Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 18973 del 27/09/2016


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Cassazione civile sez. III, 27/09/2016, (ud. 06/05/2016, dep. 27/09/2016), n.18973

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. ARMANO Uliana – Presidente –

Dott. SESTINI Danilo – Consigliere –

Dott. SCARANO Luigi Alessandro – Consigliere –

Dott. RUBINO Lina – Consigliere –

Dott. ROSSETTI Marco – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 24764/2013 proposto da:

G.M., (OMISSIS), domiciliato in ROMA, CORSO TRIESTE 173,

presso lo studio dell’avvocato LILIANA TERRANOVA, rappresentato e

difeso dall’avvocato ANTONINO CATALANO giusta procura speciale in

seno al ricorso;

– ricorrente –

contro

GAMOCO SAS DI G.E.A., in persona del suo legale

rappresentante pro tempore, sig.ra M.A., elettivamente

domiciliata in ROMA, VIA DEGLI SCIALOJA, 3, presso lo studio

dell’avvocato FRANCESCO VACCARO, rappresentato e difesa

dall’avvocato DANIELA FERRARA giusta procura speciale a margine del

controricorso;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 379/2013 della CORTE D’APPELLO di PALERMO,

depositata il 20/03/2013;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

06/05/2016 dal Consigliere Dott. MARCO ROSSETTI;

udito l’Avvocato ANNINA ADDESI per delega;

udito l’Avvocato NILO PANIO per delega;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

CELESTE Alberto, che ha concluso per l’inammissibilità del ricorso,

in subordine rigetto.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

1. La Gamoco s.a.s., che aveva concesso in locazione a G.M. un immobile sito in (OMISSIS), destinato ad uso non abitativo, nel (OMISSIS) intimò al conduttore sfratto per morosità.

L’intimato vi si oppose adducendo di avere pagato i canoni con un vaglia postale; che tale forma di pagamento fu resa necessaria dalla sopravvenuta irreperibilità del locatore; che se il pagamento a mezzo vaglia no andò a buon fine, ciò era dovuto a fatto del locatore, il quale dopo avere mutato domicilio non gli aveva comunicato il nuovo indirizzo.

2. Il Tribunale di Palermo con sentenza 7.2.2011 n. 5297:

-) dichiarò risolto per inadempimento del conduttore il contratto di locazione;

-) dichiarò cessata la materia del contendere con riferimento alla domanda di pagamento dei canoni arretrati, dovuti per il periodo (OMISSIS);

-) condannò il conduttore al rilascio dell’immobile ed al pagamento degli interessi di mora sui canoni pagati in ritardo.

3. La sentenza venne appellata da G.M..

La Corte d’appello di Palermo con sentenza 20.3.2013 n. 379 rigettò il gravame, osservando che:

-) il pagamento del canone per mezzo di vaglia postale non costituisce esatto adempimento;

-) le prove chieste dal conduttore, per dimostrare l’incolpevolezza del proprio inadempimento (ovvero l’impossibilità di pagare il canone altrimenti, per irreperibilità del conduttore) non erano rilevanti.

4. La sentenza d’appello è stata impugnata per cassazione da G.M., con ricorso fondato su due motivi.

Ha resistito la Gamoco s.a.s. con controricorso.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

1. Il primo motivo di ricorso.

1.1. Col primo motivo di ricorso il ricorrente lamenta che la sentenza impugnata sarebbe affetta sia da un vizio di violazione di legge, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 3 (si lamenta, in particolare, la violazione dell’art. 111 Cost.; artt. 115 e 244 c.p.c.); sia da “contraddittorietà di motivazione” (al presente giudizio, tuttavia, si applica l’art. 360 c.p.c., n. 5, nel testo modificato dal D.L. 22 giugno 2012, n. 83, art. 54, convertito nella L. 7 agosto 2012, n. 134).

Deduce, al riguardo, che la Corte d’appello avrebbe illegittimamente rigettato le prove per testi da lui richieste. Spiega che con tali prove intendeva dimostrare di avere cercato di pagare i canoni, come di consueto, in contanti alla persona indicata dal locatore (tale M.F.), ma di avere ricevuto un rifiuto: e che di conseguenza il suo preteso inadempimento (ovvero la scelta di pagare con vaglia postale) non poteva considerarsi colpevole.

1.2. Il motivo è inammissibile, perchè non pertinente rispetto alla reale ratio decidendi posta a fondamento della sentenza impugnata.

G.M. chiese di provare per testimoni, tra le altre, tre circostanze:

(a) che la persona incaricata dal locatore di ricevere il pagamento canone non rilasciò alcuna quietanza al conduttore nei mesi di maggio e giugno (secondo capitolo, secondo la numerazione adottata dall’odierno ricorrente);

(b) che il conduttore chiese ripetutamente alla suddetta persona se il locatore le avesse consegnato le quietanze di pagamento del canone (terzo capitolo, secondo la numerazione adottata dall’odierno ricorrente);

(c) che il conduttore chiese all’incaricato del locatore “di pagare i canoni e ottenne un rifiuto” (quarto capitolo, secondo la numerazione adottata dall’odierno ricorrente).

I capitoli (a) e (b) (secondo e terzo capitolo, secondo la numerazione del ricorrente) son stati reputati dalla Corte d’appello irrilevanti, “perchè oggetto del decidere non è se (il locatore) abbia rilasciato le ricevute per i canoni dei mesi di maggio e giugno”.

La Corte d’appello, in definitiva, sui due capitoli di prova testimoniale richiesti dall’odierno ricorrente formulò due giudizi differenziati: i capitoli (a) e (b) vennero reputati irrilevante, il capitolo (c) generico.

Il primo motivo di ricorso censura solo la prima ratio decidendi, spiegando per quali ragioni i capitoli di prova chiesti dall’attore non erano irrilevanti ai fini del decidere. Non censura, tuttavia, la valutazione di genericità compiuta dalla Corte d’appello; valutazione che appare comunque corretta, dal momento che:

(-) nel quarto capitolo di prova testimoniale non sono indicati nè date, nè luoghi in cui i fatti da provare sarebbero avvenuti;

(-) la facoltà del giudice di chiedere chiarimenti e precisazioni ex art. 253 c.p.c., di natura esclusivamente integrativa, non può tradursi in un’ inammissibile sanatoria della genericità e delle deficienze dell’articolazione probatoria (Sez. 3, Sentenza n. 3280 del 12/02/2008, Rv. 601895);

(-) il giudizio sulla sussistenza dei presupposti di ammissibilità di una prova non è censurabile in sede di legittimità (Sez. 3, Sentenza n. 1728 del 04/07/1966, Rv. 323369).

2. Il secondo motivo di ricorso.

2.1. Anche col secondo motivo il ricorrente lamenta che la sentenza impugnata sarebbe affetta sia da un vizio di violazione di legge, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 3 (si lamenta, in particolare, la violazione dell’art. 1375 c.c.); sia dal vizio di omesso esame d’un fatto controverso, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 5 (nel testo modificato dal D.L. 22 giugno 2012, n. 83, art. 54, convertito nella L. 7 agosto 2012, n. 134).

Deduce che la Corte d’appello non si sarebbe pronunciata sul motivo d’appello col quale il conduttore lamentava che il locatore si era comportato in mala fede. Espone che il locatore, non essendo riuscito ad evitare che il contratto si rinnovasse automaticamente, aveva cercato di svincolarsi dallo stesso rifiutando il pagamento del canone e cambiando sede senza informarne il conduttore, al fine di provocarne “artificialmente” la mora. Soggiunge di avere dedotto tali circostanze come motivo d’appello, e che la Corte d’appello le trascurò.

2.2. Il motivo è infondato.

La decisione della Corte d’appello si incentra sui seguenti assunti:

(a) è onere della parte inadempiente dimostrare che l’inadempimento è dovuto a causa non imputabile;

(b) era onere, quindi, di G.M. dimostrare la veridicità delle circostanze di fatto da lui dedotte quali cause giustificative dell’inadempimento (così la sentenza impugnata, p. 3, penultimo capoverso);

(c) G.M. non aveva fornito al riguardo “idonea prova”.

Non è dunque esatto che la Corte d’appello non abbia esaminato il motivo d’appello col quale si deduceva la contrarietà a buona fede della condotta della locatrice Gamoco.

La Corte d’appello ha, più semplicemente, ritenuto indimostrata l’esistenza della condotta che il ricorrente ritiene in mala fede. Sicchè, non essendo stata dimostrata in facto quella condotta, la Corte d’appello non era tenuta a valutarne in iure la qualificabili in termini di buona o mala fede.

3. Le spese.

Le spese del presente grado di giudizio vanno a poste a carico del ricorrente, ai sensi dell’art. 385 c.p.c., comma 1 e sono liquidate nel dispositivo.

P.Q.M.

la Corte di cassazione, visto l’art. 380 c.p.c.:

(-) rigetta il ricorso;

-) condanna G.M. alla rifusione in favore di Gamoco s.a.s. delle spese del presente grado di giudizio, che si liquidano nella somma di Euro 2.200, di cui Euro 200 per spese vive, oltre I.V.A., cassa forense e spese forfettarie D.M. 10 marzo 2014, n. 55, ex art. 2, comma 2;

(-) dà atto che sussistono i presupposti previsti dal D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, per il versamento da parte di G.M. di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per l’impugnazione.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Terza Civile della Corte di Cassazione, il 6 maggio 2016.

Depositato in Cancelleria il 27 settembre 2016

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