Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 18972 del 27/09/2016


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Cassazione civile sez. III, 27/09/2016, (ud. 06/05/2016, dep. 27/09/2016), n.18972

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. ARMANO Uliana – Presidente –

Dott. SESTINI Danilo – Consigliere –

Dott. SCARANO Luigi Alessandro – Consigliere –

Dott. RUBINO Lina – rel. Consigliere –

Dott. ROSSETTI Marco – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 25987/2013 proposto da:

S.A., (OMISSIS), C.I. (OMISSIS),

S.R. (OMISSIS), S.G. (OMISSIS), S.M.C.

(OMISSIS), S.L. (OMISSIS), elettivamente domiciliati in

ROMA, VIA CALABRIA 56, presso lo studio dell’avvocato GIOVANNI

D’AMATO, rappresentati e difesi dall’avvocato NICOLA PELOSI giusta

procura speciale a margine del ricorso;

– ricorrenti –

contro

F.M.P., F.C., F.V.;

– intimati –

nonchè da:

F.V., F.C., F.M.P., elettivamente

domiciliati in ROMA, VIALE GIULIO CESARE 14 A-4, presso lo studio

dell’avvocato GABRIELE PAFUNDI, che li rappresenta e difende

unitamente all’avvocato QUIRINO CIANCIARUSO giusta procura speciale

in calce al controricorso e ricorso incidentale;

– ricorrenti incidentali –

contro

S.R. (OMISSIS), C.I. (OMISSIS),

S.G. (OMISSIS), S.M.C. (OMISSIS), S.L.

(OMISSIS), S.A. (OMISSIS), F.C., F.V.;

– intimati –

avverso la sentenza n. 2313/2013 della CORTE D’APPELLO di NAPOLI,

depositata il 20/06/2013;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

06/05/2016 dal Consigliere Dott. LINA RUBINO;

udito l’Avvocato NICOLA PELOSI;

udito l’Avvocato GABRIELE PAFUNDI;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

CELESTE Alberto, che ha concluso per il rigetto del ricorso

principale, assorbito l’incidentale.

Fatto

I FATTI

S.R., G., M.C., L., A. e C.J. proponevano domanda di risoluzione per morosità di un contratto di locazione asseritamente concluso dal loro dante causa D.N. nei confronti di F.M..

Il Tribunale di Nola dapprima nel 2004 emetteva ordinanza provvisoria di rilascio; nel 2010, all’esito del giudizio di primo grado, rigettava la domanda dei ricorrenti (ancorchè affermasse risultare la prova della loro legittimazione attiva in quanto proprietari dei cespiti) ritenendo che mancasse la prova dell’esistenza di un contratto di locazione. Nonostante il rigetto, non provvedeva però a revocare l’ordinanza di rilascio. Il tribunale dichiarava altresì inammissibile la domanda proposta dalla intervenuta Co.Gi., moglie del F. la quale, assumendo di essere proprietaria dell’immobile e di occuparlo con il marito, chiedeva si accertasse h proprietà dell’immobile in suo favore, perchè introdotta con intervento tardivo, e rigettava la domanda di risarcimento danni ex art. 96 c.p.c., proposta dai convenuti.

Proponevano appello F.M.P. e C., eredi di F.M. e della Co., ed appello incidentale i S. – C.. Previa integrazione del contraddittorio nei confronti del coerede degli appellanti F.V., la Corte d’Appello di Napoli, con la sentenza qui impugnata:

– in primo luogo rigettava l’appello dei F. relativo alla questione della proprietà dell’immobile, confermando che la domanda proposta con atto di intervento dalla Co. era tardiva, ed osservando che comunque il rapporto tra conduttore e locatore ha natura personale (e quindi irrilevanti erano gli aspetti proprietari nell’ambito di una controversia che aveva ad oggetto un contratto di locazione);

– rigettava anche l’appello incidentale dei S. – C. volto alla risoluzione del contratto di locazione per morosità, confermando che dalle risultanze istruttorie non emergesse una prova sufficiente dell’esistenza di un rapporto di locazione tra il dante causa dei S. – C. e F.M.;

– accoglieva invece il secondo motivo dell’appello principale F., volto alla restituzione dell’immobile, affermando che non si trattasse di domanda proposta per la prima volta in appello, in quanto la restituzione dell’immobile era consequenziale alla caducazione della ordinanza di rilascio, a sua volta derivante dal rigetto della domanda di sfratto per morosità, e ordinava la restituzione dell’immobile contestato ai F.. Affermava che non si giustificasse il mantenimento del godimento in capo ai S. – C. in virtù della loro qualità di proprietari, non essendo stato mai dedotto questo titolo a fondamento della domanda volta a recuperare la disponibilità dell’immobile, ma l’esistenza di un – non provato – contratto di locazione.

S.R., G., M.C., L., A. e C.J. propongono ricorso per cassazione nei confronti di F.M.P., F.V. e F.C., per la cassazione della sentenza n. 2313/2013, depositata dalla Corte d’Appello di Napoli in data 20.6.2013, non notificata.

Resistono con controricorso contenente anche ricorso incidentale i F..

I ricorrenti hanno prodotto memoria.

Diritto

LE RAGIONI DELLA DECISIONE

I ricorrenti S. e C. denunciano la violazione e falsa applicazione degli artt. 2907 e 2967 c.c., artt. 100, 345 e 416 c.p.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., nn. 5 e 3, laddove la sentenza impugnata ha ritenuto che non fosse tardiva la domanda di restituzione dell’immobile, proposta dalla Co. solo in appello, in quanto consequenziale alla caducazione della ordinanza di rilascio emessa in corso di causa dal primo giudice in favore dei S., a sua volta derivante dal rigetto della domanda di sfratto.

Sostengono che il diritto alla restituzione dell’immobile, benchè derivante dalla riforma o dalla revoca della ordinanza di rilascio, deve essere oggetto di una domanda distinta, per quanto accessoria.

In più aggiungono che gli eredi versano nella stessa posizione processuale della parte cui subentrano, e quindi non possono far valere domande mai proposte dalla parte originaria e contraddittorie con la linea difensiva da questa adottata (avendo il F. M. originariamente affermato la sua estraneità all’immobile, negandone il possesso e dichiarando di non averlo mai occupato, e non avendo mai egli chiesto la restituzione del bene nel giudizio di primo grado, pur avendo subito l’esecuzione della ordinanza di rilascio fin dal 2004).

I ricorrenti sostengono:

1) Che la domanda di restituzione dell’immobile, benchè consequenziale alla caducazione dell’ordinanza di rilascio, non poteva essere proposta per la prima volta in appello e non avrebbe potuto di conseguenza essere presa in considerazione dalla corte d’appello;

2) Che i F. non avrebbero potuto proporre domanda di restituzione dell’immobile perchè contrastante con la linea difensiva anche in fatto assunta dal loro dante causa, che aveva negato l’esistenza di un contratto di locazione ed anche di essere nella disponibilità dell’immobile. Sotto questo secondo profilo, il motivo di ricorso non può essere preso in considerazione per violazione dell’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6, perchè i ricorrenti non consentono di verificare quale fosse l’effettiva linea difensiva assunta dalla controparte in primo grado, non specificando se i documenti ai quali fanno riferimento, e dai quali estrapolano brevi frasi, siano stati in questa sede nuovamente depositati, per consentire a questa Corte un controllo diretto.

La questione sottoposta all’attenzione della Corte è quindi se la domanda di restituzione di un immobile al suo occupante, dopo il rigetto della domanda di sfratto per morosità la cui ordinanza provvisoria di rilascio abbia però avuto esecuzione, debba proporsi con autonoma domanda tempestivamente proposta per poter essere presa in considerazione o se la pronuncia di restituzione sia consequenziale all’avvenuta caducazione della ordinanza di rilascio, e, soprattutto, al rigetto nel merito della domanda di sfratto, quindi se il giudice, ove non abbia provveduto in primo grado, possa legittimamente pronunciarne la restituzione in favore degli originati occupanti anche se una esplicita domanda in tal senso sia stata proposta – come nella specie – per la prima volta in appello.

Il motivo è infondato.

La corte d’appello ha disposto la restituzione dell’immobile al legittimo detentore, atteso che con l’esecuzione dell’ordinanza provvisoria di rilascio esso è stato consegnato al soggetto che poi si è accertato, all’esito del giudizio di merito, non aver diritto su di esso.

Ciò in applicazione del principio di diritto secondo il quale l’art. 336 c.p.c. (nel testo novellato dalla L. 26 novembre 1990, n. 353, art. 48), disponendo – al fine di scoraggiare impugnazioni dilatorie – che la riforma o la cassazione estende i suoi effetti ai provvedimenti ed agli atti dipendenti dalla sentenza riformata o cassata, comporta che, non appena sia pubblicata la sentenza di riforma, vengono meno immediatamente sia l’efficacia esecutiva della sentenza di primo grado, sia l’efficacia degli atti o provvedimenti di esecuzione spontanea o coattiva della stessa, rimasti privi di qualsiasi giustificazione, con conseguente obbligo di restituzione delle somme pagate e di ripristino della situazione precedente. Ne consegue ulteriormente che, nel giudizio di appello, non solo non configura una domanda nuova la richiesta di restituzione di un immobile rilasciato (ovvero, come nella specie, di accertamento che il rilascio è avvenuto sulla base di un titolo annullato), ma il ripristino può essere disposto anche di ufficio dal giudice, il quale ha il potere di adottare direttamente i provvedimenti a tal fine necessari, non diversamente da quanto accade nella situazione disciplinata dall’art. 669 novies c.p.c., in cui il giudice, nel dichiarare l’inefficacia del provvedimento cautelare, deve dare direttamente le disposizioni necessarie a ripristinare la situazione precedente (Cass. n. 15220 del 2005).

Nel controricorso i F. si riportano anche fatti esterni a quelli dell’odierno procedimento: si fa riferimento alla pendenza di altri due procedimenti promossi dalla Co. e dal figlio di questa, avv. F.V., volti all’accertamento della proprietà dell’immobile (un giudizio di usucapione e una opposizione di terzo ex art. 404 c.p.c.) ed affermano che si sarebbe dovuto tener conto del contegno processuale tenuto dall’avv. F. negli altri giudizi nonchè del fatto che il F. era proprietario dell’immobile o quanto meno titolare di un possesso ad usucapionem. Essi hanno inoltre a depositato una sentenza del 2015, emessa dal tribunale di Nola negli altri due giudizi riuniti pendenti tra le parti e relativi sempre allo stesso immobile (un giudizio di usucapione e un giudizio di opposizione di terzo ex art. 404 c.p.c., citati dai controricorrenti) che ha accertato:

– che la Co.Gi., ha acquistato per usucapione la proprietà dell’immobile;

– che la stessa era già proprietaria allorchè nel (OMISSIS) ne trasferiva la proprietà nuda al figlio F.V.;

di conseguenza, ha accolto l’opposizione di terzo da questo proposta avverso la sentenza n. 2685/2010 del tribunale di Nola (ovvero la sentenza di primo grado all’origine del presente giudizio), in quanto idonea a pregiudicarlo.

Affermano di aver proposto ricorso incidentale, e chiedono che in accoglimento del ricorso incidentale si riformi la sentenza impugnata nella parte motiva, dando atto del fatto che il F. è l’effettivo proprietario dell’immobile della cui disponibilità si discute: il ricorso incidentale, neppure esplicitamente formulato, con il quale non si denuncia una violazione di legge nella sentenza impugnata, nè si chiede una modifica del decisum ma soltanto della motivazione, deve ritenersi inammissibile.

In ragione della soccombenza reciproca, le spese del giudizio di cassazione possono essere compensate.

Atteso che il ricorso per cassazione è stato proposto in tempo posteriore al 30 gennaio 2013, ed in ragione della soccombenza del ricorrente, la Corte, ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento da parte del ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso principale, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

PQM

La Corte rigetta il ricorso principale, dichiara inammissibile il ricorso incidentale. Compensa le spese di giudizio tra le parti.

Dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento da parte del ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso principale.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Corte di Cassazione, il 6 maggio 2016.

Depositato in Cancelleria il 27 settembre 2016

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