Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 18858 del 16/07/2018


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Civile Sent. Sez. 2 Num. 18858 Anno 2018
Presidente: ORICCHIO ANTONIO
Relatore: GRASSO GIANLUCA

SENTENZA
sul ricorso 26721-2013 proposto da:
CHIANESE MICHELE, difensore di se stesso, elettivamente
domiciliato in Roma, Via Eleonora Duse 35, presso lo studio
dell’Avvocato Francesco Pappalardo;
– ricorrente contro
FALLIMENTO ARZANO CONSORTILE SRL, in persona del
curatore pro tempore,

rappresentato e difeso in forza di

procura speciale al margine del controricorso dall’Avvocato
Antonio Nardone, elettivamente domiciliato presso il suo studio
in Roma, Via XX settembre 3;
– controricorrente –

Data pubblicazione: 16/07/2018

avverso il provvedimento del Tribunale di Napoli, depositato il
6 giugno 2013;
udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del
29 marzo 2018 dal Consigliere Gianluca Grasso;
udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale

dell’ultimo motivo e per il rigetto degli altri motivi del ricorso;
udito l’Avvocato Michele Chianese.
FATTI DI CAUSA
1. – Con ricorso depositato il 14 gennaio 2013 l’Avvocato
Michele Chianese proponeva reclamo ex art. 26 I.f. innanzi al
Tribunale di Napoli avverso il decreto del 2 gennaio 2013 con il
quale il giudice delegato del fallimento Arzano consortile srl
aveva liquidato i suoi compensi professionali per l’attività
svolta come difensore nell’interesse della curatela.
Si costituiva in giudizio la curatela contestando la
domanda dell’attore e proponendo l’eccezione di inesatto
adempimento della prestazione professionale.
Con provvedimento depositato il 6 giugno 2013, il
Tribunale di Napoli ha rigettato il reclamo.
2. – Avverso tale pronuncia, l’Avvocato Michele Chianese
ha proposto ricorso per cassazione ex art. 111 Cost. sulla base
di nove motivi.
La curatela si è costituita con controricorso.
In prossimità dell’udienza entrambe le parti hanno
presentato memoria ex art. 378 cpc.
RAGIONI DELLA DECISIONE
1. – Con il primo motivo di ricorso si denuncia la violazione
e falsa applicazione di norme di diritto (art. 360, comma 1, n.
3 c.p.c. in relazione agli artt. 1460 c.c., 1703 c.c., 25, n. 6, I.
fall., e 83 c.p.c.). Secondo parte ricorrente, il Tribunale di
Napoli avrebbe errato nel ritenere ammissibile l’eccezione di
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Gianfranco Servello che ha concluso per l’accoglimento

inesatto

adempimento

delle

obbligazioni

professionali

nonostante tale eccezione fosse stata sollevata in relazione al
pagamento di prestazioni svolte per gradi successivi a quello
nel quale si sarebbe avuto l’inesatto adempimento, muovendo
dall’assunto secondo cui la prestazione dell’avvocato sarebbe

pubblicazione della sentenza di Cassazione. Al riguardo si
sottolinea come la prestazione del difensore si concluda con la
definizione del singolo grado di gìudizio, laddove il mandato sia
limitato al patrocinio in quel grado. In materia fallimentare,
inoltre, si pone in essere tra curatore e difensore un contratto
d’opera professionale per ciascun grado di giudizio, che
esaurisce i suoi effetti all’interno di quel rapporto e che cessa
con la sua definizione, anche nel caso di conferimento di
mandato per il successivo grado, che determina l’instaurazione
di un nuovo rapporto. Nella materia fallimentare, infatti, il
curatore necessita di apposita autorizzazione del giudice
delegato per ciascun grado di giudizio. L’eccezione di inesatto
adempimento sarebbe inoltre tardiva, attesa la conclusione
della prestazione relativa al primo grado di giudizio, le cui
spettanze erano già state pagate.
1.2. – Il motivo è infondato.
Secondo la costante giurisprudenza di questa Corte,
l’incarico professionale deve essere considerato unitariamente
allorquando vi siano più gradi di giudizio, indipendentemente
dal fatto che sia stata conferita una nuova procura al
medesimo difensore per il grado successivo, circostanza che
implica la prosecuzione dell’affare di cui il legale era stato
incaricato dal cliente, non già il suo esaurimento (Cass. 22
luglio 2004, n. 13774).
L’incarico conferito dal cliente si fonda sul contratto di
patrocinio, che è regolato dalle norme del mandato di diritto
-3-

unitaria e si sarebbe conclusa solo al momento della

sostanziale, e non sul rilascio della procura ad litem, il cui fine
è soltanto quello di consentire la rappresentanza processuale
della parte (Cass. 2 settembre 1997, n. 8388).
Pertanto, nel caso di prestazioni rese in più gradi di
giudizio, l’esaurimento dell’affare per il cui svolgimento fu

della lite”, ai fini della decorrenza del termine di prescrizione
triennale previsto dall’art. 2957, comma 2, c.c. per le
competenze dovute agli avvocati é ai procuratori – va
individuato con riguardo alla data di pubblicazione della
sentenza non impugnabile che definisce il giudizio (ex plurimis
Cass. 8 ottobre 2001, n. 12326).
Nel caso di specie, essendosi esaurita la prestazione
professionale del ricorrente solo con la conclusione del giudizio
di legittimità, risultava ammissibile l’eccezione
d’inadempimento, ex art. 1460 c.c., che può essere opposta
dal cliente all’avvocato che abbia violato l’obbligo di diligenza
professionale (Cass. 15 dicembre 2016, n. 25894; Cass. 5
luglio 2012, n. 11304).
2. – Con il secondo e il terzo motivo si denunciano,
cumulativamente, l’omesso esame di fatti decisivi per il
giudizio oggetto di discussione tra le parti (art. 360, comma 1,
n. 5 c.p.c.) e la violazione o falsa applicazione di legge (art.
360, comma 1, n. 3 in relazione agli artt. 100, 112 e 116
c.p.c.). Il ricorrente sostiene che il Tribunale avrebbe errato nel
ritenere fondata l’eccezione di inadempimento. A tal fine
vengono riprodotti il contenuto del reclamo avverso il
provvedimento di liquidazione del giudice delegato, nonché il
contenuto delle note difensive depositate nel corso del
precedente grado di giudizio. Il Tribunale, secondo quanto
argomentato, non avrebbe tenuto conto del cambiamento delle
persone che hanno assunto le vesti di giudice delegato e di
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conferito l’incarico – il momento in cui interviene la “decisione

curatore all’interno della procedura che ha visto instaurarsi del
rapporto contrattuale. Sotto altro profilo si deduce
l’insussistenza dei danni a cose subìti dalla società fallita e
l’assenza di ammissione al passivo del fallimento per la relativa
voce. Il curatore fallimentare e il giudice delegato si sarebbero

richiesta d’indennizzo per danni a cose e l’ufficio fallimentare
avrebbe pienamente condiviso la strategia difensiva
processuale posta in essere per ottenere il risarcimento. Le tesi
difensive sulla prova del danno sarebbero inoltre opinabili
rispetto a quelle argomentate dall’attuale ricorrente.
2.1. – Le doglianze sono inammissibili.
Riguardo all’omessa pronuncia – pur rilevandosi l’erroneo
richiamo all’art. 360, comma 1, n. 3 c.p.c., in luogo del n. 4,
anche se l’erronea intitolazione del motivo non osta alla
riqualificazione della sua sussunzione nell’altra fattispecie
(Cass. 27 ottobre 2017, n. 25557) – deve evidenziarsi che la
Corte d’appello ha esaminato sia la domanda principale sia
l’eccezione, per cui non sussiste la doglianza qui proposta.
2.2. – Le censure formulate in relazione al vizio di
motivazione non sono conformi alla riformulazione dell’articolo
360, comma 1, n. 5 c.p.c.
In base alla nuova formulazione dell’art. 360, comma 1, n.
5, c.p.c., è consentito denunciare in cassazione oltre
all’anomalia motivazionale che si esaurisce nella “mancanza
assoluta di motivi sotto l’aspetto materiale e grafico”, nella
“motivazione apparente”, nel “contrasto irriducibile tra
affermazioni inconcfliabili”, nella “motivazione perplessa e
obiettivamente incomparabile” (Cass., Sez. Un., 7 aprile 2014,
n. 8053), solo il vizio specifico, relativo all’omesso esame di un
fatto storico, principale o secondario, la cui esistenza risulti dal
testo della sentenza o dagli atti processuali, e che sia stato
-5-

dimostrati ben consapevoli del carattere aleatorio della

oggetto di discussione tra le parti, e abbia carattere decisivo
(Cass. 23 marzo 2017, n. 7472).
L’eccezione d’inadempimento,

ex

art. 1460 c.c., può

essere opposta dal cliente all’avvocato che abbia violato
l’obbligo di diligenza professionale (Cass. 15 dicembre 2016, n.

In tema di prova dell’inadempimento di una obbligazione,
il creditore che agisca per la risoluzione contrattuale, per il
risardmento del danno o per l’adempimento de’ve provare la
fonte del suo diritto e il relativo termine di scadenza,
limitandosi poi ad allegare la circostanza dell’inadempimento
della controparte, mentre al debitore convenuto spetta la prova
del fatto estintivo dell’altrui pretesa, costituito dall’avvenuto
adempimento.
Eguale criterio di riparto dell’onere della prova è
applicabile quando è sollevata eccezione di inadempimento ai
sensi dell’art. 1460 c.c., risultando, in tal caso, invertiti i ruoli
delle parti in lite, poiché il debitore eccipiente si limiterà ad
allegare l’altrui inadempimento, e il creditore dovrà dimostrare
il proprio adempimento, ovvero la non ancora intervenuta
scadenza dell’obbligazione (Cass. 20 gennaio 2015, n. 826).
Anche quando sia dedotto l’inesatto adempimento
dell’obbligazione, dunque, al creditore istante spetta la mera
allegazione dell’inesattezza dell’adempimento, gravando ancora
una volta sul debitore la prova dell’esatto adempimento, quale
fatto estintivo della propria obbligazione (Cass. 15 luglio 2011,
n. 15659).
Il Tribunale, in sede di reclamo,

ha motivato

specificamente le ragioni in base alle quali ha accolto
l’eccezione ex art. 1460 c.c., prendendo in considerazione le
circostanze articolate dal ricorrente, per cui non sussiste alcun
margine di apprezzamento della censura formulata in questa
-6-

25894).

sede. Il ricorrente, invero, mira a ottenere una inammissibile
rivalutazione del merito della controversia.
3. – Con il quarto motivo si denuncia la violazione e falsa
applicazione di norme di diritto (art. 360, comma 1, n. 3 in
relazione agli artt. 36 Cost., 25 e 11 I.fall.). Si evidenzia che il

decisione del giudice delegato di liquidare i compensi,
riservandosi di autorizzare il pagamento solo a fronte della
prova dèll’esatto adempimento riguardo alla

-richiesta

d’indennizzo per danni a cose. Tale sospensione sarebbe
illegittima perché la liquidazione era ancorata all’attività svolta
nel giudizio dinanzi alla Corte d’appello e la liquidazione del
compenso dovrebbe comportare il suo immediato pagamento.
Sarebbe stata posta in essere una illegittima forma di
autotutela.
3.1. – Il motivo è infondato.
L’art. 1460 c.c. costituisce una forma di autotutela che
non è limitata all’ambito negoziale e la stessa può essere
utilizzata laddove l’obbligazione del professionista sia oramai
eseguita (Cass. 5 luglio 2012, n. 11304).
Se il termine “autotutela” appare più consono ad un
rapporto svolgentesi al di fuori del processo, la sistematica e la
genesi della disposizione in esame sono perfettamente
compatibili con la sua utilizzazione in ambito giudiziale, sub
specie di eccezione (Cass. 24 settembre 2009, n. 20614; Cass.
26 maggio 2003, n. 8314).
Il giudice delegato, pertanto, correttamente si è riservato
di autorizzare il pagamento dei compensi liquidati, una volta
ritenuta fondata la relativa eccezione.
4. – Con il quinto motivo si denuncia la violazione e falsa
applicazione di norme di diritto (art. 360, comma 1, n. 3 in
relazione all’art. 2 d.l. 223/2006 convertito con I. 248 del
-7-

decreto sarebbe errato anche lì dove ha ritenuto corretta la

2006, all’art. 9, comma 3, d.l. n. 1 del 2012 convertito con I. n.
27 del 2012, agli artt. 2225 e 2233 c.c., D.M. 127 del 2004). Il
ricorrente si duole del fatto che il Tribunale avrebbe errato nel
ritenere corretta la liquidazione dei compensi in misura
inferiore ai minimi tariffari, sul presupposto che il d.l. 223 del

solo nell’ipotesi di liquidazione giudiziale delle spese del
giudizio ma anche nel caso in cui il giudice delegato provveda a
liquidare il compenso per l’attività prestata nell’interesse délla
curatela, giacché tale liquidazione rientra nel concetto di
liquidazione giudiziale. Si evidenzia, inoltre, che nel caso di
specie non vi era stato un preventivo accordo in deroga agli
minimi tariffari ma solo l’impegno del professionista ad
accettare la liquidazione del giudice delegato sul presupposto
che questa fosse effettuata legittimamente e non certo in
violazione di legge. Alcun rilievo rivestirebbe la circostanza che
la liquidazione è intervenuta successivamente all’abrogazione
delle tariffe professionali poiché tutte le prestazioni in
questione sono state completate prima dell’entrata in vigore
dei nuovi parametri di cui al D.M. 127 del 2004.
Con il sesto motivo si denuncia la violazione e falsa
applicazione di norme di diritto (art. 360, comma 1, n. 3 in
relazione agli artt. 4 D.M. n. 127 del 2004, 24 I. 794 del 1942,
2225 e 2233 c.c.). Il Tribunale di Napoli non avrebbe
considerato che per procedere alla liquidazione giudiziale del
compenso in deroga ai minimi sarebbe stato necessario
l’accordo delle parti o l’acquisizione di un parere presso il
consiglio dell’ordine.
Con il settimo motivo si denuncia la violazione e falsa
applicazione di norme di diritto (art. 360 n. 3 in relazione agli
arti. 5 e 6 D.M. n. 127/2004, 25 1. fall., 2225 e 2233 c.c.). Il
ricorrente censura il provvedimento impugnato nella parte in
-8-

2006 (decreto Bersani) imporrebbe il rispetto dei minimi non

cui ha ritenuto congrui gli importi riconosciuti dal giudice
delegato, tenuto conto del valore del decisum, dell’importo dei
compensi professionali già liquidati e della pretesa fondatezza
dell’eccezione di inesatto adempimento.
Con l’ottavo motivo si denuncia la violazione e falsa

in relazione al “risultato conseguito”.
4.1. – I motivi, da trattarsi congiuntamente, sono
infondati.
Nel caso in cui venga impugnata con ricorso per
cassazione una sentenza (o un capo di questa) che si fondi su
più ragioni, tutte autonomamente idonee a sorreggerla, è
necessario, per giungere alla cassazione della pronuncia, non
solo che ciascuna di esse abbia formato oggetto di specifica
censura, ma anche che il ricorso abbia esito positivo nella sua
interezza con l’accoglimento di tutte le censure, affinché si
realizzi lo scopo proprio di tale mezzo di impugnazione, il quale
deve mirare alla cassazione della sentenza, in toto o nel suo
singolo capo, per tutte le ragioni che autonomamente l’una o
l’altro sorreggano (Cass., Sez. Un., 8 agosto 2005, n. 16602 e
successive conformi). Ne consegue che è sufficiente che anche
una sola delle dette ragioni non abbia formato oggetto di
censura, ovvero, pur essendo stata impugnata, sia respinta,
perché il ricorso o il motivo di impugnazione avverso il singolo
capo di essa, debba essere respinto nella sua interezza,
divenendo inammissibili, per difetto di interesse, le censure
avverso le altre ragioni poste a base della sentenza o del capo
impugnato.
Nel caso di specie, il ricorrente, con le sue doglianze, non
riesce a superare la duplice ratio della motivazione, avendo il
Tribunale rigettato il reclamo non solo in relazione ai profili
riguardanti la tariffa professionale applicabile ma anche con
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applicazione dell’art. 2225 c.c. e dell’art. 5 del D.M. 127/2004

riferimento all’eccezione di inesatto adempimento delle
obbligazioni professionali, per la quale la doglianza
autonomamente formulata in questa sede è stata respinta in
relazione ai motivi di ricorso già esaminati.
5. – Con il nono motivo si denuncia la violazione e falsa

all’art. 14 D.M. n. 127/2004) con riferimento al rimborso
forfettario delle spese generali.
5.1. – Il motivo è fondato.
Il rimborso delle spese generali (nella specie, richiesto ai
sensi dell’art. 14 della tariffa professionale, approvata con D.M.
n. 127 del 2004), spetta all’avvocato in via automatica e con
determinazione ex lege (Cass. 20 agosto 2015, n. 17046), per
cui il Tribunale non poteva negarne la sua liquidazione.
6. – Il ricorso deve essere dunque accolto limitatamente al
nono motivo, con rinvio ad altra sezione del Tribunale di Napoli
anche per liquidazione delle spese di legittimità.
P.Q.M.
La Corte accoglie il nono motivo, dichiara inammissibili il
secondo e il terzo, rigetta i restanti; rinvia la causa ad altra
sezione del Tribunale di Napoli anche per liquidazione delle
spese di legittimità.
Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della

applicazione di norme di diritto (art. 360 n. 3 in relazione

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