’APPELLO di CATANIA del

27/10/2010, depositata il 05/11/2010;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

30/06/2011 dal Consigliere Relatore Dott. SALVATORE DI PALMA;

udito l’Avvocato Cariola Agatino, (delega avvocato Emilio Castorina),

difensore del ricorrente che si riporta agli scritti;

udito l’Avvocato Palma Antonio, difensore del controricorrente e

ricorrente incidentale che si riporta alla memoria;

è presente il P.G. in persona del Dott. ANTONIETTA CARESTIA che

concorda con la relazione.

Fatto

RITENUTO IN FATTO

che M.A.M.C., con ricorso del 22 novembre 2010 illustrato con memoria, ha impugnato per cassazione – deducendo un unico motivo di censura articolato in tre profili -, nei confronti di N.R.G., del Comune di Aci Catena (CT) e del Procuratore generale della Repubblica presso la Corte d’Appello di Catania, la sentenza della Corte d’Appello di Catania del 27 ottobre- 5 novembre 2010, con la quale la Corte – pronunciando sull’appello proposto dal N. nei confronti degli odierni intimati, nonchè del Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Catania, avverso la sentenza del Tribunale di Catania n. 3164/2010 del 30 luglio-2 agosto 2010 (e la quale era stata dichiarata la incompatibilità del N. a ricoprire contemporaneamente le cariche di deputato dell’Assemblea Regionale Siciliana e di sindaco del Comune di Aci Catena e la consequenziale decadenza dalla carica di sindaco) -, “in accoglimento dell’appello principale formulato da N.R.G. e in riforma della sentenza impugnata, dichiara improcedibile il ricorso elettorale proposto da M. A.M.C. nei confronti di N.R.G. con atto depositato in data 26.5.2010”, con conseguente assorbimento degli altri motivi dell’appello principale e dell’appello incidentale del M.;

che il M. chiede che questa Corte “voglia … annullare la sentenza n. 1186/2010 della Corte d’Appello di Catania e, per l’effetto, dichiarare l’incompatibilità dell’on. N.R. G. all’ufficio di deputato del’ARS e sindaco del Comune di Aci Catena, dichiarandone la decadenza, con decorrenza giuridica ed economica sin dalla data di applicazione della sentenza della Corte costituzionale n. 143 del 2010”;

che resiste, con controricorso illustrato da memoria, N. R.G., il quale ha anche proposto ricorso incidentale, fondato su tre motivi (corrispondenti ai motivi d’appello sui quali la Corte catanese non si è pronunciata in forza del principio di assorbimento), chiedendo che questa Corte “voglia … rigettare il ricorso principale … e per l’effetto confermare la sentenza n. 1186/2010 del 27/10/2010 della Corte d’Appello di Catania, che ha dichiarato improcedibile il ricorso originariamente proposto dal Sig. M. e, di conseguenza la compatibilità dell’on. N. a ricoprire le cariche di sindaco di Aci Catena e di deputato regionale della Sicilia”;

che, quanto alla descrizione della fattispecie: a) con ricorso del 26 maggio 2010 – proposto ai sensi del combinato disposto del D.Lgs. 18 agosto 2000, n. 267, art. 70, commi 3 e 4, e del D.P.R. 16 maggio 1960, n. 570, art. 82, comma 1, il M. aveva adito il Tribunale di Catania, chiedendo che questo dichiarasse “l’incompatibilità dell’on. N.R.G. all’ufficio di sindaco del Comune di Aci Catena e per l’effetto dichiararne la decadenza, con decorrenza giuridica ed economica dalla data di applicazione della sentenza della Corte costituzionale n. 143 del 2010”, ciò sui concorrenti rilievi che: 1) il N. era stato eletto deputato dell’Assemblea Regionale Siciliana a seguito delle elezioni del 13-14 aprile 2008; 2) successivamente, lo stesso N. era stato eletto sindaco del Comune di Aci Catena a seguito delle elezioni comunali dell’8-9 giugno 2008; 3) per effetto della sentenza della Corte costituzionale n. 143 del 2010 (pubblicata nella Gazzetta Ufficiale, 1^ serie speciale, n. 17 del 28 aprile 2010) – con la quale era stata dichiarata “l’illegittimità costituzionale della L.R. siciliana 20 marzo 1951, n. 29 (Elezione dei Deputati all’Assemblea regionale siciliana), così come modificata dalla L.R. 5 dicembre 2007, n. 22 (Norme in materia di ineleggibilità e di incompatibilità dei deputati regionali), nella parte in cui non prevede l’incompatibilità tra l’ufficio di deputato regionale e la sopravvenuta carica di sindaco e assessore di un Comune, compreso nel territorio della Regione, con popolazione superiore a ventimila abitanti” – si era determinata una causa di incompatibilità sopravvenuta che comportava la decadenza da sindaco del Comune di Aci Catena; b) costituitosi, il N., nel resistere alla domanda, aveva sollevato una serie di eccezioni in rito e nel merito; c) il Tribunale adito aveva deciso la causa con la su richiamata sentenza n. 3164 del 2010, con la quale era stata pronunciata la incompatibilità del N. a ricoprire contemporaneamente le cariche di deputato dell’Assemblea Regionale Siciliana e di sindaco del Comune di Aci Catena e la consequenziale decadenza dalla carica di sindaco; d) a seguito di appello principale del N. e di appello incidentale del M., la Corte d’Appello di Catania aveva deciso il gravame con la su richiamata sentenza n. 1186 del 5 novembre 2010, con la quale, “in accoglimento dell’appello principale formulato da N.R.G. e in riforma della sentenza impugnata, dichiara improcedibile il ricorso elettorale proposto da M.A.M.C. nei confronti di N.R. G. con atto depositato in data 26.5.2010”, con conseguente assorbimento degli altri motivi dell’appello principale e dell’appello incidentale del M.;

che, in particolare e per quanto in questa sede rileva, la Corte d’Appello di Catania è pervenuta alla dichiarazione di improcedibilità del ricorso introduttivo del presente giudizio sulla base dei seguenti rilievi: a) il ricorso introduttivo del giudizio era stato depositato nella cancelleria del Tribunale di Catania in data 26 maggio 2010; b) il Presidente del Tribunale, con decreto del 16 giugno 2010, aveva fissato, per la discussione, l’udienza del 30 luglio 2010, assegnando al ricorrente il termine di dieci giorni per la notificazione del ricorso e del decreto al controinteressato; c) il ricorso ed il decreto erano stati notificati al N. in data 22 giugno 2010; d) la copia del ricorso e del decreto con la prova dell’avvenuta notificazione non era stata depositata nella cancelleria del Tribunale entro il termine di dieci giorni (entro il 2 luglio 2010) dalla data della notificazione; e) il M., nell’udienza di discussione del 30 luglio 2010, aveva prodotto certificato del cancelliere del Tribunale attestante che detto deposito era stato effettuato in data 29 giugno 2010, “come risulta dallo storico del registro informatico”;

che, sulla base di tali dati processuali, la Corte catanese ha così argomentato; a) tutti i termini previsti dal D.P.R. n. 570 del 1960, art. 82, commi 3 e 4 – e, quindi, anche quello di cui al terzo periodo dello stesso comma 3 dell’articolo in esame – sono espressamente definiti come perentori e devono essere osservati a pena di decadenza; b) “… costituisce orientamento giurisprudenziale assolutamente maggioritario e costante nel tempo quello a tenore del quale solo l’attestazione da parte del cancelliere della data dell’avvenuto deposito è idoneo a fornire la prova della tempestività dell’adempimento in oggetto” (vengono richiamate le sentenze della Corte di cassazione nn. 10546 del 2008, 7158 del 1996, 4343 del 1997, 3608 del 2007, 4597 del 1997, 5086 del 1984, 6801 del 1988, 6002 del 1986); c) quanto alla predetta certificazione sostitutiva del cancelliere del Tribunale di Catania, prodotta dal M. nell’udienza del 30 luglio 2010: “in primo luogo”, tale certificazione è “inutilizzabile, in quanto integrante una documentazione prodotta oltre i termini” di cui al citato D.P.R. n. 570 del 1960, art. 82, commi 2 e 3 (viene richiamata la sentenza della Corte di cassazione n. 17086 del 2006); “in ogni caso, anche a voler ritenere tale produzione ammissibile in quanto finalizzata a provare la regolare costituzione dell’attore (cfr. Cass. 12.2.2008, n. 3383), non ritiene la Corte che la stessa sia rilevante ai fini voluti”, perchè “la mancanza dell’attestazione ufficiale del deposito del cancelliere non può essere supplita da una postuma certificazione del cancelliere stesso, senza che in senso contrario possa rilevare che, nel caso in esame, quest’ultimo faccia riferimento allo storico del registro informatico”, tale registro avendo “natura meramente ricognitiva degli atti processuali e pertanto l’inserimento nello stesso di un atto del processo non vale nè a supplire nè a superare gli adempimenti che l’ordinamento richiede per la validità e la ritualità dell’atto stesso”.

Diritto

CONSIDERATO IN DIRITTO

che il ricorso principale e quello incidentale debbono essere riuniti, ai sensi dell’art. 335 cod. proc. civ., perchè sono stati proposti contro la stessa sentenza;

che, con l’unico articolato motivo del ricorso (con cui deduce: “a) violazione di legge ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 3. Violazione e/o falsa applicazione del D.P.R. 16 maggio 1960, n. 570, art. 82.

Violazione e/o falsa applicazione della L. 2 dicembre 1991, n. 399, artt. 1, 2 e 4; della L. 15 marzo 1991, n. 59, art. 15; del D.M. Giustizia 21 marzo 2000, n. 264; del D.M. Giustizia 24 maggio 2001 e del D.M. Giustizia 11 luglio 2008; b) Violazione di legge ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 5, per difetto di motivazione e travisamento dei fatti a causa dell’errata equiparazione tra l’effettivo deposito a cura del ricorrente in primo grado in termini del ricorso elettorale notificato unitamente al decreto di fissazione dell’udienza e le modalità di prova/attestazione del deposito stesso. Contraddittorietà della motivazione tra la parte in cui si afferma l’infungibilità dell’annotazione apposta dal cancelliere e la parte in cui si considera la possibilità di chiedere l’annotazione ad altro funzionario di diversa sezione dello stesso Tribunale; c) Violazione di legge ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 3, e difetto di motivazione ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 5, per violazione e falsa applicazione art. 115 c.p.c.”), il ricorrente critica la sentenza impugnata, anche sotto il profilo del vizio di motivazione, sostenendo che: a) la lettera del D.P.R. n. 570 del 1960, art. 82, comma 3, terzo periodo, prescrive soltanto che la copia del ricorso e del decreto presidenziale di fissazione dell’udienza “deve essere … depositata nella cancelleria”, senza disporre alcunchè in ordine alle modalità del deposito, senza cioè indicare le modalità con cui gli uffici di cancelleria debbono attestare l’avvenuto deposito nei termini di legge, con la conseguenza che tale deposito può essere comprovato, con efficacia equivalente, “dall’apposizione di un timbro, oppure dall’iscrizione della data a penna o, come nel caso di specie, dall’inserimento dei dati in un registro informatizzato”, con l’ulteriore conseguenza che – essendo stati il ricorso introduttivo ed il pedissequo decreto presidenziale di fissazione dell’udienza notificati in data 22 giugno 2010 e risultando dal registro informatizzato che il deposito di tali atti notificati era stato effettuato il 29 giugno 2010, cioè entro il prescritto termine di dieci giorni – il ricorso introduttivo era certamente procedibile; b) è illegittima e comunque priva di adeguata motivazione – la ritenuta insufficienza del certificato del cancelliere a provare la tempestività del deposito, posto che tale certificato si fonda non già sul ricordo personale del cancelliere, bensì sulle risultanze emergenti dal registro storico tenuto dalla cancelleria; c) è parimenti illegittima la ritenuta intempestività del deposito, nell’udienza di discussione del 30 luglio 2010, del predetto certificato del cancelliere, posto che la verifica della tempestività del deposito del ricorso introduttivo è doverosa attività attribuita esclusivamente al giudice;

che, nel merito, il ricorrente – ribadite preliminarmente la propria legitimatlo ad causam e l’insussistenza della necessità di integrare il contraddittorio nei confronti dei consiglieri comunali eletti con la lista del N. – insiste nella richiesta di dichiarare, per effetto della sentenza della Corte costituzionale n. 143 del 2010, la incompatibilità sopravvenuta del N. a ricoprire anche la carica di sindaco del Comune di Aci Catena e, conseguentemente, la decadenza dello stesso da tale carica;

che, con il primo motivo di ricorso incidentale (con cui deduce:

“Error in iudicando. Sulla tardività del ricorso di 1^ grado e sulla conseguente inapplicabilità della decisione della Corte costituzionale”), il ricorrente incidentale – premesso che le elezioni comunali per il Comune di Aci Catena si sono svolte nei giorni dell’8 e del 9 giugno 2008, e che il ricorso introduttivo del presente giudizio è stato depositato nella cancelleria del Tribunale di Catania in data 26 maggio 2010 – sostiene che: a) tale ricorso introduttivo è intempestivo, perchè proposto oltre il termine di trenta giorni dalla deliberazione, di cui al D.P.R. n. 570 del 1960, art. 82, comma 1, di convalida degli eletti; b) in via di mera ipotesi, anche ammettendo che il ricorso introduttivo sia stato tempestivamente proposto, ciò presupporrebbe che la legislazione sulla incompatibilità fosse rimasta invariata, mentre nella specie tale presupposto difetterebbe per l’intervenuta decisione della Corte costituzionale n. 143 del 2010; c) in ogni caso, tale sentenza della Corte costituzionale non è applicabile alla fattispecie, perchè “l’intervenuta inoppugnabilità degli atti amministrativi riguardanti le due elezioni dell’appellante e l’impossibilità di proporre azioni volte a farlo decadere rendono la presente fattispecie oramai definitivamente cristallizzata”: infatti – posto che l’efficacia retroattiva delle dichiarazioni di illegittimità costituzionale trova un limite invalicabile nei cosiddetti “rapporti esauriti” -, nella specie sarebbe intervenuta una decadenza dal potere di impugnare dinanzi al giudice la deliberazione di convalida del N.;

che inoltre, con il secondo motivo (con cui deduce: “Error in iudicando. Sulla inammissibilità del ricorso di 1^ grado per mancata notifica ai controinteressati”), il ricorrente incidentale – premesso che il ricorso introduttivo è stato notificato soltanto al N. ed al Comune di Aci Catena – sostiene che il ricorso stesso “è inammissibile in quanto non notificato ai controinteressati che, nel caso di specie, sono tutti i consiglieri comunali del Comune di Aci Catena, i quali, ove il ricorso fosse accolto, vedrebbero conclusa anche la loro consiliatura”;

che infine, con il terzo motivo (con cui deduce: “Error in iudicando.

Violazione della L.R. Sicilia n. 8 del 2009, art. 1”), il ricorrente incidentale sostiene che il Giudice di primo grado si è limitato a dichiarare decaduto il N., senza indicare da quale delle due cariche debba intendersi decaduto, ciò in forza della L.R. Siciliana n. 1 del 2009, art. 1, che, in caso di incompatibilità dichiarata in sede giudiziale, assegna al soggetto dichiarato incompatibile con una carica il termine di dieci giorni – decorrente dal passaggio in giudicato della sentenza – per esercitare il diritto di opzione;

che l’ordine logico-giuridico delle questioni poste dal ricorso principale e da quello incidentale richiede l’esame: in primo luogo, del primo motivo del ricorso incidentale (inammissibilità del ricorso introduttivo ed inapplicabilità alla fattispecie della sentenza della Corte costituzionale n. 143 del 2010); in secondo luogo, del motivo del ricorso principale (improcedibilità del ricorso introduttivo); in terzo luogo, del secondo motivo del ricorso incidentale (integrità del contraddittorio); infine, del terzo motivo dello stesso ricorso incidentale (omessa applicazione della menzionata L.R. Siciliana n. 1 del 2009, art. 1);

che il primo motivo del ricorso incidentale manifestamente infondato;

che, al riguardo, occorre premettere il quadro normativo di riferimento nel quale si è inserita la più volte ricordata pronuncia di illegittimità costituzionale;

che, a tal fine, è necessario ribadire – come già sottolineato dalla Corte costituzionale con la sentenza n. 143 del 2010 (n. 3. del Considerato in diritto) – che: a) la L.R. Siciliana 20 marzo 1951, n. 29, art. 8, comma 1, alinea 4 (Elezione dei Deputati all’Assemblea regionale siciliana), prevedeva che fossero ineleggibili alla carica di deputato regionale “i Sindaci e gli Assessori dei Comuni con popolazione superiore a 40 mila abitanti o che siano capoluoghi di Provincia regionale o sedi delle attuali Amministrazioni straordinarie delle Province, nonchè i Presidenti e gli Assessori di dette amministrazioni”; la citata L. n. 29 del 1951, art. 62, comma 3, prevedeva poi che “L’ufficio di deputato regionale è incompatibile con gli uffici e con gli impieghi” indicati – tra l’altro – nel comma 1 dell’art. 8; b) a seguito della sostituzione dell’intero art. 8 della L.R. n. 29 del 1951 – ad opera della L.R. 5 dicembre 2007, n. 22, art. 1, comma 1 (Norme in materia di ineleggibilità e di incompatibilità dei deputati regionali) -, con il nuovo testo dell’art. 8, comma 1, lett. b), si stabilisce: “Non sono eleggibili a deputato regionale: … b) i sindaci e gli assessori dei comuni, compresi nel territorio della Regione, con popolazione superiore a 20 mila abitanti, secondo i dati ufficiali dell’ultimo censimento della popolazione”; c) la citata L. n. 22 del 2007, art. 1, comma 6, lett. a), ha abrogato il su menzionato art. 62 della L.R. n. 29 del 1951, che stabiliva, tra l’altro, l’incompatibilità tra la carica di deputato regionale e quella di sindaco dei comuni con popolazione superiore ai quarantamila abitanti; d) riguardo a tale vicenda legislativa la Corte costituzionale ha osservato: “La L.R. n. 22 del 2007, all’originario scopo di uniformare la disciplina regionale di ineleggibilità e incompatibilità dei deputati regionali a quella dettata per i componenti del Parlamento (come emerge dai lavori preparatori di questa legge), ha modificato le cause di ineleggibilità previste dalla L.R. n. 29 del 1951, art. 8, e ha introdotto un Capo 3^ concernente specificamente la disciplina delle incompatibilità, mentre ha fatto venir meno il precedente parallelismo tra ipotesi di ineleggibilità e di incompatibilità, avendo abrogato, tramite la L.R. n. 29 del 1951, art. 1, comma 6, lett. a) e art. 62 (il parallelismo, invece, continua ad essere previsto dal comma 2 del nuovo art. 10-quinquies per alcune specifiche cause di ineleggibilità sopravvenuta) . … Al tempo stesso, essendo stato abrogato l’art. 62, la successiva assunzione di questi incarichi amministrativi locali da parte di un deputato regionale non comporta più incompatibilità” (ibidem); e) la L.R. 7 luglio 2009, n. 8, art. 1, comma 1 (Norme sulla ineleggibilità ed incompatibilità dei deputati regionali) – entrata in vigore il 25 luglio 2009 (art. 2 della legge) – ha stabilito: “La L.R. 20 marzo 1951, n. 29, art. 10- sexies, comma 1, introdotto dalla L.R. 5 dicembre 2007, n. 22, art. 1, comma 4, è sostituito dai seguenti: “1. I ricorsi o i reclami relativi a cause di ineleggibilità o di incompatibilità, ove presentati all’Assemblea, sono decisi secondo le norme del suo Regolamento interno, 1-bis. Nel caso in cui venga accertata l’incompatibilità, dalla definitiva deliberazione adottata dall’Assemblea decorre il termine di dieci giorni entro il quale l’eletto deve esercitare il diritto di opzione a pena di decadenza.

Ove l’incompatibilità sia accertata in sede giudiziale, il termine di dieci giorni per esercitare il diritto di opzione decorre dal passaggio in giudicato della sentenza. 1-ter. Le disposizioni di cui ai commi 1 e 1-bis si applicano anche ai giudizi in materia di incompatibilità in corso al momento di entrata in vigore della presente legge e non ancora definiti con sentenza passata in giudicato”; f) come già ricordato, la Corte costituzionale, intervenendo su tale quadro normativo, con la sentenza n. 143 del 2010 ha dichiarato “l’illegittimità costituzionale della L.R. siciliana 20 marzo 1951, n. 29 …, così come modificata dalla L.R. 5 dicembre 2007, n. 22 …, nella parte in cui non prevede l’incompatibilità tra l’ufficio di deputato regionale e la sopravvenuta carica di sindaco e assessore di un Comune, compreso nel territorio della Regione, con popolazione superiore a ventimila abitanti”, per violazione del combinato disposto degli artt. 3, 51 e 97 Cost.;

che, tanto premesso, è del tutto evidente che tale decisione di illegittimità costituzionale – certamente annoverabile tra le cosiddette “additive a rime obbligate” – (re)introduce nell’ordinamento elettorale regionale siciliano la norma (mutuata, alla luce dei predetti parametri costituzionali, dalla combinazione tra il nuovo testo del su richiamato della L.R. n. 29 del 1951, art. 8, comma 1, lett. b, ed il testo originario della cit. L. n. 29 del 1951, art. 62, comma 3, abrogato dalla L.R. n. 22 del 2007, art. 1, comma 6, lett. a) del seguente tenore: “l’ufficio di deputato regionale è incompatibile con la sopravvenuta carica di sindaco e assessore di un Comune, compreso nel territorio della Regione, con popolazione superiore a ventimila abitanti”;

che, in particolare – considerando gli argomenti formulati con il motivo in esame -, al fine di stabilire l’ambito temporale di efficacia della pronuncia di incostituzionalità e l’eventuale sussistenza, nella specie, del limite a tale efficacia costituito dal cosiddetto “rapporto esaurito”, è indispensabile sottolineare che la Corte costituzionale è giunta alla pronuncia attraverso il seguente percorso argomentativo; a) “Questa Corte, attraverso una costante giurisprudenza, non di rado relativa a leggi della stessa Regione siciliana, ha affermato che l’esercizio del potere legislativo da parte delle Regioni in ambiti, pur ad esse affidati in via primaria, che concernano la ineleggibilità e la incompatibilità alle cariche elettive incontra necessariamente il limite del rispetto del principio di eguaglianza specificamente sancito in materia dall’art. 51 Cost.. In quest’ambito, di recente, la sentenza n. 288 del 2007 ha affermato che “questa Corte in specifico riferimento alla potestà legislativa esclusiva della Regione siciliana in tema di ineleggibilità ed incompatibilità dei consiglieri degli enti locali (di cui all’art. 14, lett. o, e art. 15, comma 3, dello statuto) ha in molte occasioni affermato che “la disciplina regionale d’accesso alle cariche elettive deve essere strettamente conforme ai principi della legislazione statale, a causa della esigenza di uniformità in tutto il territorio nazionale discendente dall’identità di interessi che Comuni e Province rappresentano riguardo alle rispettive comunità locali, quale che sia la Regione di appartenenza”. E, benchè la Corte abbia ritenuto che la potestà legislativa della Regione siciliana in tema di elezioni dell’Assemblea regionale sia più ampia rispetto a quella relativa alle elezioni degli enti locali (sentenze n. 162 e n. 20 del 1985; n. 108 del 1969), anch’essa, tuttavia, incontra sicuramente un limite nell’esigenza di garantire che sia rispettato il diritto di elettorato passivo in condizioni di sostanziale uguaglianza su tutto il territorio nazionale. …

Pertanto, nell’esercizio di una competenza legislativa come quella prevista dallo statuto siciliano, si possono anche diversificare le cause di ineleggibilità e incompatibilità, ma occorre che ciò avvenga sulla base di “condizioni peculiari locali”, che quindi “debbono essere congruamente e ragionevolmente apprezzatie dal legislatore siciliano” (sentenza n. 276 del 1997). Nè questa conclusione muta se la legislazione regionale – come nel caso in esame – tende ad ampliare (e non a ridurre) per una categoria di soggetti il diritto di elettorato passivo rispetto alle regole vigenti in generale, dal momento che anche una disciplina di questo tipo comprime indirettamente gli analoghi diritti di altri soggetti interessati” (n. 4.1. del Considerato in diritto); b) “Non vi è dubbio che la L.R. n. 22 del 2007, abrogando la L.R. n. 29 del 1951, art. 62, ed in particolare la previsione della incompatibilità sopravvenuta per avere ili deputato regionale assunto durante il suo mandato l’incarico di sindaco o di assessore comunale, ha posto in essere (senza che fosse palesata alcuna specifica ragione) una disciplina che si allontana da una linea di tendenza ben radicata nell’ordinamento giuridico viene richiamata ed analizzata la disciplina di cui alla L. 23 aprile 1981, n. 154, ed alla L. 2 luglio 2004, n. 165. E’ evidente che la Regione siciliana non può incontrare, nell’esercizio della propria potestà legislativa primaria, limiti eguali a quelli che, ai sensi dell’art. 122 Cost., si impongono alle Regioni a statuto ordinario, ciò di cui si ha conferma nella Legge Costituzionale 18 ottobre 2001, n. 3, art. 10 (Modifiche al Titolo 5^ della Parte 2^ della Costituzione). Nel contempo, sulla base della giurisprudenza costituzionale sopra richiamata, la suddetta Regione non potrà però sottrarsi, se non laddove ricorrano “condizioni peculiari locali”, all’applicazione dei principi enunciati dalla L. n. 165 del 2004 che siano espressivi dell’esigenza indefettibile di uniformità imposta dagli artt. 3 e 51 Cost.. Tra tali principi, assume rilievo il vincolo di configurare, a certe condizioni, le ineleggibilità sopravvenute come cause di incompatibilità. … Ciò che emerge dalla legislazione nazionale relativa alle Regioni ordinarie è, dunque, la previsione del parallelismo tra le cause di incompatibilità e le cause di ineleggibilità sopravvenute, con riguardo all’esigenza, indicata dalla legge, di preservare la libertà nell’esercizio della carica di consigliere, o comunque i principi espressi dall’art. 97 Cost. con riguardo all’operato della pubblica amministrazione. Non si tratta, pertanto, di applicare un principio fondamentale – tipico di una materia legislativa ripartita – ad una Regione dotata di potestà legislativa primaria, ma di dedurre, anche dalla ripetizione nella L. n. 165 del 2004 del principio secondo cui il consigliere regionale non può assumere durante il proprio mandato alcuni uffici che gli avrebbero precluso la eleggibilità, l’esistenza di una situazione contrastante con gli artt. 3 e 51 Cost.. Nè a queste conclusioni si oppongono nei lavori preparatori della L. n. 22 del 2007, ragioni speciali o esclusive della realtà siciliana che possano giustificare l’adozione di una disciplina diversa rispetto a quella posta a livello nazionale” (n. 4.2. del Considerato in diritto); c) “Pertanto, la Regione siciliana è tenuta a prevedere come causa di incompatibilità la sopravvenienza di una ipotesi già costituente ragione di ineleggibilità, ove sussista la condizione prevista dalla L. n. 165 del 2004, art. 3, comma 1, lett. a), viene richiamata la sentenza n. 201 del 2003. Dunque, questa Corte ha individuato l’esistenza di un divieto di cumulo di cariche ove ciò si ripercuota negativamente sull’efficienza e imparzialità delle funzioni ed ha affermato che tale principio trova fondamento costituzionale nell’art. 97 Cost. (su tale fondamento delle cause di incompatibilità, si vedano, altresì, le sentenze n. 44 dei 1997 e n. 235 del 1988) . … Dunque, il li combinato disposto degli artt. 3, 51 e 97 Cost. impone alla Regione siciliana di introdurre a motivo di incompatibilità all’ufficio di deputato regionale la sopravvenuta ricorrenza della causa di ineleggibilità della carica di sindaco e di assessore, con riferimento ai soli Comuni con popolazione superiore alla soglia di ventimila abitanti” (n. 4.3. del Considerato in diritto); d) “Come agevolmente deducibile da quanto appena osservato, la dichiarazione di incostituzionalità della omessa previsione della causa di incompatibilità in esame non può ritenersi preclusa dall’essere la materia riservata alla discrezionalità del legislatore, come eccepito dalla parte privata resistente nel giudizio a quo, giacchè il limite dimensionale cui si rapporta l’operatività della causa di incompatibilità discende direttamente ed univocamente dall’assetto normativo vigente nella Regione siciliana. Nel caso in esame, la Corte deve infatti dare attuazione ai principi sopra individuati del divieto del cumulo delle cariche e del parallelismo fra le cause di ineleggibilità e quelle di incompatibilità sopravvenute. Il legislatore siciliano, con la L.R. n. 22 del 2007 se da un lato ha disatteso tali principi, ha dall’altro lato contestualmente rideterminato la categoria della ineleggibilità a consigliere regionale dei sindaci e degli assessori dei Comuni, compresi nel territorio della Regione, circoscrivendola a quelli con popolazione superiore a ventimila abitanti. Questa Corte da semplicemente attuazione al principio sopra individuato, che impone di configurare l’incompatibilità nelle medesime ipotesi ed entro gli stessi limiti in cui la legge regionale prevede una causa di ineleggibilità” (n. 4.4. del Considerato in diritto);

che, dunque, lo specifico vizio di incostituzionalità accertato dalla Corte costituzionale sta nel fatto che la L.R. n. 22 del 2007, abrogando, con la L.R. n. 29 del 1951, art. 1, comma 6, lett. a) e art. 62, comma 3 – che prevedeva l’incompatibilità dell’ufficio di deputato regionale con l’ufficio di sindaco o di assessore dei comuni regionali con popolazione superiore a ventimila abitanti (secondo il nuovo testo della cit. L.R. n. 29 del 1951, art. 8, comma 1, lett. i) -, ha escluso tale norma dall’ordinamento elettorale regionale siciliano e, perciò, ha violato i principi del divieto del cumulo delle cariche e del parallelismo fra le cause di ineleggibilità e quelle di incompatibilità sopravvenute;

che, in particolare, la Corte costituzionale ha eliminato tale vizio, (re)introducendo – quale soluzione costituzionalmente obbligata in forza di detti principi – la norma illegittimamente esclusa che, a seguito della pronuncia di incostituzionalità, statuisce: “l’ufficio di deputato regionale è incompatibile con “la sopravvenuta carica di sindaco e assessore di un Comune, compreso nel territorio della Regione, con popolazione superiore a ventimila abitanti” e, conseguentemente, ha ristabilito il parallelismo fra tale norma di incompatibilità sopravvenuta e quella di ineleggibilità prevista dal nuovo testo della L.R. n. 29 del 1951, art. 8, comma 1, lett. b), secondo la quale “Non sono eleggibili a deputato regionale: … b) i sindaci e gli assessori dei comuni, compresi nel territorio della Regione, con popolazione superiore a 20 mila abitanti, secondo i dati ufficiali dell’ultimo censimento della popolazione”;

che – coràè noto – la dichiarazione di illegittimità costituzionale ha efficacia ex tunc dal giorno successivo alla pubblicazione della decisione (combinato disposto dell’art. 136 Cost., comma 1, e della L. 11 marzo 1953, n. 87, art. 30, comma 3);

che, pertanto, detta norma di incompatibilità sopravvenuta illegittimamente esclusa – è stata (re)introdotta nell’ordinamento elettorale regionale siciliano a far data dal 29 aprile 2010, giorno successivo alla pubblicazione della decisione di illegittimità costituzionale nella Gazzetta Ufficiale, 1^ serie speciale, n. 17 del 28 aprile 2010;

che, conseguentemente, il diritto di far valere in sede giurisdizionale tale ragione di incompatibilità sopravvenuta assicurato a ciascun cittadino elettore del comune ed a chiunque altro vi abbia interesse dal combinato disposto del D.Lgs. 18 agosto 2000, n. 267, art. 69, comma 3, art. 70 e del D.P.R. 16 maggio 1960, n. 570, art. 82, comma 1 – è (nuovamente) sorto in detta data del 29 aprile 2010, con l’ulteriore conseguenza che, contrariamente a quanto opinato dal ricorrente incidentale, il ricorso introduttivo del presente giudizio, proposto dal M. in data 26 maggio 2010, è certamente tempestivo rispetto al termine perentorio di trenta giorni stabilito dal combinato disposto delle norme dianzi richiamate e, in particolare, dal D.P.R. n. 570 del 1960, art. 82, comma 1, secondo periodo;

che deve altresì escludersi, contrariamente a quanto sostenuto dal ricorrente incidentale, che, a seguito della elezione del sindaco e del consiglio comunale del Comune di Aci Catena, tenutasi nei giorni 8-9 giugno 2008 e conclusasi con la deliberazione di convalida degli eletti, si sia determinata una situazione giuridica assimilabile al cosiddetto “rapporto esaurito”, insensibile agli effetti della predetta dichiarazione di illegittimità costituzionale;

che, infatti – tenuto conto che il “rapporto esaurito” può di norma predicarsi, secondo la prevalente dottrina e la giurisprudenza costituzionale, in riferimento agli istituti della decadenza dal o della prescrizione del diritto, e del giudicato -, deve osservarsi che: a) nella specie, come già sottolineato, non si è determinata alcuna decadenza del M. dal diritto di far valere in sede giurisdizionale la causa di incompatibilità sopravvenuta dedotta nel presente giudizio; b) nel giudizio di legittimità costituzionale definito con la sentenza n. 143 del 2010, la fattispecie oggetto del giudizio principale era analoga a quella oggetto del presente giudizio (“Nel corso di un giudizio avente ad oggetto l’accertamento dell’intervenuta decadenza di un deputato della Regione siciliana per sopravvenuta incompatibilità, causata dall’essere stato nominato vice sindaco del Comune di Messina, il ricorrente ha eccepito questione di legittimità costituzionale …”: così nel n. 1, del Ritenuto in fatto), ed inoltre la Corte ha respinto l’eccezione di inammissibilità della questione per “carenza di descrizione della fattispecie oggetto del giudizio a quo”, sollevata dalla difesa della Regione, osservando che “In realtà, il Tribunale di Palermo nell’ordinanza di rimessione ha dato conto, per quanto in modo sintetico, della fattispecie al suo esame, riferendo che il giudizio è promosso da un candidato non eletto e che ha ad oggetto l’accertamento dell’intervenuta decadenza di un deputato regionale dalla sua carica per sopravvenuta incompatibilità conseguente alla nomina del medesimo a vice-sindaco del Comune di Messina. … Gli elementi di fatto riportati dal giudice a quo, per quanto scarni, appaiono sufficienti a consentire alla Corte una valutazione della rilevanza della questione, di tal che anche tale eccezione deve essere rigettata” (n. 2.2. del Considerato in diritto); il che comporta che se la Corte avesse ritenuto – d’ufficio, come avrebbe potuto e dovuto ritenere – la situazione giuridica determinata da tale fattispecie assimilabile ad un “rapporto esaurito”, avrebbe dichiarato in limine manifestamente inammissibile la questione sollevata, per difetto di rilevanza, in quanto il suo eventuale accoglimento non avrebbe potuto spiegare alcun effetto nel giudizio principale; c) la stessa previsione legislativa di fattispecie di incompatibilità “sopravvenuta” all’elezione comporta che l’elezione del candidato e la convalida dell’eletto non determinano situazioni giuridiche irretrattabili, proprio perchè dall’accertamento definitivo di una causa di incompatibilità sopravvenuta discende – a seguito dell’esercizio del diritto di opzione per una delle due cariche incompatibili – l’inefficacia della posizione giuridica acquisita dall’eletto all’altra carica; d) nella specie, essendo stata dichiarata costituzionalmente illegittima proprio l’omissione del legislatore regionale – a seguito dell’abrogazione della norma che la prevedeva – di mantenere detta fattispecie, negare efficacia retroattiva alla pronuncia di incostituzionalità costituirebbe una sua palese elusione;

che, invece, merita accoglimento – per manifesta fondatezza – l’articolato motivo del ricorso principale;

che il D.P.R. n. 570 del 1960, art. 82, comma 3, terzo periodo, dispone che “nei dieci giorni successivi alla data di notificazione, deve essere … depositata nella cancelleria, sempre a cura del ricorrente, la copia del ricorso e del decreto con la prova dell’avvenuta notifica giudiziaria, ed insieme con tutti gli atti e documenti del processo”;

che, nella specie, costituisce circostanza incontestata tra le parti quella secondo cui la copia del ricorso introduttivo del presente giudizio, ancorchè tempestivamente notificata in una con il decreto presidenziale di fissazione dell’udienza, non reca però la tradizionale e normale attestazione del cancelliere, con apposito timbro, del deposito nella cancelleria con l’indicazione della data e con la sottoscrizione dello stesso cancelliere;

che, per supplire a tale omissione, il ricorrente ha depositato – nell’udienza di discussione del 30 luglio 2010 – la certificazione del direttore di cancelleria del Tribunale di Catania, rilasciata in data 29 luglio 2010, con la quale si attesta “che in data 29 giugno 2010 l’Avv. Castorina ha depositato in cancelleria l’originale del ricorso, unitamente al decreto di fissazione dell’udienza notificato alle parti e relativo al giudizio iscritto a ruolo in data 26/5/2010, distinto con il n. 5833/10 R.G. e vertito tra M.A.M. C. e N.R.G., assegnato al G.I. Dott. E., come risulta dallo storico del registro informatico”;

che i Giudici a quibus hanno ritenuto che detta omissione determina l’improcedibilità del ricorso, perchè la prova della tempestività del deposito, di cui al menzionato del D.P.R. n. 570 del 1960, art. 82, comma 3, terzo periodo, può essere data soltanto – ed infungibilmente – nel predetto modo usuale e tradizionale della attestazione del cancelliere mediante timbratura;

che la questione sottoposta all’esame della Corte consiste perciò nello stabilire se detto documento prodotto dal ricorrente sia equipollente o no, ai fini della prova della tempestività del deposito previsto dal D.P.R. n. 570 del 1960, art. 82, comma 3, terzo periodo, alle modalità usuali e tradizionali;

che la risposta affermativa si impone per le seguenti concorrenti considerazioni: a) l’art. 57 cod. proc. civ., comma 1 – nel disporre che “Il cancelliere documenta a tutti gli effetti, nei casi e nei modi previsti dalla legge, le attività proprie e quelle degli organi giudiziari e delle parti” – non determina specificamente le modalità di tale attività di documentazione, rinviando ai “modi previsti dalla legge”; b) recentemente, questa Corte ha enunciato il principio per cui, allorquando la data del deposito di un atto in cancelleria deve risultare da annotazione del cancelliere sull’atto medesimo (e dal suo inserimento nell’apposito registro cronologico), la eventuale omissione o assoluta incertezza sull’esteriorità di tale annotazione (e del suo inserimento nel richiamato registro) non può tradursi in prova della inosservanza del termine stabilito per detto deposito, perchè questa omissione costituisce una irregolarità imputabile unicamente al cancelliere, dalla quale non si può dedurre la tardività del deposito stesso, non potendosi escludere che, nonostante l’anzidetta omissione, la parte abbia provveduto a depositare l’atto nel termine stabilito, qualora quest’ultima circostanza sia comunque avvalorata da emergenze documentali oggettive riconducibili all’ufficio giudiziario e riferibili allo specifico processo (sentenza n. 26010 del 2010); tale principio corrisponde sostanzialmente ad altro – affermato proprio in un caso di deposito del ricorso avverso le deliberazioni adottate dai consigli comunali in materia di ineleggibilità – secondo il quale, allorquando la data del deposito di un atto in cancelleria deve risultare da annotazione del cancelliere sull’atto medesimo, la eventuale omissione di tale annotazione non può tradursi in prova della inosservanza del termine stabilito per detto deposito, perchè questa omissione è una irregolarità imputabile unicamente al cancelliere, dalla quale non si può dedurre la tardività del deposito stesso, non potendosi escludere che, nonostante l’anzidetta omissione, la parte abbia provveduto a depositare l’atto nel termine stabilito (sentenza n. 1103 del 1972); ancora, con la sentenza n. 3383 del 2008, questa Corte ha affermato che nel giudizio avente ad oggetto l’azione popolare proposta dal prefetto per far valere le cause di ineleggibilità e di decadenza dalla carica di sindaco ai sensi del D.P.R. n. 570 del 1960, art. 82 e del D.Lgs. n. 267 del 2000, art. 70, la produzione in appello della nota di deposito dell’originale del ricorso introduttivo, notificato alla controparte, attestante l’avvenuto deposito dell’atto nel termine di decadenza di dieci giorni dall’ultima notificazione, come stabilito dal combinato disposto del terzo e del quinto comma del richiamato art. 82, costituisce attività di regolarizzazione e completamento della costituzione in giudizio ai sensi dell’art. 182 cod. proc. civ., comma 1, e art. 359 cod. proc. civ., e pertanto non incontra i limiti, relativi alle prove cosiddette precostituite, previsti dall’art. 345 cod. proc. civ.; infine, analoghi principi sono alla base delle sentenze nn. 6991 del 2007 e 2820 del 2005;

che, dunque ed in sintesi, da tutti i richiamati precedenti può trarsi il principio che in caso di mancanza o di insufficienza della attestazione del cancelliere in ordine alla data di deposito di un atto di parte, tali deficienze non possono tradursi in prova della inosservanza del termine stabilito per detto deposito, in quanto esse costituiscono irregolarità imputabili unicamente allo stesso cancelliere, con la conseguenza che la parte (nell’esercizio dei suoi poteri dispositivi) ed il giudice, possono fare riferimento, in alternativa, ad atti equipollenti aventi analoga efficacia di certezza legale, quali le annotazioni contenute nel registro cronologico e nel registro di repertorio;

che non v’è dubbio che, nella specie, i dati attestati dal cancelliere del Tribunale di Catania con il su richiamato certificato del 29 luglio 2010, in quanto estratti “dallo storico del registro informatico”, hanno efficacia di certezza legale analoga a quella della attestazione del cancelliere, ciò sulla base del combinato disposto della L. 2 dicembre 1991, n. 399, art. 4 (Delegificazione delle norme concernenti i registri che devono essere tenuti presso gli uffici giudiziari e l’amministrazione penitenziaria) – secondo cui “I decreti ministeriali di cui agli artt. 1, 2 e 3 devono contenere disposizioni idonee a garantire l’autenticità del registro, anche se tenuto in forma automatizzata …”, e del D.M. (Giustizia) 27 marzo 2000, n. 264, art. 2 (Regolamento recante norme per la tenuta dei registri presso gli uffici giudiziari), che detta i principi generali sulla tenuta dei registri, secondo il quale “I registri sono tenuti su base annuale ed in modo da garantire la integrità, la completezza, la disponibilità e la riservatezza di iscrizioni ed annotazioni …”;

che poi, per respingere il secondo motivo del ricorso incidentale (mancata integrazione del contraddittorio nei confronti dei consiglieri comunali eletti nella lista collegata al sindaco) come manifestamente infondato, è sufficiente richiamare la costante giurisprudenza di questa Corte, secondo la quale, nel contenzioso elettorale, il giudizio introdotto con l’azione popolare di cui al D.Lgs. n. 267 del 2000, art. 70 – in quanto ha ad oggetto la condizione personale del candidato eletto chiamato in causa ed incide sul diritto soggettivo di elettorato (passivo) di questo e (attivo) dell’attore – ha come parti necessarie soltanto quel candidato e l’elettore (o gli elettori) che promuovono l’azione giudiziaria, oltre al pubblico ministero partecipe ex lege, non rilevando, ai fini della integrità del contraddittorio, che altri consiglieri eletti possano eventualmente subire effetti, riflessi e indiretti, dalla adottanda decisione, e secondo la quale tale interpretazione non si pone in contrasto con l’art. 24 Cost., atteso che il bilanciamento degli interessi in gioco, da un lato, accorda ai controinteressati alla dichiarazione di ineleggibilità del Sindaco la possibilità di intervenire nel giudizio e di proporre appello contro la decisione non condivisa e, dall’altro, circoscrive la lite a quelle sole parti direttamente coinvolte nel giudizio (pur lasciando libero l’intervento degli altri controinteressati), e che il giudizio conseguente ad azione popolare, ponendo in discussione i diritti inviolabili di elettorato, deve essere improntato a grande celerità, forme essenziali e rapidità di tempi (cfr., ex plurimis, le sentenze nn. 2986 del 2000, 18128 del 2002, 14199 del 2004, 17769 del 2007);

che pertanto, a sèguito dell’accoglimento del motivo del ricorso principale, la sentenza impugnata deve essere annullata, con assorbimento del terzo motivo del ricorso incidentale;

che, non essendo necessari ulteriori accertamenti di fatto, la causa può essere decisa nel merito, ai sensi dell’art. 384 cod. proc. civ., comma 2;

che, nel merito, non v’è dubbio che, sulla base delle considerazioni che precedono, deve essere dichiarata l’incompatibilità sopravvenuta di N.R.G., deputato dell’Assemblea Regionale Siciliana, ed eletto successivamente sindaco del Comune di Aci Catena, a ricoprire contemporaneamente le due cariche, ciò per effetto della sentenza della Corte costituzionale n. 143 del 2010, dianzi ampiamente analizzata;

che la presente ordinanza deve essere limitata alla predetta dichiarazione di incompatibilità sopravvenuta in forza del combinato disposto dei su riportati commi 1 bis e 1 ter, della L.R. n. 8 del 2009, art. 1, in quanto deve essere assicurato al ricorrente incidentale l’esercizio del diritto di opzione, ivi previsto, entro il termine di dieci giorni dal passaggio in giudicato della stessa ordinanza;

che la novità della principale questione trattata giustifica la compensazione integrale delle spese dell’intero giudizio.

P.Q.M.

Riuniti i ricorsi, rigetta il primo ed il secondo motivo del ricorso incidentale, assorbito il terzo; accoglie il ricorso principale, cassa la sentenza impugnata e, decidendo la causa nel merito, dichiara l’incompatibilità sopravvenuta di N.R. G., deputato dell’Assemblea Regionale Siciliana, ed eletto successivamente sindaco del Comune di Aci Catena, a ricoprire contemporaneamente le due cariche. Compensa le spese dell’intero giudizio.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Struttura centralizzata per l’esame preliminare dei ricorsi civili, il 30 giugno 2011.

Depositato in Cancelleria il 16 settembre 2011

Sostieni LaLeggepertutti.it

La pandemia ha colpito duramente anche il settore giornalistico. La pubblicità, di cui si nutre l’informazione online, è in forte calo, con perdite di oltre il 70%. Ma, a differenza degli altri comparti, i giornali online non ricevuto alcun sostegno da parte dello Stato. Per salvare l'informazione libera e gratuita, ti chiediamo un sostegno, una piccola donazione che ci consenta di mantenere in vita il nostro giornale. Questo ci permetterà di esistere anche dopo la pandemia, per offrirti un servizio sempre aggiornato e professionale. Diventa sostenitore clicca qui

LEGGI ANCHE


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA