Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 18838 del 15/09/2011

Cassazione civile sez. lav., 15/09/2011, (ud. 17/06/2011, dep. 15/09/2011), n.18838

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. DE RENZIS Alessandro – Presidente –

Dott. COLETTI DE CESARE Gabriella – rel. Consigliere –

Dott. MAMMONE Giovanni – Consigliere –

Dott. ZAPPIA Pietro – Consigliere –

Dott. BRONZINI Giuseppe – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso proposto da:

I.N.P.S. – ISTITUTO NAZIONALE DELLA PREVIDENZA SOCIALE, in persona

del legale rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliato in

ROMA, VIA DELLA FREZZA 17, presso l’Avvocatura Centrale

dell’Istituto, rappresentato e difeso dagli avvocati RICCIO

ALESSANDRO, VALENTE NICOLA, PATTERI ANTONELLA, giusta delega in atti;

– ricorrente –

contro

C.M.C., C.L., C.

A., B.A., CO.MA., C.

F., nella qualità di eredi di D.G.A.M., tutti

domiciliati in ROMA, PIAZZA CAVOUR, presso la CANCELLERIA DELLA CORTE

SUPREMA DI CASSAZIONE, rappresentati e difesi dall’avvocato LICCI

ALDO, per i primi due giusta delega in atti, per gli altri quattro

giusta procura notarile in atti;

– controricorrenti –

avverso la sentenza n. 2038/2007 della CORTE D’APPELLO di LECCE,

depositata il 22/10/2007 r.g.n. 1475/06;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

17/06/2011 dal Consigliere Dott. GABRIELLA COLETTI DE CESARE;

udito l’Avvocato CLEMENTINA PULLI per delega RICCIO ALESSANDRO;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

RUSSO Rosario Giovanni, che ha concluso per l’accoglimento del

ricorso.

Fatto

RITENUTO IN FATTO

Il Tribunale di Lecce – accogliendo parzialmente la domanda proposta da D.G.A.M. nei confronti dell’INPS per l’accertamento del proprio diritto alla integrazione al trattamento minimo della (seconda) pensione (SO ART) fino al 30 settembre 1983, con cristallizzazione del relativo importo per il periodo successivo – affermava il diritto della ricorrente alla prestazione per il periodo 18.3.1976/30.9.1983 e dichiarava estinto il giudizio inerente la domanda dì cristallizzazione.

L’INPS proponeva appello reiterando l’eccezione di decadenza dall’azione giudiziaria.

Con la sentenza indicata in epigrafe la Corte d’appello di Lecce ha respinto l’appello osservando che, nella specie, in relazione alla data di presentazione della domanda amministrativa (18.3.1986), doveva trovare applicazione il termine decennale di decadenza di cui al D.P.R. n. 639 del 1970, art. 47 come interpretato dal D.L. n. 103 del 1991, art. 6 e nel testo anteriore alle modifiche apportatevi dal D.L. n. 384 del 1992, art. 4 (conv. in L. n. 438 del 1992). Detto termine decennale (aggiungeva la Corte di merito) doveva farsi decorrere dalla data di definizione “virtuale” del procedimento amministrativo, incluse le sue fasi impugnazione (pari, queste ultime, nel caso di specie, a complessivi 360 giorni decorrenti dal provvedimento di reiezione della domanda amministrativa); per cui avendo l’INPS respinto la domanda con provvedimento del 23.12.1987, il ricorso giurisdizionale depositato in data 19 febbraio 1998 era da considerare del tutto tempestivo.

L’INPS ricorre per la cassazione della sentenza con un unico motivo.

Gli eredi della D.G., nominativamente indicati in epigrafe, resistono con controricorso.

Diritto

CONSIDERATO IN DIRITTO

1. L’INPS, nell’unico motivo, deduce violazione e falsa applicazione del D.P.R. 30 aprile 1970, n. 639, art. 47 e del D.L. 29 marzo 1991, n. 103, art. 6 convertito dalla L. 1 giugno 1991, n. 166 (in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3). Osserva, in particolare, che avendo l’assicurata proposto il ricorso amministrativo in data 19 settembre 1997 e, dunque, tardivamente rispetto ai termini stabiliti dalla legge per la relativa presentazione, il giudice d’appello avrebbe dovuto applicare il D.L. n. 103 del 1991, art. 6 nella parte in cui disciplina l’ipotesi della mancata presentazione del ricorso amministrativo, e far, quindi, decorrere il termine decadenziale dalla scadenza dei singoli ratei della prestazione richiesta; con l’ulteriore conseguenza – stante la natura sostanziale della indicata decadenza e la spettanza, nella specie, della integrazione al minimo sulla seconda pensione solamente fino al 30 settembre 1983 – che tutti i ratei della integrazione medesima dovevano considerarsi perduti.

2. Il ricorso è fondato.

3. E’ circostanza incontroversa tra le parti quella che la D. G. aveva presentato la domanda amministrativa di integrazione al trattamento minimo della (seconda) pensione di cui era titolare in data 18 marzo 1986 e che la domanda giudiziale venne proposta con ricorso depositato il 19 febbraio 1998.

4. Pertanto il regime normativo applicabile, in tema di decadenza dall’azione giudiziaria, era quello risultante dal combinato disposto del D.P.R. n. 639 del 1970, art. 47 (nel testo anteriore alle modifiche apportatevi dal D.L. n. 384 del 1992, art. 6 convertito dalla L. n. 438 del 1992) e del D.L. n. 103 del 1991, art. 6 convertito dalla L. n. 166 del 1991; norma, quest’ultima, che, per un verso (comma 1), ha interpretato autenticamente il disposto del ripetuto art. 47, nel senso che l’inutile decorso dell’ivi previsto termine di decadenza determina l’estinzione del diritto ai ratei pregressi delle prestazioni previdenziali e l’inammissibilità della relativa domanda giudiziale; sotto altro profilo, ha integrato la precedente disposizione (ultima alinea del comma 1) stabilendo che, in caso di mancata proposizione di ricorso amministrativo, i termini di decadenza decorrono dall’insorgenza del diritto ai singoli ratei;

infine (comma 2) ha dichiarato retroattive le disposizioni di cui al comma 1, con il solo limite della loro non applicabilità ai processi (già) in corso alla data di entrata in vigore del decreto legge.

5. Ne deriva, per quanto in questa sede interessa, che, essendo stata la controversia in oggetto introdotta nel 1998 (ossia successivamente all’entrata in vigore del decreto legge in discussione), già al tempo della domanda amministrativa proposta dalla odierna resistente dovevano considerarsi vigenti (stante l’affermata retroattività) tutte le disposizioni del D.L. n. 103 del 1991, art. 6, comma 1 ivi compresa, dunque, quella disciplinante l’ipotesi della mancata proposizione del ricorso amministrativo e i relativi effetti.

6. Nel l’interpretare la disposizione da ultimo citata, la giurisprudenza di questa Corte ha assimilato all’ipotesi della mancata presentazione del ricorso amministrativo quella della sua presentazione tardiva. E, proprio in tema di integrazione al minimo di una pensione a carico dell’Istituto previdenziale, ha affermato il principio secondo cui “il termine decadenziale di dieci anni per l’esercizio del diritto alla prestazione previdenziale, previsto dal D.P.R. n. 639 del 1970, art. 47, comma 2, come autenticamente interpretato dal D.L. n. 103 del 1991, art. 6, decorre dalla decisione del ricorso amministrativo o dalla scadenza dei termini previsti per la decisione, oppure, nel caso di mancata o tardiva proposizione del ricorso, dalla insorgenza del diritto ai singoli ratei, con la conseguenza che devono considerarsi perduti tutti i ratei maturati oltre il decennio dalla proposizione dell’azione giudiziaria” (vedi Cass., n. 2364 del 2004; n. 6904 del 2004; n. 11759 del 2004).

7. Cosa debba intendersi per ricorso “tardivo” rispetto alla scadenza dei termini prescritti dalla legge per la sua presentazione e per la relativa decisione è questione che il Collegio ritiene di dover risolvere avendo presente (anche) l’ipotesi del silenzio serbato dall’INPS sulla domanda amministrativa e la sua equiparabilità (o meno) a un provvedimento espresso.

8. Com’è noto la L. 11 agosto 1973, n. 533, art. 7 ha espressamente disposto che “in materia di assistenza e di previdenza obbligatorie, la richiesta all’istituto assicuratore si intende respinta, a tutti gli effetti di legge, quando siano trascorsi 120 giorni dalla data della presentazione, senza che l’istituto si sia pronunziato”.

9. Questo essendo il dato normativo, appare evidente che il silenzio serbato dall’INPS per 120 giorni sulla domanda di prestazione equivale a un provvedimento implicito di rigetto della medesima e, che tale provvedimento rileva “a tutti gli effetti di legge”; dunque anche ai fini della decorrenza dei termini stabiliti per l’espletamento e la definizione della fase contenziosa amministrativa, inizialmente fissati in 360 giorni dal citato D.P.R. n. 639 del 1970, art. 46 (applicato dai giudici di merito nel caso controverso) e, successivamente, (con l’abrogazione della norma suddetta) in 180 giorni dalla L. 9 marzo 1989, n. 88, art. 46.

10. lauto comporta che la D.G., avrebbe dovuto presentare i previsti (all’epoca) due ricorsi amministrativi dopo il decorso di 120 giorni dalla data (18 marzo 1986) in cui aveva presentato la domanda di integrazione al minimo, senza che l’Istituto previdenziale si fosse, nel frattempo, pronunciato; si che, rispetto all’adempimento dell’onere in questione, il ricorso amministrativo che, per quanto risulta dagli atti, la pensionata ebbe a presentare solamente il 19 settembre 1997 è certamente tardivo e da considerare, quindi, come non proposto.

11. Ma alle stesse conclusioni si perviene anche a voler ritenere che la presentazione dei ricorsi amministrativi (ovvero, oggi, dell’unico ricorso) presuppone l’adozione, da parte dell’INPS, di un provvedimento espresso di rigetto della domanda di prestazione.

In ogni caso, infatti, la possibilità di tener conto del tempo previsto dalla legge per la definizione della fase amministrativa contenziosa, ai fini della decorrenza del termine di decadenza per l’esercizio dell’azione giudiziaria, presuppone che un ricorso sia stato effettivamente e tempestivamente presentato, mentre, nel caso di specie, nessun ricorso amministrativo risulta essere stato presentato dalla D.G. nei 360 giorni successivi al provvedimento di rigetto della sua domanda, comunicatole dall’INPS il 23 dicembre 1987.

12. Giuridicamente errata deve, pertanto, ritenersi la sentenza impugnata per aver ritenuto rilevante, ai fini della verifica dell’avvenuto decorso del termine di decadenza, il periodo “virtuale” in cui si sarebbe dovuta svolgere e definire la fase amministrativa contenziosa.

13. Alla stregua dei principi su enunciati, infatti, la tempestività ( o meno) della domanda giudiziale della pensionata va verificata mediante applicazione della disposizione del convertito D.L. n. 103 del 1991, art. 6 nella parte in cui (come sopra detto, con efficacia retroattiva) disciplina l’ipotesi di mancata proposizione del ricorso amministrativo e, pertanto, con applicazione della decadenza “mobile” (“dall’insorgenza del diritto ai singoli ratei”) per questa ipotesi prevista: conseguendone, rispetto al diritto azionato dalla D. G., l’estinzione del diritto stesso con riferimento a tutti i ratei di integrazione maturati anteriormente al decennio calcolato a ritroso dalla data (19 febbraio 1998) di presentazione del ricorso giudiziario, ossia dì tutti ratei maturati anteriormente al 19 febbraio 1988.

14. Orbene, considerando che la domanda giudiziale della pensionata era stata accolta parzialmente in primo grado, essendosene affermato il diritto alla integrazione al trattamento minimo con riferimento ai (soli) ratei di pensione maturati nel periodo 18.3.1976/30.9.1983 (nè, sul punto, la D.G. aveva proposto appello), nessuno dei ratei in questione può esserle riconosciuto. stante la maturata decadenza in relazione a ciascuno di essi.

15. In conclusione, il ricorso dell’INPS va accolto e, cassata la sentenza impugnata, la causa. non essendo necessari ulteriori accertamenti di fatto, può essere decisa direttamente questa Corte nel merito (art. 384 c.p.c.), nel senso del rigetto della domanda della D.G..

16 Nulla per le spese dell’intero processo ai sensi dell’art. 152 disp. att. c.p.c. nel lesto vigente anteriormente alle modifiche apportatevi dal D.L. n. 269 del 2003, art. 42 (convertito dalla L. n. 326 del 2003) nella specie inapplicabile ratione temporis.

P.Q.M.

La Corte accoglie il ricorso, cassa la sentenza impugnata e, decidendo ne merito, rigetta la domanda. Nulla per le spese dell’intero processo.

Così deciso in Roma, il 17 giugno 2011.

Depositato in Cancelleria il 15 settembre 2011

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