Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 18896 del 11/09/2020

Cassazione civile sez. I, 11/09/2020, (ud. 02/07/2020, dep. 11/09/2020), n.18896

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CAMPANILE Pietro – Presidente –

Dott. PARISE Clotilde – rel. Consigliere –

Dott. TERRUSI Francesco – Consigliere –

Dott. CAIAZZO Rosario – Consigliere –

Dott. CARADONNA Lunella – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 8473/2015 proposto da:

Ingg. C. & B. S.p.a. in Liquidazione, in persona dei

liquidatori pro tempore, elettivamente domiciliata in Roma, Via

Giovanni Antonelli n. 49, presso lo studio dell’avvocato Como

Sergio, che la rappresenta e difende unitamente all’avvocato Verde

Giovanni, giusta procura a margine del ricorso;

– ricorrente –

contro

Anas S.p.a., in persona del legale rappresentante pro tempore,

elettivamente domiciliata in Roma, Via Dardanelli n. 13, presso lo

studio dell’avvocato Angelucci Giuseppe, che la rappresenta e

difende, giusta procura in calce al controricorso;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 6171/2014 della CORTE D’APPELLO di ROMA,

depositata il 09/10/2014;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

02/07/2020 dal Cons. Dott. PARISE CLOTILDE.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. Con decreto ingiuntivo n. 15349/2011 il Giudice del Tribunale di Roma ingiungeva alla Ingg. C. & B. S.p.a. in liquidazione (di seguito per brevità C.) di pagare all’ANAS s.p.a. (di seguito per brevità Anas) la somma di Euro 1.222.696,30, oltre interessi legali e spese della procedura monitoria. A fondamento della pretesa creditoria monitoriamente azionata Anas esponeva che: (i) con sentenza n. 3649/2008 la Corte d’appello di Roma prendeva atto della rinuncia di Anas all’appello principale, essendo intervenuta, in pendenza del giudizio d’appello, transazione tra Anas e la capogruppo, mandataria ATI, impresa C., con conseguente passaggio in giudicato della sentenza di primo grado in relazione alle parti oggetto dell’appello di seguito rinunziato, mentre accoglieva l’appello incidentale della Curatela del Fallimento (OMISSIS) S.r.l., mandante dell’ATI, e di Ce.Um., legale rappresentante della società fallita e fideiussore della stessa, e, in parziale riforma della sentenza impugnata, dichiarava il diritto della Curatela del Fallimento e di Ce.Um. alla maggiore percentuale del 17,48% sulle somme attribuite alla C. & B. s.p.a. nella sentenza di primo grado; (ii) in forza di detta sentenza M.F., in qualità di erede di Ce.Um., dopo aver notificato atto di pignoramento, otteneva da Anas il pagamento della somma di Euro 1.222.696,30, riconosciuta al suo dante causa per la maggiore percentuale del 17,48% sulle somme attribuite alla C. dalla sentenza di primo grado; (iii) con la transazione sottoscritta il 29 ottobre 2004 l’Impresa C. aveva assunto l’obbligo di farsi carico e manlevare l’Anas da tutte le pretese avanzate dalle imprese mandanti relativamente ai contratti di appalto indicati nella stessa transazione e oggetto di contenzioso, per i quali, a tacitazione di ogni sua pretesa, aveva ricevuto la somma complessiva di Euro 24.500.000,00 oltre IVA; (iv) Anas assumeva, pertanto, di essere creditrice nei confronti della Impresa C. delle somme corrisposte alla M., nella qualità di erede di Ce.Um., pari complessivamente alla somma ingiunta di Euro 1.222.696,30.

2. Il Tribunale di Roma rigettava l’opposizione al decreto ingiuntivo n. 15349/2011 proposta dall’impresa C. e con sentenza n. 6171/2014, pubblicata il 9-10-2014, la Corte d’appello di Roma ha rigettato l’appello proposto dall’Impresa C. avverso la citata sentenza del Tribunale di Roma. La Corte territoriale ha affermato che: A) la definizione transattiva invocata da Anas a fondamento dell’ingiunzione era valida ed efficace, in quanto la determina Anas, firmata per accettazione dal legale rappresentante dell’Impresa mandataria ATI, recava esplicitamente l’indicazione dettagliata di tutte le cause ancora pendenti tra le parti, compresa quella definita con la sentenza n. 6165/03 del Tribunale di Roma, avente ad oggetto la pretesa avanzata dall’appellante mandataria dell’ATI, in relazione al contratto di appalto sottoscritto il 13 dicembre 1991; B) la mandataria aveva assunto l’obbligo di provvedere al pagamento di tutti i consulenti d’ufficio e di parte e di tutte le spese legali, incluse quelle di parte ANAS, e l’obbligo di farsi carico di tutte le pretese delle mandanti negli appalti in cui risultava mandataria, nonchè di rinunciare a tutti contenziosi pendenti con l’ANAS; C) dovendosi avere riguardo alla condizione di impresa capogruppo al momento dell’insorgenza del rapporto di mandato, l’obbligo assunto dalla mandataria C. era da intendersi riferito a tutte le mandanti, e non solo a quelle che risultavano ancora in ATI al momento della transazione perchè non fallite; D) l’asserito controcredito della C. pari a Euro 125.534,81 non risultava dimostrato e la decurtazione dell’importo di Euro430.956,00 era stata accettata dall’impresa in quanto trattenuta da Anas per essere direttamente pagata alla curatela.

3. Avverso questa sentenza l’Impresa C. propone ricorso, affidato a quattro motivi, resistito con controricorso da Anas.

4. Il ricorso è stato fissato per l’adunanza in Camera di consiglio ai sensi dell’art. 375 c.p.c., u.c. e art. 380 bis 1 c.p.c.. La parte ricorrente ha depositato memoria illustrativa, nonchè ha depositato la sentenza di questa Corte n. 21704/2015, notificata tramite pec all’Anas.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Con il primo motivo l’impresa ricorrente lamenta la violazione dell’art. 2909 c.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, adducendo che erroneamente la Corte territoriale ha ritenuto sussistente l’obbligo della deducente impresa, mandataria ATI, di rivalere l’Anas per quanto da quest’ultima pagato al fallimento (OMISSIS) s.r.l. (di seguito per brevità fallimento) ed al suo fideiussore Ce.Um. per un credito autonomo del fallimento. Ad avviso della ricorrente, che riporta nel ricorso parti del testo della determina Anas e delle lettere di rilevanza in ordine all’intervenuta definizione transattiva, con l’impugnata sentenza è stato violato il giudicato formatosi tra l’ANAS e la C. in forza della sentenza del Tribunale di Roma n. 6165/2003, sotto un duplice profilo. In particolare la Corte territoriale aveva, sostanzialmente, aumentato la percentuale da sottrarre all’importo transattivo di spettanza del fallimento e, di riflesso, del suo fideiussore, mentre nella sentenza del Tribunale citata, passata in giudicato, tale percentuale era stata fissata nella percentuale del 3,75% dell’importo attribuito alla C., e, all’atto della transazione, Anas ottenne la somma in tale percentuale a deconto di quanto la stessa Anas avrebbe dovuto pagare al fallimento. Inoltre rileva che il Tribunale di Roma aveva accolto la domanda del fallimento per un credito fatto valere come proprio da quest’ultimo, e non come un credito derivante dal rapporto di mandato, ed invece la Corte d’appello ha ritenuto fondata la pretesa monitoria di Anas sul presupposto che il mandato alla capogruppo ATI, in forza della transazione, continuasse ad avere efficacia e validità in relazione ai rapporti con tutte le mandanti, compresa quella fallita (OMISSIS).

2. Con il secondo motivo la ricorrente lamenta la violazione degli artt. 1362,1363,1366,1369 e 1371 c.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1 n. 3, per avere la Corte territoriale erroneamente interpretato la clausola contrattuale della transazione. Ad avviso della ricorrente, l’obbligo di manleva non poteva che riguardare le pretese delle imprese mandanti relative ai contenziosi pendenti e non già le diverse pretese delle mandanti, connesse al sostanziale rapporto contrattuale. Deduce che le pretese per le quali era stato assunto, con la definizione transattiva, l’obbligo di manleva erano solo quelle che potevano avanzare i soggetti all’attualità ancora mandanti, potendo essere rappresentati dalla capogruppo C. in virtù del rapporto di mandato in corso. Inoltre rileva di non aver avuto titolo per continuare a gestire la lite rimasta pendente tra il fallimento e Anas, dopo che l’appello proposto da Anas nei suoi confronti era stato rinunciato.

3. Con il terzo motivo, proposto subordinatamente al mancato accoglimento delle prime due censure, la ricorrente si duole della violazione degli artt. 1241 c.c. e segg., artt. 2033 c.c. e segg. e art. 2041 c.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, censurando la statuizione di rigetto delle domande dalla stessa proposte in via subordinata. In ordine alla somma di Euro 125.538,81, oltre accessori, assume la C. che si tratta di un suo controcredito derivante da errato calcolo commesso dall’ANAS in sede di liquidazione delle somme dovute in forza della transazione, mentre la somma di Euro 430.956,00 era stata già trattenuta da Anas proprio per estinguere il credito nei confronti del fallimento (OMISSIS), sicchè ricorreva una duplicazione del pagamento per la stessa causale.

4. Con il quarto motivo la ricorrente lamenta la violazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, per omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti. Deduce che in base ai documenti prodotti in primo grado (doc. n. 25) risultava che l’impresa, con le procedure esecutive esperite prima della definizione transattiva, aveva riscosso una somma minore di quella indicata dall’Anas e recepita, in detrazione di quanto spettante, nella transazione, riporta nel ricorso il testo delle ordinanze dei Giudice dell’esecuzione nelle parti di rilevanza e rileva che Anas neppure aveva contestato l’errore denunciato.

5. I primi due motivi meritano accoglimento, in considerazione delle statuizioni di cui alla sentenza di questa Corte n. 21704/2015, prodotta da parte ricorrente in allegato alla memoria illustrativa.

5.1. Secondo il costante orientamento di questa Corte, a cui il Collegio intende dare continuità, il giudicato esterno è, al pari del giudicato interno, rilevabile d’ufficio, non solo qualora emerga da atti comunque prodotti nel giudizio di merito, ma anche nell’ipotesi in cui il giudicato si sia formato successivamente alla pronuncia della sentenza impugnata; tale elemento non può essere incluso nel fatto, in quanto, pur non identificandosi con gli elementi normativi astratti, è ad essi assimilabile, essendo destinato a fissare la regola del caso concreto, e partecipando, quindi, della natura dei comandi giuridici, la cui interpretazione non si esaurisce in un giudizio di mero fatto. Il suo accertamento, pertanto, non costituisce patrimonio esclusivo delle parti, ma, mirando ad evitare la formazione di giudicati contrastanti, conformemente al principio del ne bis in idem, corrisponde ad un preciso interesse pubblico, sotteso alla funzione primaria del processo, e consistente nell’eliminazione dell’incertezza delle situazioni giuridiche, attraverso la stabilità della decisione. Tale garanzia di stabilità, collegata all’attuazione dei principi costituzionali del giusto processo e della ragionevole durata, non trova ostacolo nel divieto posto dall’art. 372 c.p.c., il quale, riferendosi esclusivamente ai documenti che potevano essere prodotti nel giudizio di merito, non si estende a quelli attestanti la successiva formazione del giudicato, i quali, comprovando la sopravvenuta formazione di una regula iuris cui il giudice ha il dovere di conformarsi, attengono ad una circostanza che incide sullo stesso interesse delle parti alla decisione, e sono quindi riconducibili alla categoria dei documenti riguardanti l’ammissibilità del ricorso (Cass. n. 26041/2010; Cass. S.U. n. 13916/2006).

Questa Corte ha altresì precisato che con la pregiudizialità in senso logico si indica il rapporto giuridico dal quale nasce l’effetto dedotto in giudizio o, secondo altra convergente accezione, il fatto costitutivo del diritto fatto valere davanti al giudice (ad esempio: il contratto di compravendita rispetto alla richiesta di pagamento del prezzo della cosa venduta), integrante il “punto pregiudiziale”. In ipotesi di pregiudizialità in senso logico, la correlativa statuizione è destinata ad essere travolta da successiva pronuncia eventualmente contrastante ai sensi dell’art. 336 c.p.c., comma 2 (Cass. S.U. n. 14060/2004; Cass. n. 4183/2016; Cass. 27932/2011; da ultimo Cass. 12999/2019).

5.2. Ciò posto, con la pretesa monitoria per cui è causa Anas chiedeva, in forza di transazione e per obbligo di rivalsa, alla Capogruppo ATI Impresa C. il rimborso di quanto la stessa Anas aveva pagato all’erede di Ce.Um., fideiussore della mandante ATI fallita (OMISSIS), in esecuzione della sentenza n. 3649/2008 della Corte d’appello di Roma, all’epoca del pagamento non passata in giudicato. Con detta ultima sentenza era stato riconosciuto non solo al fallimento della società mandante ATI (OMISSIS), ma anche al fideiussore Ce. la maggiore percentuale del 17,48%, dovuta da Anas, sulle somme attribuite alla C. & B. s.p.a. con la sentenza di primo grado. Al fideiussore Ce.Um. era succeduta quale erede, nella quota del 50%, M.F., che riceveva, di seguito, da Anas il pagamento della corrispondente somma, in pendenza del giudizio di cassazione promosso dal fallimento (OMISSIS) (R.G. n. 20496/2009), conclusosi con la sentenza n. 21704/2015 di questa Corte.

In quest’ultimo giudizio, in cui era parte anche l’attuale ricorrente, oltre ad Anas, al fallimento (OMISSIS) ed a Ce.Um., è stata trattata una questione che si pone, rispetto al presente giudizio, come pregiudiziale in senso logico.

L’altro giudizio ha, infatti, riguardato il rapporto giuridico dal quale nasce l’effetto dedotto nel presente giudizio integrante il “punto pregiudiziale”, destinato ad essere travolto, secondo la previsione dell’art. 336 c.p.c., comma 2, per il c.d. effetto espansivo esterno (cfr. da ultimo Cass. 12999/2019 e le altre già citate).

Nel caso di specie, sussiste il rapporto di pregiudizialità in senso logico, in quanto nell’altro giudizio si controverteva sul rapporto giuridico concernente il debito di Anas nei confronti del Ce., fideiussore della società fallita, mandante ATI, per vincolo di solidarietà attiva, e da detto rapporto nasce l’effetto dedotto nel giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo, avente ad oggetto l’obbligo di rivalsa che Anas ha azionato nei confronti della mandataria ATI C., assumendo la sussistenza di quell’obbligo, in generale, con riferimento a tutti i rapporti riguardanti le mandanti e i loro fideiussori e, nello specifico, con riferimento al debito verso il Ce., come, per l’appunto, accertato nell’altro giudizio.

Pertanto, i rapporti giuridici sostanziali oggetto dei due giudizi sono tra loro dipendenti, considerato che, rispetto alla pretesa monitoria per cui è causa, il “punto pregiudiziale ” è l’accertamento del debito di Anas nei confronti del fideiussore Ce., e di seguito della sua erede M., corrispondente alla maggiore percentuale del 17,48% (cfr. Cass. n. 14082/2019 in fattispecie analoga a quella che si sta scrutinando).

Con la sentenza di questa Corte n. 21704/2015, la cui produzione ai sensi dell’art. 372 c.p.c., è ammissibile per quanto precisato (cfr. Cass. S.U. n. 13916/2006 già citata; l’altra causa è stata decisa alla pubblica udienza del 10-9-2015, il ricorso oggetto del presente giudizio è stato notificato il 30-3-2015), è stata cassata senza rinvio la sentenza n. 3649/2008 della Corte d’appello di Roma, nella parte in cui riconosceva al fideiussore Ce. la maggiore percentuale del 17,48%, dovuta da Anas, sulle somme attribuite alla C. & B. s.p.a. con la sentenza di primo grado.

Per l’effetto espansivo esterno di cui si è detto, la suddetta statuizione è destinata a travolgere la sentenza n. 6171/2014 della Corte d’appello di Roma, impugnata con il gravame che si sta scrutinando, in quanto dipendente dalla sentenza cassata nell’altro giudizio, con cui è stato definitivamente deciso il “punto pregiudiziale”, nei termini infra indicati, della pretesa monitoria azionata da Anas nei confronti dell’impresa C. per ottenere il rimborso di quanto dovuto, e pagato da Anas prima del passaggio in giudicato della sentenza della Corte d’appello di Roma n. 3649/2008, alla M. in base a detta ultima sentenza.

6. In conclusione, vanno accolti i primi due motivi di ricorso, restando assorbiti gli altri, la sentenza impugnata deve essere cassata senza rinvio e, decidendo la causa nel merito ai sensi dell’art. 384 c.p.c., non essendovi ulteriori accertamenti da espletare, va revocato il decreto ingiuntivo opposto n. 15349/2011 emesso dal Tribunale di Roma e va respinta la domanda azionata da Anas s.p.a. nei confronti della Ingg. C. & B. S.p.a. in liquidazione.

7. Considerato che l’esito della lite è dipeso dal sopravvenire del giudicato esterno nel senso precisato, le spese di lite di tutti i gradi di giudizio possono essere interamente compensate tra le parti.

P.Q.M.

La Corte accoglie i primi due motivi di ricorso, dichiarati assorbiti gli altri, cassa senza rinvio la sentenza impugnata e, decidendo la causa nel merito ai sensi dell’art. 384 c.p.c., revoca il decreto ingiuntivo opposto n. 15349/2011 emesso dal Tribunale di Roma e rigetta la domanda azionata da Anas s.p.a. nei confronti della Ingg. C. & B. S.p.a. in liquidazione.

Compensa interamente tra le parti le spese di lite di tutti i gradi di giudizio.

Così deciso in Roma, il 2 luglio 2020.

Depositato in Cancelleria il 11 settembre 2020

 

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