Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 18899 del 31/08/2010

Cassazione civile sez. lav., 31/08/2010, (ud. 30/06/2010, dep. 31/08/2010), n.18899

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SCIARELLI Guglielmo – Presidente –

Dott. DE RENZIS Alessandro – Consigliere –

Dott. IANNIELLO Antonio – Consigliere –

Dott. BANDINI Gianfranco – Consigliere –

Dott. ZAPPIA Pietro – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso proposto da:

POLIGRAFICI EDITORIALE S.P.A., in persona del legale rappresentante

pro tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, L.G. FARAVELLI 22,

presso lo studio dell’avvocato ROMEI ROBERTO, che la rappresenta e

difende, giusta mandato a margine del ricorso;

– ricorrente –

contro

T.L., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA TACITO 50,

presso lo studio dell’avvocato COSSU BRUNO, che lo rappresenta e

difende unitamente all’avvocato FERRADINI LANDO, giusta mandato a

margine del controricorso;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 1426/2005 della CORTE D’APPELLO di FIRENZE,

depositata il 28/10/2005 r.g.n. 2385/03;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

30/06/2010 dal Consigliere Dott. ZAPPIA Pietro;

udito l’Avvocato ROMEI ROBERTO;

udito l’Avvocato COSSU BRUNO;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

FUZIO Riccardo, che ha concluso per il rigetto del ricorso.

 

Fatto

Con ricorso al Tribunale, giudice del lavoro, di Firenze, notificato in data 11.9.2001, T.L., premesso di avere svolto attivita’ lavorativa in favore del quotidiano “La Nazione”, edito dalla Poligrafici Editoriale s.p.a., dal 2.6.1993 al 31.1.2001, quale addetto alla redazione di (OMISSIS), essendo stata tale attivita’ regolata da contratti di collaborazione autonoma e, successivamente, da contratti a termine, in numero di tre, per sostituzione di personale assente per ferie o nell’ambito di nuove iniziative editoriali, assumeva che l’attivita’ svolta nel corso degli anni si era, di fatto, risolta nella prestazione di lavoro giornalistico tipico del redattore ordinario o, quanto meno, del collaboratore fisso, svolta in regime di subordinazione con assoluta continuita’ e pieno inserimento nell’organico della redazione suddetta. Chiedeva quindi che venisse accertata la natura subordinata del rapporto intercorso con il giornale ed il suo diritto al conseguimento del compenso previsto dal contratto collettivo di settore, con condanna della societa’ convenuta alla relativa erogazione nella misura di Euro 159.431,21; e chiedeva altresi’ che venisse dichiarata la illegittimita’ del licenziamento intimatogli in quanto privo di giusta causa o giustificato motivo, con condanna della societa’ al risarcimento del danno ed alla reintegra nel rapporto di lavoro o comunque al ripristino dello stesso.

Con sentenza in data 18.12.2002 il Tribunale adito, in parziale accoglimento del ricorso, ritenuto che il rapporto in questione si era svolto con le connotazioni tipiche del rapporto di lavoro subordinato avendo il T. espletato in maniera continua l’attivita’ propria del redattore ordinario, pur rilevando che la mancata iscrizione del ricorrente all’albo dei giornalisti era ostativa al riconoscimento di un rapporto di lavoro subordinato, dichiarava il diritto dello stesso, in base alle previsioni dell’art. 2126 c.c. e dell’art. 36 Cost., alla retribuzione contrattuale prevista per tale figura professionale, operando peraltro una riduzione quantitativa nella misura di un terzo in base al rilievo che non tutte le tipiche attivita’ di redazione erano state svolte dallo stesso.

Avverso tale sentenza proponeva appello la Poligrafici Editoriale s.p.a. lamentandone la erroneita’ sotto diversi profili e chiedendo il rigetto delle domande proposte da controparte con il ricorso introduttivo; e proponeva altresi’ appello incidentale il T. in relazione al capo della sentenza che aveva operato la suddetta decurtazione delle competenze retributive richieste.

La Corte di Appello di Firenze, con sentenza in data 21.10.2005, rigettava l’appello proposto dalla societa’ e, in accoglimento dell’appello incidentale del T., condannava la controparte alla corresponsione delle differenze retributive reclamate ed al pagamento delle spese del grado.

Avverso questa sentenza propone ricorso per cassazione la Poligrafici Editoriale s.p.a. con quattro motivi di impugnazione.

Resiste con controricorso il lavoratore intimato.

La ricorrente ha depositato memoria ex art. 378 c.p.c..

Diritto

Col primo motivo di gravame la ricorrente lamenta violazione e/o falsa applicazione dell’art. 2094 c.c. e degli artt. 115 e 116 c.p.c.; omessa, insufficiente e comunque contraddittoria motivazione su un punto decisivo della controversia ai sensi dell’art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5.

In particolare rileva la ricorrente che la Corte territoriale aveva erroneamente ritenuto la sussistenza di un rapporto di lavoro subordinato sulla base di una non corretta individuazione dei criteri che qualificavano la “subordinazione”, considerando elemento essenziale e dirimente il solo numero degli articoli pubblicati dal T. ed omettendo di valutare, se non in via presuntiva, la continuita’ della prestazione, intesa come persistenza ideale nel tempo dell’obbligo di porre l’attivita’ lavorativa a disposizione del datore di lavoro; e pertanto la Corte aveva posto in essere una palese violazione dell’art. 2094 c.c. omettendo di verificare in modo esaustivo i presupposti qualificanti il requisito della subordinazione, e basandosi per contro su parametri secondari e non decisivi.

Il motivo non e’ fondato.

In tema di lavoro giornalistico, tenuto conto della particolare configurazione del vincolo di subordinazione, della natura intellettuale dell’attivita’ del giornalista, delle caratteristiche dell’opera redazionale o di collaborazione collettiva, delle peculiarita’ dell’obbligo di osservanza dell’orario di lavoro, nonche’ dei vincoli posti dalla legge per la pubblicazione del giornale e la diffusione delle notizie a mezzo stampa, sussiste rapporto di lavoro subordinato solo se il giornalista non si limiti a prestazioni occasionali, ma svolga la propria opera con carattere di continuita’, mantenendosi stabilmente, tra una prestazione e l’altra, a disposizione dell’imprenditore per eseguirne le istruzioni.

Ed invero la peculiarita’ del lavoro giornalistico comporta che la subordinazione presenta connotazioni di minore intensita’ a causa della creativita’ del lavoro, talche’ occorre far ricorso ad indici rivelatori quali il “tenersi a disposizione” anche tra un incarico e l’altro, ed assumendo rilevanza, in senso contrario, il fatto che le prestazioni siano oggetto di una successione di singoli incarichi (in tal senso vedi Cass. sez. lav., 9.4.2004 n. 6983). La subordinazione non e’ esclusa dalla circostanza che il collaboratore goda di liberta’ di movimento e non si trattenga in permanenza presso la redazione, non essendo neanche incompatibile con il suddetto vincolo la commisurazione della retribuzione alle singole prestazioni (Cass. sez. lav., 17.8.2004 n. 16038; Cass. sez. lav., 7.9.2006 n. 19231, v., altresi’, sulla rilevanza, ai fini della individuazione del vincolo di subordinazione, dell’inserimento continuativo nell’organizzazione dell’impresa: Cass. sez. lav., 20.1.2001 n. 833, Cass. sez. lav., 10.4.2000 n. 4533, Cass. sez. lav., 12.8.1997 n. 7494, Cass. sez. lav., 9.8.1996 n. 7372).

E pertanto nell’ambito di tale rapporto, a norma dell’art. 5 del C.C.N.L. 10 gennaio 1959, reso efficace erga omnes con D.P.R. 16 gennaio 1961, n. 153, ai fini della sussistenza del requisito della subordinazione non si richiede l’impegno in una attivita’ quotidiana con l’obbligo di osservare un orario di lavoro; devono tuttavia ricorrere i requisiti della “continuita’ di prestazione, vincolo di dipendenza e responsabilita’ di un servizio” (art. 2 del citato C.C.N.L.), i quali sussistono quando il giornalista, pur senza essere impegnato in una attivita’ quotidiana, assicuri con continuita’, in conformita’ dell’incarico ricevuto, una prestazione non occasionale, rivolta alle esigenze formative o informative riguardanti uno specifico settore di sua competenza, con responsabilita’ di un servizio, cioe’ con l’impegno di redigere normalmente e con carattere di continuita’ articoli su specifici argomenti o compilare rubriche, e con un vincolo di dipendenza, contraddistinto dal fatto che l’obbligo di porre a disposizione la propria opera non viene meno fra una prestazione e l’altra.

Ha evidenziato la giurisprudenza che il riscontro dell’elemento “subordinazione” del giornalista, nella forma attenuata di cui sopra, e’ compito del Giudice di merito (Cass. sez, lav., 16.6.2006 n. 13935).

Posti questi principi osserva altresi’ il Collegio, in ordine alla rilevanza della qualificazione (nomen iuris) data dalle parti al rapporto corrente tra le stesse, che questa Corte ha avuto piu’ volte occasione di affermare come, ai fini della distinzione tra lavoro autonomo e subordinato, non deve prescindersi dalla volonta’ delle parti contraenti e come, sotto questo profilo, occorra tenere presente il nomen iuris dalle stesse adottato; ma ha altresi’ sottolineato che tale indicazione non puo’ avere carattere assorbente giacche’ la volonta’ effettiva delle parti e la qualificazione propria del rapporto debbono essere desunte, oltre che dal dato formale, anche dalle concrete modalita’ della prestazione e, in generale, di attuazione del rapporto: esse, in presenza di dati fattuali significativi e concorrenti, debbono prevalere sul dato formale, in ragione del rilievo pubblicistico e costituzionale del rapporto di lavoro, che non puo’ essere eluso dal riferimento formale delle parti ad un rapporto di lavoro autonomo (v. sulla necessita’ del riferimento al concreto atteggiarsi del rapporto stesso e alle sue specifiche modalita’ di svolgimento: Cass. sez. lav., 9.6.2000 n. 7931). Cio’ in quanto, tra gli elementi caratterizzanti il rapporto di lavoro subordinato, e’ da annoverare – per come detto – il fondamentale requisito della subordinazione, intesa come vincolo di soggezione del lavoratore al potere direttivo, organizzativo e disciplinare del datore di lavoro, estrinsecantesi in ordini specifici, oltre che in una vigilanza e un controllo assiduo dell’esecuzione delle prestazioni lavorative, da valutarsi in relazione alla specificita’ dell’incarico conferito al lavoratore ed al modo della sua attuazione. E nella specifica materia del lavoro giornalistico il vincolo della subordinazione (che assume, alla stregua delle considerazioni in precedenza espresse, una particolare configurazione data la natura squisitamente intellettuale delle prestazioni) va ravvisato, in particolare, nella permanente disponibilita’ del lavoratore ad eseguire le istruzioni specifiche del datore.

A tali principi si e’ attenuta la Corte territoriale nell’impugnata sentenza, laddove si osservi che la stessa, contrariamente a quanto rilevato da parte ricorrente, non ha ritenuto elemento essenziale e dirimente solo il numero degli articoli pubblicati dal ricorrente, avendo per contro rilevato che siffatto dato obiettivo costituiva il punto di partenza dell’indagine la quale aveva evidenziato la quotidianita’ della presenza del T. nella redazione del giornale, l’assoggettamento dello stesso al potere direttivo, organizzativo e di coordinamento del capo redattore, la continuita’ e varieta’ della collaborazione giornalistica caratterizzata dall’essere l’interessato costantemente “a disposizione” del responsabile della redazione del quotidiano.

E pertanto non conducente appare il richiamo operato dalla ricorrente alla sentenza n. 12252/03 di questa Corte, ove si osservi che in detta fattispecie la Corte di merito, dopo avere posto in rilievo il dato relativo alla produttivita’ dell’interessato, aveva evidenziato che tale dato era “rivelatore della continuita’ ed intensita’ della collaborazione”, pervenendo in buona sostanza alla conclusione che la prova della quotidianita’ della prestazione si trarrebbe dal numero degli articoli redatti dallo stesso (mentre nella fattispecie in esame la Corte di merito, per come detto, ha fatto riferimento ad una serie di ulteriori indici rivelatori).

Ne’ appare corretto il rilievo circa la mancata individuazione da parte della Corte di merito degli elementi fondanti la ritenuta subordinazione, avendo per contro la stessa proceduto ad una corretta esposizione dei principi di diritto in subiecta materia facendo puntuale applicazione delle norme di legge applicabili nella specie, avuto riguardo alla peculiarita’ del lavoro giornalistico.

Ed invero i giudici di merito hanno correttamente rilevato che, con riferimento all’attivita’ giornalistica caratterizzata dalla natura squisitamente intellettuale, creativa ed autonoma della prestazione lavorativa, ai fini della individuazione del vincolo della subordinazione assumeva fondamentale rilievo l’inserimento continuativo ed organico delle prestazioni stesse nell’organizzazione dell’impresa, ed hanno quindi posto in evidenza gli elementi che caratterizzavano il requisito della subordinazione in relazione al lavoro giornalistico, e cioe’ l’inserimento nell’organizzazione dell’impresa, la continuita’ delle prestazioni, e quindi la disponibilita’ ad eseguire le prestazioni stesse.

In particolare la Corte territoriale, facendo esplicito riferimento al contenuto delle deposizioni testimoniali assunte nel corso della compiuta istruttoria, ha posto in rilievo la costante e quotidiana presenza del T. nei locali della redazione per ricevere dal capo redattore le indicazioni sul lavoro da svolgere; la cura da parte del ricorrente in via esclusiva della cronaca sindacale, oltre quella politica e cittadina; la permanenza in redazione sino alla chiusura e la disponibilita’ a svolgere la propria attivita’ in relazione alle eventuali sopravvenute esigenze rispetto all’attivita’ redazionale programmata; la circostanza che il capo redattore “contava sulla sua presenza”; la esclusivita’ della collaborazione per il quotidiano “La Nazione” avendo il ricorrente interrotto la breve collaborazione, ritenuta non opportuna dalla direzione del quotidiano, con altra testata giornalistica; la richiesta di autorizzazione ad assentarsi per brevi periodi, in tre o quattro occasioni all’anno, per occuparsi dell’ufficio stampa di manifestazioni diverse (fiere).

E pertanto, dal momento che il giudice di merito, al quale esclusivamente spetta il compito di riscontrare la sussistenza dell’elemento “subordinazione” del giornalista, pur nella forma peculiare di cui sopra (Cass. sez. lav., 16.6.2006 n. 13935), ha illustrato le ragioni che rendevano pienamente contezza del proprio convincimento esplicitando l’iter motivazionale attraverso cui lo stesso era pervenuto alla scelta ed alla valutazione delle risultanze probatorie poste a fondamento della propria decisione, resta escluso il controllo sollecitato in questa sede di legittimita’. Il vizio non puo’ invero consistere nella difformita’ dell’apprezzamento dei fatti e delle prove rispetto a quello dato dal giudice di merito, cui spetta in via esclusiva individuare le fonti del suo convincimento e a tal fine valutare le prove, controllarne attendibilita’ e concludenza. E la Corte territoriale nel caso di specie ha ben posto in evidenza gli elementi che consentivano di ricondurre il lavoro giornalistico svolto dall’interessato nell’ambito del rapporto di lavoro subordinato.

In conclusione, il motivo si risolve in parte qua in un’inammissibile istanza di riesame della valutazione del giudice d’appello, fondata su tesi contrapposta al convincimento da esso espresso, e pertanto non puo’ trovare ingresso (Cass. sez. lav., 28.1.2008 n. 1759).

Con il secondo motivo di gravame la ricorrente lamenta violazione e/o falsa applicazione del D.P.R. n. 153 del 1961, art. 5, dell’art. 1362 c.c. in relazione all’interpretazione dell’art. 5 CCNLG 1995 – 1999;

degli artt. 115 e 116 c.p.c.; omessa, insufficiente e comunque contraddittoria motivazione su un punto decisivo della controversia ai sensi dell’art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5.

Rileva in particolare la ricorrente che in maniera erronea e contraddittoria la Corte territoriale, confermando la sentenza emessa dal giudice di primo grado, aveva ritenuto di attribuire al T. la qualifica di redattore ordinario, avendo in realta’ rilevato che lo stesso rimaneva estraneo alla titolazione dei pezzi, alla scelte delle eventuali fotografie di accompagnamento, e quindi in buona sostanza alla confezione del giornale e, di conseguenza, all’attivita’ redazionale intesa quale attivita’ diretta, in sinergia con le prestazioni di altri, alla formazione della pagina del giornale.

Il motivo non e’ fondato.

Sul punto appare preliminare e troncante il rilievo, evidenziato dalla Corte territoriale nell’impugnata sentenza, che la statuizione relativa alla qualificazione dell’attivita’ svolta dal T., laddove il giudice di primo grado aveva ritenuto che le risultanze istruttorie consentivano di affermare che lo stesso avesse svolto attivita’ di redattore ordinario (escludendo che potesse riconoscersi la qualifica di collaboratore fisso, necessaria a supportare la domanda di reintegra nel posto di lavoro a seguito del licenziamento), non era stata impugnata da alcuna delle parti e pertanto la questione, nel rispetto del principio devolutivo, era da ritenersi preclusa in sede di giudizio di appello.

In buona sostanza ha evidenziato la Corte di merito che dinanzi al giudice di appello era stata rimessa solo la questione relativa alla qualificazione giuridica del rapporto inter partes, cioe’ se si trattasse di rapporto collaborativo – autonomo oppure di natura subordinata, ma non la questione relativa alla riconducibilita’ delle prestazioni rese dal T. a quelle del redattore oppure del collaboratore fisso; con la conseguenza che solo la prima questione poteva essere esaminata dal giudice di appello, mentre la ulteriore questione relativa al riconoscimento della qualifica di redattore o altro in capo al ricorrente era stata gia’ risolta nel senso sopra indicato dal giudice di primo grado e non era stata oggetto di specifica impugnazione.

Posto cio’ rileva il Collegio che nel caso di specie si ravvisa una evidente violazione, con conseguente inammissibilita’ del motivo di gravame, del principio di specificita’ e autosufficienza del ricorso, in base al quale e’ necessario che nello stesso siano indicati con precisione tutti quegli elementi di fatto che consentano di controllare l’esistenza del denunciato vizio senza che il giudice di legittimita’ debba far ricorso all’esame degli atti. Cio’ in quanto, pregiudiziale ad ogni statuizione in ordine alla lamentata omessa o insufficiente motivazione da parte del giudice di appello su una specifica determinata questione, si appalesa l’accertamento della effettiva sottoposizione di tale questione al vaglio del suddetto giudice.

Ne consegue che nella fattispecie in esame parte ricorrente, nel far riferimento alla rilevata erroneita’ e contraddittorieta’ della motivazione da parte del giudice di appello in ordine alla questione concernente l’attribuzione della qualifica in questione, avrebbe dovuto riportare (ovvero allegare al ricorso), tenuto conto della circostanza che la Corte territoriale aveva escluso che la questione fosse stata devoluta al giudice d’appello, il contenuto dell’appello proposto sul punto, onde consentire a questa Corte di riscontrare preliminarmente l’effettiva proposizione della domanda in parola nell’appello ed il preciso contenuto della stessa; tale omissione ha comportato una palese violazione del canone di autosufficienza del ricorso, che risulta fondato sull’esigenza, particolare nel giudizio di legittimita’, di consentire al giudice dello stesso di valutare l’esistenza del vizio denunciato senza dover procedere ad un (non dovuto) esame dei fascicoli – d’ufficio o di parte – che a tali atti facciano riferimento.

Pertanto neanche sotto questo profilo il ricorso puo’ trovare accoglimento.

Del pari infondato e’ il terzo motivo di gravame con il quale la ricorrente lamenta violazione e/o falsa applicazione dell’art. 2126 c.c.; omessa, insufficiente e comunque contraddittoria motivazione su un punto decisivo della controversia ai sensi dell’art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5.

Rileva in particolare la ricorrente che erroneamente la Corte territoriale aveva riconosciuto al T. le retribuzioni corrispondenti alla qualifica di redattore sulla base dell’art. 2126 c.c., nonostante il medesimo non fosse regolarmente iscritto al relativo ordine. Cio’ in quanto, in mancanza di tale iscrizione, non si versava in una semplice ipotesi di violazione di norma imperativa, ma il contratto era radicalmente nullo per illiceita’ della causa.

Osserva il Collegio che il richiamo operato dalla ricorrente alla L. n. 69 del 1963, art. 45 che prevede la punibilita’ ai sensi degli artt. 348 e 498 c.p. dell’esercizio della professione di giornalista in assenza di iscrizione all’albo, si appalesa in realta’ non conducente al fine di ritenere l’illiceita’ della causa in considerazione della finalita’ pubblicistica della norma che prevede siffatta iscrizione.

Devesi in proposito evidenziare che l’illiceita’ giuridica della causa e’ data propriamente dal fatto che la determinazione causale di chi compie il negozio e’ rivolta ad un risultato pratico oggettivamente contrario alle norme contemplate dal legislatore che costituiscono espressione dei principi della convivenza e dell’ordine pubblico costituito; l’illiceita’ dello scopo pratico perseguito si comunica al negozio trasformandolo in uno strumento di fini antisociali, la cui attuazione e’ riprovata e combattuta dall’ordine giuridico, di talche’ l’illiceita’ della causa ha dei connotati ben piu’ gravi della semplice violazione di legge, concretandosi in una contrarieta’ e violazione dei principi giuridici ed etici fondamentali dell’ordinamento.

Siffatta evenienza non si verifica nel caso di violazione della disposizione di cui alla L. 3 febbraio 1963, n. 69, art. 45 allorche’ il soggetto svolga attivita’ di natura giornalistica nell’ambito di un rapporto di lavoro di natura subordinata senza essere iscritto all’albo; tale condotta, ancorche’ sanzionata penalmente, non rende illecito l’oggetto del contratto che non abbia rispettato la richiesta attribuzione della classificazione professionale alla stregua dei criteri di appartenenza fissati dalla legge, non conforme a diritto, avuto riguardo alla mancata contestazione da parte della odierna ricorrente del riconoscimento in capo al T. della qualifica di redattore ed alla mancata contestazione in ordine alla quantificazione delle differenze retributive esposte nel ricorso introduttivo del giudizio.

Il gravame proposto sul punto dalla Poligrafici Editoriale s.p.a. e’ infondato e deve essere pertanto rigettato, dovendosi ritenere la non rilevanza, in considerazione delle argomentazioni sopra esposte, delle ulteriori disquisizioni, contenute nell’impugnata sentenza, in ordine alla individuazione – con riferimento alla fattispecie in esame – dei momenti peculiari e caratterizzanti dell’attivita’ redazionale (trattandosi, si ribadisce, di questione non devoluta al giudice dell’appello).

Ne consegue che neanche sotto questo profilo il ricorso puo’ trovare accoglimento.

Il proposto gravame va pertanto rigettato ed a tale pronuncia segue la condanna della societa’ ricorrente al pagamento delle spese di giudizio che si liquidano come da dispositivo.

P.Q.M.

LA CORTE rigetta il ricorso; condanna la ricorrente alla rifusione delle spese del presente giudizio di cassazione, che liquida in 27,00, oltre Euro 2.000,00 (duemila/00) per onorari, oltre spese generali, IVA e CPA come per legge.

Cosi’ deciso in Roma, il 30 giugno 2010.

Depositato in Cancelleria il 31 agosto 2010

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