Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 18845 del 30/08/2010

Cassazione civile sez. lav., 30/08/2010, (ud. 16/06/2010, dep. 30/08/2010), n.18845

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MIANI CANEVARI Fabrizio – Presidente –

Dott. LAMORGESE Antonio – rel. Consigliere –

Dott. D’AGOSTINO Giancarlo – Consigliere –

Dott. COLETTI DE CESARE Gabriella – Consigliere –

Dott. LA TERZA Maura – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso 27998/2007 proposto da:

I.N.P.S. – ISTITUTO NAZIONALE DELLA PREVIDENZA SOCIALE, in persona

del legale rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliato in

ROMA, VIA DELLA FREZZA 17, presso l’Avvocatura Centrale

dell’Istituto, rappresentato e difeso dagli avvocati RICCIO

Alessandro, VALENTE NICOLA, BIONDI GIOVANNA, giusta mandato in calce

al ricorso;

– ricorrente –

contro

V.A., domiciliato in ROMA, PIAZZA CAVOUR, presso la

CANCELLERIA DELLA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE, rappresentato e difeso

dall’avvocato ZIANI Gianfranco, giusta mandato a margine del

controricorso;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 142/2007 della CORTE D’APPELLO di TRIESTE,

depositata il 07/08/2007 R.G.N. 178/07;

udita la relazione della causa svolta nella Pubblica udienza del

16/06/2010 dal Consigliere Dott. ANTONIO LAMORGESE;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

MATERA Marcello, che ha concluso per l’accoglimento del ricorso.

 

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con sentenza depositata il 10 agosto 2007, la Corte di appello di Trieste ha rigettato l’impugnazione proposta dall’INPS avverso la decisione di primo grado, che aveva riconosciuto il diritto di V.A. alla maggiorazione della pensione di cui era titolare, prevista dalla L. 15 aprile 1985, n. 140, art. 6, in misura perequata a partire dal 1 gennaio 1985, anzichè dal maggio 2002, data di decorrenza della pensione, come intendeva l’Istituto.

La Corte territoriale ha ritenuto che la disciplina dettata dalla indicata normativa prevede espressamente la perequazione della maggiorazione e che questa investa la quota stessa, ed ha evidenziato la disparità che ne deriverebbe da un adeguamento della maggiorazione a seconda del momento della liquidazione del trattamento di pensione; sottolinea che si tratta di un beneficio connesso ad una certa condizione soggettiva pregressa, quella di ex combattente, e quindi immutata ed immutabile, per la quale non vi è ragione di differenziare il trattamento da caso a caso.

Per la cassazione della sentenza l’INPS ha proposto ricorso con un motivo, cui l’intimato ha resistito con controricorso.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

L’unico motivo di ricorso denuncia violazione o falsa applicazione della L. 15 aprile 1985, n. 140, art. 6 e critica la sentenza impugnata per avere affermato che il meccanismo della perequazione automatica della maggiorazione attribuita di L. 30.000 debba valere a far data dal 1985; deduce che l’istituto della perequazione automatica è proprio dei trattamenti pensionistici e non può essere applicato solo su di una maggiorazione in sè e per sè considerata, atteso che non può vantare una propria autonomia, ma costituisce solo una sorta di accessorio del trattamento base cui accede.

Il ricorso è fondato.

La questione posta dal motivo di ricorso, già oggetto della pronuncia 7 luglio 2005 n. 14285, richiamata dalla sentenza impugnata, è tornata all’esame di questa Corte, che con la sentenza 12 giugno 2009 n. 13723 ha affermato il seguente principio di diritto: “La maggiorazione del trattamento pensionistico a favore degli ex combattenti o appartenenti a categorie assimilate che non abbiano goduto di benefici ai sensi della L. 24 maggio 1970, n. 336, e successive modificazioni e integrazioni, non costituisce una prestazione autonoma, ma (come ritenuto dalla Corte costituzionale nella sentenza n. 401 del 2008) è una maggiorazione del trattamento pensionistico, atta ad incrementarlo; ne consegue che sia la maggiorazione del trattamento, sia la relativa perequazione (ai sensi della L. 24 dicembre 2007, n. 244, art. 2, comma 505, che ha interpretato autenticamente la L. 15 aprile 1985, n. 140, art. 6, comma 3) non possono che decorrere dalla data del pensionamento, non essendo ipotizzabile una maggiorazione della pensione – che peraltro non compete ex lege ma a domanda – che si rivaluta autonomamente, in tempi in cui la pensione non esisteva ancora”.

Il Collegio intende dare continuità a questo secondo orientamento.

La configurazione del beneficio previsto dalla norma denunciata per gli appartenenti a categorie degli ex combattenti e assimilati, che non avevano potuto fruire dei benefici stabiliti dalla L. 24 maggio 1970, n. 336 e successive modificazioni e integrazioni, non come prestazione autonoma ma come maggiorazione del trattamento pensionistico, atto ad incrementarlo, porta a ritenere che non possa decorrere se non dalla data del pensionamento, dovendosi concordare che non è ipotizzatale una maggiorazione sulla pensione che si rivaluta ex se autonomamente, anche prima che sorga il diritto a pensione cui la maggiorazione accede. E la diversità dell’ammontare della maggiorazione in esame tra le pensioni che decorrono dal 1985 e quelle successive è giustificata dalla diversa decorrenza del trattamento pensionistico, non potendosi evidentemente perequare una quota della pensione prima che questa venga ad esistenza.

L’eccezionalità dell’ipotesi contraria, cioè di una perequazione del beneficio prima della decorrenza della pensione cui afferisce, avrebbe richiesto in effetti, come è stato osservato dalla citata sentenza n. 13723 del 2009 e in precedenza dalla Corte Costituzionale con la pronuncia 5 dicembre 2008 n. 401, una specifica previsione normativa.

In proposito, si deve richiamare la disposizione della L. 29 dicembre 1988, n. 544, con la quale fu estesa la platea dei beneficiari della maggiorazione in questione, attribuendola, sempre a domanda, con decorrenza dal 1 gennaio 1989 nella medesima misura di L. 30.000 mensili, a coloro che erano stati collocati in pensione in data anteriore al 7 marzo 1968, norma che pure ha avuto l’avallo del Giudice delle leggi (v. pronunce 21 febbraio 1990 n. 101 ed altre successive).

Successivamente alla pronuncia di legittimità favorevole ai pensionati, è intervenuto la L. 24 dicembre 2007, n. 244, art. 2, comma 505, che ha interpretato autenticamente la citata L. n. 140 del 1985, art. 6, comma 3, nel senso che la maggiorazione prevista dal primo comma del medesimo articolo si perequa dalla data in cui è concessa all’avente diritto.

Anche tale norma è stata sottoposta al vaglio di legittimità costituzionale ed il Giudice delle leggi con la citata pronuncia n. 401 del 2008, nel dichiarare infondata la questione sottoposta al suo esame, ha rilevato che quella disposizione non è irragionevole là dove stabilisce la decorrenza della perequazione dalla data della effettiva e concreta attribuzione del beneficio, perchè lo scorrere del tempo e la collocazione in esso dei fatti giuridici possono legittimare una diversa modulazione dei rapporti che ne scaturiscono, sottolineando inoltre la natura del beneficio predisposto per “fornire agli appartenenti a determinate categorie, ritenuti meritevoli di una gratificazione, una elargizione dimostrativa della gratitudine della Nazione”.

In conclusione, ribadito il principio di diritto affermato da questa Corte con la pronuncia n. 13273 del 12 giugno 2009, il ricorso deve essere accolto e cassata la sentenza impugnata, la causa, non essendo necessari ulteriori accertamenti di fatto, va decisa nel merito con il rigetto della domanda del V..

Le incertezze interpretative della norma giustificano la compensazione delle spese del giudizio di cassazione e delle precedenti fasi di merito.

P.Q.M.

La Corte accoglie il ricorso; cassa la sentenza impugnata e decidendo nel merito, rigetta la domanda del V.; compensa le spese dell’intero processo.

Così deciso in Roma, il 16 giugno 2010.

Depositato in Cancelleria il 30 agosto 2010

 

 

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