Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 18881 del 03/07/2021

Cassazione civile sez. trib., 03/07/2021, (ud. 24/03/2021, dep. 03/07/2021), n.18881

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. BRUSCHETTA Ernestino Luigi – Presidente –

Dott. MANZON Enrico – rel. Consigliere –

Dott. NONNO Giacomo Maria – Consigliere –

Dott. SUCCIO Roberto – Consigliere –

Dott. PUTATURO DONATI VISCIDO DI N. Maria Giulia – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso iscritto al n. 3668/2014 R.G. proposto da:

STECIN srl, in persona del legale rappresentante pro tempore,

P.G.V., P.C., P.S.V., rappresentati

e difesi dagli avv. Gaspare Falsitta, Silvia Panseri e Rita Gradara,

con domicilio eletto in Roma, Largo Somalia n. 67 presso lo studio

di ques’ultima;

– ricorrente –

contro

Agenzia delle entrate, in persona del Direttore pro tempore,

domiciliata in Roma, via dei Portoghesi n. 12, presso l’Avvocatura

generale dello Stato, che la rappresenta e difende;

– controricorrente/ricorrente incidentale –

avverso la sentenza della Commissione tributaria regionale della

Lombardia n. 95/44/13, depositata l’8 luglio 2013.

Udita la relazione svolta nella camera di consiglio del 24 marzo 2021

dal Consigliere Enrico Manzon.

 

Fatto

RILEVATO

che:

Con la sentenza impugnata la Commissione tributaria regionale della Lombardia accoglieva parzialmente l’appello proposto dall’Agenzia delle entrate, ufficio locale, avverso la sentenza della Commissione tributaria provinciale di Milano n. 202/24/12 che aveva accolto i ricorsi della STECIN srl e dei suoi soci P.G.V., P.C. e P.S.V. contro gli avvisi di accertamento per II.DD. ed IVA 2005.

La CTR, nella parte che qui rileva, osservava in particolare:

– che i primi giudici avevano errato nell’annullare gli atti impositivi de quibus a causa della contraddittorietà del comportamento dell’agenzia fiscale nella fase preprocessuale, essendo tali atti fondati su indagini bancarie e sulle relative presunzioni legali inerenti i versamenti/prelevamenti, rispetto ad una società in allora costituita come accomandita semplice, non avendo i contribuenti assolto al proprio onere di prova contraria;

– che di conseguenza le singole riprese erano per tale ragione parzialmente fondate sulle risultanze della documentazione bancaria acquisita in sede di controllo ispettivo, non essendovi in particolare idonea controprova della provenienza delle provviste accertate da atti di liberalità endofamigliari;

– che la ripresa per contribuzione previdenziale era fondata solo nei confronti del socio accomandatario P.G.V. e non delle socie accomandanti, le quali peraltro, in virtù di tale qualità, dovevano considerarsi esenti da responsabilità sanzionatorie, in assenza di poteri gestionali.

Avverso tale decisione propongono ricorso per cassazione i contribuenti deducendo sei motivi, poi illustrati con una memoria.

Avverso la medesima sentenza ha altresì proposto ricorso l’Agenzia delle entrate, che, essendo stato notificato ed iscritto a ruolo successivamente, deve considerarsi quale ricorso incidentale, deducendo un motivo unico.

Diritto

CONSIDERATO

che:

Con il primo motivo – ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4 – i ricorrenti lamentano la mancata corrispondenza tra “chiesto e pronunciato”, poichè la CTR ha completamente travisato la loro eccezione di invalidità degli avvisi di accertamento impugnati per avere utilizzato promiscuamente più metodologie accertative (indagini bancarie, congruità dei prezzi di vendita di immobili).

Con il secondo motivo – ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4 – i ricorrenti si dolgono di omessa pronuncia circa la loro eccezione di non corretto impiego delle risultanze delle indagini bancarie, in rapporto alle proprie allegazioni difensive contro probatorie relativamente alle movimentazioni contestate.

Con il terzo motivo – ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4 – i ricorrenti denunciano l’omessa pronuncia in ordine alla non riferibilità di parte delle movimentazioni bancarie contestate alla società verificata.

Le censure possono essere esaminate congiuntamente e sono inammissibili.

Va ribadito che:

– “Il vizio di omessa pronuncia su una domanda o eccezione di merito, che integra una violazione del principio di corrispondenza tra chiesto pronunciato ex art. 112 c.p.c., ricorre quando vi sia omissione di qualsiasi decisione su di un capo di domanda, intendendosi per capo di domanda ogni richiesta delle parti diretta ad ottenere l’attuazione in concreto di una volontà di legge che garantisca un bene all’attore o al convenuto e, in genere, ogni istanza che abbia un contenuto concreto formulato in conclusione specifica, sulla quale deve essere emessa pronuncia di accoglimento o di rigetto” (Cass. n. 7653 del 16/05/2012)

– “La differenza fra l’omessa pronuncia ai sensi dell’art. 112 c.p.c. e l’omessa motivazione su un punto decisivo della controversia di cui all’art. 360 c.p.c. , n. 5, consiste nel fatto che, nel primo caso, l’omesso esame concerne direttamente una domanda od un’eccezione introdotta in causa, autonomamente apprezzabile, ritualmente ed inequivocabilmente formulata, mentre nel secondo, l’omessa trattazione riguarda una circostanza di fatto che, ove valutata, avrebbe comportato una diversa decisione” (Cass. n. 25714 del 04/12/2014, Rv. 633682 – 01).

L’articolazione dei mezzi de quibus collide evidentemente con l’interpretazione consolidata di questa Corte in ordine alla esatta configurazione del vizio di attività dedotto.

A ben vedere infatti tutte e tre le censure riguardano direttamente non domande ovvero eccezioni, ma, appunto inammissibilmente, allegazioni difensive fattuali che di esse sono prospettate come supporto argomentativo.

Così appare evidente sia in ordine alla questione della metodologia accertativa sia ancor più in relazione alle giustificazioni date delle movimentazioni bancarie contestate.

In altri termini le denunciate omissioni di pronuncia mirano piuttosto a richiedere a questa Corte una revisione critica delle valutazioni fattuali operate dal giudice tributario di appello, trattandosi di una tipologia di sindacato che comunque si pone oltre il perimetro del giudizio di legittimità, anche, sotto il dedotto profilo processuale. Con il quarto motivo – ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 – i ricorrenti si dolgono dell’omesso esame di fatti decisivi controversi inerenti la determinazione dei prezzi di cessione dei beni immobili oggetto delle riprese fiscali.

Con il quinto motivo – ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 – i ricorrenti lamentano l’omesso esame di fatti decisivi controversi in relazione alle loro allegazioni contro probatorie relative alle movimentazioni bancarie oggetto di verifica e di contestazione.

Le censure, da esaminarsi congiuntamente per connessione, sono infondate.

Va ribadito che:

– “La deduzione di un vizio di motivazione della sentenza impugnata con ricorso per cassazione conferisce al giudice di legittimità, non il potere di riesaminare il merito della intera vicenda processuale sottoposta al suo vaglio, ma la sola facoltà di controllo, sotto il profilo della correttezza giuridica e della coerenza logico – formale, delle argomentazioni svolte dal giudice del merito, al quale spetta, in via esclusiva, il compito di individuare le fonti del proprio convincimento, di assumere e valutare le prove, di controllarne l’attendibilità e la concludenza, di scegliere, tra le complessive risultanze del processo, quelle ritenute maggiormente idonee a dimostrare la veridicità dei fatti ad esse sottesi, dando così liberamente prevalenza all’uno o all’altro dei mezzi di prova acquisiti, salvo i casi tassativamente previsti dalla legge. Ne consegue che il preteso vizio di motivazione, sotto il profilo della omissione, insufficienza, contraddittorietà della medesima, può legittimamente dirsi sussistente solo quando, nel ragionamento del giudice di merito, sia rinvenibile traccia evidente del mancato (o insufficiente) esame di punti decisivi della controversia, prospettati dalle parti o rilevabili di ufficio, ovvero quando esista insanabile contrasto tra le argomentazioni complessivamente adottate, tale da non consentire l’identificazione del procedimento logico – giuridico posto a base della decisione” (Cass., n. 19547 del 04/08/2017, Rv. 645292 – 01);

– “La riformulazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, disposta dal D.L. 22 giugno 2012, n. 83, art. 54, conv. in L. 7 agosto 2012, n. 134, deve essere interpretata, alla luce dei canoni ermeneutici dettati dall’art. 12 preleggi, come riduzione al “minimo costituzionale” del sindacato di legittimità sulla motivazione. Pertanto, è denunciabile in cassazione solo l’anomalia motivazionale che si tramuta in violazione di legge costituzionalmente rilevante, in quanto attinente all’esistenza della motivazione in sè, purchè il vizio risulti dal testo della sentenza impugnata, a prescindere dal confronto con le risultanze processuali. Tale anomalia si esaurisce nella “mancanza assoluta di motivi sotto l’aspetto materiale e grafico”, nella “motivazione apparente”, nel “contrasto irriducibile tra affermazioni inconciliabili” e nella “motivazione perplessa ed obiettivamente incomprensibile”, esclusa qualunque rilevanza del semplice difetto di “sufficienza” della motivazione” (Cass. Sez. U, n. 8053 del 07/04/2014).

Risulta chiaro il contrasto contenutistico dei mezzi in esame con i principi di diritto rivenienti da tali arresti giurisprudenziali.

I ricorrenti infatti pretendono da questa Corte un sindacato sulla valutazione data dalla CTR lombarda in ordine al thema probandum e relativo materiale probatorio che le è certamente inibito.

In ogni caso la motivazione della sentenza impugnata si pone ben al di sopra del “minimo costituzionale”.

Con il sesto motivo – ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3 – i ricorrenti denunciano la violazione della L. n. 662 del 1996, art. 1, comma 208, poichè la CTR ha affermato la responsabilità contributiva previdenziale (fatta valere con gli atti impositivi impugnati) del socio accomandatario (escludendo quella delle socie accomandanti) sulla sola base di tale qualità, senza considerare che nell’annualità fiscale de qua mancava il presupposto di tale responsabilità posto che tutti i soci nell’annualità stessa avevano prestato attività di lavoro dipendente e non autonomo-artigianale.

La censura è inammissibile.

Va ribadito che “In tema di ricorso per cassazione, il vizio di violazione di legge consiste in un’erronea ricognizione da parte del provvedimento impugnato della fattispecie astratta recata da una norma di legge implicando necessariamente un problema interpretativo della stessa; viceversa, l’allegazione di un’erronea ricognizione della fattispecie concreta, mediante le risultanze di causa, inerisce alla tipica valutazione del giudice di merito la cui censura è possibile, in sede di legittimità, attraverso il vizio di motivazione” (ex multis Cass., n. 26110 del 2015).

Anche questa censura nella sostanza chiede a questa Corte una revisione del giudizio di fatto, non prospettando una scorretta interpretazione della disposizione legislativa evocata da parte del giudice tributario di appello, il quale appunto ha riferito la responsabilità per il debito previdenziale di periodo al socio accomandatario quale gestore dell’impresa sociale obbligata, evidentemente accertando per implicito nel merito che la correlativa obbligazione sia effettivamente sussistente.

Con l’unico motivo dedotto nel ricorso incidentale l’Agenzia delle entrate – ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3 – lamenta la violazione/falsa applicazione del D.Lgs. n. 472 del 1997, art. 5, dell’art. 2320 c.c., poichè la CTR ha escluso la responsabilità sanzionatoria di P.C. e P.S.V. in quanto socie accomandanti della società verificata.

La censura è fondata.

Il Collegio ritiene di dare continuità al principio di diritto secondo il quale “Il maggior reddito risultante dalla rettifica operata nei confronti di una società di persone, ed imputato al socio ai fini dell’IRPEF, giusta il D.P.R. n. 597 del 1973, art. 5, in proporzione della relativa quota di partecipazione, comporta anche l’applicazione allo stesso socio della sanzione per infedele dichiarazione prevista dal D.P.R. n. 600 del 1973, art. 46. Tale principio si applica anche al socio accomandante di società in accomandita semplice, essendo irrilevante l’estraneità di tale specie di soci all’amministrazione della società, in quanto ad essi è sempre consentito di verificare l’effettivo ammontare degli utili conseguiti; la sanzione non viene, quindi, irrogata all’accomandante sulla base della mera volontarietà, in contrasto con l’elemento della colpevolezza introdotto dal D.Lgs. n. 472 del 1997, art. 5, consistendo, nel suo caso, la colpa nell’omesso o insufficiente esercizio del potere di controllo sull’esattezza dei bilanci della società, ai sensi dell’art. 2320 c.c., u.c.” (ex pluribus,Cass., n. 16116 del 28/06/2017, Rv. 644702 – 01).

La sentenza impugnata si pone in evidente contrasto con tale arresto giurisprudenziale e per tale ragione merita cassazione.

In conclusione, respinto il ricorso principale, va invece accolto il motivo del ricorso incidentale, con la conseguente cassazione della sentenza impugnata e, non essendo necessari ulteriori accertamenti di fatto, decidendo nel merito respinge il ricorso introduttivo della lite di P.C. e di P.S.V. anche con riguardo alle sanzioni.

Stante l’esito alterno del giudizio le spese dei gradi di merito possono essere compensate.

Quelle del giudizio di legittimità vanno tassate secondo il principio generale della soccombenza e vengono liquidate come in dispositivo.

PQM

La Corte, respinge il ricorso principale, accoglie il ricorso incidentale, cassa la sentenza impugnata e decidendo nel merito respinge il ricorso introduttivo della lite di P.C. e di P.S.V. anche con riguardo alle sanzioni. Condanna i ricorrenti principali in solido al pagamento delle spese del giudizio di legittimità che liquida in Euro 6.000 oltre spese prenotate a debito.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento da parte del ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, il 24 marzo 2021.

Depositato in Cancelleria il 3 luglio 2021

 

 

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