Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 18868 del 11/09/2020

Cassazione civile sez. trib., 11/09/2020, (ud. 23/10/2019, dep. 11/09/2020), n.18868

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. NAPOLITANO Lucio – Presidente –

Dott. CRUCITTI Roberta – Consigliere –

Dott. GIUDICEPIETRO Andreina – Consigliere –

Dott. D’ANGIOLELLA Rosita – Consigliere –

Dott. GUIDA Riccardo – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso iscritto al n. 8633/2014 R.G. proposto da:

MAS CLUB ASSOCIAZIONE SPORTIVA DILETTANTISTICA, rappresentata e

difesa dall’avv. Stefano Brendolan, dall’avv. Patrizia Perrino,

dall’avv. Felicia D’Amico, con domicilio eletto presso lo studio di

quest’ultima, in Roma, via Germanico, n. 197.

– ricorrente –

contro

AGENZIA DELLE ENTRATE, in persona del direttore pro tempore,

rappresentata dall’Avvocatura Generale dello Stato, con domicilio

legale in Roma, via dei Portoghesi, n. 12, presso l’Avvocatura

Generale dello Stato.

– controricorrente –

avverso la sentenza della Commissione tributaria regionale del

Veneto, sezione staccata di Verona, sezione n. 21, n. 131/21/13,

pronunciata il 25/03/2013, depositata il 4/10/2013.

Udita la relazione svolta nella camera di consiglio del 23 ottobre

2019 dal Consigliere Riccardo Guida.

 

Fatto

RILEVATO

che:

Mas Club Associazione Sportiva Dilettantistica, con distinti ricorsi, impugnò innanzi alla CTP di Verona gli avvisi di accertamento che recuperavano a tassazione IRES, IRAP, IVA, per le annualità 2006 e 2007, ricavi e quote associative non dichiarati e costi indeducibili (perchè non documentati), sul presupposto che l’ente non avesse i requisiti per fruire delle agevolazioni fiscali riconosciute alle associazioni sportive dilettantistiche e che, quindi, il suo reddito dovesse essere determinato in base alle norme fiscali previste per l’imprese commerciali;

il giudice di prossimità, riuniti i ricorsi, con sentenza n. 25/4/12, rigettò la domanda e tale decisione è stata confermata dalla CTR del Veneto (sezione staccata di Verona) che, con la sentenza menzionata in epigrafe, ha respinto l’appello della contribuente;

in particolare, la commissione regionale ha ritenuto la decisione di primo grado immune da vizi logico-giuridici e ha evidenziato che, all’esito di una verifica fiscale e di un accertamento analitico, erano emerse numerose irregolarità nella tenuta delle scritture contabili dell’ente (che non risultava affiliato al CONI) che, dal canto suo, non aveva dimostrato di perseguire finalità “no profit”, quali la promozione di attività sportiva, mentre, a fronte di ciò, erano dimostrate l’omessa contabilizzazione delle quote associative e dei ricavi derivanti dai corsi organizzati, nonchè l’indicazione (nella dichiarazione) di costi non documentati e non inerenti;

ha rimarcato, altresì, che l’assoggettamento all’IVA degli introiti derivanti dal tesseramento degli associati era giustificato dalla circostanza che questi ultimi, oltre a sottoscrivere la quota per il tesseramento, acquistavano anche altri pacchetti di servizi fruibili all’interno della struttura (una palestra), sicchè era corretta l’affermazione della CTP che, in ragione della natura commerciale dell’associazione, aveva reputato legittimo l’assoggettamento ad IVA della quota associativa, qualificata come acconto del pagamento dei servizi prenotati;

la contribuente ricorre per la cassazione, sulla base di quattro motivi, illustrati con una memoria; l’Agenzia resiste con controricorso.

Diritto

CONSIDERATO

che:

con il primo motivo del ricorso, denunciando: “nullità della sentenza per violazione dell’art. 360 c.p.c., nn. 3) 5), in relazione alla L. n. 289 del 2002, art. 90, e del D.P.R. n. 917 del 1986, art. 148, comma 3, e per omessa motivazione dell’atto impugnato.”, la ricorrente censura la sentenza impugnata per avere erroneamente affermato che l’associazione avrebbe fornito servizi unicamente tendenti al benessere fisico, e, quindi, che aveva svolto attività commerciale, incompatibile con le finalità di promozione e di diffusione della pratica sportiva, trascurando che l’ente svolgeva detta attività mediante la partecipazione dei propri atleti a tornei di arti marziali;

sotto altro profilo, rileva che, in base alle norme di settore (L. n. 289 del 2002, art. 90), l’affiliazione al CONI non costituisce un presupposto indispensabile per fruire dei benefici fiscali riconosciuti alle associazioni sportive dilettantistiche;

addebita, infine, alla sentenza impugnata il difetto di motivazione sulla censura dell’appellante in ordine alla carenza di motivazione degli atti impositivi impugnati;

con il secondo motivo, denunciando: “nullità della sentenza per violazione dell’art. 360 c.p.c., nn. 3) e 5), in relazione alla violazione del T.U.I.R., art. 149”, la ricorrente censura la sentenza impugnata per avere erroneamente affermato la sussistenza dei presupposti per presumere la commercialità dell’associazione, ai fini del T.U.I.R., art. 149;

il primo e il secondo motivo, da esaminare congiuntamente per connessione, sono in parte inammissibili e in parte infondati;

all’interno di ciascuno dei due motivi sono inseriti due distinti profili di critica, riconducibili, rispettivamente, all’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 5;

con riferimento a quest’ultima doglianza (n. 5), è sufficiente ricordare che, per il costante orientamento di questa Corte, riaffermato anche di recente (Cass. 13/01/2017, n. 743; 14/12/2018, n. 32436; 14/,12/2018, n. 32437): “Nell’ipotesi di “doppia conforme”, prevista dall’art. 348-ter c.p.c., comma 5, (applicabile, ai sensi del D.L. n. 83 del 2012, art. 54, comma 2, conv., con modif., dalla L. n. 134 del 2012, ai giudizi d’appello introdotti con ricorso depositato o con citazione di cui sia stata richiesta la notificazione dal giorno 11 settembre 2012), il ricorrente in cassazione – per evitare l’inammissibilità del motivo di cui all’art. 360 c.p.c., n. 5, (nel testo riformulato dal D.L. n. 83 cit., art. 54, comma 3, ed applicabile alle sentenze pubblicate dal giorno 11 settembre 2012) – deve indicare le ragioni di fatto poste a base, rispettivamente, della decisione di primo grado e della sentenza di rigetto dell’appello, dimostrando che esse sono tra loro diverse.” (Cass. 22/12/2016, n. 26774; in senso conforme: Cass. sez. un. 21/09/2018, n. 22430);

nel caso in esame, essendo il giudizio d’appello iniziato con atto depositato nell’ottobre 2012, la censura è inammissibile poichè le decisioni dei gradi di merito, entrambe di rigetto (c.d. “doppia conforme”), si fondano sulle medesime ragioni di fatto, e, del resto, la ricorrente non ha nemmeno sostenuto il contrario;

quanto al secondo profilo di critica (violazione di legge ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3), questa Corte (30/04/2018, n. 10393, conf.: n. 4872/2015; 16449/2016, n. 11492/2019), ha ripetutamente affermato che: “In tema di agevolazioni tributarie, l’esenzione d’imposta prevista dal D.P.R. n. 917 del 1986, art. 148, in favore delle associazioni non lucrative (nella specie, un’associazione sportiva dilettantistica), dipende non solo dall’elemento formale della veste giuridica assunta, ma anche dall’effettivo svolgimento di attività senza fine di lucro, il cui onere probatorio incombe sulla contribuente e non può ritenersi soddisfatto dal dato, del tutto estrinseco e neutrale, dell’affiliazione al CONI, essendo invece rilevante che le associazioni interessate si conformino alle clausole relative al rapporto associativo, che devono essere inserite nell’atto costitutivo o nello statuto.”;

venendo alla fattispecie, la CTR, senza discostarsi da tale principio di diritto, con un accertamento in fatto, insindacabile in sede di legittimità, ha ritenuto che l’associazione, oltre a non essere affiliata al CONI, era priva degli altri requisiti indispensabili per il riconoscimento del regime fiscale agevolativo delle associazioni sportive dilettantistiche;

con il terzo motivo, denunciando: “nullità della sentenza per violazione dell’art. 360 c.p.c., nn. 3) e 5). Ricavi da considerare in caso di non completo annullamento degli avvisi di accertamento”, la ricorrente censura la sentenza impugnata per non avere accuratamente esaminato la tesi difensiva dell’appellante, per la quale sarebbe stato logico sottoporre a tassazione, ai fini delle imposte dirette e dell’IVA, solo i corrispettivi ricevuti dagli utilizzatori della struttura che non erano soci e non anche tutti i ricavi realizzati dall’ente;

il motivo è inammissibile;

per quanto attiene alla censura di cui al cit. art. 360, n. 5, vale ciò che si è appena stabilito (vedi supra); del pari inammissibile è la dedotta violazione di legge;

a tale proposito, il Collegio condivide l’indirizzo di questa Corte (Cass. 20/09/2017, n. 21819), per il quale, in tema di ricorso per cassazione, non è inammissibile l’impugnazione per omessa indicazione delle norme di legge che si assumono violate, la cui presenza non costituisce requisito autonomo ed imprescindibile del ricorso, ma è solo funzionale a chiarirne il contenuto e a identificare i limiti della censura formulata, sicchè la relativa omissione può comportare l’inammissibilità della singola doglianza solo se gli argomenti addotti dal ricorrente non consentano di individuare le norme e i principi di diritto asseritamente trasgrediti, precludendo la delimitazione delle questioni sollevate;

nella fattispecie concreta si verifica proprio quest’ultima evenienza in quanto la Corte non è posta nella condizione di individuare il parametro legale che si assume violato dalla CTR, in ragione della genericità della prospettazione difensiva della contribuente che, come suaccennato – in sostanza – senza alludere ad alcuna specifica regola di diritto, si limita a sostenere che sarebbe stato più “logico” tassare i ricavi derivanti dalle erogazioni degli utilizzatori che non erano associati all’ente sportivo;

con il quarto motivo, denunciando: “nullità della sentenza per violazione dell’art. 360 c.p.c., nn. 3) e 5), in relazione al D.P.R. n. 633 del 1972, art. 2. Introiti derivanti dal tesseramento – Non imponibilità ai fini dell’IVA”, la ricorrente censura la sentenza impugnata per avere ritenuto assoggettabili all’IVA gli introiti derivanti dal tesseramento dei soci, travisando i dati di fatto e gli elementi probatori, senza considerare che essi debbono essere ritenuti “cessioni di denaro”, esenti dall’IVA, ai sensi del D.P.R. n. 633 del 1972, art. 2, comma 3, lett. a), b), e non già come acconti, versati dai soci, del pagamento dei corrispettivi previsti per i servizi prenotati, secondo quanto ha affermato la commissione regionale;

il motivo è in parte inammissibile – con riferimento al richiamo del paradigma dell’art. 360, n. 5, (vedi supra) – e in parte infondato;

la prospettazione della contribuente, secondo cui i proventi del tesseramento degli associati non sarebbero tassabili, trattandosi di “cessioni di denaro” (pagamento della quota di Euro 25), esenti da IVA, ai sensi del decreto IVA cit., art. 2, collide con la ricostruzione in fatto compita dal giudice di merito, non censurabile nel giudizio di legittimità, per la quale gli associati, pagando la quota per il tesseramento, si assicuravano il diritto ad alcune prestazioni della palestra, il che consente di qualificare le stesse quote come corrispettivi per la prestazioni di servizi, senza dubbio assoggettabili a imposizione indiretta;

ne consegue il rigetto del ricorso;

le spese del giudizio di legittimità, liquidate in dispositivo, seguono la soccombenza.

P.Q.M.

la Corte rigetta il ricorso e condanna la ricorrente a rifondere all’Agenzia delle entrate le spese del giudizio di legittimità, che liquida in Euro 5.600,00, a titolo di compenso, oltre alle spese prenotate a debito.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte della ricorrente principale, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso a norma del cit. art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, il 23 ottobre 2019.

Depositato in Cancelleria il 11 settembre 2020

LEGGI ANCHE


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA