Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 18944 del 31/07/2017


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Cassazione civile, sez. III, 31/07/2017, (ud. 16/05/2017, dep.31/07/2017),  n. 18944

 

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SPIRITO Angelo – Presidente –

Dott. FRASCA Raffaele – Consigliere –

Dott. GRAZIOSI Chiara – rel. Consigliere –

Dott. CIRILLO Francesco Maria – Consigliere –

Dott. TATANGELO Augusto – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 24873-2014 proposto da:

C.G., B.G., elettivamente domiciliati in ROMA,

P.ZZA A. CAPPONI 16 SCB INT 7, presso lo studio dell’avvocato CARLO

CERMIGNANI, rappresentati e difesi dagli avvocati GUGLIELMO BARONE,

ANGELA BARONE giusta procura speciale a margine del ricorso;

– ricorrenti –

contro

M.G., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA FEDERICO CESI

21, presso lo studio dell’avvocato MASSIMILIANO TORRISI,

rappresentato e difeso dall’avvocato GIORGIO ASSENZA giusta procura

speciale a margine del controricorso;

– controricorrente –

e contro

MI.GI.;

– intimato –

nonchè da:

MI.GI. (detto G.), elettivamente domiciliato in

ROMA, VIA CAPO LE CASE 3, presso lo studio dell’avvocato GAETANO

ARMAO, che lo rappresenta e difende giusta procura speciale a

margine del ricorso;

– ricorrente –

contro

B.G., C.G., elettivamente domiciliati in ROMA,

P.ZZA A. CAPPONI 16 SC. B INT. 7, presso lo studio dell’avvocato

CARLO CERMIGNANI, rappresentati e difesi dagli avvocati GUGLIELMO

BARONE, ANGELA BARONE giusta procura speciale a margine del

controricorso;

– controricorrenti –

M.G.;

– intimato –

avverso la sentenza n. 1508/2013 della CORTE D’APPELLO di CATANIA,

depositata il 25/07/2013;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

16/05/2017 dal Consigliere Dott. CHIARA GRAZIOSI;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

PEPE Alessandro, che ha concluso per l’accoglimento dei primi tre

motivi del ricorso Mi. e rigetto del ricorso C. e

B.;

udito l’Avvocato PINO D’ALBERTO per delega;

udito l’Avvocato SALVATORE TORRISI per delega orale;

udito l’Avvocato GAETANO ARMAO.

Fatto

FATTI DI CAUSA

1.1 Con atto di citazione notificato il 19 e il 28 dicembre 1998 C.G. e B.G. convennero davanti al Tribunale di Siracusa M.G. e Mi.Gi. perchè fossero condannati a risarcire loro danni da diffamazione, per avere in una conferenza stampa del (OMISSIS) attribuito agli attori la realizzazione di un complotto che avrebbe portato M.G. ad essere sottoposto a custodia cautelare in relazione a indagini per il reato di associazione a delinquere finalizzata alla corruzione, imputazione dalla quale era stato poi assolto. I convenuti si costituirono resistendo. Con sentenza del 24 maggio 2004 il Tribunale li condannò in solido a risarcire i danni nella misura di Euro 50.000, oltre accessori e spese procesuali.

1.2 Avendo proposto appello principale Mi.Gi. e appello incidentale M.G., ed avendo resistito gli appellati, la Corte d’appello di Catania, con ordinanza del 15 dicembre 2006, sospese il giudizio per remissione degli atti alla Camera dei Deputati affinchè si pronunciasse sulla c.d. scriminante parlamentare, essendo Mi.Gi. deputato quando aveva partecipato alla conferenza stampa e avendo egli addotto tale scriminante nelle sue difese. Successivamente, con ricorso del 29 gennaio 2013 M.G. riassunse il giudizio dinanzi alla corte territoriale, e prima che fossero notificati il ricorso e il conseguente decreto Mi.Gi. depositò memoria in cui, considerato il giudizio di insindacabilità delle sue dichiarazioni espresso dalla Camera dei Deputati, chiese che, in riforma della sentenza di primo grado, la domanda risarcitoria fosse dichiarata improcedibile. Gli appellati eccepirono l’estinzione del giudizio per tardività della riassunzione.

Con sentenza del 17-25 luglio 2013 la Corte d’appello dichiarò estinto il giudizio nei confronti di Mi.Gi. e, in riforma della sentenza di primo grado, rigettò la domanda risarcitoria proposta da C.G. e da B.G. nei confronti di M.G..

2. Hanno presentato ricorso C.G. e B.G., sulla base di due motivi; ha altresì presentato ricorso Mi.Gi., articolandolo in cinque motivi, in ordine ai quali ha depositato altresì memoria. In relazione ad entrambi i ricorsi ha depositato controricorso M.G.; in relazione al ricorso di Mi.Gi. hanno depositato controricorso C.G. e B.G..

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

3. In considerazione del suo contenuto, appare opportuno esaminare per primo il ricorso presentato da Mi.Gi..

Anzitutto, deve rilevarsi che il controricorso C.- B. eccepisce l’inammissibilità per tardività del ricorso suddetto: essendo stata la sentenza d’appello pubblicata il 25 luglio 2013, il termine per proporlo sarebbe spirato il 25 ottobre 2014, laddove il ricorso sarebbe stato notificato il 24 novembre 2014. Tale eccezione è infondata, poichè la notifica del ricorso è stata effettuata a mezzo posta mediante raccomandata con avviso di ricevimento spedita – e quello della spedizione è il dies rilevante – in data 23 ottobre 2014.

3.1.1 Il primo motivo del ricorso in esame, allora, denuncia violazione e falsa applicazione dell’art. 68 Cost., L. 20 giugno 2003, n. 140, artt. 3, 4, 5, 6 e 7 e dell’art. 18 del Regolamento per la disciplina dell’attività della Giunta per le autorizzazioni della Camera dei Deputati, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 4, nonchè dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 e art. 170 c.p.c.

Si adduce che sarebbe rimasta ignota la data esatta di trasmissione del fascicolo del giudizio pendente davanti alla Corte d’appello di Catania alla Camera dei Deputati, per cui sarebbe impossibile confutare il termine perentorio entro cui porre in essere l’istanza di riassunzione necessaria ad impedire l’estinzione del giudizio.

3.1.2 Il secondo motivo lamenta illogicità, contraddittorietà e violazione di legge in riferimento alle stesse norme e, ancora, pure all’art. 170 c.p.c.

Si adduce che il giudice d’appello, avendo il deputato Mi. ricevuto formale notizia del procedimento avviato dinanzi alla Giunta per le autorizzazioni della Camera dei Deputati ed essendo stato invitato ad intervenirvi, ha ritenuto Mi.Gi. consapevole della trasmissione degli atti e della loro ricezione da parte della Camera. Ad avviso del ricorrente, queste sarebbero assunzioni arbitrarie e immotivate, perchè sostanzialmente presuntive. La conoscenza, poi, avrebbe dovuto essere presunta non nei confronti della parte, bensì del suo difensore: di qui il contrasto con l’art. 170 c.p.c., perchè comunicazioni e notificazioni, dopo la costituzione, devono essere effettuate al difensore. Pertanto rimarrebbe una assoluta incertezza sulla data di trasmissione degli atti alla Camera.

Il ritardo nella riassunzione non sarebbe poi ascrivibile a negligenza di Mi.Gi., bensì alla non indicazione della data di trasmissione del fascicolo e al ritardo della sua restituzione, per essere stato trasmesso il fascicolo in originale anzichè in copia. Ciò sarebbe imputabile “ad una grossolana noncuranza” del giudice d’appello.

La Corte d’appello avrebbe rimproverato a Mi.Gi. la mancata richiesta alla propria cancelleria di sollecitare la restituzione degli atti processuali: ma il 7 dicembre 2012 il difensore del Mi. avrebbe chiesto al Presidente della Giunta di restituire fascicolo al giudice d’appello, e il 14 dicembre 2012 il suddetto Presidente lo avrebbe informato dell’avvenuta restituzione.

Benchè poi la Giunta si fosse espressa il 7 maggio 2007 e la Camera il 30 maggio 2007 – nel senso della insindacabilità delle opinioni espresse dal deputato Mi. nella conferenza stampa -, tale Delib. sarebbe stata comunicata alla Corte d’appello dal Presidente della Camera il 31 maggio 2007 “e se n’è avuta notizia soltanto nel dicembre 2012”.

Viene pure richiamata giurisprudenza di questa Suprema Corte sulla conoscibilità della pronuncia relativa alla questione pregiudicante da parte di chi ha l’onere di riassumere il giudizio, e viene qualificato “aberrante” considerare la “inutilità” della riassunzione effettuata da M.G.: la corte territoriale avrebbe errato nel ritenerla inefficace rispetto alla posizione di Mi.Gi., anche perchè, pur obbligata per legge alla separazione delle cause, le aveva mantenute unite.

3.1.3 Il terzo motivo lamenta, ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione sull’applicazione dell’art. 297 c.p.c. correlato alla L. n. 140 del 2003, artt. 3 e 5 e sull’applicazione del Regolamento per la disciplina dell’attività della Giunta per le autorizzazioni della Camera dei Deputati. In sostanza, la sospensione del giudizio era sì avvenuta il 15 dicembre 2006, ma non sarebbe possibile stabilire quando la Corte d’appello di Catania inviò il fascicolo alla Camera dei Deputati, onde sarebbe pure impossibile calcolare i termini ai sensi della L. n. 140 del 2003, art. 3, comma 5.

3.2.1 Questi tre motivi meritano vaglio congiunto giacchè si imperniano in sostanza, come ora si verrà ad illustrare, sulle modalità di applicazione della L. 20 giugno 2003, n. 140, art. 3 seguite dalla Corte d’appello per pervenire alla dichiarazione di estinzione del giudizio nei confronti di Mi.Gi..

Per ben comprenderli, pertanto, è opportuno richiamare il testo della suddetta norma. L’art. 3, invero, si rapporta all’art. 68 Cost., comma 1 (“I membri del Parlamento non possono essere chiamati a rispondere delle opinioni espresse e dei voti dati nell’esercizio delle loro funzioni”) per regolare l’accertamento della riconducibilità o meno della manifestazione del pensiero del deputato o del senatore all’esercizio delle sue funzioni parlamentari, tenuto anche in conto che tale manifestazione può materialmente realizzarsi pure extra moenia (sul collegamento teleologico all’esercizio delle suddette funzioni quale parametro della c.d. scriminante parlamentare, necessario per l’imprescindibile “convivenza” con i limiti dell’art. 21 Cost. e con ulteriori valori fondamentali della normativa interna – si prescinde qui dalla normativa sovranazionale, sulla quale cfr. peraltro, da ultimo, Cass. sez. 3, 25 marzo 2016 n.5959 – come quelli racchiusi negli artt. 2 e 3 Cost., cfr. Cass. sez. 3, 5 dicembre 2014 n. 25739, Cass. sez. 3, 4 ottobre 2011 n. 20285, Cass. sez. 3, 19 dicembre 2008 n. 29859, Cass. sez. 3, 6 settembre 2007 n. 18689, Cass. sez. 3, 26 settembre 2005 n. 18781, Cass. sez. 3, 19 luglio 2004 n. 13346 e Cass. sez. 3, 7 giugno 1999 n.5573)

Al comma 1, pertanto, l’articolo in questione, quale norma sostanziale, precisa in dettaglio l’ambito di operatività dell’art. 68, comma 1 Carta costituzionale: quest’ultimo “si applica in ogni caso per la presentazione di disegni o proposte di legge, emendamenti, ordini del giorno, mozioni e risoluzioni, per le interpellanze e le interrogazioni, per gli interventi nelle Assemblee e negli altri organi delle Camere, per qualsiasi espressione di voto comunque formulata, per ogni altro atto parlamentare, per ogni altra attività di ispezione, di divulgazione, di critica e di denuncia politica, connessa alla funzione di parlamentare, espletata anche fuori del Parlamento”. Dunque, si chiarisce espressamente che l’ambito include non solo la attività parlamentare, bensì anche l’attività c.d. extra moenia.

I successivi commi dell’art. 3 regolano, invece, il profilo processuale.

Il comma 2 attiene, allora, alla separazione dei procedimenti giurisdizionali eventualmente riuniti in cui non incide l’art. 68 Cost., comma 1 (“Quando in un procedimento giurisdizionale è rilevata o eccepita l’applicabilità dell’art. 68 Cost., comma 1, il giudice dispone, anche d’ufficio, se del caso, l’immediata separazione del procedimento stesso da quelli eventualmente riuniti”: e si nota fin d’ora che con l’inciso “se del caso” la separazione viene qualificata come oggetto di un provvedimento non necessario ovvero automatico, l’unico elemento di obbligatorietà – peraltro non presidiato da alcuna sanzione invalidante – per il giudice dovendosi identificare nella immediatezza della considerazione della questione separazione/non separazione).

Il comma 3 nella sua prima parte disciplina l’incidenza dell’art. 68 Cost., comma 1, sulle indagini e sul processo penale; qui interessa perciò soltanto la parte seguente del comma, che così statuisce per il caso di cui al primo comma e per “ogni altro caso” ove il giudice ritenga applicabile la norma costituzionale: “Nel processo civile, il giudice pronuncia sentenza con i provvedimenti necessari alla sua definizione; le parti sono invitate a precisare immediatamente le conclusioni ed i termini, previsti dall’art. 190 c.p.c. per il deposito delle comparse conclusionali e delle memorie di replica, sono ridotti, rispettivamente, a quindici e cinque giorni”. E il quarto comma regola l’ipotesi inversa in cui il giudice ritiene non accoglibile l’eccezione, proposta da una delle parti, di applicabilità della norma costituzionale: in tal caso “il giudice provvede senza ritardo con ordinanza non impugnabile, trasmettendo direttamente copia degli atti alla Camera alla quale il membro del Parlamento appartiene o apparteneva al momento del fatto”. In questi due commi ben risalta si nota per inciso – l’impulso semplificativo/acceleratorio che deriva dall’inserimento nella regiudicanda della scriminante costituzionalmente dettata, persino con incidenza sul diritto di difesa (dalla drastica “potatura” dei termini delle difese scritte finali del comma 3 alla non impugnabilità del provvedimento emesso “senza ritardo” previsto nel quarto).

Il comma 5 – quello cui si deve attribuire maggiore attinenza alla questione in esame nella parte che qui interessa recita: “Se il giudice ha disposto la trasmissione di copia degli atti, a norma del comma 4, il procedimento è sospeso fino alla deliberazione della Camera e comunque non oltre il termine di novanta giorni dalla ricezione degli atti da parte della Camera predetta. La Camera interessata può disporre una proroga del termine non superiore a trenta giorni.” E per la fattispecie in esame, prescindendo dai non pertinenti, successivi commi 6 e 7, occorre rapportare il dettato del comma 5 a quello del comma 8, ancora nella parte che qui interessa: “Nei casi di cui ai commi 4, 6 e 7 e in ogni altro caso in cui sia altrimenti investita della questione, la Camera trasmette all’autorità giudiziaria la propria deliberazione; se questa è favorevole all’applicazione dell’art. 68 Cost., comma 1, il giudice adotta senza ritardo i provvedimenti indicati al comma 3”.

3.2.2 Occorre ora esaminare il percorso seguito dalla corte territoriale per giungere a dichiarare estinto il giudizio nei confronti di Mi.Gi., che costituisce l’oggetto delle censure dei primi tre motivi del ricorso di quest’ultimo.

Va premesso che il Tribunale di Siracusa, nella sentenza appellata, aveva ritenuto che le dichiarazioni rilasciate da M.G. e dall’allora deputato Mi.Gi. in una conferenza stampa del (OMISSIS) (per cui vi sarebbe stato un complotto di esponenti politici “della sinistra” – tra i quali S.B., Ci.Sa., C.G. e B.G. – perchè un “pentito”, tale P.I., dichiarasse il falso, allo scopo di riscattarsi da una sconfitta elettorale portando l’avversario politico M.G., all’epoca Presidente della Provincia di Ragusa, ad essere sottoposto ad indagini penali e alla custodia cautelare da cui era stato rimesso in libertà con provvedimento del 30 settembre 1998) fossero lesive della reputazione degli attori C.G. e B.G., integrando il reato di diffamazione, per cui, esclusa l’applicabilità a Mi.Gi. della c.d. scriminante parlamentare, aveva condannato M.G. e Mi.Gi. a risarcire agli attori i conseguenti danni. Nel suo atto d’appello principale, allora, Mi.Gi. aveva lamentato in via pregiudiziale la violazione della normativa costituzionale e ordinaria – sopra già richiamata disciplinante la scriminante parlamentare. Ciò conduceva la corte territoriale a sospendere con ordinanza 15 dicembre 2006 il giudizio, rimettendo, per gli effetti di cui alla L. n. 140 del 2003, art. 3 gli atti alla Camera dei Deputati perchè si pronunciasse su tale scriminante. A questo punto, ovviamente, la sospensione così disposta nel giudizio d’appello avrebbe dovuto, ex articolo 3, quinto comma, perdurare “fino alla deliberazione della Camera e comunque non oltre il termine di novanta giorni dalla ricezione degli atti da parte della Camera”, salva l’eventuale proroga “non superiore a trenta giorni” disponibile dalla Camera stessa: proroga che non risulta essere stata disposta nel caso in esame. Va altresì ricordato che, ex art. 297 c.p.c., comma 1, se nel provvedimento di sospensione non viene fissata l’udienza in cui proseguirà il processo, le parti devono chiederne la fissazione entro il termine perentorio di sei mesi (secondo il testo normativo ratione temporis applicabile) dalla cessazione della causa di sospensione, pena estinzione del processo per inattività delle parti ai sensi dell’art. 307 c.p.c., comma 3. E dunque, il termine perentorio di riassunzione nel caso di specie avrebbe dovuto decorrere dalla consumazione del termine di novanta giorni che partì dalla ricezione degli atti dalla Camera dei Deputati (nel senso, come si vedrà infra, di ricezione conosciuta).

L’unica riassunzione – è pacifico – è stata effettuata da M.G. con ricorso del 29 gennaio 2013, laddove la Camera si era pronunciata il 30 maggio 2007.

Sulle conseguenze di questa sequenza la corte territoriale si è così pronunciata nella sua chiara motivazione: precisato che, vista la sentenza della Corte Costituzionale 4 marzo 1970 n. 34, “il termine utile per la richiesta di fissazione della nuova udienza decorre, non già dalla cessazione della causa di sospensione, bensì dalla conoscenza che ne abbia la parte del processo sospeso”, nel caso in esame, “se pur non è dato di conoscere il momento della ricezione degli atti da parte dell’organo parlamentare, può certamente affermarsi che Mi.Gi. ha avuto formale notizia del procedimento incoato davanti alla Giunta per le Autorizzazioni fosse solo che per essere stato invitato ad intervenire, nel rispetto del Regolamento parlamentare disciplinante l’attività della Giunta (Regolamento 18 febbraio 1971 n. 136900, modificato dalla Delib. Camera dei Deputati 28 giugno 1989), sì come peraltro attestato dal rapporto del relatore riportato nel processo verbale delle sedute dei gg. 18 e 24 aprile, 7 e 30 maggio 2007”, allegato in atti; e “la conoscenza dell’intervenuto incardinamento della procedura avanti alla Giunta si porta con sè la consapevolezza della pregressa trasmissione e, quel che più conta, della acquisita ricezione degli atti giudiziari da parte dell’organo parlamentare, che infatti mostra di conoscere, nell’ambito dell’espletata istruttoria, gli atti del procedimento civile dei quali non avrebbe potuto avere altrimenti alcuna disponibilità”. E d’altronde una simile ricostruzione “è legittimata dallo stesso tenore delle difese del Mi., il quale non solo non ha mai contestato di non essere stato invitato a comparire innanzi alla Giunta nè ha dedotto di avere curato personalmente il deposito degli atti, ma, ancor di più, mai ha negato in alcuno degli atti difensivi la conoscenza della trasmissione”, limitandosi ad opporre nella comparsa conclusionale di non avere avuto nè dal giudice adito nè dalla Camera alcuna comunicazione sull’esito della delibera fino al ricorso per riassunzione (motivazione della sentenza impugnata, pagine 9-10).

3.2.3 Questo è quindi il ragionamento su cui si è fondata la decisione della corte territoriale di dichiarare l’estinzione del giudizio nei confronti di Mi.Gi.. Gli ulteriori argomenti che seguono al passo riportato sono indubbiamente superflui e comunque non incidono sulla ratio decidendi appena sintetizzata. E le censure addotte nei primi tre motivi del ricorso proposto nell’interesse di Mi.Gi. non sono idonee a inficiarlo.

In particolare, non ha alcun rilievo – come invece prospetta il primo motivo – la data della trasmissione degli atti dalla Corte d’appello alla Camera dei Deputati, poichè quel che vale ai fini della conoscenza della parte ex art. 297 c.p.c. del dies a quo, visto l’inequivoco dettato della L. n. 140 del 2003, art. 3, comma 5, è la data della ricezione degli atti, che ben può conoscersi, logicamente, anche se rimane ignota la data della loro trasmissione.

Non ha alcun rilievo neppure l’art. 170 c.p.c., in quanto concerne le notificazioni e le comunicazioni degli atti processuali, laddove la suddetta ricezione da parte della Camera dei Deputati non è evidentemente nè la notificazione nè la comunicazione di un atto processuale. Il dies a quo della conoscenza ai fini dell’art. 297 c.p.c. non deve rapportarsi, comunque, ad una notificazione o ad una comunicazione della intervenuta ricezione degli atti dall’organo parlamentare al difensore della parte interessata, poichè nessuna simile procedura di formale informazione è prevista dalla L. n. 140 del 2003, art. 3. La ricezione degli atti da parte dell’organo parlamentare – cioè di un organo non giurisdizionale – è un fatto di per sè estraneo alla sequenza processuale (id est non è un atto processuale), che ha peraltro effetti su di essa.

In riferimento, invero, alla peculiare condizione personale di una parte di cui è sottoposta alla cognizione giurisdizionale la condotta ai fini di accertarne la conseguente responsabilità penale e/o civile (cfr. S.U. 12 aprile 2012 n. 5756, per cui la scriminante parlamentare costituisce una causa personale di esclusione della responsabilità), il legislatore con la L. n. 140 del 2003, art. 3 ha disposto, regolando a monte quel che altrimenti diverrebbe conflitto di poteri (cfr. infatti S.U. 18 marzo 1999 n.153), una translatio della determinazione della sussistenza nel caso concreto della scriminante, per cui, se l’organo giurisdizionale propende per una valutazione negativa (comma 4: “se non ritiene di accogliere l’eccezione concernente l’applicabilità dell’art. 68 Cost., comma 1”), quel che è oggetto di cognizione giurisdizionale si tramuta in oggetto di delibera della Camera parlamentare interessata (comma 5: “Delib. della Camera”), ovvero della Camera di cui è membro colui che fa valere la scriminante come causa di esclusione della sua responsabilità. Disciplinando in tal modo l’equilibrio di questa peculiare intersezione tra la cognizione giurisdizionale e la sovranità parlamentare, il legislatore ha peraltro tenuto in conto anche la necessità di garantire la ragionevole durata dell’esercizio della giurisdizione in quello specifico processo, in modo che la suddetta translatio non venga a funzionare, incorrendo in una evidente e incostituzionale eterogenesi dei fini, quale strumento di immobilizzazione del processo stesso. E’ in quest’ottica che devono intendersi le disposizioni di cui al secondo comma (“immediata separazione” dagli altri procedimenti riuniti, pur serbando al giudice un potere di valutazione sugli effetti della loro originaria connessione – “se del caso” -), al quarto comma (la trasmissione deve essere disposta “senza ritardo con ordinanza non impugnabile”, che, se si tratta di ordinanza del giudice istruttore in un processo civile, deve essere emessa “nell’udienza o entro cinque giorni”) e al comma 5. In quest’ultimo, la determinazione della durata della sospensione non oltre novanta giorni – o al massimo fino a centoventi giorni se la Camera interessata dispone tale proroga – dalla ricezione degli atti da parte dell’organo parlamentare, logicamente assommata al termine di riassunzione di cui all’articolo 297 c.p.c., conduce, nell’evidente ottica legislativa, a circoscrivere l’effettiva durata della translatio, così da prevedere per quanto tempo la potestas dell’organo parlamentare inciderà, secondo i canoni auspicabili, sul procedimento giurisdizionale, implicitamente indicando all’organo parlamentare lo spatium temporis entro cui dovrebbe giungere alla sua Delib..

Ovviamente, il superamento da parte dell’organo parlamentare di tale spatium temporis, che per esso non è perentorio, non viene a privarlo della sua potestas, nè direttamente conduce (ciò realizzerebbe una incostituzionale fattispecie di sovranità parlamentare sulla giurisdizione) alla estinzione del procedimento giurisdizionale. Ciò non toglie, non sussistendo nell’ordinamento una “pregiudizialità parlamentare” che possa porre l’esercizio della giurisdizione in un indefinito stand-by (cfr. da ultimo Cass. sez. 3, 5 dicembre 2014 n. 25739, cit. e, in motivazione, Cass. sez. 3, ord. 19 marzo 2007 n.6447), che il termine complessivo così identificato – di deliberazione per l’organo parlamentare, di sospensione per il procedimento giurisdizionale – incide pure sull’esercizio dell’impulso processuale, in tale fattispecie, delle parti, in forza dell’art. 307 c.p.c. Le parti sono infatti tenute a riassumere il giudizio entro il suddetto termine complessivo anche qualora la deliberazione parlamentare non sia ancora intervenuta; se, dunque, il termine è oltrepassato senza riassunzione, non vi è esonero dalla generale disciplina sulle conseguenze della inattività delle parti dettata dall’art. 307 c.p.c. Al potere dispositivo delle parti sotto il profilo dell’impulso processuale viene affidato, in ultima analisi, l’effetto della scriminante, giacchè l’art. 3 non prevede che il Presidente della Camera interessata abbia alcun obbligo di informazione nei confronti del giudice remittente; nè tanto meno prevede alcun obbligo di restituzione degli atti, e infatti di questi è disposta la trasmissione in “copia” dal quinto comma. Anche se, sotto quest’ultimo profilo, non è sostenibile (come invece si prospetta, senza adeguati argomenti, nel secondo motivo del ricorso) che la trasmissione degli atti originali sia a sua volta idonea a inficiare alcunchè, potendone derivare semplicemente una richiesta di restituzione da parte dell’organo giurisdizionale all’organo parlamentare e non discendendone appunto l’esonero delle parti dall’obbligo di esercitare l’impulso entro il complessivo termine, giacchè queste sono comunque in condizioni per esercitarlo (a parte, naturalmente, che nel caso concreto ricorra la fattispecie – qui non invocata e necessitante comunque di specifica dimostrazione – di cui all’art. 153 c.p.c., comma 2).

3.2.4 Si giunge, a questo punto, al nucleo della questione della condizione in cui si devono trovare le parti per esercitare l’attività riassuntiva rispettando la perentorietà, nel senso di conoscenza del dies a quo del termine per riassumere.

Occorre specificare, anzitutto, traendo le fila da quanto appena analizzato, che la data della ricezione ha un effetto duplice sul potere dispositivo delle parti processuali, poichè ne scaturisce un termine suddiviso in due segmenti. La pendenza del primo, consistente nei novanta o nei centoventi giorni che il legislatore direttamente determina come spatium temporis per la deliberazione parlamentare, logicamente rende inammissibile l’istanza di riassunzione, a meno che l’istante non alleghi la già intervenuta delibera parlamentare. La pendenza del secondo segmento, che il legislatore conferisce invece indirettamente come spatium temporis all’attività parlamentare, per nulla osta invece all’iniziativa di impulso processuale della parte, anzi dovrebbe essere ordinariamente il periodo in cui la parte si attiva.

Come determinare, allora, la legittimità lato sensu (in riferimento al primo segmento del termine) e la tempestività (in riferimento al secondo segmento) dell’atto di riassunzione? Quale conseguenza di tutto quanto si è sopra considerato, individuando il momento in cui la parte ha conosciuto l’accadimento della ricezione degli atti da parte dell’organo parlamentare.

Per quel che infatti si è già osservato, la ricezione di per sè è un fatto estraneo al processo; pertanto, logicamente, è un mero fatto anche la conoscenza del suo accadimento, che viene peraltro a costituire il dies a quo che qui interessa. Le modalità di accertamento di questo secondo fatto non possono non essere a loro volta identificate negli ordinari strumenti epistemologici che consentono gli accertamenti processuali nel caso in cui per questi non siano espressamente previsti esclusivamente mezzi di accertamento specifici. E dunque, la corte territoriale, operando la sua valutazione sull’epoca di acquisizione della conoscenza, da parte di Mi.Gi., della intervenuta ricezione degli atti da parte dell’organo parlamentare, si è avvalsa di elementi presuntivi (l’essere il Mi. membro di tale Camera e l’avere pertanto ricevuto, in applicazione del Regolamento dell’attività della Giunta competente, invito ad intervenire), prove documentali (il verbale delle sedute inclusivo pure del rapporto del relatore) e argomenti di prova ex art. 116 c.p.c. (il contenuto delle difese di Mi.Gi., con riguardo soprattutto alla sua comparsa conclusionale) in modo del tutto corretto, traendone con limpida logica, e dunque senza alcuna arbitrarietà e/o mancanza di motivazione, che Mi.Gi. pervenne alla conoscenza della ricezione degli atti da parte dell’organo parlamentare, costituente il dies a quo del complessivo termine (novanta giorni più sei mesi) per la riassunzione, in un’epoca immediatamente antecedente a quella durante la quale l’organo parlamentare operò (aprile e maggio 2007).

Del tutto inconferenti, allora, sono gli ulteriori argomenti che animano il secondo motivo relativi alla successiva – e già sopra qualificata superflua rispetto alla ratio decidendi di cui si è accertata la correttezza – parte della motivazione della sentenza impugnata, cioè alla “negligenza” di Mi.Gi. quanto al recupero degli atti dalla Camera “al fine di consentire la rimessione della causa sul ruolo e procedere così oltre nella riassunzione”, poichè l’istanza di riassunzione ben poteva, come sopra si è rilevato – e quindi doveva, ai fini di non incorrere nella estinzione per inattività -, essere proposta anche mentre gli atti originali del processo erano ancora presso la Camera dei Deputati. Non ha rilievo, perciò, che il difensore di Mi.Gi. abbia chiesto il 7 dicembre 2012 al Presidente della Giunta parlamentare di restituire il fascicolo alla Corte d’appello e che tale Presidente lo abbia informato il 14 dicembre 2012 dell’avvenuta restituzione; nè tanto meno ha rilievo che, pur essendosi la Giunta espressa il 7 maggio 2007 e la Camera espressa il 30 maggio 2007, la Delib. di insindacabilità parlamentare sia stata comunicata alla Corte d’appello di Catania dal Presidente della Camera dei Deputati il 31 maggio 2007 e se ne sia “avuta notizia soltanto nel dicembre 2012”: a tacer d’altro, quel che incide non è l’esito dell’intervento parlamentare, bensì, sotto il profilo temporale, la conoscenza della ricezione degli atti da parte dell’organo parlamentare.

Priva di pertinenza, pertanto, è altresì la richiamata giurisprudenza relativa alla conoscibilità della pronuncia sulla questione pregiudicante.

Quanto poi all’ultimo argomento addotto nel secondo motivo, cioè la pretesa “aberrante” inutilità della riassunzione effettuata da M.G. rispetto alla posizione di Mi.Gi., non se ne percepisce alcun fondamento, se non altro perchè, quando M.G. ha riassunto, Mi.Gi. aveva già da anni consumato il termine di riassunzione. E la mancata separazione delle cause da parte della corte territoriale – che, come più sopra si è già evidenziato, non ha integrato una violazione della L. n. 140 del 2003, art. 3, comma 2 che preserva al giudicante uno spazio di discrezionalità (“se del caso”) al riguardo – non significa certo immedesimare in un unicum le posizioni delle parti in relazione agli eventi fattuali con effetti processuali che singolarmente le coinvolgono.

Del tutto infondata, parimenti, per quel che si è detto a proposito del rilievo soltanto del momento della conoscenza della ricezione degli atti da parte dell’organo parlamentare, è l’argomentazione del terzo motivo che si rapporta ad una pretesa impossibilità di conoscere la data dell’invio degli atti al suddetto organo.

In conclusione, i primi tre motivi del ricorso in esame non meritano accoglimento.

3.3.1 Congiuntamente devono essere vagliati, in considerazione dei loro contenuti che ora si verranno a sintetizzare, pure il quarto e il quinto motivo.

Il quarto motivo denuncia violazione e falsa applicazione della L. n. 140 del 2003, art. 3, comma 3, riguardo i poteri dispositivi d’ufficio dell’Autorità decidente.

Tale norma stabilirebbe che la determinazione della Camera dei Deputati quanto alla insindacabilità delle affermazioni del deputato deve essere accertata dal giudice, anche d’ufficio, in ogni stato e grado del giudizio; e nel caso in esame il giudice d’appello avrebbe eluso i vincoli normativi.

Il quinto motivo denuncia violazione del principio di cui alla sentenza n. 120/2004 della Corte Costituzionale, per cui, ai sensi dell’art. 68 Cost., ai fini della insindacabilità delle opinioni rileva il collegamento con le funzioni parlamentari. In base a ciò e ai rilievi della Giunta le dichiarazioni di Mi.Gi. rientrerebbero nel diritto di critica politica, per cui la condanna al risarcimento del danno pronunciata dalla sentenza di primo grado, e confermata dalla sentenza di secondo grado, confliggerebbe con i principi costituzionali.

3.3.2 Questi motivi imputano in sostanza al giudice d’appello di avere – implicitamente mediante l'”escamotage” della dichiarazione di estinzione del giudizio nei confronti di Mi.Gi. – violato da un lato la L. n. 140 del 2003, art. 3, comma 3, non tenendo conto della Delib. Camera sulla insindacabilità (che, secondo il ricorrente, detta norma impone al giudice di accertare anche d’ufficio in ogni stato e grado del giudizio), e dall’altro la stessa scriminante parlamentare plasmata dall’articolo 68 Cost. alla luce del principio di rilevanza del collegamento delle opinioni con le funzioni parlamentari così come chiarito dal giudice delle leggi, e dunque direttamente i principi costituzionali. Si tratta di doglianze prive di consistenza.

E’ vero infatti che la L. n. 140 del 2003, art. 3, comma 3, stabilisce che, quando ritiene applicabile l’art. 68 Cost., comma 1, “il giudice provvede con sentenza in ogni stato e grado”: il riferimento, però, è al giudice penale (l’inciso completo è: “il giudice provvede con sentenza in ogni stato e grado del processo penale, a norma dell’art. 129 c.p.p.”). Ma soprattutto gli obblighi del giudice di rispettare sia le norme processuali, sia le norme sostanziali anche costituzionali, hanno come presupposto l’esistenza attuale di un processo, ovvero dell’ambito giuridico in cui devono essere adempiuti. Se, quindi, il giudizio si è estinto, ciò assorbe ogni altro profilo, sia processuale, sia sostanziale, l’estinzione del giudizio esaurendo nel caso concreto ogni esercizio della giurisdizione.

Anche queste censure, pertanto, risultano infondate, per cui deve concludersi che infondato è tutto il ricorso proposto nell’interesse di Mi.Gi..

4. Si deve ora esaminare il ricorso proposto, sulla base di due motivi, nell’interesse di C.G. e di B.G..

4.1.1 Questo ricorso, nel suo primo motivo, denuncia, ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, violazione degli artt. 115,116 e 297 c.p.c., artt. 2727,2729 e 2697 c.c., nonchè, ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, omesso esame di fatto discusso e decisivo.

Per determinare la fondatezza della eccezione di estinzione del giudizio nei confronti di M.G. dovrebbe farsi riferimento alla L. n. 140 del 2003, art. 3, comma 4. Nel giudizio d’appello sarebbe stato pacifico che la trasmissione e la ricezione degli atti sarebbero avvenute nell’aprile 2007, quando furono esaminati dalla Giunta e dalla Camera, la quale si pronunciò il 30 maggio 2007. Ciò sarebbe provato dai resoconti delle sedute della Giunta del 18 e del 24 aprile 2007, dalla relazione della Giunta e dal resoconto della seduta della Camera del 30 maggio 2007. Dalla conoscenza da parte di M.G. della trasmissione e della ricezione degli atti sarebbero decorsi quindi i termini di cui alla L. n. 140 del 2003, art. 3 e art. 297 c.p.c.; e questa conoscenza risulterebbe, appunto, pacificamente dagli atti. M.G., poi, nel ricorso per riassunzione del 29 gennaio 2013, nella comparsa conclusionale del 14 maggio 2013 e nella replica del 6 giugno 2013 non avrebbe negato la sua conoscenza della trasmissione degli atti e dell’ordinanza di sospensione del 12-15 dicembre 2006 pronunciata dal giudice d’appello, bensì opposto di non avere saputo della Delib. della Camera e della restituzione degli atti alla Corte d’appello. A questi argomenti fanno seguito stralci del ricorso in riassunzione (ove M.G., dato atto della disposizione di trasmissione degli atti dal giudice d’appello alla Camera, afferma di non avere “ricevuto ad oggi alcuna comunicazione”, per cui “non sa se la Camera dei Deputati si sia espressa al riguardo, nè, tanto meno, il contenuto dell’eventuale decisione” della Camera), della comparsa conclusionale e della replica, sempre per sostenere che, anzichè contestare, M.G. sostanzialmente avrebbe ammesso di sapere, onde sarebbe erronea l’interpretazione del giudice d’appello degli atti processuali e sarebbe insorta una statuizione illogica.

Si adduce altresì che sarebbe stato omesso l’esame di un fatto discusso e decisivo.

Infatti, con ordinanza del 26 aprile-3 maggio 2006 il giudice d’appello avrebbe rinviato per la precisazione delle conclusioni la causa all’udienza del 4 febbraio 2011, ma tale ordinanza sarebbe stata “superata” dall’ordinanza del 12-15 dicembre 2006 che avrebbe disposto la sospensione del giudizio e la trasmissione degli atti alla Camera dei Deputati. L’ordinanza del 3 maggio 2006 sarebbe stata comunicata a tutte le parti, come avrebbe riconosciuto M.G., per cui, anche se egli avesse conosciuto soltanto questa, il 4 febbraio 2011 avrebbe appreso la sospensione del processo e la trasmissione degli atti, perchè l’udienza non sarebbe stata tenuta. Pertanto, almeno dal 4 febbraio 2011 sarebbero decorsi i novanta giorni di sospensione previsti dalla L. n. 140 del 2003. E i successivi sei mesi per la riassunzione ex art. 297 c.p.c. avrebbero costituito un termine ampiamente superato al momento del deposito del ricorso per riassunzione da parte del M., cioè il 29 gennaio 2013.

4.1.2 A prescindere dal fatto che nella rubrica i ricorrenti congiungono la denuncia di un preteso error in procedendo ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4 con un asserito vizio motivazionale ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, così ledendo la necessaria specificità del motivo, è sufficiente rilevare che tutta la doglianza verte sulla conoscenza da parte di M.G. della trasmissione alla Camera degli atti processuali e della loro ricezione, sia per avere la sua difesa affermato, negli atti indicati nel motivo, di non avere saputo nè se la Camera aveva deciso nè il contenuto dell’eventuale decisione, sia per avere egli logicamente appreso, non essendo stata tenuta dal giudice d’appello l’udienza di precisazione delle conclusioni del 4 febbraio 2011, che il giudizio era stato sospeso e che erano stati trasmessi gli atti processuali all’organo parlamentare. Tutto questo, a tacer d’altro, non coglie nel segno, poichè, come già sopra si è evidenziato a proposito del ricorso Mi., quel che vale come dies a quo è il momento in cui la parte acquisisce conoscenza dell’intervenuta ricezione degli atti da parte dell’organo parlamentare: momento che non è identificabile in rapporto alla posizione di M.G., dato che questi, a differenza di Mi.Gi., non era membro della Camera dei Deputati, e dato altresì che non può desumersi dal mero asserto troppo generico, ictu oculi, nel suo contenuto – di non avere ancora saputo, quando riassumeva, se vi fosse stata o meno una decisione da parte dell’organo parlamentare. Ben diversamente, invece, Mi.Gi. non poteva non avere conseguito una conoscenza certa dell’epoca della ricezione degli atti da parte della Camera, essendo stato egli stesso – come, si è visto più sopra, ha accertato il giudice d’appello – invitato a partecipare all’attività conseguente dell’organo parlamentare. E la corte territoriale, infatti, fonda sostanzialmente il rigetto della eccezione di estinzione per quanto concerne la posizione di M.G. sull’assenza di “elementi di alcun tipo, foss’anche indiziari, attestanti una qualche conoscenza da parte dello stesso della attività parlamentare, cui non aveva comunque titolo a partecipare” (motivazione della sentenza impugnata, pagina 12).

Il motivo quindi non merita accoglimento.

4.2.1 Il secondo motivo lamenta violazione degli artt. 115 e 116 c.p.c. e omesso esame di fatto discusso e decisivo ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 c.p.c..

Il giudice d’appello avrebbe deciso sulla base di un erroneo, illogico e immotivato sillogismo: se Ci. e S. avessero avuto incontri di complotto con il “pentito” P. (da cui sarebbero derivate le false accuse al M.), anche gli attuali ricorrenti avrebbero avuto incontri con Ci. e S.. Irrilevanti sarebbero poi le pronunce richiamate nella motivazione della sentenza impugnata (sentenza n. 970/2007 della Corte d’appello di Catania e sentenza n. 20 gennaio 2009 della Corte d’appello di Reggio Calabria), e assoluta sarebbe la carenza di motivazione sui pretesi incontri dei ricorrenti con Ci. e S.. Il movente del complotto, identificato in una rivincita dopo la sconfitta elettorale, sarebbe poi stato proponibile soltanto per questi ultimi, e non per i ricorrenti, che non avrebbero partecipato competizione elettorale. E anche il M. nel giudizio d’appello si sarebbe riferito soltanto a incontri del P. con Ci. e S.. Nessuna prova comunque dimostrerebbe l’esistenza di incontri degli attuali ricorrenti con P., Ci. e S. (al riguardo si richiamano testimonianze e articoli di stampa); e in ogni caso, anche se fossero avvenuti, sarebbero stati insufficienti a dimostrare la partecipazione dei ricorrenti al complotto contro il M..

Dalla sintesi appena tracciata di quest’ultima censura emerge ictu oculi la sua natura inammissibilmente fattuale, che, lungi da una reale identificazione dello specifico vizio motivazionale denunciabile con l’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 nel testo vigente e qui applicabile, offre una valutazione alternativa del compendio probatorio e, tutt’al più, giunge entro certa misura (la diretta critica fattuale rimane sempre predominante) alla denuncia di un vizio (pretesa illogicità di sillogismo) che avrebbe potuto farsi valere soltanto in forza del testo abrogato.

Pertanto anche questo ricorso deve essere rigettato.

In conclusione, devono essere rigettati entrambi i ricorsi, con conseguente condanna di C.G. e di B.G., in solido per il comune interesse processuale, alla rifusione a M.G. – controinteressato in effetti solo al loro ricorso – delle spese processuali, liquidate come da dispositivo. Quanto ai rapporti processuali tra chi ha proposto i due ricorsi si compensano le spese per reciproca soccombenza.

Sussistono D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater i presupposti per il versamento da parte dei ricorrenti dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il loro ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

PQM

 

Rigetta i ricorsi e condanna solidalmente C.G. e di B.G. a rifondere a M.G. le spese processuali, liquidate in un totale di Euro 8200, oltre a Euro 200 per esborsi e agli accessori di legge, per il resto compensandole.

Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte dei ricorrenti, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il loro ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, il 16 maggio 2017.

Depositato in Cancelleria il 31 luglio 2017

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