Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 18890 del 28/07/2017


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Cassazione civile, sez. II, 28/07/2017, (ud. 16/05/2017, dep.28/07/2017),  n. 18890

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. BIANCHINI Bruno – Presidente –

Dott. ORILIA Lorenzo – Consigliere –

Dott. COSENTINO Antonello – Consigliere –

Dott. ABETE Luigi – Consigliere –

Dott. GRASSO Giuseppe – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso R.G.N. 1899/2013 proposto da:

P.C., rappresentata e difesa, in forza di procura speciale a

margine del ricorso, dall’avvocato Luigi Pulvirenti ed elettivamente

domiciliata in Roma, via Raffaele Calzini 14, presso lo studio

dell’avvocato Tiziana Fiore;

– ricorrente –

contro

S.R. e A.S., rappresentati e difesi, in

forza di procura speciale in calce al controricorsoi dagli avvocati

Antonio Randazzo e Aldo Messina, con domicilio eletto in Roma, Via

E.Q. Visconti, 20 presso lo studio dell’avvocato Francesca Paparoni;

– controricorrenti –

nonchè contro

P.F., L.P.E. e P.P.;

– intimati –

avverso la sentenza n. 881/2012 della Corte d’appello di Catania,

depositata il 30 maggio 2012;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

16 maggio 2017 dal Consigliere Grasso Gianluca.

Fatto

RITENUTO IN FATTO

che il Tribunale di Siracusa con sentenza depositata in data 12 dicembre 2007, in accoglimento della domanda proposta da A.S. e S.R., proprietari di un lotto di terreno con annesso fabbricato in (OMISSIS), con ingresso da via (OMISSIS), condannava i convenuti F., C. e P.P., nonchè C.S., S.A. e L.P.E., nei cui confronti era stato integrato il contraddittorio, quali proprietari del lotto confinante, ad arretrare la costruzione su di esso realizzata – comprese le parti architettoniche quali il muro di elevazione, il piano interrato e le verande – sino alla distanza di 5 metri dal confine, in base allo stato dei luoghi. Condannava altresì i convenuti a oscurare le aperture poste a piano interrato, nonchè al risarcimento dei danni equitativamente determinati in Euro 10.000,00;

che P.F. proponeva appello avverso la pronuncia di prime cure, chiedendone l’integrale riforma;

che C.S. e S.A. proponevano separato appello sul presupposto della loro totale estraneità ai fatti, in quanto non titolari di alcun diritto reale sull’immobile che si assumeva posto a distanza non legale;

che gli appellati A.S. e S.R. resistevano in giudizio chiedendo la conferma della sentenza impugnata;

che si costituiva altresì P.C. chiedendo accogliersi l’appello proposto da P.F.;

che la Corte d’appello di Catania, con sentenza depositata in data 10 maggio 2012, in parziale riforma della pronuncia di primo grado, rigettava le domande proposte nei confronti degli intervenienti C.S. e S.A., annullando la condanna alle spese nei confronti degli stessi. La corte d’appello riduceva altresì la somma dovuta a titolo risarcitorio, dichiarando assorbita la domanda di chiusura delle aperture per le ragioni di cui in motivazione, confermando nel resto la sentenza e condannando F. e P.C. al pagamento delle spese di giudizio;

che per la cassazione della pronuncia della Corte d’appello di Catania ricorre P.C. sulla base di due motivi;

che A.S. e S.R. resistono con controricorso;

che gli altri intimati non hanno svolto attività difensiva.

Diritto

CONSIDERATO IN DIRITTO

che con il primo motivo di ricorso si deduce la violazione o la falsa applicazione dell’art. 950 c.c., u.c., poichè la corte d’appello di Catania avrebbe disatteso tale prescrizione che impone al giudice di tenere conto, in mancanza di altri elementi, del confine delineato dalle mappe catastali, errando nel ritenere che il riferimento a tali dati costituisca criterio meramente residuale, cui è consentito al giudice di ricorrere solo in caso di obiettiva e assoluta mancanza di prove idonee a determinare il confine in modo certo;

che con il secondo motivo di ricorso si contesta l’omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio concernente l’esatta determinazione del confine delle due proprietà oggetto di discussione, posto che i coniugi A. – S. si sarebbero appropriati della porzione più bassa del terreno di proprietà P. posta allo stesso livello del terreno di loro proprietà, dove successivamente avrebbero realizzato una costruzione abusiva, destinata a pollaio, non fornendo alcuna prova dell’esistenza di un confine diverso da quello risultante in catasto e dai rispettivi titoli di proprietà;

che entrambi i motivi, da trattarsi congiuntamente, sono infondati;

che, secondo il costante orientamento di questa Corte, nell’azione di regolamento di confini, la quale si configura come una vindicatio incertae partis, incombe sia sull’attore sia sul convenuto l’onere di allegare e fornire qualsiasi mezzo di prova idoneo all’individuazione dell’esatta linea di confine, mentre il giudice, del tutto svincolato dal principio actore non probante reus absolvitur, deve determinare il confine in relazione agli elementi che gli sembrano più attendibili, ricorrendo in ultima analisi alle risultanze catastali, aventi valore sussidiario (Cass. 7 settembre 2012, n. 14993; Cass. 31 maggio 2006, n. 12891; Cass. 3 maggio 2001, n. 6189);

che, pertanto, nel giudizio di regolamento di confini il giudice ha un ampio potere di scelta e di valutazione dei mezzi probatori acquisiti al processo, in ordine ai quali il ricorso alle indicazioni delle mappe catastali costituisce un sistema di accertamento di carattere meramente sussidiario, al quale, cioè, si pone riferimento solo in assenza di altri elementi idonei alla determinazione del confine (Cass. 29 dicembre 2009, n. 27521; Cass. 30 maggio 2003, n. 8814);

che nel caso di specie la corte d’appello ha chiarito le ragioni per le quali, nel condividere le conclusioni cui è giunto il consulente tecnico d’ufficio, ha ritenuto che i dati catastali non fossero idonei a definire l’esatto confine tra i due fondi, stante le differenze riscontrate tra i dati documentali e la reale situazione dei luoghi;

che non sussiste, inoltre, il vizio di motivazione denunciato;

che l’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, nella formulazione applicabile ratione temporis, risultante dalle modifiche introdotte dal D.Lgs. 2 febbraio 2006, n. 40, prevede la “omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione”, come riferita a “un fatto controverso e decisivo per il giudizio” ossia ad un preciso accadimento o una precisa circostanza in senso storico – naturalistico, non assimilabile in alcun modo a “questioni” o “argomentazioni” che, pertanto, risultano irrilevanti, con conseguente inammissibilità delle censure irritualmente formulate (Cass. 8 ottobre 2014, n. 21152);

che la motivazione omessa o insufficiente è configurabile soltanto qualora dal ragionamento del giudice di merito, come risultante dalla sentenza impugnata, emerga la totale obliterazione di elementi che potrebbero condurre a una diversa decisione, ovvero quando sia evincibile l’obiettiva carenza, nel complesso della medesima sentenza, del procedimento logico che lo ha indotto, sulla base degli elementi acquisiti, al suo convincimento, ma non già quando, invece, vi sia difformità rispetto alle attese e alle deduzioni della parte ricorrente sul valore e sul significato dal primo attribuiti agli elementi delibati, risolvendosi, altrimenti, il motivo di ricorso in un’inammissibile istanza di revisione delle valutazioni e del convincimento di quest’ultimo tesa all’ottenimento di una nuova pronuncia sul fatto, certamente estranea alla natura ed ai fini del giudizio di cassazione (Cass., Sez. Un., 25 ottobre 2013, n. 24148);

che ricorre il vizio di insufficiente motivazione ove il giudice non indichi gli elementi dai quali ha tratto il proprio convincimento, ovvero il criterio logico e la ratio decidendi che lo ha guidato (Cass. 12 aprile 2017, n. 9489);

che, nel caso di specie, la corte d’appello ha delineato il percorso logico seguito, descrivendo il legame tra gli elementi interni determinanti che conducono alla decisione adottata, per cui le doglianze proposte tendono a una inammissibile diversa valutazione delle risultanze istruttorie, valorizzando i dati catastali ritenuti non determinanti dalla corte d’appello perchè in contrasto con la situazione reale dei luoghi;

che le spese di lite seguono la soccombenza e sono liquidate come in dispositivo.

PQM

 

La Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al rimborso delle spese processuali sostenute dai contro ricorrenti, che si liquidano in complessivi Euro 2.700, di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre a spese generali e ad accessori di legge.

Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio della Seconda Sezione civile, il 16 maggio 2017.

Depositato in Cancelleria il 28 luglio 2017

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