Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 18900 del 11/09/2020

Cassazione civile sez. I, 11/09/2020, (ud. 02/07/2020, dep. 11/09/2020), n.18900

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CAMPANILE Pietro – Presidente –

Dott. PARISE Clotilde – Consigliere –

Dott. TERRUSI Francesco – Consigliere –

Dott. CAIAZZO Rosario – rel. Consigliere –

Dott. CARADONNA Lunella – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso n. 8037/2015 proposto da:

Laboratorio Analisi Cliniche Associazione Citodiagnostica, in persona

del legale rappres. p.t., elett.te domiciliato in Roma, presso

l’avvocato Vincenzo Alberto Pennisi, rappres. e difesa dall’avv.

Sergio Accetta, con procura speciale in atti;

– ricorrente –

contro

Azienda Sanitaria Provinciale di Catania, in persona del legale

rappres. p.t., elett.te domic. presso l’avv. Antonio Francesco

Vitale, rappres. e difesa dall’avv. Francesco Consoli, con procura

speciale a margine del controricorso;

– intimato –

avverso la sentenza n. 1659/18 emessa dalla Corte d’appello di

Catania, depositata il 2.12.14;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

02/07/2020 dal Consigliere rel. Dott. CAIAZZO ROSARIO.

 

Fatto

RILEVATO

che:

Con citazione notificata il 27.6.12, l’Azienda Sanitaria Provinciale di Catania propose appello avverso l’ordinanza emessa ex art. 186 quater c.p.c., dal Tribunale di Catania il 27.4.12, con cui, in accoglimento della domanda proposta dal Laboratorio Analisi Cliniche Associazione Citodiagnostica, era stato dichiarato illegittimo il recupero effettuato, nei suoi confronti, dalla suddetta Azienda della somma di Euro 14.114,64 a titolo di applicazione degli sconti tariffari per l’anno 2008, di cui alla L. n. 296 del 2006, art. 1, comma 796, lett. o), condannando la stessa Azienda Sanitaria al relativo rimborso, oltre interessi.

L’appellante deduceva l’erroneità dell’ordinanza impugnata, esponendo che: l’applicazione degli sconti tariffari era stata prevista dalla L. n. 296 del 2006, a partire dal 2007, con norma immediatamente operativa per la regione Sicilia, per cui era stato emesso il D.A. n. 1745/07 che prescriveva l’applicazione degli sconti sulle fatturazioni delle strutture private che erogavano assistenza specialistica in regime di preaccreditamento; il distinto D.A. n. 1977 del 2007

concernente la sola determinazione delle tariffe massime applicabili per le prestazioni rese dalle strutture convenzionate preaccreditate e non gli sconti tariffari – era stato sospeso dal Tar di Palermo e la Regione Sicilia, per conformarsi al provvedimento aveva adottato il D.A. 27 febbraio 2008, n. 336/08, ripristinando la remunerazione delle prestazioni della specialistica ambulatoriale esterna prevista dal previgente tariffario regionale, escludendo il tariffario nazionale, ferma restando la persistente applicazione delle norme sugli sconti tariffari; che le ordinanze cautelare emesse dal Tar erano state revocate dal Consiglio di Giustizia Amministrativa, per cui avevano ripreso efficacia i D.A. n. 1745 del 2007 e D.A. n. 1977 del 2007, con il conseguente recupero delle somme dovute per la mancata applicazione degli sconti tariffari, efficaci dal 2007, contrariamente a quanto ritenuto dal Tribunale, essendo la Regione Sicilia obbligata a rispettare i principi contenuti nella L. n. 296 del 2006.

Instaurato il contraddittorio con l’ASL, con sentenza emessa il 15.10.14, la Corte d’appello di Catania accolse l’appello e, in riforma dell’ordinanza impugnata, respinse la domanda proposta in primo grado dal Laboratorio Analisi Cliniche Associazione Citodiagnostica, rilevando che: affermata la riconducibilità della norma di cui alla L. n. 296 del 2006, art. 1, comma 796, lett. o), ai principi fondamentali di coordinamento della finanza pubblica, essa doveva ritenersi d’immediata applicazione anche nella Regione Sicilia dall’1.1.2007 (come poi confermato dai D.A. nn. 1745 del 2007 e D.A. n. 1977 del 2007); a seguito dell’impugnazione innanzi al G.A. e dell’adozione dei provvedimenti cautelari di sospensione del D.A. n. 1977 era stato redatto il D.A. n. 336 del 2008, che disponeva la riviviscenza in Sicilia delle tariffe previgenti, non sindacabile in via incidentale dal g.o.; era stato emesso il D.A. n. 1707 del 2013 avente ad oggetto “il ripristino con effetto retroattivo dei valori tariffari di cui al D.A. 28 settembre 2007, n. 1977” la cui interpretazione era nel senso che si trattava di un provvedimento ricognitivo della cessazione dei presupposti che avevano giustificato l’adozione del Decreto n. 336 del 2008, a seguito del definitivo rigetto dei ricorsi avverso il Decreto n. 1977 del 2007; pertanto, alla luce di quanto esposto erano da ritenersi pienamente efficaci i valori tariffari disposti con il decreto n. 1977 e quindi anche gli sconti tariffari sanciti dalla L. n. 296 del 2006, art. 1, comma 796, lett. o), con la conseguente correttezza del recupero delle corrispondenti somme da parte dell’ASL appellante; era altresì infondata la domanda della parte appellata, proposta in via subordinata e riproposta in secondo grado, avente ad oggetto l’accertamento della responsabilità contrattuale della stessa ASL per violazione del dovere d’informazione con conseguente diritto al risarcimento dei danni, in quanto, pur prescindendo dalla genericità della domanda, dalla stessa prospettazione dell’impresa appellata non era desumibile alcuna colposa violazione del suddetto dovere d’informazione, poichè l’ASL si era limitata ad agire in esecuzione della complessa e talora contraddittoria normativa regionale susseguitasi nel tempo.

Il Laboratorio Analisi Cliniche ricorre in cassazione con cinque motivi. Resiste con controricorso l’ASL provinciale di Catania, illustrato con memoria.

Diritto

RITENUTO

che:

Con il primo motivo si deduce l’omessa pronuncia, in violazione dell’art. 112 c.p.c., in ordine all’accertamento della stipula tra le parti del contratto di fornitura, sulla base del D.Lgs. n. 502 del 1992, art. 8 quinquies, che fissava tariffe conformi alle norme dettate dal decreto regionale del 2008, superiori alle tariffe massime, come consentito dalla stessa Legge Nazionale n. 311 del 1994.

Con il secondo motivo il ricorrente lamenta che la Corte d’appello ha omesso di valutare la prova documentale costituita dal contratto di fornitura stipulato tra le parti l’1.10.2008, sulla base del D.A. 21.4.08, n. 912 (in esso richiamato) in ordine all’accertamento del diritto di ottenere il pagamento delle tariffe convenute, nel raggiungimento degli obiettivi di finanza pubblica previsti dalla L. n. 296 del 2006, con la riduzione delle prestazioni erogabili nel mese di ottobre.

Con il terzo motivo si denunzia violazione del D.Lgs. n. 502 del 1992, art. 8 quinquies, avendo il giudice d’appello ritenuto legittimo il recupero di parte del corrispettivo delle prestazioni erogate nel 2008, applicando con effetto retroattivo i valori tariffari di cui al D.A. n. 1977 del 2007 – pienamente efficace a seguito del definito rigetto dei ricorsi giudiziari proposti innanzi al Tar – senza tener conto del contenuto contrattuale sulle tariffe convenute.

Con il quarto motivo si denunzia la violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 502 del 1992, art. 8 quinquies e dell’art. 115 c.p.c., comma 1, in quanto il rigetto dei ricorsi al Tar non avrebbe potuto comportare l’applicazione del D.A. n. 1977 del 2007, circa il recupero delle somme per i mancati sconti tariffari, avendo la Corte territoriale reiterato il giudizio amministrativo sull’atto, senza invece pronunciarsi sul rapporto.

Con il quinto motivo si denunzia violazione dell’art. 111 Cost., art. 132 c.p.c., comma 1, n. 4 e art. 118 disp. att. c.p.c., nonchè omessa motivazione, riguardo alla domanda subordinata proposta in citazione e ribadita nella comparsa di costituzione in appello, di risarcimento dei danni per responsabilità contrattuale. Al riguardo, il ricorrente si duole che il giudice di secondo grado abbia omesso la pronuncia sulla suddetta domanda subordinata risarcitoria avente ad oggetto i danni arrecati dall’Azienda Sanitaria per la violazione del principio di buona fede, non avendo essa, sin dall’inizio del 2008 o in sede di stipula contrattuale, specificato che le tariffe applicabili erano da scontare conteggiando negli atti di liquidazione le prestazioni con le tariffe ridotte, ed avendo la stessa impresa ricorrente fatto pieno affidamento nell’applicazione delle tariffe regionali senza sconto, come avallate dalla condotta dell’Azienda Sanitaria che anzi aveva diffidato le strutture dall’accettare le ricette, una volta esaurito il budget, invitandole altresì al ritiro della documentazione contabile.

In particolare, il ricorrente adduceva quale prova della mala fede dell’Azienda Sanitaria il fatto che in data 27.11.08 l’Assessorato alla sanità invitò i direttori generali delle Aziende Sanitarie della Sicilia a quantificare e a recuperare le somme dovute dalle strutture private in ragione della mancata applicazione degli sconti tariffari, in contrasto con le condotte precedenti, mentre la Delibera che avviò il procedimento di recupero delle somme dovute a titolo di sconto tariffario fu portata a conoscenza della ricorrente solo con la nota del 28.5.2010. Pertanto, il ricorrente lamenta, in definitiva, che il fatto di non aver permesso l’accettazione di prestazioni in eccesso al budget convenuto non era giustificato da alcuna norma, avendo ciò causato un mancato guadagno di almeno Euro 14.114,64.

Il ricorso è infondato.

Preliminarmente, va osservato che l’eccezione d’inammissibilità del ricorso non è fondata poichè i vari motivi sono formulati senza alcuna mescolanza di doglianze tra loro incompatibili (compreso il quinto motivo con cui è dedotta la nullità della sentenza impugnata e l’omessa motivazione, prospettazione che non pare riguardare profili tra loro incompatibili).

Premesso ciò, i primi tre motivi, da trattare unitariamente, in quanto connessi, sono infondati.

In particolare, la ricorrente, nel primo motivo, si duole che la Corte territoriale non avrebbe valutato la domanda principale fondata sul contratto di fornitura delle prestazioni e sulle norme in esso esplicitamente richiamate, osservando che il contratto aveva recepito il Decreto 27 febbraio 2008, n. 336 (che ripristinava i prezzi per il pagamento delle prestazioni secondo il tariffario regionale D.A. 11 dicembre 1997) e che il contratto era stato concluso secondo tali valori, così remunerando le prestazioni e che, non potendosi applicare gli sconti tariffari perchè il relativo decreto era stato sospeso, per conseguire gli obiettivi di finanza pubblica di riduzione della spesa sanitaria, la Regione Sicilia aveva ridotto il budget e cioè, il volume massimo delle prestazioni remunerate per contenere la spesa (D.L. 31 dicembre 2007, art. 8, comma 1, conv. con mod. dalla L. 28 febbraio 2008, n. 31). A parere della ricorrente per l’anno 2008 la normativa regionale in tema di tariffe era data dal D.A. 11 dicembre 1997 e non era applicabile la disciplina statale in ordine alle tariffe nazionali massime per scelte operate dalla Regione; ciò anche considerato che la determinazione della tariffa nazionale non aveva escluso il potere delle Regioni di fissare tariffe maggiori, salvo il principio che la differenza restava a carico dei bilanci regionali. La ricorrente sostiene, quindi, che per il 2008 la Regione Sicilia si era avvalsa del potere di determinare in autonomia le tariffe in misura maggiore di quella prevista in sede nazionale, rispettando comunque il budget di spesa, mediante la riduzione del numero delle prestazioni retribuite, cosicchè il rapporto si era totalmente esaurito con l’erogazione delle prestazioni ed il loro pagamento e che pertanto non poteva trovare applicazione retroattiva la tariffa inferiore a quella applicata nel 2008.

Giova premettere, sul piano normativo, che, ai sensi del D.Lgs. n. 502 del 1992, art. 8 sexies, comma 5, il Ministro della Sanità con apposito decreto individua i sistemi di classificazione che definiscono l’unità di prestazione o di servizio da remunerare e determina le tariffe massime da corrispondere alle strutture accreditate; lo stesso decreto stabilisce i criteri generali in base ai quali le regioni adottano il proprio sistema tariffario e gli importi tariffari, fissati dalle singole regioni, superiori alle tariffe massime restano a carico dei bilanci regionali.

La L. n. 311 del 2004, art. 1, comma 170, in base alla disposizione applicabile ratione temporis (poi abrogata dal D.L. n. 95 del 2012, art. 15) prevede in termini analoghi, che “alla determinazione delle tariffe massime per la remunerazione delle prestazioni e delle funzioni assistenziali, assunte come riferimento per la valutazione della congruità delle risorse a disposizione del Servizio sanitario nazionale, provvede, con proprio decreto, il Ministero della Salute, di concerto con il Ministero dell’economia e delle finanze, sentita la Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le regioni e le province autonome di Trento e di Bolzano. Gli importi tariffari, fissati dalle singole regioni, superiori alle tariffe massime restano a carico dei bilanci regionali”.

E’ quindi intervenuta la L. n. 296 del 2006, art. 1, comma 796, lett. o), con la seguente previsione: “fatto salvo quanto previsto in materia di aggiornamento dei tariffari delle prestazioni sanitarie dalla L. 30 dicembre 2004, n. 311, art. 1, comma 170, quarto periodo, come modificato dalla presente lettera, a partire dalla data di entrata in vigore della presente legge le strutture private accreditate, ai fini della remunerazione delle prestazioni rese per conto del Servizio sanitario nazionale, praticano uno sconto pari al 2 per cento degli importi indicati per le prestazioni specialistiche dal D.M. Sanità 22 luglio 1996, pubblicato nel supplemento ordinario n. 150 alla Gazzetta Ufficiale n. 216 del 14 settembre 1996, e pari al 20 per cento degli importi indicati per le prestazioni di diagnostica di laboratorio dal medesimo decreto. Fermo restando il predetto sconto, le regioni provvedono, entro il 28 febbraio 2007, ad approvare un piano di riorganizzazione della rete delle strutture pubbliche e private accreditate eroganti prestazioni specialistiche e di diagnostica di laboratorio, al fine dell’adeguamento degli standard organizzativi e di personale coerenti con i processi di incremento dell’efficienza resi possibili dal ricorso a metodiche automatizzate”.

Al riguardo, la Corte costituzionale, in data 2 aprile 2009 n. 94, ha dichiarato non fondata, in relazione ai parametri dell’art. 117 Cost., comma 3 e art. 119 Cost., la questione di legittimità costituzionale della L. 27 dicembre 2006, n. 296, art. 1, comma 796, lett. o) concernente la remunerazione delle prestazioni rese per conto del Servizio sanitario nazionale dalle strutture private accreditate – che dispone: “fatto salvo quanto previsto in materia di aggiornamento dei tariffari delle prestazioni sanitarie dalla L. 30 dicembre 2004, n. 311, art. 1, comma 170, quarto periodo, come modificato dalla presente lettera, a partire dalla data di entrata in vigore della presente legge le strutture private accreditate, ai fini della remunerazione delle prestazioni rese per conto del Servizio sanitario nazionale, praticano uno sconto pari al 2 per cento degli importi indicati per le prestazioni specialistiche dal D.M. Sanità 22 luglio 1996 (…) e pari al 20 per cento degli importi indicati per le prestazioni di diagnostica di laboratorio dal medesimo decreto”. Premesso, infatti, che la norma risponde allo “scopo perseguito dal legislatore di evitare l’aumento incontrollato della spesa sanitaria è compatibile con i principi espressi da detti parametri costituzionali, nella considerazione bilanciata – che appartiene all’indirizzo politico dello Stato, nel confronto con quello delle Regioni – della necessità di assicurare, ad un tempo, l’equilibrio della finanza pubblica e l’uguaglianza di tutti i cittadini nel godimento dei diritti fondamentali, tra cui indubbiamente va ascritto il diritto alla salute”, il Giudice delle Leggi ha escluso che tale disciplina possa incidere sulla autonomia finanziaria regionale in quanto “la norma statale censurata stabilisce lo sconto da operare sulle tariffe richiamate, ma non ha escluso il potere delle Regioni di stabilire tariffe superiori, che restano a carico dei bilanci regionali”.

Come già affermato da questa Corte, “compito del decreto ministeriale è quello di determinare le tariffe massime. Entro il limite della soglia massima determinata dal decreto ministeriale le regioni fissano le tariffe, ed ove tale soglia risulti superata l’importo eccedente resta a carico del bilancio regionale. Non vi è dunque un’antitesi di fonte regionale e fonte ministeriale, nel senso che operando l’una non opera l’altra, sicchè solo alle tariffe fissate dalla seconda si applicherebbe lo sconto, come sostenuto dalla ricorrente. Le due fonti concorrono, nel senso che l’autorità ministeriale determina la soglia massima mentre la regione fissa la tariffa in concreto da applicare entro la detta soglia, con la conseguenza che la tariffa eccedente quella soglia resta a carico della regione. Lo sconto trova quindi applicazione sulla tariffa fissata dalla Regione nell’ambito della soglia massima determinata con il decreto ministeriale ed ove tale soglia venga superata unica conseguenza è che l’eccedenza resti a carico del bilancio regionale” (cfr. Cass., 31 ottobre 2017, n. 25845; Cass., n. 10582 del 04/05/2018).

Nel caso della Regione Sicilia quindi, l’applicazione della legge statale era stata prevista dal D.A. 29 agosto 2007, n. 1745, a far data dal 1/1/2007, e poi, con il D.M. 28 settembre 2007, n. 1977, era stato sancito che le tariffe massime applicabili nel territorio della Regione Sicilia per la remunerazione delle prestazioni di assistenza specialistica ambulatoriale a far data dal 1/10/2007 erano quelle precisate dal D.M. Salute 13 settembre 2006, art. 3, nonchè dalla L. n. 296 del 2006, art. 1, comma 796, lett. o), che disciplinava lo sconto che le strutture private accreditate dovevano applicare, ai fini della remunerazione delle prestazioni rese per conto del Servizio sanitario nazionale, sulle tariffe previste nell’anzidetto decreto ministeriale.

Era, poi, intervenuta l’adozione del provvedimento di sospensione, in via cautelare, del D.A. n. 1977 del 2006, da parte dell’Assessorato Regionale della Sanità, e della susseguente adozione del D.A. n. 336 del 2008, che aveva previsto, ritenendo necessario “doversi conformare nelle more della definizione del giudizio di merito e con riserva di ripetizione”, la reviviscenza dei valori tariffari previgenti al D.A. sospeso (Decreto n. 24059 del 1997 e Decreto 7104 del 2005), ed ancora l’emanazione dell’ulteriore D.A. n. 170/2013, che aveva ripristinato il D.A. n. 1977 del 2007, a seguito della definizione del contenzioso amministrativo con rigetto dei ricorsi proposti avverso il D.A. n. 1977 del 2007, e la cessazione degli effetti sospensivi scaturenti dal D.A. n. 366 del 2008.

Il D.A. n. 912 del 2008 (richiamato nel contratto in oggetto), rubricato “Riconoscimento per l’anno 2007 alle strutture accreditate di una parziale remunerabilità delle prestazioni rese, da liquidarsi nell’ambito delle risorse aggiuntive assegnate alle aziende sanitarie locali”, aveva lo scopo di ripianare il disavanzo anno 2007, preso atto della sospensione in via cautelare delle misure di contenimento della spesa sanitaria di cui ai D.A. n. 1745 del 2007 e D.A. 1977 del 2007, e quanto al 2008, che in questa sede interessa, costituiva esercizio del potere di programmazione annuale della complessiva spesa sanitaria, fissando il tetto di spesa per il suddetto anno, come imposto dalla Legge regionale e dal Piano di Rientro.

La Corte d’appello, sulla base della complessiva ricostruzione normativa, ha escluso che da ciò potesse conseguire una illegittima applicazione retroattiva di tariffe meno favorevoli per le strutture private accreditate, trattandosi di un provvedimento ricognitivo della cessazione dei presupposti che avevano giustificato l’adozione del Decreto n. 336 del 2008, ed ha ritenuto efficaci i valori tariffari previsti dal D.A. n. 1977 del 2007 e gli sconti tariffari di cui sopra, ivi richiamati, e, quindi, corretto il recupero (per la mancata applicazione degli sconti nel 2008) da parte dell’Azienda sanitaria ed infondata la pretesa creditoria della struttura sanitaria privata.

Ciò detto, va osservato che la tesi sostenuta nei plurimi motivi di censura in esame non coglie la ratio decidendi: invero, la questione proposta in merito al contenuto del contratto non risulta pertinente, in quanto riferita alla determinazione del budget di spesa massimo concordato con la società e non al tema della tariffazione applicabile e dello sconto, oggetto del giudizio, atteso che non può ravvisarsi affatto tra le anzidette voci la interferenza funzionale diretta che la ricorrente assume.

Va premesso che la riconduzione dell’accordo ad un contratto di diritto privato, sostenuta dalla ricorrente, non può essere condivisa posto che, in tema di assistenza sanitaria pubblica, il regime dell’accreditamento introdotto dal D.Lgs. n. 502 del 1992, art. 8, comma 5, non ha inciso sulla natura del rapporto tra struttura privata ed ente pubblico, che resta di tipo concessorio, atteso che la prima, a seguito del provvedimento di accreditamento, viene inserita in modo continuativo e sistematico nell’organizzazione della P.A. ed assume la qualifica di soggetto erogatore di un servizio pubblico (Cass., SU n. 16336 del 18/06/2019; Cass., SU n. 473 del 14/01/2015).

La Corte di merito ha esaminato la questione poste dalla ricorrente, di prevalenza dell’accordo negoziale e della disciplina regionale rispetto a quella statale, sia pure non esplicitando il riferimento al contratto; in particolare, la Corte d’appello ha affermato, in linea con il principio anzidetto circa il carattere concessorio del rapporto tra struttura privata ed ente pubblico, la prevalenza e la diretta applicazione della legge nazionale su tariffe e sconti, segnatamente laddove ha affermato l’applicabilità diretta della legge statale in merito a tariffe e sconti e la temporaneità e quindi la riviviscenza della D.A. n. 1977 del 2007, che vi aveva dato applicazione.

L’assunto della ricorrente risulta smentito dallo stesso Decreto Assessoriale 21 aprile 2008, n. 912, indicato in ricorso come decisivo, dal quale emerge che la riduzione del complessivo budget per il 2008 (e quindi delle quote attribuite ai singoli fornitori) conseguì alla maggiore onerosità delle prestazioni rese nel 2007, per l’incremento delle tariffe, ed a una conseguente ridotta disponibilità finanziaria nel 2008, indotta dall’implemento della spese nell’anno antecedente, in relazione al tetto di spesa triennale ed alla necessità di attuare un piano di rientro per il 2008.

Le vicende occorse al Decreto Regionale n. 1977 del 2007, oggetto di sospensiva poi venuta meno, sono idonee ad incidere sul rapporto in esame anche dopo l’esecuzione del contratto perchè trattasi di rapporto di tipo concessorio, essendo la società al corrente della normativa statale e del contenzioso amministrativo in atto, come si evince dal contratto stesso e dal Decreto Assessoriale n. 912 del 2008.

Il quarto motivo è infondato, perchè la Corte d’appello ha desunto dalle sentenze del giudice amministrativo un principio di diritto applicabile ai rapporti tra Regione e Aziende Sanitarie, per cui la doglianza circa la reiterazione di un giudizio sull’atto amministrativo non ha pregio.

Il quinto motivo è infondato, quale diretta conseguenza logica di quanto esposto riguardo ai precedenti motivi. Invero, la ricorrente si duole che la Corte d’appello abbia respinto la domanda subordinata azionata dalla società, relativa al risarcimento connesso alla violazione dei principio di buona fede, avendo la ricorrente fatto affidamento sulle direttive sulla mancata applicazione degli sconti, argomentando genericamente dall’applicazione della complessa normativa regionale.

Anzitutto, non sussiste l’omessa pronuncia. Piuttosto, dagli atti emerge che la doglianza, al di là del richiamo alla violazione dell’art. 132 c.p.c., per la sua concreta formulazione sostanziale, appare afferire ad una violazione di legge riguardo all’osservanza del principio della buona fede e dell’affidamento incolpevole. In ordine a tali profili, la Corte d’appello ha motivato escludendo ogni responsabilità dell’Azienda Sanitaria, seppur facendo un riferimento finale alla complessità della normativa in materia. Va altresì rilevato che secondo la giurisprudenza di questa Corte, in tema di attività sanitaria esercitata in regime di accreditamento, è infondata la domanda di pagamento delle prestazioni sanitarie eccedenti il limite di spesa formulata – a titolo di inadempimento contrattuale o di illecito extracontrattuale – dalla società accreditata nei confronti dell’ASL e della Regione, atteso che la mancata previsione dei criteri di remunerazione delle prestazioni c.d. “extra budget” è giustificata dalla necessità di dover comunque rispettare i tetti di spesa ed il vincolo delle risorse pubbliche disponibili e che la struttura privata accreditata non ha l’obbligo di rendere prestazioni eccedenti quelle concordate (Cass., n. 27608/19).

Tale orientamento trova riscontro anche nella prevalente giurisprudenza amministrativa la quale, con orientamento costante (Cons. Stato, sez. III, 08/01/2019; n. 184; Con. Stato, sez. III, 27/02/2018, n. 1206; Cons. St. Sez. III, 10/02/2016, n. 567; Cons. Stato, sez. III, 14/12/2012, n. 6432), ha precisato che l’osservanza del tetto di spesa in materia sanitaria rappresenta un vincolo ineludibile che costituisce la misura delle prestazioni sanitarie che il Servizio sanitario nazionale può erogare e che può permettersi di acquistare da ciascun erogatore privato, con la conseguenza che deve considerarsi giustificata (anche) la mancata previsione di criteri di remunerazione delle prestazioni extra budget – ipotesi occorsa nella fattispecie concreta – per la necessità di dover comunque rispettare i tetti di spesa e, quindi, il vincolo delle risorse disponibili (Cons. Stato, sez. III 10/02/2016 n. 566; Con. Stato, sez. III, 10/04/2015, n. 1832).

Le spese seguono la soccombenza.

PQM

La Corte rigetta il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento, in favore della controricorrente, delle spese del giudizio di legittimità che liquida nella somma di Euro 3200,00 di cui 200,00 per esborsi, oltre alla maggiorazione del 15% quale rimborso forfettario delle spese generali.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, a carico del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso principale, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis, ove dovuto.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 2 luglio 2020.

Depositato in Cancelleria il 11 settembre 2020

 

 

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