Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 18876 del 15/09/2011

Cassazione civile sez. I, 15/09/2011, (ud. 27/04/2011, dep. 15/09/2011), n.18876

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SALME’ Giuseppe – rel. Presidente –

Dott. DI PALMA Salvatore – Consigliere –

Dott. ZANICHELLI Vittorio – Consigliere –

Dott. SCHIRO’ Stefano – Consigliere –

Dott. DIDONE Antonio – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso 3251/2010 proposto da:

G.A. ((OMISSIS)), elettivamente domiciliata in ROMA,

CORSO VITTORIO EMANUELE II n. 326, presso lo studio dell’avvocato

TARANTINO GIANLUCA, rappresentata e difesa dall’avvocato DEFILIPPI

Claudio, giusta procura speciale in calce al ricorso;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELLA GIUSTIZIA ((OMISSIS)), in persona del Ministro

pro tempore, elettivamente domiciliato in ROMA, VIA DEI PORTOGHESI

12, presso l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che lo rappresenta e

difende, ope legis;

– controricorrente –

avverso il decreto n. 717/08 della CORTE D’APPELLO di ANCONA

dell’1.4.09, depositato il 30/05/2009;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

27/04/2011 dal Presidente Relatore Dott. GIUSEPPE SALME’;

udito per la ricorrente l’Avvocato Fabrizio Cipollaro (per delega

avv. Claudio Defilippi) che si riporta agli scritti.

E’ presente il Procuratore Generale in persona del Dott. MAURIZIO

VELARDI che ha concluso per l’inammissibLlita del ricorso.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

G.A. ricorre per cassazione avverso il decreto della corte d’appello di Ancona del 30 maggio 2009 con il quale è stata parzialmente accolta la domanda di condanna al pagamento dell’equo indennizzo per l’irragionevole durata di una causa promossa il 19 marzo 1999 davanti al tribunale di Parma, decisa con sentenza dell’8 gennaio 2004 avverso la quale pende giudizio d’appello.

Il Ministero della Giustizia resiste con controricorso.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

La ricorrente lamenta che la corte territoriale abbia liquidato l’equa riparazione del pregiudizio morale derivante dall’irragionevole durata del giudizio limitandola alla parte eccedente la durata ragionevole e utilizzando un criterio insufficiente.

Il ricorso è inammissibile.

Trattandosi di ricorso per cassazione proposto nei confronti di provvedimento pubblicato dopo il 2 marzo 2006 e prima del 4 luglio 2009, deve trovare applicazione art. 366-bis, c.p.c., inserito dal D.Lgs. 2 febbraio 2006, n. 40, art. 6 (abrogato dalla L. 18 giugno 2009, n. 69, art. 47, lett. d), applicabile, per espressa previsione dell’art. 58 della stessa legge alle controversie nelle quali il provvedimento impugnato è stato pubblicato o depositato dopo il 4 luglio 2009), a tenore del quale “Nei casi previsti dall’art. 360, primo comma, nn. 1) , 2), 3) e 4), l’illustrazione di ciascun motivo si deve concludere, a pena di inammissibilità, con la formulazione di un quesito di diritto. Nel caso previsto dall’art. 360, comma 1, n. 5), l’illustrazione di ciascun motivo deve contenere, a pena di inammissibilità, la chiara indicazione del fatto controverso in relazione al quale la motivazione si assume omessa o contraddittoria, ovvero le ragioni per le quali la dedotta insufficienza della motivazione la rende inidonea a giustificare la decisione”. Secondo il costante orientamento dì questa Corte la norma, che risponde all’esigenza di soddisfare l’interesse del ricorrente ad una decisione della lite diverse da quella cui è pervenuta la sentenza impugnata, ed al tempo stesso, di enucleare, collaborando alla funzione nomofilattica, il principio di diritto applicabile alla fattispecie, costituisce il punto di congiunzione tra la risoluzione del caso specifico e l’enunciazione del principio generale, e non può consistere in un’enunciazione di carattere generale e astratto, priva di qualunque indicazione sul tipo della controversia e sulla sua riconducibilità alla fattispecie in esame, nè in una mera richiesta dì accoglimento del motivo o nell’interpello della corte di legittimità in ordine alla fondatezza della censura, ma deve costituire la chiave di lettura delle ragioni esposte e porre la corte in condizioni di rispondere ad esso con l’enunciazione di una regola iuris, che sia, in quanto tale, suscettibile di ricevere applicazione in casi ulteriori rispetto a quello sottoposto all’esame del giudice che ha pronunciato la sentenza impugnata; inoltre, la formulazione della censura dell’art. 360 c.p.c., ex n. 5, deve contenere un momento di sintesi (omologo del quesito di diritto) che ne circoscriva puntualmente i limiti, con la precisazione delle ragioni che rendono la motivazione inidonea a giustificare la decisione mediante lo specifico riferimento ai fatti rilevanti, alla documentazione prodotta, alla sua provenienza e all’incidenza rispetto alla decisione, in maniera da non ingenerare incertezze in sede di formulazione del ricorso e di valutazione della sua ammissibilità;

Nella specie il motivo di ricorso non si conclude con la formulazione del quesito di diritto e, pertanto, il ricorso deve essere dichiarato inammissibile.

Le spese seguono la soccombenza.

P.Q.M.

La corte dichiara il ricorso inammissibile e condanna la ricorrente al pagamento delle spese che liquida in Euro 950,00 oltre alle spese prenotate a debito.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della struttura centralizzata per l’esame preliminare dei ricorsi civili, Sezione Prima Civile, il 27 aprile 2011.

Depositato in Cancelleria il 15 settembre 2011

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