Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 1889 del 28/01/2021

Cassazione civile sez. trib., 28/01/2021, (ud. 14/10/2020, dep. 28/01/2021), n.1889

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. PERRINO Angelina Maria – Presidente –

Dott. CATALLOZZI Paolo – Consigliere –

Dott. TRISCARI Giancarlo – Consigliere –

Dott. SAIJA Salvatore – Consigliere –

Dott. NOVIK Adet Toni – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 15082-2014 proposto da:

AGENZIA DELLE ENTRATE in persona del Direttore pro tempore,

elettivamente domiciliata in ROMA, VIA DEI PORTOGHESI 12, presso

l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che la rappresenta e difende;

– ricorrente –

contro

MA. REAL ESTATE SRL, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA

SICILIA 66, presso lo studio dell’avvocato AUGUSTO FANTOZZI, che la

rappresenta e difende unitamente all’avvocato FRANCESCO GIULIANI;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 156/2013 della COMM.TRIB.REG. della LOMBARDIA,

depositata il 02/12/2013;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

14/10/2020 dal Consigliere Dott. NOVIK ADET TONI.

 

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

1. Con sentenza n. 156/05/13, emessa in data 22 ottobre 2013, depositata il successivo 2 dicembre 2013, la Commissione tributaria regionale della Lombardia (CTR) rigettava l’appello proposto dall’Agenzia delle entrate di Milano (di seguito, l’Agenzia) nei confronti di Ma, Real Estate Srl (di seguito, la contribuente), confermando la sentenza emessa dalla Commissione tributaria provinciale di Milano (CTP).

2. La controversia ha ad oggetto l’impugnazione della cartella di pagamento per Iva 2006: si contesta che la contribuente, quale società controllante, pur avendo aderito dal 1/1/2007 alla procedura di liquidazione dell’Iva di gruppo, con la dichiarazione Iva presentata in relazione all’anno di imposta 2007 non aveva trasferito il proprio credito di Euro 150.000, emergente dalla dichiarazione Iva 2006, ma lo aveva utilizzato in compensazione per tributi propri, maturati antecedentemente alla adesione al meccanismo della liquidazione unitaria.

3. La CTR, nel disattendere i motivi di gravame dell’ufficio, ha ritenuto testualmente “Il ragionamento effettuato dall’Ufficio è più di carattere formale che sostanziale. Confermare l’accertamento effettuato porterebbe ad un indebito arricchimento da parte dell’erario. I primi giudici hanno correttamente interpretato la normativa ed hanno annullato l’accertamento. Questa Commissione, ritenendo corretto l’operato del giudice di primo grado, rigetta l’appello dell’Ufficio e, per l’incertezza normativa, compensa tra le parti le spese di giustizia.”.

4. L’agenzia ha proposto ricorso per la cassazione della sentenza sulla base di 3 motivi, al quale la contribuente ha replicato con controricorso.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Vanno preliminarmente disattese le eccezioni di inammissibilità sollevate nel controricorso. Contrariamente a quanto ivi asserito, da una lettura globale del ricorso – che riporta estensivamente il testo della decisione impugnata- si evince chiaramente: – quanto al primo motivo, che la ragione di diritto di cui si lamenta la violazione è che il giudice di secondo grado avrebbe omesso “di indicare non solo le ragioni, in base alle quali ha ritenuto infondati i motivi di appello proposti dall’agenzia delle entrate, ma anche di indicare gli elementi di fatto tal fine valorizzati” (pag. 7); – quanto al secondo motivo, emerge con chiarezza il collegamento tra le enunciazioni in diritto ivi esposte e le argomentazioni della sentenza impugnata e, quindi, le ragioni per le quali se ne chiede l’annullamento (v. sul punto Cass. n. 187 del 08/01/2014); – quanto al terzo motivo, è indubbio che si censura l’omesso esame del motivo di appello.

2. Con il primo motivo -ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4- l’agenzia denuncia di nullità la sentenza impugnata per vizio motivazionale assoluto (motivazione apparente). La censura è infondata. Va ribadito che: -“La motivazione è solo apparente, e la sentenza è nulla perchè affetta da “error in procedendo”, quando, benchè graficamente esistente, non renda, tuttavia, percepibile il fondamento della decisione, perchè recante argomentazioni obbiettivamente inidonee a far conoscere il ragionamento seguito dal giudice per la formazione del proprio convincimento, non potendosi lasciare all’interprete il compito di integrarla con le più varie, ipotetiche congetture” (Sez. U, Sentenza n. 22232 del 03/11/2016, Rv. 641526 – 01); -“La riformulazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, disposta dal D.L. 22 giugno 2012, n. 83, art. 54, conv. in L. 7 agosto 2012, n. 134, deve essere interpretata, alla luce dei canoni ermeneutici dettati dall’art. 12 preleggi, come riduzione al “minimo costituzionale” del sindacato di legittimità sulla motivazione. Pertanto, è denunciabile in cassazione solo l’anomalia motivazionale che si tramuta in violazione di legge costituzionalmente rilevante, in quanto attinente all’esistenza della motivazione in sè, purchè il vizio risulti dal testo della sentenza impugnata, a prescindere dal confronto con le risultanze processuali. Tale anomalia si esaurisce nella “mancanza assoluta di motivi sotto l’aspetto materiale e grafico”, nella “motivazione apparente”, nel “contrasto irriducibile tra affermazioni inconciliabili” e nella “motivazione perplessa ed obiettivamente incomprensibile”, esclusa qualunque rilevanza del semplice difetto di “sufficienza” della motivazione” (Sez. U, Sentenza n. 8053 del 07/04/2014, Rv. 629830). La CTR lombarda, a fronte dei motivi di appello avverso la sentenza di primo grado, che censuravano la violazione e falsa applicazione del D.P.R. n. 633 del 1972, art. 73 u.c. ed del D.P.R. n. 542 del 1999, art. 8, oltre ad osservare, come indicato in ricorso, che “Nella specie la società contribuente ha prodotto copiosa documentazione contabile a supporto della esposizione dei dati contabili”, ha affermato che il ragionamento svolto dall’ufficio “era più di carattere formale che sostanziale. Confermare l’accertamento effettuato porterebbe ad un indebito arricchimento”. Così motivando, la CTR ha espresso, sia pure in modo sintetico, le ragioni della conferma della pronuncia in relazione ai motivi di impugnazione proposti, e non si è limitata ad aderire acriticamente alla decisione di primo grado, così da consentire, attraverso la parte motiva di entrambe le sentenze, di ricavare un percorso argomentativo adeguato e corretto, dando conto delle argomentazioni delle parti e della loro identità con quelle esaminate nella pronuncia impugnata.

3. Con il secondo motivo, l’agenzia eccepisce “violazione e/o falsa applicazione del D.P.R. n. 633 del 1972, art. 54-bis e art. 73, u.c. e del D.P.R. n. 544 del 1999, del D.M. 13 dicembre 1979, art. 4 e della L. n. 212 del 2000, art. 10, comma 3 in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3”, sul rilievo che, dalla normativa citata, si ricavava che i crediti Iva emergenti dalla liquidazione di gruppo potevano essere utilizzati solo dalla società controllante, indipendentemente dal tempo, se prima o dopo l’adesione alla predetta liquidazione, in cui si erano originati;

– il motivo è fondato;

– la questione, invero, è stata già oggetto di recente specifica disamina da parte di questa Corte con la sentenza n. 12642 del 19 maggio 2017 (v. anche Cass. 17834 del 19/07/2017), nella cui motivazione è stato precisato “Il regime dell’iva di gruppo è mera procedura liquidatoria e di versamento del tributo, in virtù della quale la capogruppo compensa le eccedenze di credito e i debiti iva delle società del gruppo (cd. compensazione verticale) e versa l’imposta a debito, oppure computa la differenza a credito nel periodo successivo, salvo chiederne il rimborso. Ed è sempre la capogruppo che può procedere alla cd. compensazione orizzontale, ma del solo credito iva di gruppo, che è quello emergente dai prospetti riepilogativi annuali della dichiarazione di gruppo, con tributi diversi. Un dato è quindi indubbio, ossia che le società del gruppo perdono la disponibilità dei saldi emergenti dalle proprie risultanze periodiche, che sono trasferiti alla capogruppo entro il termine di liquidazione dell’imposta e da questa annotati nei propri registri.”;

– ne deriva che nella vicenda in esame, omologa a quella già esaminata dalla Corte, per l’anno d’imposta 2004, era applicabile questa procedura, nel cui ambito “si doveva tener conto delle eccedenze detraibili di ciascuna società del gruppo. Eccedenze, che queste società, in base al d. m. del 1979, dovevano trasferire alla controllante e che comunque, in base al D.P.R. n. 542 del 1999, art. 8, non potevano essere oggetto di autonoma ed individuale compensazione” e nel novero delle eccedenze doveva dunque rientrare anche il credito Iva risultante dalla dichiarazione relativa all’anno d’imposta antecedente a quello in cui il regime in questione era divenuto operativo atteso che “l’espressione “eccedenza detraibile” contenuta nell’art. 73 possiede, sul piano letterale, un indubbio ed univoco significato nel senso del puro e semplice riferimento all’eccedenza detraibile maturata dalla controllata -o anche dalla stessa controllante-, a prescindere dall’anno di maturazione dei crediti che la compongono, tale da non consentire all’interprete di introdurre eccezioni o limitazioni all’ambito applicativo della norma, chiaramente desumibile dal suo tenore testuale (art. 12 preleggi)”;

– si può osservare, del resto, che “Qualora il legislatore avesse inteso attribuire alla formula indicata una portata più ristretta di quella fatta palese dal significato proprio delle parole utilizzate, avrebbe dovuto farlo espressamente, specificando che dall’ammontare dell’eccedenza detraibile debba essere scorporato l’importo corrispondente ai crediti riportati dagli anni precedenti all’attivazione del regime dell’iva di gruppo”, operazione questa effettivamente compiuta con la legge finanziaria del 2008 (I. n. 244 del 2007) con la quale, appunto, ha espressamente stabilito, in uno con apposita disciplina transitoria a partire dalla liquidazione Iva di gruppo relativa all’anno 2008, che “agli effetti delle dichiarazioni e dei versamenti di cui al precedente periodo non si tiene conto delle eccedenze detraibili, risultanti dalle dichiarazioni annuali relative al periodo d’imposta precedente, dagli enti e società diversi da quelli per i quali anche in tale periodo d’imposta l’ente o società controllante si è avvalso della facoltà di cui al presente comma”;

– va infine precisato che, in assenza di una diversa e specifica regolamentazione, restano soggetti alla disciplina su descritta sia le eccedenze delle annualità pregresse delle controllate che della capogruppo, la quale può si utilizzare i crediti in compensazione (anche orizzontale) ma solo per l’Iva di gruppo e non in via individuale;

– va, quindi, ribadito il principio di diritto secondo il quale: ” In tema di liquidazione dell’IVA di gruppo, nel regime applicabile “ratione temporis”, anteriore alla L. n. 244 del 2007, rientrano tra le eccedenze detraibili da trasferire dalle società del gruppo alla controllante anche quelle maturate negli anni precedenti l’attivazione di detto regime, che non potevano essere utilizzate dalle singole società, controllate e controllante, per una autonoma ed individuale compensazione, in quanto l’espressione “eccedenza detraibile”, di cui al D.P.R. n. 633 del 1972, art. 73, comma 3, deve essere riferita puramente e semplicemente a quella maturata, a prescindere dall’anno nel quale sono sorti i crediti che la compongono. (Sez. 5 -, Ordinanza n. 24474 del 05/10/2018, Rv. 650710 – 01)”.

4- L’agenzia con il terzo motivo deduce “Violazione dell’art. 112 c.p.c. e del D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 53 in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4”. Si contesta che la CTR non avrebbe preso in esame il motivo di appello diretto ad evidenziare la legittimità del recupero a tassazione della somma di Euro 19.227,00, quale differenza tra l’ammontare complessivo dell’Iva a debito, pari ad Euro 139.817,99, risultante dal quadro VH e quella del debito trasferito al gruppo, pari ad Euro 159.043,00, posto nel quadro VL01;

– la censura è fondata;

– la ricorrente ha riprodotto il motivo di gravame che la Corte territoriale non avrebbe esaminato e, effettivamente, dal testo della sentenza impugnata emerge la mancata considerazione del profilo dedotto.

5. In conclusione il ricorso va accolto e la sentenza cassata.

P.Q.M.

La Corte rigetta il primo motivo di ricorso; accoglie il secondo ed il terzo; cassa la sentenza impugnata e rinvia anche per le spese del giudizio di legittimità alla CTR della Lombardia in diversa composizione per nuovo esame.

Così deciso in Roma, nell’adunanza camerale, il 14 ottobre 2020.

Depositato in Cancelleria il 28 gennaio 2021

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