Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 18858 del 12/07/2019

Cassazione civile sez. I, 12/07/2019, (ud. 12/06/2019, dep. 12/07/2019), n.18858

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. GENOVESE Francesco Antonio – Presidente –

Dott. TRIA Lucia – Consigliere –

Dott. SAMBITO Maria Giovanna – rel. Consigliere –

Dott. SCOTTI Umberto Luigi Cesare Giuseppe – Consigliere –

Dott. PARISE Clotilde – Consigliere –

Dott. IOFRIDA Giulia – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 20674/2018 proposto da:

K.A., elettivamente domiciliato elettivamente domiciliato in

Roma, Piazza Cavour presso la Cancelleria della Corte di Cassazione,

rappresentato e difeso dall’avvocato Lara Petracci;

– ricorrente –

contro

Ministero Dell’interno Commissione Territoriale Riconoscimento

Protezione;

– intimato –

Avverso il decreto n. 6421/2018 del TRIBUNALE di ANCONA, depositato

il 21/05/2018;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

12/06/2019 da Dott. SAMBITO MARIA GIOVANNA C..

Fatto

FATTI DI CAUSA

Con decreto del 21.5.2018, il Tribunale di Ancona ha rigettato la domanda di riconoscimento della protezione internazionale proposta da K.A., cittadino della Guinea. Il Tribunale ha ritenuto non sussistere i presupposti per il riconoscimento dello status di rifugiato, non avendo il richiedente esposto di esser affiliato a partiti politici o ad associazioni per diritti civili, nè di appartenere a minoranze etniche e religiose, ma di aver narrato di soli due episodi (uno dei quali riferito a scontri tra cristiani e musulmani) che non lo avevano riguardato direttamente. Ha escluso, inoltre, che nel Paese di origine sussista una condizione di conflitto armato rilevante ai fini della protezione sussidiaria, non ravvisando, inoltre, alcuna circostanza tale da far ritenere sussistente un suo rischio di sottoposizione a pena capitale o a trattamenti inumani o degradanti, ove rimpatriato, nè, infine, specifiche vulnerabilità, ai fini del riconoscimento della protezione umanitaria.

K.A. propone ricorso per cassazione per quattro motivi. Il Ministero dell’Interno non ha svolto difese.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Con il primo motivo, il ricorrente deduce la violazione e falsa applicazione dell’art. 1 lett. A della Convenzione di Ginevra e del D.Lgs. n. 251 del 2007, artt. 5 e 7 per non avere il Tribunale riconosciuto lo status di rifugiato, nonostante il fondato timore, da lui espresso, di subire persecuzioni per la religione professata, essendo in Guinea negata la libertà religiosa.

2. Col secondo motivo, si deduce la violazione e falsa applicazione dell’art. 4, commi 3, 4 e 5 della direttiva 2004/83/CE e del D.Lgs. n. 251 del 2017, art. 3, commi 3, 4 e 5; del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8 per il mancato riconoscimento della protezione sussidiaria. Il Tribunale, lamenta il ricorrente, ha escluso la sussistenza di conflitti etnici con riferimento alle fonti consultate “presumendo la mancanza di veridicità delle dichiarazioni rese dal dichiarante in quanto tali fonti non riportavano la presenza di conflitti”. Il ricorrente rileva che, in tal modo, il giudice non solo è venuto meno al dovere di cooperazione istruttoria che incombe sull’Ufficio, ma non ha neppure provveduto a valutare, sulla scorta dei parametri normativi, la credibilità del suo racconto.

3. Con il terzo motivo, il ricorrente lamenta l’omesso o insufficiente esame di un fatto decisivo per il giudizio, per non avere Tribunale riconosciuto il titolo di soggiorno a carattere umanitario, nonostante la sua condizione di vulnerabilità, essendo privo di legami familiari e di mezzi di sussistenza, in caso di suo rimpatrio.

4. Con il quarto motivo, il ricorrente deduce, l’omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione circa il fatto controverso e decisivo in ordine alla contestata violazione del D.Lgs. n. 25 del 2008, artt. 8, 9 e 14. D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, comma 3, lett. a) b) e) e comma 5 e art. 19″. Il ricorrente evidenzia che in sede di colloquio innanzi alla Commissione territoriale gli erano state poste domande stereotipate, prive di approfondimento, che il relativo verbale non era poi stato tradotto. Il colloquio non era stato videoregistrato con mezzi audiovisivi nè si era dato conto di eventuali osservazioni o delle ragioni per le quali il colloquio non era stato videoregistrato.

5. Il primo motivo è inammissibile. Il ricorrente invoca il riconoscimento dello status di rifugiato, ma si limita ad allegare gli scontri tra etnie e credi religiosi diversi, senza tuttavia contestare, specificamente, la conclusione cui è pervenuto il Tribunale, secondo cui egli non è mai stato personalmente perseguitato o ha corso oggettivamente il rischio di esserlo per ragioni di credo religioso, che in realtà neppure specifica, avendo paventato, solo, un timore soggettivo. Secondo la giurisprudenza di questa Corte (Cass. n. 30105 del 2018), la situazione socio-politica o normativa del Paese di provenienza è rilevante, ai fini del riconoscimento dello status di rifugiato, solo, se correlata alla specifica posizione del richiedente e più specificamente al suo fondato timore di una persecuzione personale e diretta, per l’appartenenza ad un’etnia, associazione, credo politico o religioso, ovvero in ragione delle proprie tendenze e stili di vita, e quindi alla sua personale esposizione al rischio di specifiche misure sanzionatorie a carico della sua integrità psico-fisica. Il relativo accertamento integra un apprezzamento di fatto, riservato al giudice di merito e censurabile in sede di legittimità nei limiti di cui al nuovo testo dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5.

6. Il secondo motivo è inammissibile. Il Tribunale ha escluso la sussistenza dei presupposti di cui alle lett. a) (condanna a morte o esecuzione della pena di morte) e b) (tortura o altra forma di pena o trattamento inumano o degradante) del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14 ed il ricorrente, pur affermandone la violazione, neppure espone quale specifico rischio in tal senso possa correre in ipotesi di suo rimpatrio.

7. In relazione al caso di cui al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. c) la censura non incontra la sentenza, che, senza prendere specificamente posizione sulla credibilità del ricorrente, ha escluso, al lume di plurimi reports, specificamente indicati e consultati in ossequio al principio di cooperazione istruttoria che grava sull’Ufficio, l’esistenza della “violenza indiscriminata in situazioni di conflitto armato interno o internazionale”; situazione che è ravvisabile quando, a prescindere dalla specifica posizione del richiedente, si ritenga eccezionalmente che gli scontri tra le forze governative di uno Stato e uno o più gruppi armati o tra due o più gruppi armati siano all’origine di una minaccia grave e individuale alla vita o alla persona del richiedente la protezione sussidiaria, a motivo del fatto che il grado di violenza indiscriminata che li caratterizza raggiunge un livello talmente elevato da far sussistere fondati motivi per ritenere che un civile rinviato nel paese in questione o, se del caso, nella regione in questione correrebbe, per la sua sola presenza sul territorio di questi ultimi, un rischio effettivo di subire la detta 10 minaccia (v., in questo senso, Corte Giustizia UE 17 febbrario 2009, Elgafaji, C-465/07, e 30 gennaio 2014, Diakitè, C285/12).

9. Il terzo motivo è inammissibile. Esso è dichiaratamente riferito al vizio motivazionale, che, a seguito della modifica di cui al D.L. n. 83 del 2012, art. 54, comma 1, lett. b) convertito con modificazioni nella L. n. 134 del 2012 non risulta più deducibile con ricorso per cassazione. Peraltro, l’apprezzamento dell’insussistenza del titolo di soggiorno richiesto (valutazione in termini di vulnerabilità dell’assenza di legami familiari e di mezzi di sostentamento) costituisce un tipico giudizio di fatto che non può in questa sede esser censurato.

10. Il quarto motivo è, anch’esso, inammissibile, in quanto deduce un vizio di motivazione su profili di diritto. Ed, inoltre, ex art. 360 bis c.p.c. Premesso che la doglianza non censura la violazione dell’art. 35 bis come inserito dal D.L. n. 17 febbraio 2017, n. 13, convertito con modificazioni dalla L. 13 aprile 2017, n. 46, in riferimento all’omessa celebrazione dell’udienza di comparizione, va rilevato che il motivo non tiene conto che, in materia di protezione internazionale, il ricorso giurisdizionale proposto dal richiedente, all’esito negativo della fase amministrativa non ha per oggetto un giudizio d’impugnazione del provvedimento della Commissione territoriale, ma il diritto soggettivo dell’istante alla protezione invocata. Conseguentemente il relativo giudizio non può concludersi con il mero annullamento del diniego amministrativo della protezione, che si affermi illegittimo (nella specie, per le modalità di conduzione del colloquio per l’omessa sua comunicazione in lingua comprensibile dall’interessato o, in mancanza in una lingua veicolare, o per l’omessa videoregistrazione) ma deve pervenire alla decisione sulla spettanza o meno del diritto alla stessa e ciò in quanto la legge (D.Lgs. n. 150 del 2011, art. 19, comma 9, prima D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 35, comma 10, ed oggi art. 35 bis, comma 13 cit. decreto, quale inserito dal D.L. n. 13 del 2017, convertito nella L. n. 46 del 2017) stabilisce che la sentenza del Tribunale può contenere, alternativamente, il rigetto del ricorso ovvero il riconoscimento dello status di rifugiato o di persona cui è accordata la protezione sussidiaria, o umanitaria e non prevede il puro e semplice annullamento della decisione della Commissione (cfr. Cass. 26480 del 2011; n. 18632 del 2014; n. 7385 del 2017; n. 23472 del 2017; n. 301015 del 2018, cfr. pure, Cass. n. 12273 del 2013).

11. Nulla sulle spese dato il mancato svolgimento di attività difensive della parte intimata. Essendo il ricorrente stato ammesso al patrocinio a spese dello Stato, non è dovuto il raddoppio del contributo unificato.

P.Q.M.

rigetta il ricorso.

Così deciso in Roma, il 12 giugno 2019.

Depositato in Cancelleria il 12 luglio 2019

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