Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 18956 del 31/07/2017


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Cassazione civile, sez. III, 31/07/2017, (ud. 26/05/2017, dep.31/07/2017),  n. 18956

 

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. VIVALDI Roberta – Presidente –

Dott. SESTINI Danilo – Consigliere –

Dott. SCODITTI Enrico – rel. Consigliere –

Dott. CIRILLO Francesco Maria – Consigliere –

Dott. D’ARRIGO Cosimo – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 5877-2015 proposto da:

V.A., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA DEGLI

SCIPIONI presso lo studio dell’avvocato (OMISSIS), che lo

rappresenta e difende unitamente all’avvocato ENRICO PASQUINELLI

giusta procura speciale in calce al ricorso;

– ricorrente –

contro

N.F., elettivamente domiciliato in ROMA, VIALE ANGELICO

92, presso studio dell’avvocato ANDREA PIETROLUCCI, che lo

rappresenta e difende unitamente all’avvocato MARCO DE SANTIS giusta

procura speciale a margine del controricorso;

– controricorrente –

e contro

M.D.;

– intimato –

avverso la sentenza n. 995/2014 della CORTE D’APPELLO di BOLOGNA,

depositata il 07/04/2014;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

26/05/2017 dal Consigliere Dott. ENRICO SCODITTI;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

ALBERTO CARDINO che ha concluso per il rigetto;

udito l’Avvocato ENRICO PASQUINELLI;

udito l’Avvocato MARCO DE SANTIS.

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. V.A. convenne in giudizio innanzi al Tribunale di Modena N.F. e M.D. chiedendo di inibire al N. l’utilizzo dello pseudonimo “(OMISSIS)” e la condanna nei confronti di costui al risarcimento del danno, nonchè nei confronti di entrambi i convenuti la condanna al pagamento delle somme spettanti in base ai contratti del 1 giugno 1991 e 10 settembre 1991 ed in subordine a titolo di arricchimento senza causa. Espose in particolare parte attrice quanto segue.

1.1. L’attore, in qualità di compositore organizzatore, con il N. (cantante bassista) e G.C. (batterista) aveva costituito un gruppo musicale denominato “(OMISSIS)” ed, agendo come unica entità denominata “artista”, il gruppo aveva concluso un contratto con il M., prima il 1 giugno 1991 e successivamente il 10 settembre 1991, in base al quale si conferiva al M., denominato “procuratore”, l’incarico in esclusiva di occuparsi dell’attività artistica dell'”artista”, con obbligo dei mandanti chiamati collettivamente “artista” a non prestare a terzi la propria opera. Con scrittura allegata venne previsto l’obbligo del procuratore di versamento in favore degli artisti delle royalties nella misura indicata. Verso la fine di luglio del 1993 il M. aveva comunicato al V. la volontà sua, del G. e del N. di estrometterlo dal gruppo. A seguito di tale comunicazione l’attore tentò di riprendere l’attività dell’esercizio commerciale di vendita di strumenti musicali di cui era titolare già prima della costituzione del gruppo e che aveva dovuto sacrificare per il nuovo impegno, ma essendo ormai compromessa l’attività commerciale dovette chiudere il negozio. Nel dicembre del 1993 i rapporti con il N. erano ripresi, il V. ricominciò a frequentare la sala di registrazione e gli furono corrisposti Euro 3.000,00 a titolo di royalties, ma successivamente non gli fu versato più nulla.

1.2. Si costituirono le parti convenute chiedendo il rigetto della domanda. Vennero disattesi sia il ricorso cautelare proposto dall’attore che il relativo reclamo.

2. Il Tribunale adito rigettò la domanda. Osservò che lo pseudonimo era tutelabile se corrispondente ad un uso effettivo ed attuale e che da tempo non esisteva più un’entità collettiva denominata “(OMISSIS)”, essendo rimasti del tutto ineseguiti i contratti del 1991 ed avendo la fuoriuscita dal gruppo del N. determinato l’impossibilità della prosecuzione dell’attività artistica del gruppo medesimo.

Aggiunse che al contratto del settembre 1991 si era sovrapposto a distanza di poco più di un mese analogo mandato rilasciato in proprio dal N. al M., con il primo incompatibile in quanto si contemplava il N. quale solista, e che la produzione artistica si era svolta in adempimento del mandato rilasciato dal solista, e non dal gruppo, non più operante. Precisò il Tribunale che il mandato rilasciato dal gruppo si era risolto di diritto, essendo state tutte le pubblicazioni discografiche dall’inizio contrattate ed eseguite per conto del solo N., mentre era previsto che il mandato collettivo si sarebbe risolto ove il M. fosse venuto meno all’obbligo di pubblicare mille copie del primo disco nel primo anno di esecuzione; che l’attore compariva nelle note di copertina dei primi tre dischi, pubblicati a nome del N. sotto lo pseudonimo “(OMISSIS)”, con qualifiche incompatibili con la posizione di contitolarità del progetto artistico e che l’originario mandato collettivo si era quanto meno risolto consensualmente per facta concludentia. Osservò inoltre il Tribunale, quanto alla domanda ai sensi dell’art. 2041 c.c., che le perdite connesse alla cessazione della precedente attività commerciale dell’attore non potevano porsi in relazione causale con l’arricchimento del N. e che l’attività svolta dal V. per conto di quest’ultimo era di personal manager, riconducibile ad un contratto d’opera. La possibilità di proporre l’azione contrattuale di adempimento a tale titolo escludeva quindi il ricorso all’azione generale di arricchimento.

3. Avverso detta sentenza propose appello V.A..

Si costituì N.F. chiedendo il rigetto dell’appello.

4. Con sentenza di data 7 aprile 2014 la Corte d’appello di Bologna rigettò l’appello, disponendo la compensazione delle spese processuali per entrambi i gradi di giudizio. Con riferimento all’invocata applicazione degli artt. 2041 e 2042 c.c. la Corte territoriale fece propria la ratio decidendi della sentenza di primo grado e precisò che l’elemento della “assenza di giusta causa” era incompatibile con la volontarietà della prestazione posta in essere dal depauperato. Aggiunse, circa il motivo di appello secondo cui il rapporto di lavoro di autonomo per il quale era stata esclusa l’azione ai sensi dell’art. 2041 era proprio quello fatto valere dall’attore, che il negozio associativo alla base dell’adempimento della prestazione resa dall’associato nell’ambito del gruppo musicale, equiparabile al conferimento da parte del “socio d’opera”, ed il contratto fra committente e prestatore del richiesto servizio erano titoli non fungibili e che il V. non aveva mai dedotto in giudizio la seconda tipologia contrattuale, avendo fin dal primo grado sempre delineato la causa petendi in termini di vincolo infragruppo, violazione del mandato cumulativo, usurpazione dello pseudonimo ed art. 2041.

Con riferimento all’utilizzo dello pseudonimo “(OMISSIS)” osservò, condividendo gli argomenti del giudice di primo grado circa la necessità dell’attualità ed effettività dell’uso, che il V. fin dal 1993 era stato escluso dal gruppo senza opporre alcuna resistenza e che lo pseudonimo “(OMISSIS)” era ormai nel pubblico per un lasso di tempo sufficientemente lungo riferibile al N., sicchè nessun rilievo aveva la circostanza che in passato era stato utilizzato per individuare un gruppo musicale. Passando quindi alla responsabilità contrattuale, osservò la Corte, premesso di condividere la precisa motivazione di prime cure e che non risultava censurata l’affermazione secondo cui i tre dischi con titoli “(OMISSIS)”, “In te” e “Calore umano” rappresentavano l’attuazione del contratto intercorso fra il solo N. ed il M. con consequenziale sottrazione alla domanda dei relativi introiti, che dai contratti del 1 giugno e del 10 settembre 1991 non emergevano obblighi nei rapporti interni fra gli associati, riguardando solo il rapporto fra il mandatario e l'”artista plurimo” senza alcun vincolo interno fra i membri del gruppo, e che quindi, mancando clausole riguardanti il “trio”, ciascun membro del gruppo poteva recedere ad nutum da un rapporto da ritenere a tempo indeterminato, senza obbligo per il singolo membro di restare al suo interno per avvantaggiare gli altri.

Concluse infine nei seguenti termini: “il voluminoso capitolato per istruttoria orale, riproposto dall’odierna appellante, risulta ridondante e spesso viziato – tanto che ne va sostanzialmente condiviso l’analitico esame cui ha provveduto la difesa di controparte (v. pgg. 30-34 in comp. Risp. Gr. II) – ma, soprattutto, il medesimo appare inidoneo a fornire quel complesso di dati fondamentali che sarebbero serviti per fornire una base “di fatto” convincente alle tesi del V., sostanzialmente prive di supporto documentale; una valutazione positiva in limine, che sarebbe stata necessaria anche in vista delle ulteriori attività richieste, specialmente per giungere a determinare il quantum delle relative pretese, altrimenti apodittiche e senza reali parametri di riferimento”.

5. Ha proposto ricorso per cassazione V.A. sulla base di quattordici motivi. Resiste con controricorso N.F..

E’ stata depositata memoria da parte del ricorrente.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Con il primo motivo si denuncia violazione o falsa applicazione degli artt. 61,101,115,191,210,345,356 c.c., artt. 24 e 111 Cost., artt. 6 e 13 Cedu e art. 47 Carte dei diritti fondamentali dell’UE, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3. Lamenta il ricorrente che il giudice di appello ha aderito acriticamente alle tesi della controparte in ordine alla richiesta di prova orale, laddove invece l’assunzione della prova ove disposta avrebbe comportato l’accoglimento delle domande, e che l’ingiustificata non ammissione dei mezzi istruttori richiesti, anche per quanto riguarda la quantificazione del credito (mediante ordine di esibizione e CTU), non ha consentito al ricorrente di provare la propria pretesa.

2. Con il secondo motivo si denuncia violazione dell’art. 132 c.p.c., n. 4, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4.

Osserva il ricorrente, sempre con riferimento alle istanze istruttorie, che, per non essere stato spiegato quali contestazioni svolte dalla difesa della controparte sarebbero fondate e quali capitoli e per quali ragioni sarebbero viziati, la motivazione è da reputare apparente.

2.1. Il primo ed il secondo motivo, da valutare unitariamente in quanto connessi, sono inammissibili. In tema di prova, spetta in via esclusiva al giudice di merito il compito di individuare le fonti del proprio convincimento, di assumere e valutare le prove, di controllarne l’attendibilità e la concludenza, di scegliere, tra le complessive risultanze del processo, quelle ritenute maggiormente idonee a dimostrare la veridicità dei fatti ad esse sottesi, assegnando prevalenza all’uno o all’altro dei mezzi di prova acquisiti, nonchè la facoltà di escludere anche attraverso un giudizio implicito la rilevanza di una prova, dovendosi ritenere, a tal proposito, che egli non sia tenuto ad esplicitare, per ogni mezzo istruttorio, le ragioni per cui lo ritenga irrilevante ovvero ad enunciare specificamente che la controversia può essere decisa senza necessità di ulteriori acquisizioni (Cass. 13 giugno 2014, n. 13485; 15 luglio 2009, n. 16499).

3. Con il terzo motivo si denuncia omesso esame di fatto decisivo per il giudizio oggetto di discussione fra le parti, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5. Osserva il ricorrente che il giudice di appello ha omesso di esaminare i seguenti fatti storici, decisivi e oggetto di discussione fra le parti: il V. ha eseguito una continuativa attività professionale a favore di (OMISSIS) e del N.; i (OMISSIS) erano un gruppo ed il V. vantava un diritto ad una parte degli utili; il rapporto si è interrotto a causa dell’inadempimento del N.; il rapporto fra il gruppo ed il M. ha avuto inizialmente regolare esecuzione; il V. non ha ricevuto quanto contrattualmente spettantegli; il V. si è impoverito in conseguenza dell’attività esercita dal N..

3. 1. Il motivo è inammissibile. Le circostanze di fatto di cui il ricorrente lamenta l’omesso esame costituiscono in realtà valutazioni di segno contrario rispetto all’apprezzamento che dei fatti di causa ha compiuto il giudice di merito. Mediante la denuncia dell’omesso esame del fatto si mira quindi ad una rivisitazione delle vicende fattuali oggetto del processo, che è profilo non denunciabile nella presente sede di legittimità.

4. Con il quarto motivo si denuncia violazione dell’art. 112 c.p.c., ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4. Osserva il ricorrente che nell’atto di appello era stata censurata l’affermazione del giudice di primo grado secondo cui i tre dischi con i titoli “(OMISSIS)”, “(OMISSIS)” e “(OMISSIS)” rappresentavano l’attuazione del contratto intercorso fra il solo N. ed il M., sicchè gli introiti spettavano al V. anche se i dischi erano stati pubblicati in esecuzione del mandato del solo N. al M., in quanto in tal caso sia il N. che il M. si sarebbero resi inadempienti al mandato collettivo. Aggiunge che per tale ragione il giudice ha omesso di pronunciare sui relativi motivi di appello.

4.1. Il motivo è inammissibile. Effettivamente, limitatamente al disco recante il titolo “(OMISSIS)”, risulta l’impugnazione di quanto riconosciuto dal giudice di primo grado, avendo l’appellante affermato che il disco in questione avrebbe rappresentato l’esecuzione del contratto di mandato collettivo (si veda il passo dell’atto di appello riportato a pag. 102 del ricorso). La censura è tuttavia priva di decisività in quanto resta ferma la ratio decidendi sul punto rappresentata sia dal rinvio per relationem alla motivazione della decisione di primo grado, ed in particolare al rilievo che la produzione artistica si era svolta in adempimento del mandato rilasciato dal solista, sia dalla rilevata carenza di obblighi reciproci fra i membri del gruppo sulla base dei contratti del 1 giugno e del 10 settembre 1991, da cui la possibilità per ciascun membro del gruppo di recedere ad nutum dal gruppo medesimo.

5. Con il quinto motivo si denuncia violazione dell’art. 112 c.p.c., ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4. Lamenta il ricorrente che il giudice di appello ha omesso di pronunciare sul motivo di appello avente ad oggetto la non opponibilità al V. del mandato conferito dal solo N. in quanto privo di data certa.

6. Con il sesto motivo si denuncia violazione dell’art. 2704 c.c., ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3. Lamenta il ricorrente che il giudice di appello non ha considerato che l’art. 2704 vieta che possa essere opposto ad un terzo un contratto privo di data certa.

6.1. Il quinto ed il sesto motivo, da valutare unitariamente in quanto connessi, sono infondati. La disposizione dell’art. 2704 c.c., il quale stabilisce l’inopponibilità della data della scrittura non autenticata nella sua sottoscrizione nè registrata, opera quando dalla scrittura si vogliano, in relazione alla sua data, conseguire gli effetti negoziali propri della convenzione contenuta nell’atto, non già nel caso in cui la scrittura sia invocata come semplice fatto storico, del quale è consentita la prova con qualsiasi mezzo (Cass. 29 gennaio 2010, n. 2030; 24 novembre 2006, n. 24955). Nel caso di specie il mandato conferito dal N. singolarmente rileva quale fatto storico, integrante nella rappresentazione di parte ricorrente l’inadempienza del N. medesimo al mandato conferito dalla parte collettiva.

7. Con il settimo motivo si denuncia violazione degli artt. 1372,1218,1223,1224,1225,1226 e 1453 c.c., ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3. Osserva il ricorrente che il giudice di appello non ha considerato che il N. ed il M. non potevano sciogliersi unilateralmente dal contratto stipulato, nè stipularne uno successivo incompatibile, e che gli stessi non aveva pertanto corrisposto al V. quanto aveva diritto a ricevere in forza dei contratti del giugno e settembre 1991.

8. Con l’ottavo motivo si denuncia violazione dell’art. 112 c.p.c., ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4.

Lamenta il ricorrente che il giudice di appello ha omesso di pronunciare sul motivo di appello avente ad oggetto il mancato riconoscimento dell’inadempimento contrattuale da parte del N. e del M..

9. Con il nono motivo si denuncia violazione degli artt. 1362,1363,1366 e 1372 c.c., ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3.

Alla luce dei criteri del senso letterale, dell’interpretazione coordinata delle clausole, di conservazione del contratto e di buona fede, secondo la tesi del ricorrente, le clausole che prevedono l’indivisibilità degli obblighi assunti dall’artista e l’obbligo del procuratore di versare agli artisti le royalties dovevano intendersi nel senso dell’esistenza di diritti e obblighi reciproci fra i tre membri del gruppo.

9.1. Il settimo, l’ottavo ed il nono motivo, da valutare unitariamente, sono inammissibili. Il settimo e l’ottavo motivo, in particolare, vertono su un presupposto di fatto incompatibile con l’accertamento compiuto dal giudice di merito, il quale è stato nel senso dell’assenza di un vincolo contrattuale del N. nei confronti degli altri due membri della parte collettiva del mandato.

Tale giudizio di fatto può essere impugnato solo nei limiti della denuncia del vizio motivazionale, ovvero nell’impugnazione dell’interpretazione del contratto che emerge dalla decisione impugnata. Quest’ultima è la via intrapresa dal ricorrente con il nono motivo, ma ancora in termini inammissibili.

9.2. L’interpretazione di un atto negoziale è tipico accertamento in fatto riservato al giudice di merito, incensurabile in sede di legittimità, se non nell’ipotesi di violazione dei canoni legali di emeneutica contrattuale, di cui all’art. 1362 c.c. e segg. o di vizio motivazionale. Al fine di far valere una violazione sotto il primo profilo, occorre non solo fare puntuale riferimento alle regole legali d’interpretazione, mediante specifica indicazione dei canoni asseritamente violati ed ai principi in esse contenuti, ma occorre, altresì, precisare in qual modo e con quali considerazioni il giudice del merito se ne sia discostato; con l’ulteriore conseguenza dell’inammissibilità del motivo di ricorso che si fondi sull’asserita violazione delle norme ermeneutiche o del vizio di motivazione e si risolva, in realtà, nella proposta di una interpretazione diversa (Cass. 9 ottobre 2012, n. 17168; 31 maggio 2010, n. 13242; 26 ottobre 2007, n. 22536).

Il ricorrente si è limitato a giustapporre nell’articolazione del motivo una serie di regole di ermeneutica contrattuale e la previsione negoziale avente ad oggetto l’indivisibilità degli obblighi assunti dall’artista e l’obbligo del procuratore di versare agli artisti le royalties. In tal modo però si realizza solo l’astratta contrapposizione dei due termini, la regola legale e la clausola contrattuale, ma non si illustrano i modi mediante cui il giudice di merito, giungendo ad un determinato risultato interpretativo, abbia violato le regole menzionate. Mancando la specifica illustrazione delle modalità e ragioni della violazione denunciata, la censura rifluisce nella mera contrapposizione di un’ipotesi interpretativa al risultato ermeneutico raggiunto dal giudice.

10. Con il decimo motivo si denuncia violazione dell’art. 113 c.p.c., ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3. Osserva il ricorrente che, in applicazione del principio iura novit curia, spetta al giudice qualificare i fatti dedotti in termini di rapporto di natura associativa o contratto di lavoro autonomo e che nella comparsa conclusionale, sia di primo grado che di appello, il V. aveva affermato che il rapporto era riconducibile ad un contratto di lavoro autonomo (contratto d’opera).

10. 1. Il motivo è inammissibile. L’applicazione del principio iura novit curia, previsto dall’art. 113 c.p.c., comma 1, e di cui il ricorrente lamenta la mancata applicazione, fa salva la possibilità per il giudice di assegnare una diversa qualificazione giuridica ai fatti e ai rapporti dedotti in lite, nonchè all’azione esercitata in causa, ricercando le norme giuridiche applicabili alla concreta fattispecie sottoposta al suo esame, e ponendo a fondamento della sua decisione principi di diritto diversi da quelli erroneamente richiamati dalle parti. Tale regola deve essere tuttavia coordinata con il divieto di ultra o extra-petizione, di cui all’art. 112 c.p.c., che viene violato quando il giudice pronunzia oltre i limiti della domanda e delle eccezioni proposte dalle parti, ovvero su questioni non formanti oggetto del giudizio e non rilevabili d’ufficio, attribuendo un bene non richiesto o diverso da quello domandato; resta, in particolare, preclusa al giudice la decisione basata non già sulla diversa qualificazione giuridica del rapporto, ma su diversi elementi materiali che inverano il fatto costitutivo della pretesa (Cass. 24 luglio 2012, n. 12943; 24 giugno 2003, n. 10009).

10.2. Il ricorrente ha dedotto in giudizio un rapporto obbligatorio e dunque un diritto eterodeterminato. Mentre nei diritti c.d. autodeterminati il bene giuridico formante oggetto della domanda è individuabile nella sua essenza indipendentemente dalla causale che ne determina la richiesta, trattandosi in tal caso di diritti (tipico quello di proprietà) che non possono coesistere simultaneamente più volte tra i medesimi soggetti, nei diritti c.d. eterodeterminati invece il bene richiesto acquista determinatezza solo mediante il collegamento con la causale addotta a sostegno della pretesa. In questa seconda ipotesi vengono dedotti diritti (tipicamente di obbligazione) che possono esistere contemporaneamente più volte fra i medesimi soggetti con lo stesso contenuto e che perciò richiedono, quale indispensabile elemento di individuazione, l’allegazione dei fatti costitutivi sui quali essi si fondano. Nel caso dei diritti di credito l’allegazione del fatto costitutivo, in quanto identificativa del diritto, costituisce quindi requisito di validità della domanda e non solo tema di prova (nel caso dei diritti assoluti, identificabili solo sulla base del loro contenuto e non del fatto costitutivo, l’allegazione di quest’ultimo dovrebbe essere sul piano dogmatico solo tema di prova ma diventa anche requisito di validità per volontà del legislatore, il quale prevede all’art. 164 c.p.c., comma 4, la nullità della citazione, se mancante dell’esposizione dei fatti e degli elementi di diritto costituenti le ragioni della domanda, in via generale, senza distinzione fra diritti di credito e diritti assoluti).

Si comprende così perchè mentre nel caso dei fatti costitutivi del diritto viga l’onere di allegazione della parte a pena di nullità della domanda (onere dalla legge esteso anche ai diritti assoluti), nel caso dei fatti impeditivi, modificativi o estintivi del diritto sussista il potere di rilevazione da parte del giudice sulla base del materiale istruttorio legittimamente acquisito secondo le regole processuali, quale espressione del principio generale della normale rilevabilità d’ufficio dell’eccezione e del compito del giudice di pronunciare intorno alla rilevanza giuridica della realtà storica indicata dall’attore, salvo il caso delle eccezioni in senso stretto (Cass. Sez. U. 3 febbraio 1998, n. 1099). Indipendentemente dall’allegazione della parte è sufficiente che il fatto storico integrante l’eccezione in senso lato risulti documentato ex actis (Cass. Sez. U. 7 maggio 2013, n. 10531). L’onere dell’allegazione quale opposizione dell’eccezione, quanto ai fatti impeditivi, modificativi o estintivi del diritto emerge solo con riferimento alle eccezioni in senso stretto, per le quali la legge prevede l’indispensabile iniziativa della parte. Dalla combinazione del principio iura novit curia con quello di corrispondenza tra il chiesto ed il pronunciato discende che il giudice di merito non può esercitare il proprio potere di qualificazione in diritto del fatto in mancanza dell’allegazione del fatto costitutivo del diritto fatto valere (o dell’opposizione dell’eccezione in senso stretto) essendogliene inibito il rilievo d’ufficio per essere l’allegazione a cura della parte requisito di validità della domanda (o di ingresso nel processo del fatto opposto dal convenuto nel caso dell’eccezione in senso stretto – il giudice di legittimità invece può esercitare il potere di qualificazione giuridica nei limiti del fatto per come accertato dal giudice di merito, ferme la necessità che il relativo diritto sia stato fatto valere dalla parte e la non rilevabilità d’ufficio delle eccezioni in senso stretto).

10. 3. Le Sezioni Unite di questa Corte (Cass. Sez. U. 15 giugno 2015, n. 12310) hanno chiarito che il mutamento del fatto costitutivo del diritto dedotto in giudizio costituisce modifica della domanda ammessa se la nuova domanda non si aggiunga a quella iniziale ma la sostituisca e si ponga in rapporto di alternatività rispetto ad essa in quanto tendente a realizzare la medesima vicenda sostanziale, purchè la modifica avvenga nel rispetto del regime delle preclusioni processuali (art. 183 c.p.c.). Anche con riferimento quindi ai diritti di credito, in relazione ai quali il fatto costitutivo rappresenta il criterio di identificazione del contenuto, è ammessa alla stregua delle conclusioni delle Sezioni Unite la modifica della domanda mediante mutamento del fatto costitutivo. La condizione è che il mutamento miri alla tutela di un credito relativo al medesimo bene della vita, che venga individuato mediante un diverso fatto costitutivo. Il diritto resta unico perchè le fattispecie si escludono reciprocamente, non potendo applicarsi entrambe le norme (corrispondenti alle relative fattispecie legali) al medesimo episodio di vita. Il concorso è di fattispecie legali, non di diritti, ed il creditore può dedurre, in relazione al medesimo diritto, un fatto costitutivo alternativo, a condizione che rispetti il sistema di preclusioni processuali. Mentre, ad esempio, in passato si riteneva che, proposta azione contrattuale, era domanda nuova non ammessa quella di ripetizione di indebito (Cass. 13 dicembre 2006, n. 26691), tale conclusione non è più attuale dopo il menzionato arresto delle Sezioni unite, in quanto l’azione di ripetizione non si aggiunge ma sostituisce l’azione contrattuale, realizzando la tutela della medesima vicenda sostanziale (cfr. Cass. 30 settembre 2015, n. 19502), ed in questo senso è modifica legittima della domanda, da effettuare però, si ripete, nel rispetto delle preclusioni processuali.

10. 4. Il principio di diritto che si ricava da quanto precede è il seguente: “ove l’attore alleghi nel corso del giudizio un diverso fatto costitutivo rispetto a quello originariamente dedotto, che comporti la sostituzione della domanda originaria con una nuova domanda ad essa alternativa ed avente ad oggetto il medesimo bene della vita, compete al giudice nell’esercizio del potere di qualificazione del fatto allegato collegarvi il corrispondente effetto giuridico in applicazione dell’art. 113 c.p.c., comma 1, purchè il diverso fatto costitutivo venga allegato nel rispetto del regime delle preclusioni processuali di cui all’art. 183 c.p.c.”.

10. 5. Il ricorrente, mediante l’allegazione del negozio associativo o del contratto d’opera, mira al riconoscimento giuridico della medesima vicenda sostanziale. Negozio associativo e contratto d’opera sono tuttavia qualifiche che presuppongono diversi fatti costitutivi.

Il mutamento del titolo implica la rilevanza di diverse circostanze di fatto. Si tratta di fatti costitutivi avvinti da un nesso di alternatività in quanto relativi ai medesimi bene della vita ed interesse sostanziale. L’integrazione dell’una fattispecie esclude l’operatività dell’altra. L’onere di allegazione del fatto costitutivo diverso, la cui qualificazione compete al giudice, deve essere assolto nel termine di cui all’art. 183 c.p.c.. In mancanza di tempestiva allegazione del fatto costitutivo, non potendo quest’ultimo essere rilevato d’ufficio il giudice non può esercitare il proprio potere di qualificazione dei fatti.

Il ricorrente si è limitato a dedurre di avere nella comparsa conclusionale richiamato il contratto d’opera ma non ha specificatamente indicato (nè tanto meno ne ha indicato le concrete modalità di deduzione) se nel termine previsto dalla preclusione processuale abbia dedotto il fatto costitutivo della prestazione d’opera in favore del N. quale committente, mutando così l’originario fatto costitutivo rappresentato dai contratti del 1 giugno 1991 e 10 settembre 1991 stipulati dalla parte collettiva corrispondente al gruppo musicale. L’esercizio del potere di diretto esame degli atti del giudizio di merito, riconosciuto al giudice di legittimità ove sia denunciato un error in procedendo, presuppone che la parte riporti nel ricorso stesso gli elementi ed i riferimenti atti ad individuare, nei suoi termini esatti e non genericamente, il vizio processuale, onde consentire alla Corte di effettuare, senza compiere generali verifiche degli atti, il controllo del corretto svolgersi dell’iter processuale (fra le tante da ultimo Cass. 13 maggio 2016, n. 9888 e 30 settembre 2015, n. 19410). In mancanza della specificazione se nel termine di cui all’art. 183 c.p.c. sia stata dedotta la fattispecie alternativa a quella dedotta con la domanda originaria, e delle concrete modalità della deduzione, non è pertanto consentito al giudice di legittimità procedere all’accertamento del fatto processuale ai fini della valutazione della censura di violazione del principio iura novit curia.

11. Con l’undicesimo motivo si denuncia violazione degli artt. 2041 e 2042 c.c., ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3.

Osserva il ricorrente che le prestazioni del V. non possono trovare giustificazione in un rapporto affettivo e che non c’è incompatibilità fra assenza di giusta causa e volontarietà della prestazione.

12. Con il dodicesimo motivo si denuncia violazione dell’art. 132 c.p.c., n. 4, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4.

Osserva il ricorrente che, stante l’esclusione dell’azione di arricchimento senza causa sulla base di elementi di giudizio assolutamente insussistenti quali la volontarietà della prestazione, la motivazione è da reputare meramente apparente.

12.1. L’undicesimo ed il dodicesimo motivo, da valutare unitariamente, sono inammissibili. Essi non incidono sulla ratio decidendi della sentenza di primo grado, confermata in appello con il rigetto della relativa censura, rappresentata dall’assenza di residualità dell’azione generale di arricchimento a causa della possibilità per la parte di proporre l’azione di adempimento del contratto d’opera.

13. Con il tredicesimo motivo si denuncia violazione degli artt. 7 e 9 c.c., ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3.

Osserva il ricorrente che il N. non poteva utilizzare la denominazione “(OMISSIS)” senza il consenso degli altri componenti del gruppo, pena l’usurpazione della denominazione artistica del gruppo musicale, attribuendo la norma il diritto all’uso dello pseudonimo solo al gruppo.

13. 1. Il motivo è inammissibile. La censura è priva di decisività in quanto estranea alla ratio decidendi, la quale è nel senso della mancanza di attualità ed effettività dell’uso dello pseudonimo da parte del gruppo quale fatto impeditivo della tutela richiesta.

14. Con il quattordicesimo motivo si denuncia violazione dell’art. 91 c.p.c., ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4.

Osserva il ricorrente che l’accoglimento delle domande del V. impone la condanna dei resistenti al pagamento delle spese dei tre gradi di giudizio.

14.1 Il mancato accoglimento dei motivi precedenti determina l’assorbimento del motivo.

Le spese del giudizio di cassazione, liquidate come in dispositivo, seguono la soccombenza.

Poichè il ricorso è stato proposto successivamente al 30 gennaio 2013 e viene rigettato, sussistono le condizioni per dare atto, ai sensi della L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, che ha aggiunto il comma 1 quater all’art. 13 del testo unico di cui al D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, della sussistenza dell’obbligo di versamento, da parte della parte ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per la stessa impugnazione.

PQM

 

Rigetta il ricorso. Condanna il ricorrente al pagamento, in favore del controricorrente, delle spese del giudizio di legittimità, che liquida in Euro 8.000,00 per compensi, oltre alle spese forfettarie nella misura del 15 per cento, agli esborsi liquidati in Euro 200,00, ed agli accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma del cit. art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, il 26 maggio 2017.

Depositato in Cancelleria il 31 luglio 2017

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