Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 1900 del 29/01/2014


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Civile Sent. Sez. 1 Num. 1900 Anno 2014
Presidente: VITRONE UGO
Relatore: GENOVESE FRANCESCO ANTONIO

Ud. 11/12/2013

SENTENZA
PU

sul ricorso 10043-2009 proposto da:
BANCO POPOLARE SOC. COOP. (C.F./P.I. 03700430238),
già BANCO POPOLARE DI VERONA E NOVARA S.C.AR.L., in
persona del legale rappresentante pro tempore,

Data pubblicazione: 29/01/2014

elettivamente domiciliata in ROMA, VIA G. PISANELLI
4, presso l’avvocato GIGLI GIUSEPPE, che la
2013
1987

rappresenta e difende unitamente all’avvocato
MERCANTI GIUSEPPE, giusta procura a margine del
ricorso;
– ricorrente –

1

contro

PAINI MARIO (c.f. PNAMRA30E02L781Q), elettivamente
domiciliato in ROMA, VIA DEI SAVORELLI 11, presso
l’avvocato CHIOZZA ANNA, che lo rappresenta e
difende unitamente agli avvocati CLEMENTI PIETRO,

MAURIZIO, SEVERINO FEDERICA, CAMPOSTRINI PAOLA,
giusta procura in calce al controricorso;
– controri correnti contro

DOLCINI NORMA, PAINI MIRELLA, CONCORDATO PREVENTIVO
INDUSTRIE PAMA S.P.A., INDUSTRIE PAMA S.P.A. IN
LIQUIDAZIONE;
– intimati –

avverso la sentenza n.

786/2008 della CORTE

D’APPELLO di VENEZIA, depositata il 05/06/2008;
udita la relazione della causa svolta nella
pubblica udienza del 11/12/2013 dal Consigliere
Dott. FRANCESCO ANTONIO GENOVESE;

BERNARDINO CLEMENTI, CLEMENTI GIUSEPPE, TOLENTINATI

udito, per la ricorrente, l’Avvocato GIGLI GIUSEPPE
che si riporta;
udito, per il controricorrente, l’Avvocato CHIOZZA
ANNA che si riporta;
udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore
Generale Dott. ROSARIO GIOVANNI RUSSO che ha

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concluso per l’accoglimento del primo e quarto motivo del
ricorso, assorbiti gli altri.
Rilevato

che il Banco Popolare Soc. Coop. (già Banco

Popolare di Verona e Novara s.c. a r.1.) ha proposto

ricorso per cassazione avverso la sentenza della Corte
d’Appello di Venezia che ha respinto il suo gravame contro
la decisione del Tribunale di Verona che, a sua volta,
aveva respinto la domanda di risarcimento danni proposta,
ai sensi dell’art. 2449 c.c. ovvero dell’art. 2335 c.c.,
nei confronti degli amministratori (Mario e Mirella Paini
e Mario Amadori) della società Pama spa (oltre che dei
sindaci, per i quali è successivamente intervenuta la
rinuncia agli atti del giudizio), nonché nei riguardi
della stessa società, in persona del liquidatore e in
concordato preventivo;

(7

che, secondo la Banca, la società aveva beneficiato di un
maggiore finanziamento, da essa concesso, sulla base di
una situazione patrimoniale falsa o non veritiera e benché
fossero maturati i presupposti di legge perché essa
deliberasse il proprio scioglimento, per l’integrale
perdita del capitale sociale;
che la Corte d’Appello di Venezia aveva, ingiustamente,
respinto il proprio ricorso,

proposto contro gli

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amministratori, dichiarando inammissibili tre dei quattro
profili d’impugnazione e infondato il quarto;
che, in particolare, la Corte territoriale, premesso (a p.
14) che la Banca aveva censurato “sostanzialmente la

sentenza attraverso la critica alle valutazioni, fatte
proprie dal Tribunale, del consulente d’ufficio”, ha
osservato che l’appellante non aveva ” in alcun modo
precisato le ragioni per le quali le argomentazioni del
primo giudice in ordine all’insussistenza del primo
profilo di responsabilità (l’asserita violazione del
disposto dell’art. 2449 c.c.) fossero errate,” atteso che
il Tribunale aveva escluso la perdita del capitale sociale
richiamando l’ammontare del patrimonio netto; (/
che, in ordine al secondo profilo di responsabilità
(l’asserita violazione del disposto dell’art. 2395 c.c.),
la Corte d’Appello di Venezia ha ritenuto inammissibile il
gravame per la mancata censura della

ratio decidendi

contenuta nella sentenza di prime cure che, contrariamente
a quanto ritenuto dall’appellante, non sarebbe stata
consistita nell’irragionevole “posta per fondo rischi su
crediti per un ammontare inferiore di quattro volte a
quello dei crediti in sofferenza”, circostanza non negata
affatto dal Tribunale, quanto nella evidenziazione di
detto dato nella relazione di accompagnamento al bilancio
e, quindi, nella sua piena percepibilità da parte della
4

Banca, cosicché nella vicenda sarebbe “difetta(to)

un

qualche rilievo causale nelle determinazioni dello stesso
Istituto”;
che tutto l’appello sarebbe stato generico in quanto

mancante di una ” specifica articolazione degli errori in
cui sarebbe caduto il primo giudice” e sostanzialmente
consistente nella prospettazione della conclusione che il
bilancio della società, finanziata dall’Ente creditizio,
al 31/12/1986, era ingannevole e, perciò, decisivo
nell’indurre la Banca a concedere l’affidamento;
che esso era infondato nella parte in cui denunciava che
le

perdite,

conseguenti

dell’arbitrato internazionale,

all’esito

sfavorevole

non avrebbero mai potuto

giustificare la differenza tra la situazione patrimoniale
al 30/6/1987, rispetto a quella al 31/12/1986, in quanto
come poteva evincersi dalle affermazioni contenute
nella nuova CTU, disposta nel corso del giudizio di
appello – vi erano state assicurazioni in ordine all’esito
positivo del giudizio onde la perdita non era stata
considerata ” e non avrebbe potuto esserlo, posto che il
lodo fu pronunciato solo nel luglio 1987 e che anche per
tale posta varrebbero le ragioni sopra esposte a proposito
della doglianza relativa al profilo di responsabilità di
cui all’art. 2395 c.c.;

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che la Corte territoriale aveva, ingiustamente, respinto
il ricorso proposto anche contro il liquidatore del
concordato della società;
che secondo la sentenza d’appello andava respinto anche

l’appello volto all’accertamento di un credito inferiore a
quello iniziale, contro la società in concordato, per
difetto dell’interesse del creditore, diversamente che il
debitore;
che, con ricorso, articolato su quattro motivi, la Banca
chiede la cassazione con rinvio della sentenza impugnata;
che resiste, con controricorso, il solo Paini Mario;
che, in prossimità dell’udienza, sia il ricorrente che il
resistente hanno depositato, ai sensi dell’art. 378
c.p.c., memorie contenenti note illustrative.

Considerato che la Banca ricorrente ha dedotto, anzitutto,
l’erronea e falsa applicazione dell’art. 342 c.p.c. in
relazione all’art. 360, comma 1, nn. 3 e 4 c.p.c., in
riferimento ai primi tre profili della motivazione
contenuti nella sentenza d’appello, atteso che, la critica
alla CTU svolta nell’atto di appello, era stata sviluppata
dopo aver sottolineato “che il Tribunale di Verona aveva
rigettato la domanda della Banca sulla premessa della
condivisione delle risultanze della CTU, come si evince a

6

p. 17 della sentenza di primo grado” (pp. 47-8 del ricorso
per cassazione);
che la ricorrente ha quindi riportato il testo letterale
delle sue censure alla CTU, posto a base della decisione

di primo grado, e del quale la Corte territoriale non
avrebbe tenuto alcuna considerazione, con particolare
riferimento alle critiche metodologiche sviluppate dal CTP
(in ordine alla mancata individuazione della categoria
delle cd. Poste congetturate, nell’ambito delle poste
stimate e contrapposte alle poste certe) ed ai risultati a
cui, per tali difetti, era pervenuto il CTU
(sottovalutazione di componenti negative, con riferimento
al fondo svalutazione crediti e capitalizzazioni
improprie; sopravvalutazione di componenti positive, con
riferimento alle giacenze di magazzino e attività
intangibili);
che, all’esito dello svolgimento delle argomentazioni
poste a base del motivo di impugnazione, la ricorrente ha
posto a questa Corte il seguente quesito di diritto:
premesso di aver svolto censure specifiche nell’atto di
appello avverso la metodologia ed i risultati ottenuti dal
CTU, se l’onere di indicare i motivi specifici di
impugnazione ai sensi dell’art. 342 c.p.c. sia assolto
attraverso un’esposizione chiara ed univoca, anche se
sommaria, dei motivi d’impugnazione, che consentano al
7

giudice di individuare le ragioni per le quali
l’appellante assume l’erroneità della sentenza impugnata e
se la Corte d’Appello di Venezia sia incorsa nella
violazione dell’art. 342 c.p.c. per non aver considerato
ammissibili i motivi d’impugnazione proposti dal Banco in

quanto ritenuti generici;
che la Banca deduce altresì, con il secondo mezzo, la
violazione e falsa applicazione dell’art. 112 c.p.c. in
relazione all’art. 360, comma 1, nn. 3 e 4 c.p.c. per non
essersi la Corte d’appello pronunciata, nonostante la
specifica articolazione di critiche metodologiche e di
contenuto alle risultanze della CTU, su tali censure,
ponendo il seguente quesito di diritto: premesso di aver
svolto censure specifiche nell’atto di appello avverso la
metodologia ed i risultati ottenuti dal CTU, se ai sensi
dell’art. 112 c.p.c. la Corte d’Appello do Venezia fosse
tenuta ad esaminare tali specifici motivi di impugnazione
dedotti dall’appellante e se la detta Corte d’Appello sia
incorsa nella violazione dell’art. 112 c.p.c. per non aver
esaminato i motivi d’impugnazione proposti dal Banco in
quanto ritenuti generici;
che, con il terzo motivo, con il quale si deduce la
violazione e falsa applicazione dell’art. 112 c.p.c. in
relazione all’art. 360, comma 1, nn. 4 e 5 c.p.c. per non
essersi la Corte d’appello pronunciata, nonostante la
8

specifica domanda in ordine alla

responsabilità degli

amministratori ai sensi degli artt. 2449 e 2395 c.c., come
emersa dalla disposta CTU in secondo grado, e su tali
censure, ponendo il seguente quesito di diritto: premesso
di aver svolto la domanda di accertamento e condanna degli

amministratori ai sensi degli artt. 2449 e 2395 c.c., se,
ai sensi dell’art. 112 c.p.c., la Corte d’Appello di
Venezia fosse tenuta ad esaminare tali domande e
conclusioni proposte in riforma della sentenza di primo
grado e se la detta Corte d’Appello sia incorsa nella
violazione dell’art. 112 c.p.c. per non aver esaminato ed
essersi pronunciato su tali domande;
che la Banca deduce altresì, con il quarto mezzo,
omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione circa
un punto decisivo della controversia ex art. 360, comma 1,
n. 5, c.p.c., in relazione alla disattesa affermazione di
responsabilità degli amministratori compiuta dalla Corte
territoriale in relazione alla rilevata (anche dal CTU
dell’appello) mancata appostazione di un fondo rischi per
l’esito di un giudizio arbitrale in sede internazionale,
effettivamente conclusosi, nel corso dell’anno 1987 con
una condanna (al pagamento della ragguardevole somma di £
7.885.000.000), nonostante le assicurazioni dei legali
difensori della società;

9

che la motivazione adottata dalla Corte territoriale
sarebbe contraddittoria sotto una duplicità di profili: a)
sia perché il CTU aveva si rilevato l’esistenza di
rassicurazioni da parte dei legali della società, ma aveva
poi osservato che, a fronte dell’entità della potenziale

perdita (pari al 30% del fatturato), era necessario
appostare fin nel bilancio 1986 un adeguato stanziamento,
alla luce del criterio di prudenza; che, in relazione a
tale osservazione, non poteva la Corte, come ha affermato,
far riferimento alle sole assicurazioni dei legali,
ignorando le altre considerazioni svolte dal CTU e far poi
riferimento al fatto che il lodo era stato emesso solo nel
1987 se lo stesso CTU aveva riferito la necessità
dell’appostazione fin dal 1986;

b)

sia perché la Corte,

nel fare riferimento alla pronuncia arbitrale del 1987
aveva comunque e contraddittoriamente asserito che la
questione atteneva all’<> ritenendo poi da condividere il comportamento
degli amministratori che avevano poi escluso in concreto
proprio la futura perdita; che, nel non censurare il
comportamento degli amministratori, i giudici di appello
richiamano l’elaborato del secondo CTU, ossia di quello
nominato proprio nel giudizio di gravame, alle cui
affermazioni, però, essi hanno dato, ingiustificatamente,
rilievo solo in parte, avendo immotivatamente privilegiato
solo quella relativa alle positive assicurazioni date alla
società dai suoi legali, senza prendere in considerazione
(anche solo a fini critici) l’altra parte del ragionamento
peritale, quella con il quale il CTU ha criticato il
comportamento della società, nonostante tali
rassicurazioni, per non aver prudenzialmente appostato
l’eventualità (poi verificatasi) della perdita;
che la motivazione in ordine a tale questione, da parte
della Corte territoriale si rileva, in conclusione,
apodittica, insufficiente e contraddittoria nelle sue

affermazioni, onde la necessità di un suo riesame che,
14

tenendo conto di tutte le acquisizioni processuali,
incluso la relazione peritale sul punto, nella sua
integrità, verifichi
Accoglie il quarto motivo, dichiarato inammissibile il

cassa e rinvia anche per le spese ad altra sez CA Venezia
Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della 1
sezione civile della Corte di cassazione, 1’11 dicembre
2013, dai magistrati sopra indicati.

primo e respinti il secondo ed il terzo,

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