Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 18886 del 11/09/2020

Cassazione civile sez. trib., 11/09/2020, (ud. 13/02/2020, dep. 11/09/2020), n.18886

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. NAPOLITANO Lucio – Presidente –

Dott. D’ANGIOLELLA Rosita – rel. Consigliere –

Dott. CATALDI Michele – Consigliere –

Dott. D’ORAZIO Luigi – Consigliere –

Dott. FRACANZANI Marcello Maria – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

Sul ricorso iscritto al n. R.G.26754/2013 proposto da:

D.F.A., rappresentata e difesa, giusta mandato in atti,

dall’avv.to Mario Girardi, presso il quale è elettivamente

domiciliata in Roma, alla Via Aurelia n. 353;

– ricorrente –

contro

Agenzia delle Entrate, in persona del legale rappresentante p.t.,

rappresentata e difesa, ope legis, dall’Avvocatura generale dello

Stato, domiciliata in Roma, Via dei Portoghesi, n. 12;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 111/15/13 della Commissione Tributaria

Regionale della Campania, depositata in data 02/04/2013 e non

notificata.

Udita la relazione del Consigliere Dott.ssa D’Angiolella Rosita,

svolta nella camera di consiglio del 13 febbraio 2020.

 

Fatto

RILEVATO

che:

Con avviso di accertamento, per l’anno 2005, l’Agenzia delle entrate accertava, in capo a D.F.A., “fabbricante di oggetti di gioielleria”, maggiori ricavi rispetto a quelli dichiarati e, quindi, calcolava maggiori imposte ai fini Irpef, Irap ed Iva; l’accertamento traeva origine da una verifica fiscale che rilevava difformità, discordanze e carenze della contabilità oltre che un’evidente antieconomicità dell’attività svolta per il periodo d’imposta oggetto di accertamento.

La contribuente proponeva ricorso alla Commissione tributaria provinciale di Caserta deducendo l’illegittimità e l’erroneità dell’avviso, in quanto basato su di una serie di presunzioni e prove logiche infondate. La Commissione provinciale rigettava il ricorso confermando l’accertamento dell’Ufficio.

D.F.A. impugnava la decisione di primo grado innanzi alla Commissione Tributaria regionale delle Campania, che, con la sentenza in epigrafe, rigettava l’appello confermando la prima decisione. In particolare, motivava il rigetto dell’appello ritenendo che i giudici di primo grado “hanno correttamente rilevato che la discrasiaele contraddizioni della D.F. (relativamente al valore della merce rapinata) e l’assenza di qualsiasi valida apprezzabile prova circa il valore della detta merce determina la possibile quantificazione sono di modesto valore quanto al danno subito in seguito alla patita rapina. A tanto aggiungono che l’evidenziata manifesta irrisorietà della percentuale di ricarico indicata (1,95%) rappresenta comportamento quantomeno anomalo del contribuente che legittima la rettifica D.P.R. n. 600 del 1973, ex art. 39, comma 1, lett. d), ben operata all’ufficio alla scorta delle vigenti disposizioni e per un importo che appare assolutamente sicuro il rispettoso dei principi di logica, coerenze di equità”.

D.F.A. ha proposto ricorso per Cassazione avverso tale sentenza deducendo tre motivi.

Resiste con controricorso l’Agenzia dell’entrate.

Diritto

CONSIDERATO

che:

Con il primo motivo di ricorso – così rubricato: “omessa, insufficiente, contraddittoria motivazione della sentenza ex art. 360 c.p.c., nn. 4 e 5” – la ricorrente denuncia la nullità della sentenza in quanto contenente una motivazione apparente laddove ricalca pedissequamente la sentenza di prime cure, nonchè per essere contraddittoria ed insufficiente nelle motivazioni riguardanti le prove, a contrario, offerte per contestare la rideterminazione dei ricavi effettuata dall’Ufficio. Il motivo è infondato sotto entrambi i parametri di censura evocati.

Le motivazioni addotte dalla Commissione regionale, consentono di individuare subito la “ratio decidendi” della decisione, fondata essenzialmente sul mancato superamento da parte della contribuente delle presunzioni, fondate su indizi gravi precisi e concordanti, poste a base dell’accertamento dell’Ufficio.

I giudici di appello, pur richiamando la decisione della Commissione provinciale e condividendone i passaggi argomentativi, hanno motivato in maniera obiettivamente adeguata le ragioni che, sia sul piano logico che su quello giuridico, hanno determinato il rigetto dell’appello del contribuente; la Commissione ha argomentato l’infondatezza dei motivi gravame sulla mancanza di prova del valore della merce di cui la D.F. era stata derubata e sull’irrisorietà della percentuale di ricarico della merce (pari all’1,95%), fatti dai quali è logico dedurre la quasi parità tra il costo del venduto ed i ricavi conseguiti, con conseguente inverosimiglianza della tesi dell’appellante.

I profili di apoditticità e contraddittorietà della sentenza censurati col motivo in esame non sussistono sicchè non viziano la motivazione in modo così radicale da renderla meramente apparente escludendone l’idoneità ad assolvere alla funzione cui al D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 36; va evidenziato in proposito che, secondo il consolidato orientamento di legittimità, che qui si condivide e si fa proprio, ricorre il vizio

di omessa o apparente motivazione della sentenza

allorquando il giudice di appello abbia sostanzialmente riprodotto la decisione di primo grado, senza illustrare neppure sinteticamente – le ragioni per cui ha inteso disattendere tutti i motivi di gravame, limitandosi a manifestare la sua condivisione della decisione di prime cure (cfr., Cass. 18/04/2017 n. 9745; Cass. 26/06/2017 n. 15884; Cass. 21/09/2017, n. 22022; Cass., 25/10/2018, n. 27112; Cass., 05/10/2018 n. 24452; Cass., 07/04/2017 n. 9105, tutte che richiamano i parametri minimi di motivazione indicati da Cass., Sez. U., 07/04/2014 n. 8053 e 03/11/2016n. 22232; cfr., altresì, per il vizio di motivazione collegato alla funzione dell’appello, Cass., 10/01/2003 n. 196).

Quanto all’ulteriore profilo di vizio motivazionale denunciato in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, esso risulta inammissibile, in quanto oggetto di impugnazione è una sentenza pubblicata in epoca successiva al 12 settembre 2012, data dalla quale è entrato in vigore il nuovo testo dell’art. 360 c.p.c., n. 5, che consente l’impugnazione per la diversa ipotesi di omesso esame di un fatto storico, decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti, “fatto” neppure dedotto nella prima doglianza della ricorrente.

Con il secondo motivo – così rubricato: “violazione e falsa applicazione di norme di diritto; nullità della sentenza e del procedimento, ex art. 360 c.p.c., nn. 3 e 4, violazione e falsa applicazione degli artt. 112 e 132 c.p.c. e del D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 132″ – deduce l’illegittimità della sentenza per non aver pronunciato sull’eccepito difetto motivazionale dell’avviso di accertamento.

Tale motivo è infondato e deve essere rigettato.

Secondo il consolidato orientamento di questa Corte, non ricorre il vizio di omessa di pronuncia, nonostante la mancata decisione su un punto specifico, quando la decisione adottata comporti una statuizione implicita di rigetto sul medesimo, essendo necessario che risulti completamente omesso il provvedimento che si palesi indispensabile alla soluzione del caso concreto il che non si verifica là dove la decisione adottata comporti la reiezione della pretesa fatta valere dalla parte anche se manchi in proposito una specifica argomentazione; in tali casi, infatti, è ravvisabile una statuizione implicita di rigetto in quanto la pretesa avanzata con il capo di domanda (o dell’eccezione), non espressamente esaminato, risulta incompatibile con l’impostazione logico-giuridica della pronuncia finale (cfr. Sez. 1, n. 24155 del 13/10/2017, Rv. 645538-01).

Con il terzo motivo – così rubricato:”violazione e falsa applicazione di norme di diritto, ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3; violazione e falsa applicazione del D.P.R. 29 settembre 1973, n. 600, art. 39, comma 1, lett. d), D.P.R. n. 633 del 1972, art. 54; artt. 2727 e 2697 c.c.; Artt. 53 e 11 Cost., nonchè artt. 115 e 116 c.p.c.” – deduce l’erroneità della sentenza per aver i secondi giudici omesso di valutare, nel calcolo dei ricavi e della loro rideterminazione, il fatto noto del furto subito da essa contribuente, travalicando così le regole di riparto dell’onere probatorio in materia di prova presuntiva.

E’ opinione unanime della giurisprudenza di questa Corte che non rientra nell’ambito applicativo dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3 l’allegazione di un’erronea ricognizione della fattispecie concreta a mezzo delle risultanze di causa, in quanto tale ricognizione è esterna al tipico vizio di sussunzione di cui allo specifico parametro di censura, inerendo, in realtà, ad una valutazione del giudice di merito sottratta al sindacato di legittimità.

In tal senso è stato chiarito che la ricognizione erronea, censurabile con il vizio di violazione di legge, riguarda un’erronea sussunzione della fattispecie concreta alla fattispecie astratta recata da una norma di legge e implica necessariamente un problema interpretativo della stessa; l’errore ricognitivo può altresì determinare la falsa applicazione della legge, laddove, pur se nel provvedimento impugnato è esattamente individuata la norma da applicare, ne è poi derivata una qualificazione giuridica impropria (perchè la fattispecie astratta da essa prevista non è idonea a regolarla) oppure una decisione che ne contraddice la corretta interpretazione Sez. 1, Ordinanza n. 24155del 13/10/2017,Rv. 645538-03; Sez. 3, Ordinanza n. 10320del 30/04/2018,Rv. 648593-01; Sez. 5, Sentenza n. 23851del 25/09/2019,Rv. 655150-02; Sez. 1, Ordinanza n. 640del 14/01/2019,Rv. 652398-01; Sez. 1, Ordinanza n. 3340del 05/02/2019,Rv. 652549-02).

Ora, la sentenza impugnata ha confermato la legittimità dell’accertamento dell’Ufficio sulla base della valutazione degli specifici elementi fatto sopra evidenziati, sicchè l’indagine fattuale del giudice a quo si è dunque arrestata alla verifica della sussistenza dei presupposti per l’accertamento induttivo, verifica che, riguardando il tipico giudizio di merito, risulta incensurabile in questa sede.

Il ricorso va dunque integralmente rigettato.

Le spese seguono la soccombenza della ricorrente e si liquidano come da dispositivo.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso principale, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso. Condanna la ricorrente al pagamento delle spese di lite in favore della controricorrente che liquida in complessivi Euro 2.300,00, oltre spese prenotate a debito.

La ricorrente è tenuta al versamento dell’ulteriore importo a titolo di contributo, ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, pari a quello previsto per il ricorso principale, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della V sezione civile della Corte di Cassazione, il 13 febbraio 2020.

Depositato in cancelleria il 11 settembre 2020

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