Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 18907 del 05/07/2021

Cassazione civile sez. trib., 05/07/2021, (ud. 20/04/2021, dep. 05/07/2021), n.18907

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. BALSAMO Milena – Presidente –

Dott. FASANO Anna Maria – Consigliere –

Dott. RUSSO Rita – Consigliere –

Dott. CIRESE Marina – rel. Consigliere –

Dott. TADDEI Margherita – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 15884-2014 proposto da:

RISCOSSIONE SICILIA SPA, elettivamente domiciliata in ROMA, Piazza

Cavour, presso la cancelleria della Corte di Cassazione,

rappresentata e difesa dall’avvocato GERMANO GIUSEPPE GARAO;

– ricorrente –

contro

AGENZIA DELLE ENTRATE, in persona del Direttore pro tempore,

elettivamente domiciliata in ROMA, VIA DEI PORTOGHESI 12, presso

l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che la rappresenta e difende;

– controricorrente e ricorrente incidentale –

e contro

C.G., COMUNE CATANIA;

– intimati –

avverso la sentenza n. 1123/2014 della COMM. TRIB. REG. SICILIA

SEZ.DIST. di CATANIA, depositata il 02/04/2014;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

20/04/2021 dal Consigliere Dott. MARINA CIRESE.

 

Fatto

RITENUTO

che:

1. C.G. proponeva ricorso avverso gli estratti di ruolo recanti le cartelle di pagamento relative alla tassa auto per l’anno 2000, per la C.S.S.N. dell’anno 1992 e la Tosap per l’anno 1996, eccependo l’omessa notifica delle dette cartelle e dei relativi avvisi di accertamento quali atti prodromici.

La CTP di Catania con sentenza del 29.1.2009 accoglieva il ricorso proposto, sul rilievo che l’Agenzia delle Entrate, Ufficio di Catania, non aveva fornito la prova della notifica del processo verbale di accertamento per la Tassa auto relativa al 2020 e che la Serit Sicilia s.p.a. non aveva dimostrato di avere eseguito la notifica delle cartelle di pagamento oggetto di impugnazione.

Interposto appello avverso detta pronuncia da parte della società Serit Sicilia, all’esito del giudizio in cui l’Agenzia delle Entrate proponeva appello incidentale, la CTR della Campania, con sentenza in data 2.4.2014, rigettava sia l’appello principale che quello incidentale, ritenendo inammissibile la produzione documentale offerta solo in appello concernente la notifica delle cartelle.

Avverso detta pronuncia la società Riscossione Sicilia s.p.a proponeva ricorso per cassazione articolato in tre motivi, illustrati nelle memorie difensive.

Il contribuente non si costituiva.

L’Agenzia delle Entrate chiedeva l’accoglimento del ricorso per cassazione.

Diritto

CONSIDERATO

che:

2. Con il primo motivo di ricorso rubricato “Violazione e/o falsa applicazione del D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 33, comma 1, e dell’art. 24 Cost., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4”, parte ricorrente deduce che, presentata istanza di trattazione del giudizio di appello in pubblica udienza, il decreto di fissazione dell’udienza non veniva notificato alle altre parti costituite, cosicchè il difensore della Serit non aveva potuto partecipare ed esporre le proprie difese con conseguente nullità dell’udienza di discussione e della sentenza emessa all’esito` della stessa.

3. Con il secondo motivo di ricorso rubricato “Violazione e/o falsa applicazione del D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 58, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3,” parte ricorrente deduce che la CTR ha errato nel ritenere inammissibile la produzione documentale della Serit s.p.a., atteso che nel processo tributario è fatta salva la possibilità di produrre nuovi documenti anche in appello indipendentemente dalla impossibilità dell’interessato di produrli in prima istanza per cause a lui non imputabili.

4. Con il terzo motivo di ricorso si lamenta la “Violazione e/o falsa applicazione del D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 57, comma 2, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3”; per avere i giudici regionali sancito il divieto di nuove prove in appello al pari di quanto disposto per le nuove domande e le nuove eccezioni D.Lgs. n. 546 del 1992, ex art. 57.

5. Con riguardo al primo motivo di ricorso, al fine di valutare la fondatezza della censura nei termini in cui è stata svolta occorre dare conto preliminarmente delle differenti opzioni ermeneutiche che si registrano in tema di lesione del diritto di difesa in conseguenza della violazione di norme processuali e che a loro volta discendono dalle differenze riscontrabili tra processo tributario e processo civile.

5.1 La premessa è che il D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 1, comma 2, rubricato “Gli organi della giurisdizione tributaria” recita che: “I giudici tributari applicano le norme del presente decreto e, per quanto da esse non disposto e con esse compatibili, le norme del codice di procedura civile” operandosi pertanto un rinvio alle norme del codice di procedura civile previo giudizio di compatibilità.

Tra i profili di maggiore differenza tra i due processi si colloca il D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 7, secondo il quale nel giudizio tributario non sono ammessi il giuramento e la prova testimoniale. Le ragioni del divieto sono state riscontrate nella natura documentale dell’istruttoria processuale e nella necessità che il processo sia esperito con celerità, basandosi il contenzioso tributario su prove documentali, tra le quali sono annoverate, secondo la giurisprudenza di legittimità, anche le dichiarazioni di terzi raccolte nel corso delle indagini preliminari e riprodotte nei processi verbali dell’organo di Polizia Finanziaria o dall’Agenzia nel procedimento di accertamento.

Le dichiarazioni raccolte nel procedimento, e riversate nel processo verbale dotato dell’efficacia di prova legale di cui all’art. 2699 c.c., (atto pubblico) sono assistite da pubblica fede, cosa che per il privato potrebbe verificarsi solo laddove esse fossero rese nella forma di atto notorio o dichiarazione sostitutiva di atto notorio. Inoltre, pur ammettendosi, che anche il contribuente possa introdurre nel procedimento dichiarazioni rese da terzi dotate della stessa efficacia probatoria delle dichiarazioni versate in un processo verbale, tra le parti processuali il rapporto non è di per sè non del tutto paritario in quanto per la parte pubblica è, senza dubbio, più facile raccogliere le dichiarazioni nell’ambito di un procedimento nel quale gode di ampi poteri istruttori e in un certo senso, anche, inquisitori di cui il privato è ovviamente privo, e che possono orientarla con efficacia sensibilmente maggiore di questo, anche solo nella individuazione delle persone informate dei fatti.

A riguardo si è infatti evidenziato in dottrina come il diritto al contraddittorio implica, in linea teorica, l’opportunità per tutte le parti di aver cognizione di contro-dedurre in ordine a tutte le prove presentate o tutti gli atti depositati, sì da poter influenzare in eguale misura la decisione del tribunale e che d’altra parte tale principio è strettamente connesso a quello della parità delle armi.

Proprio in relazione all’attuazione del principio del contraddittorio nel giudizio tributario assume peculiare importanza la richiesta e la conseguente fissazione dell’udienza pubblica nell’ambito della quale la parte privata può illustrare le proprie argomentazioni e proporre la propria interpretazione del materiale probatorio. Ed invero la partecipazione a detta udienza ed a monte la comunicazione della sua fissazione sono funzionali all’esercizio del diritto di difesa potendo andare a “riequilibrare”, una sostanziale disparità tra le parti, come prima evidenziata, a differenza di quanto avviene nel processo civile.

5.2 E’ proprio quindi la ontologica diversità tra il processo civile ed il processo tributario di merito a fare da sfondo ed a giustificare il diverso orientamento che si registra nella giurisprudenza di legittimità in ordine alla denunciata violazione del diritto di difesa.

Ed invero, secondo l’orientamento costante della giurisprudenza di legittimità, in materia non tributaria, la denuncia di vizi fondati sulla pretesa violazione di norme processuali non tutela l’interesse all’astratta regolarità dell’attività giudiziaria, ma garantisce solo l’eliminazione del pregiudizio subito dal diritto di difesa della parte in conseguenza della denunciata violazione cosicchè è inammissibile l’impugnazione con la quale si lamenti tout court un mero vizio del processo, senza prospettare anche le ragioni per le quali l’erronea applicazione della regola processuale abbia comportato, per la parte, una lesione del diritto di difesa o altro pregiudizio per la decisione di merito (Cass. 18/12/2014, n. 26831; Cass. 19/03/2014, n. 6330; Cass. n. 26419/2020).

Secondo tale interpretazione, pertanto, la parte non può limitarsi a dedurre la violazione del diritto al contraddittorio ma deve altresì indicare le specifiche argomentazioni e deduzioni difensive che avrebbe voluto veicolare nell’udienza alla quale non ha partecipato, deduzioni che la parte deve riportare in sede di enunciazione del motivo di ricorso per cassazione.

Tale principio che affonda le sue radici nel principio dell’effettività della tutela giurisdizionale e della ragionevole durata del processo subisce tuttavia un temperamento con riguardo al processo tributario.

5.3 In tale giudizio, a norma del D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 31, applicabile anche al giudizio di appello in relazione al richiamo operato dal medesimo decreto, art. 61, la segreteria della Commissione tributaria deve dare comunicazione alle parti costituite della data di trattazione del ricorso almeno trenta giorni liberi prima. Con riferimento alla data di trattazione decorrono per le parti i termini di decadenza per il deposito di documenti, memorie illustrative e repliche scritte.

Orbene secondo il consolidato indirizzo formatosi nell’ambito della giurisprudenza di questa Corte nell’ambito del giudizio tributario, l’omessa comunicazione alle parti dell’avviso di fissazione dell’udienza di discussione determina la nullità di tutti gli atti successivi e dipendenti del procedimento, nonchè della decisione comunque pronunciata (Cass. n. 21985 del 24/10/2011; n. 23607 del 20/12/2012; n. 11487 del 14/5/2013; n. 1786 del 29/1/2016; n. 18279 del 11/7/2018; n. 27837 del 31/10/2018) senza che la parte sia onerata di indicare quali specifiche deduzioni o argomentazioni difensive avrebbe dovuto rappresentare all’udienza cui non ha partecipato.

Ebbene, dalla verifica degli atti prodotti unitamente al ricorso per cassazione (segnatamente gli allegati nn. 4 e 5) emerge che il contribuente, in data 7.9.2013, aveva inviato a mezzo raccomandata, alla CTR la richiesta di trattazione dell’appello in pubblica udienza mentre non è vi è prova della notifica di detta istanza alle altre parti costituite come richiesto dal D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 33, comma 1. Inoltre, il difensore della Serit Sicilia s.p.a., in quanto non informato del decreto di fissazione dell’udienza pubblica, non vi compariva come risulta dal verbale di udienza del 19.9.2013.

Deve essere dunque ribadito il principio, secondo cui nel processo tributario, la trattazione dell’appello in pubblica udienza, senza preventivo avviso alla parte, costituisce una nullità processuale che travolge, per violazione del diritto di difesa, la sentenza successiva, determinando la retrocessione del processo alla commissione tributaria regionale, ove siano necessari accertamenti di fatto nel merito (vedi Sez. 5, Sentenza n. 27496 /2014).

I restanti motivi di ricorso sono assorbiti.

In conclusione, in accoglimento del primo motivo di ricorso, assorbiti i restanti, la sentenza impugnata va cassata con rinvio alla CTR della Campania, in diversa composizione, cui demanda altresì la regolamentazione delle spese di lite.

P.Q.M.

La Corte, in accoglimento del primo motivo di ricorso, assorbiti i restanti, cassa la sentenza impugnata e rinvia alla CTR della Campania, in diversa composizione, cui demanda altresì la disciplina delle spese di lite.

Così deciso in Roma, nella adunanza camerale, effettuata da remoto, il 20 aprile 2021.

Depositato in Cancelleria il 5 luglio 2021

 

 

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