Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 18832 del 02/07/2021

Cassazione civile sez. VI, 02/07/2021, (ud. 20/04/2021, dep. 02/07/2021), n.18832

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 3

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SCODITTI Enrico – Presidente –

Dott. GRAZIOSI Chiara – Consigliere –

Dott. FIECCONI Francesca – Consigliere –

Dott. IANNELLO Emilio – rel. Consigliere –

Dott. PELLECCHIA Antonella – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso iscritto al n. 24121/2019 R.G. proposto da:

C.M., rappresentato e difeso dall’Avv. Ugo Cardosi;

– ricorrente –

contro

A.F. e A.M., rappresentati e difesi

dall’Avv. Massimiliano Giachi;

– controricorrenti –

avverso la sentenza della Corte d’appello di Roma, n. 1069/2019,

depositata il 13 febbraio 2019;

Udita la relazione svolta nella Camera di Consiglio del 20 aprile

2021 dal Consigliere Iannello Emilio.

 

Fatto

RILEVATO

che:

C.M. convenne in giudizio, davanti al Tribunale di Latina, F. e A.M. chiedendo la condanna del primo al risarcimento dei danni per avere proceduto al pignoramento di attrezzature agricole, per un valore complessivo di Euro 75.000 in virtù di cinque cambiali, essendo tuttavia il sottostante rapporto, riguardante la vendita di attrezzature agricole, già estinto con il pagamento dell’importo di Lire 74.626.000 a mani di A.M.; chiese in subordine accertarsi l’indebito versamento di quest’ultima somma, con la conseguente condanna di A.M. alla restituzione della stessa, oltre interessi legali ed oltre al risarcimento dei danni;

nella resistenza dei convenuti (che assumevano che l’importo portato dalle cambiali rappresentava corrispettivo della cessione

dell’azienda agricola, mentre la somma di Euro 74.626.000 era stata corrisposta a A.M. quale quota parte del ricavato della gestione dell’azienda medesima) il tribunale rigettò la domanda ritenendo indimostrata l’inesistenza del rapporto sottostante alle cambiali e inammissibile, poichè tardiva, la deduzione del rilascio di cambiali a garanzia del pagamento del corrispettivo della vendita delle macchine agricole;

il C. interpose gravame ma la Corte d’appello di Roma lo ha rigettato sul rilievo, preliminare e assorbente, della inammissibilità della domanda di risarcimento danni poichè in astratto proponibile, ai sensi dell’art. 96 c.p.c., comma 2, soltanto nell’ambito di un giudizio di opposizione all’esecuzione, unica sede nella quale far valere la dedotta inesistenza del titolo posto a base del pignoramento;

ha altresì confermato, per mancanza di prova, il rigetto della domanda di ripetizione di indebito in via subordinata proposta nei confronti di A.M.;

avverso tale pronuncia C.M. propone ricorso per cassazione sulla base di due motivi, cui resistono, depositando controricorso, F. e A.M.;

essendo state ritenute sussistenti le condizioni per la trattazione del ricorso ai sensi dell’art. 380-bis c.p.c., il relatore designato ha redatto proposta, che e stata notificata alle parti unitamente al decreto di fissazione dell’adunanza della Corte.

Diritto

CONSIDERATO

che:

con il primo motivo il ricorrente denuncia, con riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, “violazione dell’art. 112 c.p.c.; vizio di omessa pronuncia sui motivi dall’I al 4 dell’atto di appello”;

premette che, con i primi quattro motivi di appello, esso aveva censurato la sentenza di primo grado:

– per avere ammesso prova per testi a dimostrazione del contratto di cessione di azienda, in violazione dei divieti posti dagli artt. 2721 e 2725 c.c. (primo motivo);

– per avere ritenuto generica e indimostrata la domanda volta all’accertamento della nullità del contratto di cessione di azienda (secondo motivo);

– per avere erroneamente valutato le deposizioni testimoniali (le quali, secondo l’appellante, odierna ricorrente, non offrivano in realtà riscontro alle tesi dedotte dalle controparti) (terzo motivo);

– per avere ritenuto sfornito di prova l’assunto dell’attore secondo cui, a base delle cambiali, vi era un contratto (verbale) di vendita di attrezzature e per averlo ritenuto contraddetto da scrittura privata del 7/4/1999 dalla quale risultava che i macchinari erano stati concessi in affitto, oltre che da altri documenti (quarto motivo);

ciò premesso, lamenta che la corte d’appello ha omesso di pronunciare sui detti motivi di gravame (e, dunque, sulla esistenza e validità del contratto di cessione di azienda nonchè sulla sussistenza della pretesa creditoria basata sui titoli cambiari), prendendo in considerazione solo il quinto motivo riguardante l’aspetto risarcitorio conseguente alla illegittima azione esecutiva;

il motivo è manifestamente infondato;

la corte d’appello ha motivato il rigetto del gravame sul rilievo che la domanda risarcitoria, in quanto fondata sulla asserita illegittimità dell’azione esecutiva, non poteva essere proposta “in una sede diversa da quella di opposizione all’esecuzione”, ai sensi dell’art. 96 c.p.c., comma 3;

si tratta, evidentemente, di rilievo preliminare di carattere processuale tale da comportare l’assorbimento (in senso improprio) dei motivi di gravame che censuravano, per ragioni di merito, il rigetto pronunciato dal primo giudice;

tale pur implicito assorbimento di per sè configura una pertinente risposta a quei motivi ed esclude pertanto possa ravvisarsi il vizio di omessa pronuncia: esso, cioè, costituisce motivazione di una statuizione (in questo caso di inammissibilità) riferibile anche a quei motivi;

deve in tal senso darsi continuità all’indirizzo già affermatosi nella giurisprudenza di questa Corte secondo cui, in tema di provvedimenti del giudice, l’assorbimento in senso improprio – configurabile quando la decisione di una questione esclude la necessità o la possibilità di provvedere sulle altre – impedisce di ritenere sussistente il vizio di omessa pronuncia, il quale è ravvisabile solo quando una questione non sia stata, espressamente o implicitamente, ritenuta assorbita da altre statuizioni della sentenza (v. ex aliis Cass. n. 2334 del 03/02/2020; n. 28995 del 12/11/2018);

ciò implica che perchè la statuizione risulti viziata sotto il profilo motivazionale si deve mettere in discussione la correttezza della valutazione di assorbimento (così, in motivazione, Cass. n. 28864 del 16/12/2020);

il secondo motivo si carica di tale compito, ma deve considerarsi inammissibile;

con esso il ricorrente denuncia, con riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, “violazione degli artt. 99,100 e 104 c.p.c. e dell’art. 24 Cost.; falsa applicazione dell’art. 96 c.p.c.; errata declaratoria di inammissibilità dell’azione di risarcimento”;

sostiene che l’interpretazione seguita dalla corte di appello, secondo cui la contestazione del credito poteva essere effettuata solo con opposizione all’esecuzione, oltre che scontrarsi con il principio di cui all’art. 24 Cost., sarebbe costituzionalmente illegittima in quanto contrastante con l’art. 3 Cost., essendo del tutto irragionevole la disparità di trattamento tra coloro che contestano il credito prima dell’instaurazione dell’esecuzione (ai quali è permessa l’ordinaria azione di cognizione con la possibilità di impugnare la decisione negativa) e coloro che invece lo contestano dopo la sua instaurazione (ai quali non rimarrebbe che l’opposizione all’esecuzione soggetta a decisione non impugnabile);

soggiunge che l’azione di risarcimento danni conseguente ad azione esecutiva illegittima, in quanto connessa alla domanda principale di accertamento della inesistenza del contratto di cessione di azienda e del credito avanzata in sede di cognizione ordinaria, non doveva necessariamente essere proposta ai sensi dell’art. 96 c.p.c. innanzi al giudice dell’esecuzione, ma poteva essere proposta anch’essa in sede di cognizione ordinaria, giusta il disposto di cui all’art. 104 c.p.c.;

la prima tesi censoria è inammissibile;

essa, infatti, postula una qualificazione della domanda (come diretta ad una mera pronuncia di accertamento negativo del credito portato da cambiali) diversa da quella posta a base della sentenza (come invece diretta a far valere pretesa risarcitoria per la proposizione di azione esecutiva asseritamente priva di titolo);

tale postulazione, peraltro, non è sorretta da alcuna conferente argomentazione censoria, ma anzi appare contraddetta dalla stessa esposizione sommaria dei fatti di causa contenuta in ricorso, dalla quale emerge chiaramente che l’iniziativa giudiziaria – almeno per quanto riguarda il rapporto cartolare nei confronti di A.F. e l’esecuzione da questo intrapresa – è stata assunta proprio al fine di contrastare e far valere l’illegittimità e la dannosità dell’azione esecutiva intrapresa da controparte;

da tale premessa qualificatoria (secondo cui, ripetesi, la domanda, nei confronti di A.F., era unicamente diretta a ottenere il risarcimento del danno conseguente alla proposizione di azione esecutiva priva di titolo) occorre dunque muovere, apparendo perfino superfluo rammentare che, secondo principio consolidato nella giurisprudenza di questa Corte, il giudice di merito, nell’esercizio del potere di interpretazione e qualificazione della domanda, non è condizionato dalle espressioni adoperate dalla parte ma deve accertare e valutare il contenuto sostanziale della pretesa, quale desumibile non esclusivamente dal tenore letterale degli atti ma anche dalla natura delle vicende rappresentate dalla medesima parte e dalle precisazioni da essa fornite nel corso del giudizio, nonchè dal provvedimento concreto richiesto, con i soli limiti della corrispondenza tra chiesto e pronunciato e del divieto di sostituire d’ufficio un’azione diversa da quella proposta; il relativo giudizio, estrinsecandosi in valutazioni discrezionali sul merito della controversia, è sindacabile in sede di legittimità unicamente se sono stati travalicati i detti limiti o per vizio della motivazione (Cass. n. 13602 del 21/05/2019; n. 8225 del 29/04/2004);

sulla base di tale premessa del tutto corretta si appalesa la decisione impugnata là dove ha ritenuto che, ai sensi dell’art. 96 c.p.c., comma 2, la domanda risarcitoria per i danni conseguenti alla (asserita) illegittimità dell’esecuzione non può essere chiesta in sede diversa da quella dell’opposizione all’esecuzione;

sul punto la regola di giudizio applicata dalla corte di merito è infatti conforme ad indirizzo consolidato nella giurisprudenza di questa Corte e per contro inammissibile, ai sensi dell’art. 360-bis c.p.c., n. 1, deve pertanto ritenersi la contraria tesi censoria esposta in ricorso;

costituisce invero principio pacifico nella giurisprudenza di legittimità l’affermazione secondo cui le ipotesi di responsabilità configurate dall’art. 96 c.p.c. (quanto meno nei primi due commi, e prescindendo dal comma 3 di più recente introduzione) costituiscono fattispecie speciali di responsabilità civile in rapporto a quella generale prevista dall’art. 2043 c.c., e la loro specificità (che ne giustifica la particolare disciplina, anche sul piano della tutela giudiziale) è costituita proprio dal peculiare fatto illecito dannoso, rappresentato da una condotta processuale (consistente, per quanto riguarda la fattispecie di cui all’art. 96 c.p.c., comma 2, nell’avere iniziato o compiuto l’esecuzione forzata senza la normale prudenza);

ne consegue che, non essendo possibile il concorso tra la fattispecie generale di cui all’art. 2043 c.c. e quella speciale di cui all’art. 96 c.p.c., il danno riconducibile alla scorretta condotta processuale è soggetto esclusivamente alla speciale disciplina di cui all’art. 96 c.p.c. (cfr., in proposito, Cass. n. 12029 del 16/05/2017: “l’art. 96 c.p.c. si pone in rapporto di specialità rispetto all’art. 2043 c.c., sicchè la responsabilità processuale aggravata, pur rientrando nella generale responsabilità per fatti illeciti, ricade interamente, in tutte le sue ipotesi, sotto la disciplina del citato art. 96 c.p.c., senza che sia configurabile un concorso, anche alternativo, tra le due fattispecie, risultando conseguentemente inammissibile la proposizione di un autonomo giudizio di risarcimento per i danni asseritamente derivati da una condotta di carattere processuale, i quali devono essere chiesti esclusivamente nel relativo giudizio di merito”; conff. Cass. n. 5069 del 03/03/2010; n. 16308 del 24/07/2007; n. 13455 del 20/07/2004; n. 3573 del 12/03/2002; nel medesimo senso Cass. n. 5972 del 23/04/2001; n. 4841 del 19/05/1999; Sez. U. n. 874 del 06/02/1984; n. 2129 del 27/05/1975);

essendo dunque la causa petendi dell’azione in concreto esercitata da inquadrarsi nella previsione di cui all’art. 96 c.p.c., comma 2 – in quanto il fatto illecito dedotto come causa del danno è costituito da una condotta di carattere processuale, secondo quanto espressamente previsto dalla suddetta disposizione – ne discende inevitabilmente la radicale inammissibilità della predetta azione, che è proponibile, secondo la costante giurisprudenza di questa Corte, esclusivamente nel giudizio di merito (e segnatamente nel giudizio di opposizione all’esecuzione nella specifica fattispecie dell’incauto esercizio dell’azione esecutiva), e non può essere avanzata, come avvenuto nella specie, in autonomo giudizio (giurisprudenza costante; v. ex multis Cass. n. 26609 del 09/11/2017; n. 12029 del 16/05/2017; n. 10518 del 20/05/2016; n. 7592 del 15/04/2016; n. 1266 del 25/01/2016; n. 14653 del 14/07/2015; n. 1590 del 23/01/2013; n. 18344 del 06/08/2010; n. 10960 del 06/05/2010; n. 24538 del 20/11/2009; n. 12952 del 04/06/2007; n. 9297 del 18/04/2007; n. 6116 del 20/03/2006; n. 5734 del 23/03/2004; n. 8239 del 24/05/2003; n. 3573 del 12/03/2002; n. 8738 del 26/06/2001; n. 5972 del 23/04/2001; n. 4816 del 14/04/2000; n. 4624 del 07/05/1998; n. 3534 del 23/04/1997; n. 864 del 28/01/1994; n. 8336 del 08/07/1992; n. 2672 del 19/04/1983; n. 2129 del 27/05/1975; n. 3239 del 04/10/1976);

il ricorso deve essere pertanto rigettato, con la conseguente condanna del ricorrente alla rifusione delle spese processuali in favore dei controricorrenti;

va dato atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1-quater, nel testo introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato, in misura pari a quello previsto per il ricorso, ove dovuto, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

PQM

rigetta il ricorso. Condanna il ricorrente al pagamento, in favore dei controricorrenti, in solido, delle spese del presente giudizio, liquidate in Euro 3.500 per compensi, oltre alle spese forfettarie nella misura del 15 per cento, agli esborsi liquidati in Euro 200,00 ed agli accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello previsto per il ricorso a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, il 20 aprile 2021.

Depositato in Cancelleria il 2 luglio 2021

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