Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 18946 del 31/07/2017


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Cassazione civile, sez. III, 31/07/2017, (ud. 16/05/2017, dep.31/07/2017),  n. 18946

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SPIRITO Angelo – Presidente –

Dott. FRASCA Raffaele – Consigliere –

Dott. GRAZIOSI Chiara – Consigliere –

Dott. CIRILLO Francesco Maria – Consigliere –

Dott. TATANGELO Augusto – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sui ricorsi iscritti al n. 26738 del ruolo generale dell’anno 2014,

proposti da:

L.P., (C.F.: (OMISSIS)), + ALTRI OMESSI

– ricorrenti –

nei confronti di:

BANCA MONTE DEI PASCHI DI SIENA S.p.A., (C.F.: (OMISSIS)), in persona

del funzionario e procuratore speciale M.B. rappresentato

e difeso, giusta procura in calce al controricorso, dall’avvocato

Francesco Napoli (C.F.: NPL FNC 55M27 G288D);

– controricorrente –

e

G.C., (C.F.: (OMISSIS)), in proprio e quale erede di

G.G. e S.G. rappresentata e difesa, giusta

procura a margine del ricorso, dall’avvocato Silvio Dattola (C.F.:

DTT SLV 47H22 H224Q);

P.V.S., (C.F.: (OMISSIS));

CA.Vi. (C.F.: (OMISSIS)) rappresentati e difesi, giusta

procura a margine del ricorso, dagli avvocati Francesco Paviglianiti

(C.F.: PVG FNC 61C01 H224G) e Fabrizio Imbardelli (C.F.: MBR FRZ

53M11 D086X);

A.M. (C.F.: (OMISSIS));

Z.G. (C.F.: (OMISSIS)), Z.V. (C.F.:

(OMISSIS)), tutti eredi di Z.P., rappresentati e difesi,

giusta procura a margine del ricorso, dall’avvocato Pasquale Zoccali

(C.F.: ZCC PQL 50E23 H224M);

– ricorrenti in via incidentale –

e di:

C.C. (C.F.: non indicato) e C.M. (C.F.: non

indicato), eredi di C.D. G.G. (C.F.:

(OMISSIS));

– intimati –

per la cassazione della sentenza della Corte di Appello di Reggio

Calabria n. 286/2014, depositata in data 1 agosto 2014 e notificata

in data 18 settembre 2014;

udita la relazione sulla causa svolta alla pubblica udienza in data

16 maggio 2017 dal consigliere Augusto Tatangelo;

uditi:

il pubblico ministero, in persona del sostituto procuratore generale

dott. Pepe Alessandro, che ha concluso per il rigetto dei ricorsi

principali ed incidentali;

l’avvocato Fabrizio Imbardelli, per i ricorrenti P. e

Ca.;

l’avvocato Francesco Napoli, per la banca controricorrente.

Fatto

FATTI DI CAUSA

La Cassa Rurale e Artigiana di San Roberto (oggi incorporata nella Banca Monte dei Paschi di Siena S.p.A.) ha esercitato l’azione sociale di responsabilità nei confronti dei propri organi amministrativi e di controllo ( C.D., + ALTRI OMESSI

La domanda è stata rigettata dal Tribunale di Reggio Calabria. La Corte di Appello di Reggio Calabria, in riforma della decisione di primo grado, la ha invece parzialmente accolta, condannando i convenuti, in solido, a pagare in favore della banca attrice l’importo di Euro 192.971,03, oltre interessi, a titolo risarcitorio.

Ricorrono in via principale L.P., + ALTRI OMESSI

Ricorrono in via incidentale: a) G.C., in proprio e quale erede di G.G. e S.G., che aderisce al ricorso principale e propone tre ulteriori motivi; b) P.V.S. e C.V., che aderiscono al ricorso principale e propongono due ulteriori motivi; c) A.M., G. e Z.V., eredi di Z.P., che aderiscono al ricorso principale senza proporre ulteriori motivi.

Resiste a tutti i ricorsi, con quattro distinti controricorsi, la Banca Monte dei Paschi di Siena S.p.A..

Non hanno svolto attività difensiva in questa sede gli altri intimati.

I ricorrenti in via principale, i ricorrenti in via incidentale G., P. e Ca., nonchè la banca controricorrente, hanno depositato memorie ai sensi dell’art. 378 c.p.c..

Il collegio ha disposto che sia redatta motivazione in forma semplificata.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Con il primo motivo del ricorso principale si denunzia “in relazione all’art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5” che la Corte d’Appello sarebbe incorsa nella “violazione e falsa applicazione ex art. 113 c.p.c. dei principi che regolano la pronuncia secondo norme di diritto nonchè di quelli che agli artt. 115 e 116 c.p.c. governano la disponibilità e la valutazione delle prove, oltre ad aver violato ed erroneamente applicato l’art. 2697 c.c. sull’onere della prova, poichè nell’ambito del processo logico utilizzato ha sorretto la sua decisione con motivazione inadeguata e logicamente incongrua, tra l’altro decidendo una questione di diritto in modo difforme dalla giurisprudenza consolidata dalla Corte di Cassazione”.

Con il secondo motivo del ricorso principale si denunzia “in relazione all’art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5” che la Corte d’Appello avrebbe altresì “violato gli artt. 118 disp. att. c.p.c. e art. 132 c.p.c. per essere incorsa in erronea e/o insufficiente motivazione nonchè falsa applicazione di legge con riferimento all’art. 1223 c.c. ed all’art. 2392 c.c., in quanto ha supposto, contrariamente alla fattispecie legale ed alla univoca giurisprudenza di legittimità, che un danno economico subito dalla società possa essere ritenuto di per sè sussistente e così prescindendo da ogni dimostrazione in ordine al quantum e ad ogni possibile vicenda successiva idonea ad eliderlo”.

I due motivi appena esposti sono trattati congiuntamente nello stesso ricorso principale, e vi aderiscono, riproponendoli in sostanza integralmente, tutti i ricorrenti in via incidentale.

Inoltre, con il primo motivo ulteriore del ricorso incidentale di G.C. si denunzia “violazione e falsa applicazione di norme di diritto (artt. 1710,2392,2403,2403 bis, 2404,2405,2406 e 2407 c.c., – nella formulazione previgente, applicabile ratione temporis) in riferimento all’art. 360, comma 1, n. 3 nonchè omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti in ordine alla ritenuta responsabilità, in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 5”.

Con il secondo motivo ulteriore del ricorso incidentale di G.C. si denunzia “violazione e falsa applicazione dell’art. 2407, comma 2 (nel testo previgente al D.Lgs. n. 6 del 2003); omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti, in relazione all’art. 360 c.p.c, n. 5”.

Con il terzo motivo ulteriore del ricorso incidentale di G.C. si denunzia “violazione dell’art. 2407 c.c., comma 2 in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 5 per omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti”.

I motivi ulteriori del ricorso incidentale della G. sono connessi con quelli del ricorso principale in precedenza esposti, avendo oggetto sostanzialmente analogo, e possono essere quindi esaminati congiuntamente a quelli.

Si tratta di motivi in parte inammissibili ed in parte infondati. Sono inammissibili nella parte in cui si denuncia “motivazione inadeguata e logicamente incongrua” ed “erronea e/o insufficiente motivazione”, richiamandosi il vizio di motivazione previsto dalla formulazione abrogata dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, non applicabile nella fattispecie in ragione della data di pubblicazione della sentenza impugnata.

Sono infondati nella parte in cui si denuncia violazione di legge ed omesso esame di fatti decisivi.

La decisione impugnata risulta corretta in diritto, è basata su insindacabili accertamenti di fatto, assunti all’esito della adeguata considerazione di tutti i fatti storici rilevanti, ed è sorretta da motivazione non apparente nè insanabilmente contraddittoria sul piano logico.

Secondo la corte di appello, tutti i componenti degli organi amministrativi e di controllo in carica nel periodo in cui era stata esercitata la funzione di erogazione del credito da parte della banca sono rispettivamente responsabili – sotto il profilo della condotta illecita – per non avere adottato (per quanto riguarda gli organi amministrativi) e non avere segnalato la mancata adozione (in violazione dei relativi obblighi, ai sensi dell’art. 2407 c.c., per quanto riguarda gli organi di controllo) di una organizzazione idonea a consentire le necessarie prudenti valutazioni della solvibilità dei clienti ai fini della concessione di finanziamenti e fidi.

E il danno direttamente conseguente a tali illecite condotte è stato individuato nelle perdite sui crediti in sofferenza (cioè le somme che prevedibilmente non sarebbe stato possibile recuperare dai debitori insolventi o in difficoltà, secondo la relazione della Banca d’Italia), in quanto tale danno non si sarebbe verificato se fossero state osservate norme più prudenti sull’erogazione del credito, il che avrebbe evitato la concessione degli affidamenti in questione.

I ricorrenti sostengono che i giudici di merito avrebbero così riconosciuto un danno meramente potenziale e non effettivo, dal momento che tale danno non si sarebbe verificato in concreto, o sarebbe stato di importo minore, se tutti i debitori ritenuti insolventi avessero comunque estinto, in tutto o in parte, le proprie obbligazioni, il che non avrebbe potuto escludersi, essendo le relative azioni giudiziarie ancora in corso.

Sotto questo profilo il ricorso certamente non coglie nel segno.

Accertato in fatto che le condotte illecite dei convenuti avevano determinato la concessione di credito senza adeguato controllo, cioè a soggetti la cui solvibilità non era stata adeguatamente verificata, è evidente che il danno derivante da siffatte condotte illecite non può che consistere nella concretizza-zione del rischio dell’insolvenza dei debitori.

E la liquidazione di un siffatto danno non può che avvenire mediante una valutazione delle prospettive di recupero dell’esposizione imprudentemente costituita, sulla base di un giudizio prognostico relativo alle possibilità di rientro con riguardo ai debitori, non essendo ovviamente possibile attendere, per liquidarlo, i tempi del tutto incerti e indefiniti di conclusione delle azioni giudiziarie e delle eventuali successive procedure di recupero nei confronti di ciascuno di essi.

In altri termini, si tratta di una situazione in cui il danno è sostanzialmente certo, ma non è possibile la esatta concreta determinazione della sua entità, e quindi esso deve essere necessariamente liquidato – anche attraverso una valutazione equitativa ai sensi dell’art. 1226 c.c. – tenendo conto delle prospettive di recupero dei crediti incautamente concessi, come ha sostanzialmente fatto – in base ad un accertamento di fatto fondato sugli elementi istruttori disponibili, ed adeguatamente motivato – la corte di appello.

Nè possono ritenersi fondate le questioni poste nel ricorso in relazione al significato dell’espressione “perdite sui crediti in sofferenza”, contenuta anche nella relazione degli organi ispettivi: come gli stessi ricorrenti ammettono, si tratta certamente di una indicazione relativa alla previsione di mancato recupero sui debitori insolventi, e comunque in proposito è incensurabile l’accertamento di fatto svolto in sede di merito.

D’altronde, i ricorrenti non allegano neanche che i crediti in sofferenza siano stati di fatto recuperati, e tanto meno deducono di averlo dimostrato nel corso del giudizio di merito, avendo anzi dato atto della rinunzia della banca alla domanda, per la parte in cui vi era effettivamente stato un parziale recupero.

Infine, per quanto riguarda la prova per testi articolata in primo grado dai convenuti, la questione non è oggetto di motivo specifico di ricorso, e in ogni caso non viene dedotto che costituì motivo di appello (nè vi è specifico richiamo dell’eventuale contenuto del gravame sul punto), il che rende inammissibile ogni censura in proposito.

2. Con il primo motivo ulteriore del ricorso incidentale di P.V.S. e di Ca.Vi. si denunzia “violazione e falsa applicazione di norme di diritto con riferimento agli artt. 303,305,307,101,102 e 103 c.p.c. in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3; insufficiente e contraddittoria motivazione circa un punto decisivo della controversia, prospettato dalle parti o rilevabile di ufficio, in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 5”.

Il motivo è in parte inammissibile ed in parte infondato.

E’ opportuno chiarire la effettiva ratio decidendi della pronuncia impugnata, sul punto.

La corte di appello ha dato atto che, dopo l’interruzione del giudizio di primo grado, pur essendo stato tempestivamente depositato il ricorso in riassunzione del giudizio di primo grado, la notificazione di esso ai convenuti P. e Ca., unitamente al decreto di fissazione dell’udienza per la prosecuzione del processo, era da ritenersi giuridicamente inesistente, in quanto effettuata a procuratore già revocato.

Ha però osservato che – diversamente da quanto sostenuto dai ricorrenti – ciò non aveva affatto determinato l’estinzione del processo, ma avrebbe invece imposto al giudice di assegnare un termine ai sensi dell’art. 291 c.p.c. per la rinnovazione della notifica (e l’estinzione si sarebbe verificata solo in caso di mancata rinnovazione di detta notifica nel termine perentorio assegnato).

Non avendo il giudice di primo grado emesso l’ordine di rinnovazione della notificazione, si era quindi verificato un vizio del contraddittorio, con conseguente nullità della sentenza e del procedimento, ma non l’estinzione del giudizio: e ciò, di per sè, avrebbe imposto di decidere nel merito la causa in sede di appello, non essendo consentita la rimessione al primo giudice.

Ma in realtà, ha ulteriormente precisato la corte, la indicata nullità non era stata specificamente dedotta come motivo di appello, essendo stata denunziata esclusivamente – sebbene infondatamente – l’estinzione del giudizio; e in ogni caso, la decisione nel merito, nella regolarità del contraddittorio ricostituito nel secondo grado del giudizio, era stata di fatto adottata in tale grado, con esito favorevole per la banca attrice, appellante in via principale.

Dunque, secondo la corte di appello, solo la eventuale fondatezza dell’appello incidentale del P. e del Ca. sotto il profilo dell’avvenuta estinzione del giudizio avrebbe potuto portare ad una diversa decisione della controversia.

Esclusa l’estinzione, l’unico possibile profilo di fondatezza sostanziale di detto appello incidentale (e cioè quello della nullità del procedimento e della sentenza per vizio del contraddittorio) non avrebbe potuto avere alcuna incidenza sull’esito del giudizio di secondo grado, non consentendo la rimessione al giudice di primo grado ed essendo la causa stata decisa nel merito in secondo grado.

La articolata ratio decidendi appena illustrata non è oggetto di censura specifica.

I ricorrenti si limitano a ribadire la propria tesi, secondo la quale si sarebbe verificata l’estinzione del giudizio di primo grado, senza specificamente chiarire se e per quali motivi l’esposta argomentazione della corte di appello sarebbe erronea, se non richiamando un precedente delle Sezioni Unite di questa Corte, peraltro relativo a diversa fattispecie (e precisamente Cass., Sez. U, Sentenza n. 20604 del 30/07/2008, Rv. 604554 – 01, secondo cui “nel rito del lavoro l’appello, pur tempestivamente proposto nel termine previsto dalla legge, è improcedibile ove la notificazione del ricorso depositato e del decreto di fissazione dell’udienza non sia avvenuta, non essendo consentito – alla stregua di un’interpretazione costituzionalmente orientata imposta dal principio della cosiddetta ragionevole durata del processo ex art. 111 Cost., comma 2, – al giudice di assegnare, ex art. 421 c.p.c., all’appellante un termine perentorio per provvedere ad una nuova notifica a norma dell’art. 291 c.p.c.”).

Ma la decisione impugnata risulta sul punto del tutto conforme in diritto al costante indirizzo di questa Corte (sia precedente che successivo all’arresto delle Sezioni Unite richiamato dai ricorrenti, e che il ricorso non offre motivi per rivedere) secondo il quale “verificatasi una causa d’interruzione del processo, in presenza di un meccanismo di riattivazione del processo interrotto, destinato a realizzarsi distinguendo il momento della rinnovata “edictio actionis” da quello della “vocatio in ius”, il termine perentorio di sei mesi, previsto dall’art. 305 c.p.c., è riferibile solo al deposito del ricorso nella cancelleria del giudice, sicchè, una volta eseguito tempestivamente tale adempimento, quel termine non gioca più alcun ruolo, atteso che la fissazione successiva, ad opera del medesimo giudice, di un ulteriore termine, destinato a garantire il corretto ripristino del contraddittorio interrotto nei confronti della controparte, pur presupponendo che il precedente termine sia stato rispettato, ormai ne prescinde, rispondendo unicamente alla necessità di assicurare il rispetto delle regole proprie della “vocatio in ius”; ne consegue che il vizio da cui sia colpita la notifica dell’atto di riassunzione e del decreto di fissazione dell’udienza non si comunica alla riassunzione (oramai perfezionatasi), ma impone al giudice, che rilevi la nullità, di ordinare la rinnovazione della notifica medesima, in applicazione analogica dell’art. 291 c.p.c., entro un termine necessariamente perentorio, solo il mancato rispetto del quale determinerà l’eventuale estinzione del giudizio, per il combinato disposto dello stesso art. 291, u.c., e del successivo art. 307 c.p.c., comma 3″.

(cfr. Cass. Sez. U, 589898 – 01; Sez. 601191 – 01; Sez. 595765 – 01; Sez. 595763 – 01; Sez. 599339 – 01; Sez. 602607 – 01; Sez. 612231 – 01; Sez. 613832 – 01; Sez. 616562 – 01; Sez. Sentenza n. 14854 del 28/06/2006, U, Sentenza n. 27183 del 28/12/2007, 1, Sentenza n. 5348 del 08/03/2007, 1, Sentenza n. 6023 del 15/03/2007, 1, Sentenza n. 18713 del 06/09/2007, L, Sentenza n. 7611 del 20/03/2008, 3, Sentenza n. 6325 del 16/03/2010, 3, Sentenza n. 16016 del 07/07/2010, 2, Sentenza n. 1900 del 27/01/2011, 3, Sentenza n. 13683 del 31/07/2012, 623590 – 01; Sez. 6 – 1, Ordinanza n. 21869 del 24/09/2013, Rv. 627694 – 01; Sez. 3, Sentenza n. 7661 del 15/04/2015, Rv. 635238 – 01; Sez. 3, Sentenza n. 2174 del 04/02/2016, Rv. 638947 – 01; Sez. 3, Sentenza n. 5955 del 25/03/2016, Rv. 639367 – 01; si veda in particolare: Cass., Sez. L, Sentenza n. 10016 del 06/05/2011, Rv. 617066 – 01, secondo la quale alla fattispecie non sono “estensibili i principi applicabili per il ricorso in appello nel rito del lavoro e per il procedimento di opposizione a decreto ingiuntivo – che, alla stregua del principio della ragionevole durata del processo ex art. 111 Cost., comma 2, postulano che la notificazione avvenga nei termini di legge senza possibilità per il giudice di assegnare un termine per la rinnovazione – rispondendo la situazione ad una differente “ratio legis””).

Una volta esclusa l’estinzione del giudizio di primo grado, non vi è alcuno spazio per l’accoglimento del motivo di ricorso in esame, risultando esso per un verso inammissibile (mancando una specifica censura con riguardo alle conseguenze giuridiche di detta esclusione poste dalla corte di appello a fondamento della decisione) e per altro verso comunque infondato, essendo del tutto corrette le relative argomentazioni in diritto esposte dai giudici di merito.

3. Con il secondo motivo ulteriore del ricorso incidentale di P.V.S. e di Ca.Vi. si denunzia “violazione e falsa applicazione dell’art. 360 c.p.c., n. 4 in relazione all’art. 112 c.p.c. – nullità della sentenza per omessa pronuncia su un punto decisivo della controversia – violazione e falsa applicazione dell’art. 360 c.p.c., n. 5 omessa pronuncia e/o omessa o insufficiente motivazione su un punto decisivo della controversia prospettato dalla parti”.

Il motivo è in parte infondato ed in parte inammissibile.

Certamente va escluso il dedotto difetto di pronuncia, avendo la corte di appello, sia pure implicitamente (ma inequivocabilmente), riconosciuto la sussistenza di una condotta illecita con riguardo a tutti i convenuti e quindi anche il rilievo delle condotte poste in essere da P. e Ca. nel periodo in cui avevano svolto la loro attività di sindaci.

Per quanto riguarda il preteso vizio di motivazione su tale punto, poi, il motivo è inammissibile, in quanto formulato sulla base del testo abrogato dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, non applicabile nella fattispecie in considerazione della data di pubblicazione della sentenza impugnata.

E’ comunque dirimente il rilievo che il motivo di ricorso in esame è inammissibile anche per difetto di specificità, ai sensi dell’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6: i ricorrenti sostengono, in modo del tutto generico, che non erano in carica al momento “dei fatti contestati”, ma non indicano quale sarebbe il periodo in cui sono stati in carica e quale sarebbe, secondo la loro prospettazione, come esposta negli atti del giudizio di merito, il “momento dei fatti contestati”, il che sarebbe evidentemente necessario per verificare la fondatezza della censura e la correttezza nel merito della decisione impugnata (ciò anche in considerazione della circostanza che la banca controricorrente sostiene che i ricorrenti erano in carica al momento in cui furono poste in essere le condotte illecite rilevate durante l’ispezione, essendo invece irrilevante che non lo fossero al momento dell’ispezione della Banca d’Italia).

E’ infine del tutto generica ed inconferente la censura attinente al cd. principio di non contestazione (censura peraltro non compresa tra i vizi di violazione di legge di cui alla rubrica del ricorso): i ricorrenti non indicano specificamente il contenuto dei propri atti in cui si troverebbero le pretese allegazioni di fatto non contestate, e tanto meno il contenuto degli atti della parte attrice in cui mancherebbe la contestazione di dette allegazioni.

4. Sono rigettati sia il ricorso proposto in via principale che quelli proposti in via incidentale da: G.C.; P.V.S. e Ca.Vi.; A.M., G. e Z.V..

Per le spese del giudizio di cassazione si provvede, sulla base del principio della soccombenza, come in dispositivo.

Dal momento che il ricorso risulta notificato successivamente al termine previsto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 18, deve darsi atto della sussistenza dei presupposti di cui al D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17.

PQM

 

La Corte:

– rigetta tutti i ricorsi, proposti in via principale ed in via incidentale;

– condanna i ricorrenti (in via principale ed in via incidentale) a pagare le spese del giudizio di legittimità in favore della società controricorrente, liquidandole, per ciascun ricorso, in complessivi Euro 10.000,00, oltre Euro 200,00 per esborsi, ed oltre spese generali ed accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, dichiara la sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte di tutti i ricorrenti, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Motivazione semplificata.

Così deciso in Roma, il 16 maggio 2017.

Depositato in Cancelleria il 31 luglio 2017

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