Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 18907 del 11/09/2020

Cassazione civile sez. II, 11/09/2020, (ud. 11/12/2019, dep. 11/09/2020), n.18907

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. ORICCHIO Antonio – Presidente –

Dott. CARRATO Aldo – Consigliere –

Dott. ABETE Luigi – Consigliere –

Dott. VARRONE Luca – rel. Consigliere –

Dott. OLIVA Stefano – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 23307/2016 proposto da:

F.L.C., in proprio e n.q. di rappresentante

F.Q. E., F. A. M., F.Q. L., elettivamente

domiciliato in ROMA, VIA FEDERICO CONFALONIERI 5, presso lo studio

dell’avvocato LUIGI MANZI, che lo rappresenta e difende unitamente

all’avvocato CESARE FEDERICO GLENDI;

– ricorrente –

contro

IRETI SPA, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA PIETRO DA CORTONA

N. 8, presso lo studio dell’avvocato SALVATORE MILETO, rappresentata

e difesa dagli avvocati LUCIANO COSTANTINI, LUCA ALFREDO LANZALONE;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 1000/2015 della CORTE D’APPELLO di GENOVA,

depositata il 31/07/2015;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

11/12/2019 dal Consigliere Dott. LUCA VARRONE.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. La società LI.FO. di G.U.F. & C. sas conveniva in giudizio AMGA spa, oggi IREN Acqua Gas spa, affinchè fosse ordinato a quest’ultima di cessare l’utilizzo della porzione di un terreno sito in (OMISSIS) – Quinto contraddistinto al mappale numero (OMISSIS) e di esercitare la servitù di passaggio di gasdotto sull’esatta porzione di terreno, mappale numero (OMISSIS), così come concessa dall’attore in forza dell’atto a rogito notaio Fe. del 15 dicembre 1988 con condanna della convenuta al trasferimento della servitù su tale ultimo terreno e ripristino dello stato dei luoghi originario.

L’attrice chiedeva anche dichiararsi l’inadempimento della società convenuta rispetto all’obbligo pattuito alla clausola lettera L. dell’atto costitutivo della servitù, non avendo ottemperato all’impegno assunto in contratto di richiedere ed ottenere i necessari permessi da parte di Anas e della società autostrade, affinchè l’attrice potesse esercitare il diritto di transito sulla strada in costruzione nella zona concessa in servitù.

1.1 La società AMGA si costituiva in giudizio chiedendo il rigetto della domanda e proponendo domanda riconvenzionale con la quale chiedeva di essere autorizzata a mantenere la cabina di riduzione e misurazione del metano e di gasdotto nella posizione in cui erano collocate previa liquidazione di un’indennità di Lire 6.079.955 in favore della LI.FO..

1.2 Interveniva volontariamente in giudizio F.L.C. in proprio e nella qualità di procuratore generale dei fratelli F.Q.E., F.A.M. e F.Q.L., aderendo a tutte le domande formulate dalla Li.FO. e proponendone di nuove (domanda di risarcimento del danno a favore degli intervenienti, accertamento dell’esercizio di AMGA di diversa servitù rispetto a quella pattuita, condanna a pagare altra somma a titolo di costituzione di nuova servitù).

2. All’esito della consulenza tecnica d’ufficio che aveva accertato che il terreno distinto al mappale (OMISSIS) non era di proprietà di LI.FO., bensì di proprietà F. eredi Q., il Tribunale respingeva le domande di parte attrice e dichiarava inammissibile quella riconvenzionale proposta dalla convenuta. Dichiarava, inoltre, inammissibile l’intervento di F.L.C., in proprio e nella qualità di procuratore generale dei fratelli F.Q.E., F.A.M. e F.Q.L..

3. Avverso tale sentenza F.L.C. in proprio e quale rappresentante della LI.FO., nonchè di F.Q.E., F.A.M. e F.Q.L. proponeva appello avverso la suddetta sentenza.

4. La Corte d’Appello dichiarava inammissibile il mezzo di gravame.

Preliminarmente il giudice del gravame correggeva la motivazione perchè l’affermazione del giudice di primo grado circa l’inammissibilità dell’intervento con il quale gli appellanti avevano proposto domande nuove e autonome rispetto a quelle formulate dall’attrice LI.FO. era erronea, potendo formulare la parte interveniente tali domande sino alla precisazione delle conclusioni.

La parte appellante aveva inoltre riproposto tutte le domande proposte in primo grado chiedendo l’accertamento di tutte le inadempienze di AMGA agli obblighi assunti nell’atto del notaio Fe. del 15 dicembre 1988.

4.1 A parere della Corte d’Appello, tuttavia, l’intervento di F.L.C. era comunque inammissibile in quanto egli si era costituito in proprio e nella qualità di procuratore generale dei fratelli F.Q.E., F.A.M. e F.Q.L. senza specificare che la costituzione era effettuata, in proprio e per conto dei sopramenzionati, nella qualità di eredi universali di Q.E., il quale come dedotto dagli appellanti aveva partecipato in proprio alla stipula dell’atto del notaio Fe. del 15 dicembre 1988. Sia nell’intestazione dell’intervento che nel proseguo dello stesso gli intervenienti non avevano specificato con precisione la qualità di eredi e, dunque, l’intervento doveva ritenersi inammissibile.

Peraltro, l’appello era comunque inammissibile non avendo gli appellanti proposto specifico motivo di impugnazione volto alla riforma della sentenza gravata, nel punto in cui aveva ritenuto la domanda attorea infondata nel merito, rilevando che “dalla CTU risulta che nella tavola progettuale 191EK/1, allegata, previa vidimazione, risultano documentati e ratificati tutti gli sconfinamenti lamentati.

Gli appellanti non avevano mosso specifica censura alle ragioni per le quali il giudice aveva ritenuto la domanda di parte attrice infondata in violazione del disposto di cui all’art. 342 c.p.c., inoltre gli appellanti non avevano impugnato specificamente la parte della sentenza che aveva ritenuto la domanda di declaratoria dell’inadempienza lamentata in relazione all’obbligo della clausola L. del citato contratto non supportata da adeguati riscontri probatori

5. F.L.C. in proprio e nella qualità di procuratore della LI.FO. e di F.Q.E., F.A.M. e F.Q.L., eredi di Q.E., ha proposto ricorso per cassazione avverso la suddetta sentenza sulla base di tre motivi.

6. La società IRETI spa succeduta alla AMGA ha resistito con controricorso.

7. Il ricorrente con memoria depositata in prossimità dell’udienza ha insistito nella richiesta di accoglimento del ricorso.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Il primo motivo di ricorso è così rubricato: violazione degli artt. 99,101 c.p.c., art. 156 c.p.c., comma 2, nonchè violazione o falsa applicazione degli artt. 1362 e 1363 c.c.. Denunzia ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 4.

Il ricorrente lamenta l’erroneità della statuizione della Corte d’Appello circa l’inammissibilità dell’intervento per non aver speso la qualità di erede di Q.E. proprietario del terreno su cui AMGA aveva sconfinato al momento della citazione in giudizio.

Sotto un primo profilo, non essendo mai stata contestata la qualità di erede, la decisione violerebbe l’art. 101 c.p.c., comma 2, non avendo il giudicante sollecitato le parti a contraddire sul punto.

Peraltro, nel caso tale contraddittorio si fosse svolto sarebbe emerso che l’atto l’intervento proposto dai fratelli F. era stato effettuato con specificazione della qualità di eredi di Q.E..

Sotto un secondo profilo i ricorrenti contestano l’error in iudicando nell’interpretazione dei suddetti atti di intervento in quanto nell’intestazione dell’atto intervento si precisava la qualità di eredi dei fratelli F.. Peraltro, l’intervento era stato svolto proprio perchè nel corso dell’istruttoria della causa era emerso che il mappale (OMISSIS) nella quale era si era verificata l’invasione da parte della convenuta non era di proprietà di LI.FO., bensì di Q.E. e, dunque, per successione dei suoi eredi fratelli F., come dichiarato espressamente al verbale di udienza del 25 novembre 2004 dove per l’appunto si precisava che l’intervento spiegato in casa dagli eredi era meramente adesivo alle domande tutte formulate alla società attrice.

1.2 Il motivo è infondato.

Costituisce orientamento consolidato quello secondo il quale: Qualora il giudice esamini d’ufficio una questione di puro diritto, senza procedere alla sua segnalazione alle parti onde consentire su di essa l’apertura della discussione (cd. terza via), non sussiste la nullità della sentenza, in quanto da tale omissione non deriva la consumazione di vizio processuale diverso dall’error iuris in iudicando, ovvero dall’error in iudicando de iure procedendi, la cui denuncia in sede di legittimità consente la cassazione della sentenza solo se tale errore sia in concreto consumato (Sez. 1, Sent. n. 2984 del 2016, Sez. 1, Sent. n. 16049 del 2018).

Nella specie tale errore in concreto non si è consumato. Il collegio, infatti, ha potuto esaminare direttamente la comparsa di intervento del 7 giugno 2004 effettuata da F.L.C. in proprio e nella qualità di procuratore generale di F.Q.E., F.A.M. e F.Q.L., essendo consentito l’accesso agli atti processuali del fascicolo di merito nel caso, come quello in esame, in cui il ricorrente abbia dedotto un error in procedendo in relazione al quale la Corte è giudice del fatto.

In tale atto il F., in proprio e nella qualità di rappresentante di F.Q.E., F.A.M. e F.Q.L., definisce gli intervenienti eredi, senza tuttavia specificare in alcun modo chi sia il de cuius del quale spendono la qualità di erede e tantomeno fornendo alcuna prova al riguardo.

Pertanto, risulta infondato quanto dedotto dal ricorrente secondo cui dall’atto di intervento emergeva chiaramente che la spendita della qualità di eredi delle parti intervenienti era riferita ad Q.E., proprietario del terreno su cui AMGA aveva sconfinato al momento della citazione in giudizio. La sentenza della Corte d’Appello, di conseguenza è immune dalle censure di violazione di legge, non potendosi riscontrare alcuna violazione dei canoni interpretativi di cui agli artt. 1362 e 1363 c.c., richiamati nel motivo di ricorso.

Peraltro deve osservarsi che negli allegati alla suddetta comaprsa di intervento non era indicato neanche lo stato di famiglia, atto idoneo a dimostrare quantomeno la relazione familiare e, dunque, la qualità di soggetto che deve ritenersi chiamato all’eredità, potendosi poi presumere da tale atto la qualità di erede. (Sez. 3, Ord. n. 16814 del 2018).

2. Il secondo motivo di ricorso è così rubricato: violazione dell’art. 342 c.p.c., nel testo vigente ratione temporis anteriormente a quanto disposto dal D.L. n. 83 del 2012, art. 54, comma 1, lett. Oa, convertito in L. n. 134 del 2012, applicabile solo agli appelli proposti dopo l’11 settembre 2012. Denuncia ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4.

Il ricorrente censura anche la seconda parte della sentenza nella quale si affermava l’inammissibilità dell’appello non avendo gli appellanti impugnato specificamente la parte della sentenza di primo grado che aveva ritenuto la domanda di declaratoria dell’inadempienza in relazione all’obbligo della clausola L. del citato contratto non supportata da adeguati riscontri probatori.

Richiamata la giurisprudenza sull’art. 342 c.p.c., il ricorrente evidenzia che, nell’atto d’appello, con il secondo motivo aveva precisato che dovevano essere accertate le inadempienze di AMGA agli obblighi contrattualmente assunti, a nulla valendo il rilievo fatto nella sentenza secondo cui non sarebbe stata fornita la prova della mancata attivazione da parte della convenuta nei confronti dell’Anas per ottenere i permessi necessari a consentire alla Li.Fo. il transito sulla strada in questione perchè lo stesso mancato ottenimento di quanto pattuito comportava comunque la responsabilità di AMGA. Peraltro, anche nei successivi atti era stato ulteriormente specificata tale censura.

3. Il terzo motivo di ricorso è così rubricato: violazione dell’art. 342 c.p.c., nel testo vigente ratione temporis anteriormente a quanto disposto dal D.L. n. 83 del 2012, art. 54, comma 1, lett. Oa, convertito in L. n. 134 del 2012, applicabile solo agli appelli proposti dopo l’11 settembre 2012. Denuncia ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4.

Secondo il ricorrente l’affermazione riportata nella sentenza di secondo grado era solo un’argomentazione svolta ad abundatiam rispetto alla decisione di inammissibilità della domanda attorea, in quanto la particella su cui era avvenuto lo sconfinamento non era di sua proprietà. Peraltro, l’inammissibilità atteneva soltanto ad uno specifico motivo ed ad un altrettanto circoscritto rilievo argomentativo senza investire la totalità del gravame oggetto del contendere.

4. Il secondo e il terzo motivo di ricorso sono inammissibili.

Questa Corte ha già affermato a Sezioni Unite che: “Qualora il giudice che abbia ritenuto inammissibile una domanda, o un capo di essa, o un singolo motivo di gravame, così spogliandosi della “potestas iudicandi” sul relativo merito, proceda poi comunque all’esame di quest’ultimo, è inammissibile, per difetto di interesse, il motivo di impugnazione della sentenza da lui pronunciata che ne contesti solo la motivazione, da considerarsi svolta “ad abundantiam”, su tale ultimo aspetto” (Sez. U, Sentenza n. 24469 del 2013).

Nella specie, dunque, la Corte d’Appello di (OMISSIS) dopo aver dichiarato l’inammissibilità dell’intervento dei ricorrenti ad abundantiam ha evidenziato anche l’inammissibilità dei motivi di impugnazione per difetto di specificità. Tale rilievo costituisce un mero obiter dictum, che non ha influito sul dispositivo della decisione, fondata su altra ratio decidendi.

5. In conclusione la Corte rigetta il primo motivo di ricorso e dichiara inammissibili i restanti due.

6. Le spese del giudizio seguono la soccombenza e si liquidano come da dispositivo.

7. Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, si dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento da parte del ricorrente principale di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso principale a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis, se dovuto.

P.Q.M.

La Corte rigetta ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese del giudizio in favore della contro ricorrente che liquida in complessivi Euro 4.100 più 200 per esborsi;

ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, dichiara la sussistenza dei presupposti per il versamento da parte del ricorrente del contributo unificato dovuto per il ricorso principale a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Seconda Civile, il 11 dicembre 2019.

Depositato in Cancelleria il 11 settembre 2020

 

 

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