Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 18842 del 30/08/2010

Cassazione civile sez. lav., 30/08/2010, (ud. 15/06/2010, dep. 30/08/2010), n.18842

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. ROSELLI Federico – Presidente –

Dott. IANNIELLO Antonio – Consigliere –

Dott. MAMMONE Giovanni – rel. Consigliere –

Dott. ZAPPIA Pietro – Consigliere –

Dott. MELIADO’ Giuseppe – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso 34306/2006 proposto da:

SANPAOLO IMI s.p.a., elettivamente domiciliata in Roma, Via Giuseppe

Faravelli n. 22, presso lo studio dell’avv. MARESCA Arturo, che la

rappresenta e difende per procura rilasciata a margine del ricorso;

– ricorrente –

contro

T.F.N., elettivamente domiciliato in Roma, Viale

Angelico n. 35, presso lo studio dell’avv. D’AMATI Domenico, che lo

rappresenta e difende per procura speciale autenticata il 12.1.07 dal

Dott. Alessandro Sivieri, delegato alle funzioni notarili del

Consolato d’Italia di Newark (Usa), rep. 12, reg. 10/07;

– controricorrente –

ISTITUTO NAZIONALE DELLA PREVIDENZA SOCIALE – INPS,

elettivamente domiciliato in Roma, Via della Frezza n. 17, presso

l’Avvocatura centrale dell’Istituto, rappresentato e difeso dagli

avvocati Lelio Maritato, Antonietta Coretti, Fabrizio Correra e

Antonino Sgroi per procura rilasciata in calce al controricorso;

– controricorrente –

nonchè

sul ricorso n. 3227/2007 proposto da:

T.F.N., come sopra rappresentato e difeso;

– ricorrente incidentale –

contro

SAN PAOLO IMI s.p.a., come sopra rappresentata e difesa;

– controricorrente incidentale –

avverso la sentenza n. 1709/2005 della Corte d’appello di Torino,

depositata il 5.12.2005; R.G. n. 727/2005;

udita la relazione della causa svolta nella Pubblica udienza del

15.06.2010 dal Consigliere Dott. Giovanni Mammone;

uditi gli avvocati Maresca e D’Amati;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

FUCCI Costantino, che ha concluso per il rigetto di entrambi i

ricorsi.

 

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

1.- Con ricorso al giudice del lavoro di Torino, T.N., premesso di essere stato dipendente del Banco di Napoli dall’1.3.72 al 19.4.02 presso la filiale di (OMISSIS) e di essere stato licenziato per riduzione di personale, considerato che l’Istituto datore di lavoro non aveva rispettato la procedura prevista dalla L. 23 luglio 1991, n. 223, conveniva in giudizio Sanpaolo IMI s.p.a.

(che aveva incorporato il Banco di Napoli) per ottenere l’annullamento del licenziamento.

Costituitosi in giudizio, Sanpaolo IMI chiedeva il rigetto della domanda, sostenendo che nella specie trovava applicazione la legge del Paese ove aveva avuto esecuzione il rapporto di lavoro. Si costituiva anche l’INPS che chiedeva il versamento dei contributi nei limiti della prescrizione, fatto salvo il diritto dell’attore di chiedere la costituzione di una rendita per i contributi prescritti.

2.- Il Tribunale di Torino annullava il licenziamento e condannava il datore al pagamento di quattordici mensilità di retribuzione e dei contributi non prescritti, nonchè alla costituzione della rendita.

Proposto appello da entrambe le parti, Sanpaolo IMI in via principale e T. in via incidentale, la Corte d’appello di Torino con sentenza depositata il 5.12.05 rigettava l’impugnazione principale ed accoglieva quella del dipendente, ordinando ai convenuti di reintegrare il lavoratore e di pagargli una indennità pari alla retribuzione globale di fatto dal giorno del licenziamento a quello dell’effettiva reintegrazione.

La Corte di merito rilevava che, non esistendo negli Stati Uniti d’America una normativa che tuteli il lavoratore dal licenziamento, ai sensi della Convenzione di Roma del 19.6.80 e della L. 31 maggio 1995, n. 218, per il rispetto dell’ordine pubblico ivi tutelato, al rapporto di lavoro trovava applicazione non la legge straniera (che non assegnava tutela al dipendente in causa), ma quella italiana sul licenziamento. Risultando che il T. era stato licenziato per soppressione del posto di lavoro, ma non esistendo la prova di un licenziamento collettivo, la norma italiana applicabile doveva individuarsi non nella L. 23 luglio 1991, n. 223, ma nella L. 15 luglio 1966, n. 604, regolatrice dei licenziamenti individuali e, in particolare, dei licenziamenti per giustificato motivo oggettivo.

Tale normativa andava applicata nel suo complesso e non per singole parti, tenendo conto dell’elaborazione giurisprudenziale formatasi circa il suo contenuto, di modo che al datore di lavoro doveva chiedersi la prova sia della effettività delle ragioni poste a base del licenziamento, sia dell’impossibilità di utilizzare il lavoratore nell’ambito aziendale, in altre mansioni simili o equivalenti a quelle già ricoperte.

Circa la rilevanza di tale ulteriore requisito, di costruzione esclusivamente giurisprudenziale, ribadiva che la norma nazionale applicabile non poteva essere applicata pro parte, lasciando alla normativa estera la regolazione di singoli aspetti della controversia. Pertanto, pur essendo esistenti le ragioni effettive del licenziamento, essendo pacifica la chiusura della filiale del Banco di Napoli di (OMISSIS), era invece mancata la prova del c.d.

repechage, il che comportava l’illegittimità del licenziamento e l’obbligo per il datore di reintegrare il T. in mansioni equivalenti a quelle ricoperte a (OMISSIS). Il datore era altresì tenuto al risarcimento del danno con la corresponsione di un’indennità pari alla retribuzione globale di fatto dal giorno del licenziamento a quello dell’effettiva reintegra.

Quanto ai contributi assicurativi, osservava che la L. 24 febbraio 1975, n. 86, art. 7, recante la ratifica e l’esecuzione dell’accordo tra Repubblica Italiana e Stati Uniti d’America in materia di sicurezza, sociale, stipulato a Washington il 23.5.73, prevedeva che il lavoro svolto negli Stati Uniti da un cittadino italiano alle dipendenze di un datore di lavoro italiano avrebbe dovuto essere coperto dalla legislazione italiana, salva diversa opzione dell’interessato. Non risultando nella specie che il T. avesse effettuato l’opzione, riteneva correttamente disposta la condanna del datore al pagamento dei contributi assicurativi nei limiti della prescrizione, salva la costituzione della rendita.

3.- Ha proposto ricorso per cassazione Sanpaolo IMI, cui rispondono con controricorso l’INPS e il T., il quale propone anche ricorso incidentale a sua volta contrastato dalla ricorrente principale.

La Banca e il T. hanno depositato memoria.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

4.- Preliminarmente, i due ricorsi debbono essere riuniti ai sensi dell’art. 335 c.p.c..

5.- Con il ricorso Sanpaolo IMI deduce tre motivi, che possono essere sintetizzati come segue:

5.1.- Con il primo motivo Sanpaolo IMI deduce violazione della L. 31 maggio 1995, n. 218, art. 57 e della L. 18 dicembre 1984, n. 975, artt. 3, 6 e 16, che rende esecutiva la Convenzione di Roma del 19.6.80 sulla legge applicabile alle obbligazioni contrattuali, nonchè carenza di motivazione.

Sulla base del combinato disposto delle fonti indicate, alla controversia – essendo il rapporto di lavoro nato e svolto esclusivamente nella città di (OMISSIS) – dovrebbe trovare applicazione la legge vigente nello Stato di New York, atteso che le parti avevano sempre adottato, senza contestazione del lavoratore, la legge statunitense, di modo che sarebbe prevalente il criterio dell’art. 3 della Convenzione, per il quale il contratto è regolato dalla legge scelta dalle parti. Infatti, nel caso il rapporto sia sorto, sia stato eseguito e si sia risolto all’estero, e se le parti al momento della stipulazione non abbiano esercitato la facoltà di scelta di cui all’art. 3 della Convenzione, il rapporto stesso è regolato dalla legge del luogo di esecuzione della prestazione lavorativa, a meno che questa legge non risulti incompatibile con l’ordine pubblico italiano.

Avrebbe, pertanto, errato il giudice di merito ad escludere l’inapplicabilità della legge degli Stati Uniti in base alla considerazione che il lavoratore non può essere privato della protezione assicuratagli dalle norme imperative, atteso che per norme imperative non possono intendersi le disposizioni manifestamente incompatibili con l’ordine pubblico del foro di cui all’art. 16 della Convenzione.

5.2.- Con il secondo motivo Sanpaolo IMI deduce violazione della L. n. 975 del 1984, art. 16, anche con riferimento alla L. 15 luglio 1966, n. 604, art. 3 ed alla L. 23 luglio 1991, n. 223, artt. 4 e 24, nonchè carenza di motivazione.

Il giudice avrebbe interpretato erroneamente la L. n. 975 del 1984, art. 16, ritenendo la legge statunitense non applicabile al rapporto di lavoro in questione senza verificarne il contenuto. Il giudice avrebbe dovuto, invece, prima qualificare correttamente la natura giuridica del licenziamento rilevando che, in base ai dati forniti dallo stesso T., il licenziamento aveva natura collettiva e non individuale, e successivamente verificare la compatibilità della legge statunitense. Avrebbe dovuto a questo punto rilevarsi la legittimità del licenziamento collettivo in quanto – non essendo previsti negli USA organi amministrativi locali del tipo della Direzione regionale del lavoro – non era ipotizzabile il vizio procedurale denunziato dal ricorrente. L’esistenza del licenziamento collettivo avrebbe evitato ogni questione a proposito dell’obbligo di repechage, che invece, era stato il punto saliente della sentenza impugnata.

5.3.- Con il terzo motivo è dedotta violazione della L. 24 febbraio 1975, n. 86, art. 7 e della L. 18 gennaio 1984, n. 975, art. 3 a proposito della condanna di Sanpaolo IMI al versamento dei contributi, ritenendosi la condanna basata su un’interpretandone errata della L. n. 86 del 1975, la quale impone il criterio dell’adozione della legislazione sociale del luogo in cui si svolge la prestazione e riserva a casi eccezionali l’adozione della legislazione italiana. Erroneamente, inoltre, la Corte d’appello ha affermato che il T. non aveva esercitato l’opzione per scelta della legge statunitense in materia, ritenuta meno favorevole, atteso che il lavoratore per tutta la durata del rapporto aveva tenuto un comportamento concludente consistente nell’accettare che il pagamento dei contributi venisse indirizzato all’Autorità americana.

6. T. propone ricorso incidentale condizionato con tre motivi che possono essere sintetizzati come segue:

6.1.- Con il primo motivo T. deduce violazione dell’art. 112 c.p.c, dell’art. 16 della Convenzione di Roma 19.6.80, della L. n. 218 del 1995, art. 16 e della L. n. 223 del 1991, artt. 4 e 24, nonchè carenza di motivazione. In subordine all’accoglimento del secondo motivo del ricorso principale, il ricorrente incidentale chiede che la sentenza impugnata venga cassata nella parte in cui ha escluso che il licenziamento abbia natura collettiva ed ha implicitamente escluso l’inefficacia del licenziamento per violazione degli obblighi previsti dalla L. n. 223 del 1991, art. 4.

La tesi sostenuta nel giudizio di merito dall’attore era che il Banco di Napoli non aveva rispettato la procedura della L. n. 223, in particolare: a) non effettuando la previa comunicazione alle OO.SS. ed all’UPLMO, nè il versamento all’INPS previsto dall’art. 4, nè il confronto con le OO.SS.; b) non fissando 1 criteri di scelta; e) non comunicando all’Ufficio Regionale del Lavoro l’elenco dei lavoratori licenziati. Queste circostanze erano acclarate in fatto, essendo state esse ammesse da controparte in sede di merito.

6.2.- Con il secondo motivo (erroneamente indicato come terzo) il T. deduce violazione e falsa applicazione della L. n. 86 del 1975, art. 7 e dell’art. 112 c.p.c., nonchè carenza di motivazione.

Il ricorrente sostiene che la Corte di appello si è pronunziata in punto di contributi previdenziali e di costituzione di rendita in forza della L. n. 86 del 1975, art. 7, comma 3, secondo cui il lavoro svolto negli Stati Uniti da cittadino italiano alle dipendenze di datore italiano, o di impresa controllata da impresa italiana, è coperto sul piano assicurativo dalla legge italiana, ritenendo insussistente l’opzione derogatoria prevista (per i cittadini con doppia cittadinanza) dallo stesso art. 7 al comma 4. Ove, invece, si intendesse la pronunzia della Corte d’appello come fondata sull’art. 7, comma 4, la pronunzia sarebbe errata, in quanto la disciplina dell’opzione si riferisce all’ipotesi in cui solo singoli periodi di lavoro siano soggetti, allo stesso tempo, alla legislazione di entrambi gli Stati, ipotesi questa da escludere nel caso del T..

6.3.- Con il terzo motivo (erroneamente indicato come quarto) il ricorrente incidentale deduce violazione e falsa applicazione della L. n. 86 del 1975, art. 7, della L. n. 975 del 1984, art. 3 e dell’art. 112 c.p.c., nonchè carenza di motivazione.

Avrebbe errato il giudice di appello a ritenere che l’opzione a favore della normativa previdenziale statunitense avrebbe dovuto essere effettuata in forma scritta ed al momento della stipulazione del contratto in base al disposto dell’art. 3 della convenzione di Roma del 19.6.80. Il riferimento a tale convenzione sarebbe frutto di errore, avendo lo stesso giudice richiamato le disposizioni della diversa convenzione italo-americana di Washington resa esecutiva dalla L. n. 86 del 1975, per quanto riferito a forma, tempo e sostanza dell’opzione.

Ove invece, si ritenesse che, la Corte di merito abbia voluto effettivamente far riferimento alla Convenzione di Roma, allora la pronunzia sarebbe incorsa in un errore, avendo disapplicato l’altra Convenzione ed il relativo protocollo attuativo, nonchè le norme contenute nelle circolari INPS, specificamente riportate nel ricorso.

7. Tanto premesso, deve rilevarsi l’infondatezza del primo motivo del ricorso principale.

Con riferimento all’individuazione della norma di legge regolatrice della domanda di annullamento del licenziamento (riconducibile alla disciplina delle obbligazioni contrattuali, v. Cass. 11.11.02 n. 15822), il giudice di merito ha individuato la norma applicabile sulla base dei criteri indicati dalla convenzione di Roma del 19.6.80 sulla legge applicabile alle obbligazioni contrattuali, resa esecutiva dalla L. 18 dicembre 1984, n. 975. La convenzione è richiamata in forza della L. n. 218 del 1995, art. 57, di riforma del sistema italiano di diritto internazionale privato, per il quale “le obbligazioni contrattuali sono in ogni caso regolate dalla convenzione di Roma del 19.6.80 sulla legge applicabile alle obbligazioni contrattuali, resa esecutiva con la L. 18 dicembre 1984, n. 975, senza pregiudizio delle altre convenzioni internazionali, in quanto applicabili”.

Circa l’applicabilità di tale convenzione alla fattispecie, deve tuttavia rilevarsi che l’art. 29 della Convenzione prevede che la disciplina dalla stessa fissata “entrerà in vigore il primo giorno del terzo mese successivo al deposito del settimo strumento di ratifica, di accettazione o di approvazione”, il che si è verificato solo in data 1.4.91, a seguito del deposito da parte del Regno Unito del settimo strumento di ratifica (v. Cass. 23.2.06 n. 4040). L’art. 17 della convenzione prevede, inoltre, che la disciplina stessa troverà applicazione in ogni Stato contraente “ai contratti conclusi dopo la sua entrata in vigore” nello Stato stesso.

Nel caso di specie, in cui il rapporto di lavoro ha avuto inizio nel 1972 con l’assunzione del T. e fine nel 2002 con il licenziamento, il rapporto negoziale risulta stipulato (dovendosi così intendere l’espressione “contratto concluso” di cui al detto art. 17) in data anteriore all’entrata in vigore della convenzione nello Stato Italiano; la convenzione, pertanto, non costituisce lo strumento di individuazione della norma regolatrice del rapporto.

Per la controversia in esame – ferma restando la sua già rilevata riconducibilità nell’ambito della disciplina deLle obbligazioni di origine negoziale – deve, invece, farsi applicazione dell’art. 25 preleggi, comma 1 – abrogato dalla L. n. 218 del 1995, art. 74, con decorrenza dall’1.9.95, ma applicabile al rapporto in esame ratione temporis – per il quale “le obbligazioni che nascono da contratto sono regolate dalla legge nazionale dei contraenti, se è comune”, o altrimenti da quella del luogo in cui il contratto è stato concluso, salva diversa volontà delle parti.

Essendo pacifico che entrambi i soggetti in causa sono di nazionalità italiana, non essendo controverso in causa che il contratto di lavoro fu concluso in Italia e non risultando, sulla base degli accertamenti di merito risultanti agli atti, che le parti avessero espresso la volontà di regolare diversamente il loro rapporto, il rapporto di lavoro de quo deve ritenersi interamente regolato dalla legge italiana.

Anche se con diversa motivazione, dunque, deve essere lasciata ferma la statuizione del giudice di merito che ha ritenuto applicabile la legge nazionale ed inapplicabile quella straniera, con conseguente rigetto del motivo in esame che parte dal presupposto che sia quest’ultima la legge regolatrice.

8.- Quanto al secondo motivo del ricorso principale (v. n. 5.2), la Corte d’appello ha compiuto un accertamento di merito affermando che “nulla permette, in base alle risultanze istruttorie, di ritenere provata la sussistenza di una fattispecie rientrante nella previsione della L. n. 223 del 1991”. Sulla base di questa premessa ed all’esito dell’esame delle risultanze istruttorie acquisite, il giudice giunge alla conclusione che “si tratta … di un licenziamento individuale per motivo oggettivo, vale a dire per soppressione del posto di lavoro dell’appellante T.” (pag. 8).

Le contestazioni mosse dalla Banca ricorrente a questo accertamento si riducono ad una mera riproposizione degli elementi di fatto già esaminati dalla Corte d’appello, nella sostanza sollecitando la Corte di legittimità ad una nuova (quanto inammissibile) loro valutazione.

In ogni caso, una volta venuta meno la premessa da cui era partita la ricorrente, e cioè che il rapporto dovesse ritenersi regolato dalla legge statunitense, cadono anche buona parte delle conseguenze che dalla contestazione dell’accertamento di fatto (che si assume erroneo) vorrebbero farsi derivare, essendo la discussione del motivo destinata a dimostrare che la legislazione estera non prevedeva l’espletamento di alcuna procedura amministrativa prodromica al licenziamento.

Il motivo è, dunque, infondato e deve essere rigettato.

9.- Infondato è anche il terzo motivo dedotto a proposito delle conseguenze di carattere previdenziale conseguenti all’annullamento del licenziamento del T. (v. n. 5.3), con il quale è contestata l’applicazione fatta dalla Corte d’appello dell’art. 7 dell’accordo italo-statunitense in materia di sicurezza sociale sottoscritto a Washington il 23.5.75 (reso esecutivo con L. 24 febbraio 1975, n. 86).

Al riguardo deve premettersi che l’accordo in questione “si applica ai lavoratori, che possano far valere periodi di assicurazione in base alle legislazioni, e ai loro familiari o superstiti” (art. 3, comma 1), dove per “legislazione” deve intendersi il complesso de “le leggi, 1 regolamenti e ogni altra misura di applicazione concernente i settori della sicurezza sociale …” (art. 1, lett. c).

La parte seconda dell’accordo, contenente le “disposizioni sulla legge applicabile”, è aperta dall’art. 7, il quale delimita gli ambiti di applicazione della legge italiana e statunitense in relazione alle singole fattispecie di rapporto di lavoro preso in considerazione.

Il principio base è che “salvo quanto diversamente disposto nel presente articolo, le persone alle quali si applica il presente accordo, che svolgono la loro attività sul territorio di uno stato contraente, sono soggette alla legislazione di tale stato” (art. 7, comma 1).

I due commi successivi prevedono che “il lavoro svolto in Italia da un cittadino degli Stati Uniti che sia coperto dalla legislazione degli Stati Uniti, rimane coperto da tale legislazione” (art. 7, comma 2) e che “il lavoro svolto negli Stati Uniti da un cittadino italiano alle dipendenze di un datore di lavoro italiano o di una impresa controllata da una impresa italiana, sarà coperto dalla legislazione italiana” (art. 7, comma 3).

Dalla considerazione complessiva di questi tre commi emerge che il principio base della territorialità della legislazione applicabile (comma 1), trova una deroga nel caso che ad assumere rilievo sia la posizione di un cittadino di uno degli Stati contraenti e, per quel che rileva, di un cittadino italiano, il quale sarà “coperto dalla legislazione italiana” ogni volta che svolga la sua prestazione negli Stati Uniti “alle dipendenze di un datore di lavoro italiano o di una impresa controllata da una impresa italiana”.

Il giudice di appello, seguendo analogo percorso interpretativo, è pervenuto alla conclusione che in forza del comma 3 sia applicabile al caso di specie la normativa italiana, con la conseguenza che il datore è tenuto al versamento dei contributi nei limiti della prescrizione e, per il rimanente, alla costituzione della rendita di legge.

Priva di pregio appare l’obiezione di Sanpaolo IMI che – in ragione del comportamento di fatto tenuto dal dipendente, che aveva accettato che la contribuzione fosse versata all’Autorità locale – sostiene che lo stesso avesse optato per l’applicazione della legge statunitense, di modo che dovrebbe farsi applicazione dell’art. 7, comma 4, lett. b), dell’accordo, per il quale “b. il cittadino italiano o colui che possiede la cittadinanza di ambedue gli Stati, il quale, per lo stesso periodo di lavoro, sarebbe soggetto alla legislazione di ambedue gli Stati, opterà per tale periodo per la legislazione dell’altro Stato”.

Al riguardo va rilevato non solo che la Corte d’appello ha accertato in fatto che il T. non effettuò mai l’opzione in questione, ma anche che l’opzione stessa comporterebbe l’esclusione dell’altra legislazione nazionale. L’esercizio di tale opzione comporta di conseguenza una particolare procedura formale – prevista dall’art. 7, comma 5, dell’accordo per il quale “le esenzioni previste dal presente articolo divengono effettive quando l’Istituzione dello Stato, nel quale i periodi di lavoro sono coperti secondo quanto stabilito dal paragrafo 4, certifica all’Istituzione dell’altro Stato che tali periodi di lavoro sono coperti dalla propria legislazione” – che nella specie non risulta mai attivata.

10.- Per completezza, il Collegio intende precisare che l’art. 24 dell’accordo Italo-Statunitense prevedeva che l’accordo sarebbe entrato in vigore il primo giorno del mese successivo a quello in cui gli Stati contraenti si fossero scambiati i relativi strumenti di ratifica (comma 2) e che tale scambio avvenne in data 12.10.78, di modo che l’accordo è entrato in vigore 1.11.78 (v. avviso contenuto sulla G.u. 27.11.78 n. 331).

Tale circostanza non osta all’applicazione dell’accordo al rapporto de quo (che è iniziato nel 1972) atteso che il precedente art. 23 sancisce che “le disposizioni del presente accordo si applicano a tutte le domande di prestazione che verranno presentate dalla data di entrata in vigore del presente accordo (incluse le nuove domande di coloro che avevano già precedentemente presentato domanda di prestazione)”. Tale norma è stata interpretata da questa Corte nel senso che l’accordo stesso si applica ai lavoratori italiani occupati negli Stati Uniti d’America con riferimento sia ai periodi antecedenti che successivi alla data dell’accordo oltre che a quelli pendenti a tale data (Cass. 24.11.97 n. 11753).

11.- In conclusione, il ricorso principale deve essere rigettato con conseguente assorbimento del ricorso incidentale condizionato.

Le spese del giudizio di legittimità come liquidate in dispositivo, seguono la soccombenza.

P.Q.M.

Iva Corte riunisce i ricorsi, rigetta il ricorso principale e, assorbito l’incidentale, condanna la ricorrente alle spese che liquida in Euro 69,00 per esborsi ed in Euro 3.000,00 per onorari in favore di T. ed in Euro 12,00 per esborsi ed in Euro 1.500,00 per onorari in favore di INPS, oltre spese generali, Iva e Cpa per entrambi.

Così deciso in Roma, il 15 giugno 2010.

Depositato in Cancelleria il 30 agosto 2010

Sostieni LaLeggepertutti.it

La pandemia ha colpito duramente anche il settore giornalistico. La pubblicità, di cui si nutre l’informazione online, è in forte calo, con perdite di oltre il 70%. Ma, a differenza degli altri comparti, i giornali online non ricevuto alcun sostegno da parte dello Stato. Per salvare l'informazione libera e gratuita, ti chiediamo un sostegno, una piccola donazione che ci consenta di mantenere in vita il nostro giornale. Questo ci permetterà di esistere anche dopo la pandemia, per offrirti un servizio sempre aggiornato e professionale. Diventa sostenitore clicca qui

LEGGI ANCHE


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA