Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 18828 del 10/09/2020

Cassazione civile sez. VI, 10/09/2020, (ud. 13/07/2020, dep. 10/09/2020), n.18828

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE T

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MOCCI Mauro – Presidente –

Dott. CONTI Roberto Giovanni – Consigliere –

Dott. CAPRIOLI Maura – Consigliere –

Dott. LA TORRE Maria Enza – Consigliere –

Dott. CAPOZZI Raffaele – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 1018-2019 proposto da:

AGENZIA DELLE ENTRATE (OMISSIS), in persona del Direttore pro

tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA DEI PORTOGHESI 12,

presso l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che la rappresenta e

difende ope legis;

– ricorrente –

contro

TECNO IMPIANTI SRL;

– intimata –

avverso la sentenza n. 1271/3/2018 della COMMISSIONE TRIBUTARIA

REGIONALE della CALABRIA, depositata il 31/05/2018;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non

partecipata del 13/07/2020 dal Consigliere Relatore Dott. CAPOZZI

RAFFAELE.

 

Fatto

RILEVATO

che l’Agenzia delle entrate propone ricorso per cassazione nei confronti di una sentenza della CTR della Calabria, di rigetto dell’appello da essa proposto avverso una sentenza della CTP di Cosenza, che aveva accolto il ricorso della contribuente s.r.l. “TECNO IMPIANTI” avverso un avviso di accertamento IRES, IVA ed IRAP 2005; secondo la CTR le fatture emesse dalla società per operazioni insussistenti lo erano state per causa di forza maggiore, per essere stata la società contribuente vittima del reato di usura;

Diritto

CONSIDERATO

che il ricorso è affidato a due motivi;

che, con il primo motivo di ricorso, l’Agenzia delle entrate lamenta violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 472 del 1997, art. 6, comma 3 e del D.P.R. n. 602 del 1973, art. 21, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, in quanto il richiamato art. 6 era inserito nel D.Lgs. n. 472 del 1997, concernente le sanzioni amministrative per violazioni di norme tributarie, si che la sua applicazione al caso concreto avrebbe dovuto avere come conseguenza la mancata applicazione delle sole sanzioni e non certo l’annullamento dell’intera pretesa tributaria; inoltre, il D.P.R. n. 633 del 1972, art. 21, comma 7 prevedeva che, in caso di emissione di fatture per operazioni inesistenti, l’imposta era dovuta per l’intero ammontare indicato o corrispondente alle indicazioni delle fatture ed il destinatario delle stesse non poteva esercitare il diritto alla detrazione o alla variazione dell’imposta in totale carenza del suo presupposto (acquisto di beni o servizi), sia con riferimento alla detraibilità dell’IVA, sia con riferimento alla deducibilità degli esborsi fatturati ai fini dell’imposizione diretta;

che, con il secondo motivo di ricorso, l’Agenzia delle entrate deduce violazione e falsa applicazione dell’art. 654 c.p.p., in combinato disposto con l’art. 116 c.p.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, in quanto la CTR, pur avendo riconosciuto in astratto l’autonomia del giudizio tributario rispetto a quello penale, si era limitata in concreto a menzionare le sentenze penali che avevano riconosciuto il reato di usura in danno del legale rappresentante della società contribuente, nonchè altre sentenze, che avevano assolto il medesimo per reati di altro tipo, in tal modo omettendo di applicare il principio dell’autonomia del giudizio tributario rispetto a quello penale; invero il giudice tributario doveva procedere ad un’autonoma valutazione degli elementi probatori acquisiti nel processo penale, si che non era sufficiente rilevare l’esistenza di una sentenza definitiva penale, essendo necessario verificarne, in ogni caso, la rilevanza nell’ambito tributario;

che la società contribuente non si è costituita;

che il primo motivo di ricorso proposto dall’Agenzia delle entrate è fondato;

che, invero, il D.Lgs. n. 472 del 1997, art. 6, in applicazione del quale la CTR ha accolto il ricorso della società contribuente, è inserito in un testo legislativo riferito alle sole sanzioni amministrative per violazioni di norme tributarie, si che, in forza di detta norma, non poteva essere annullata l’intera pretesa tributaria, ma unicamente la parte relativa all’applicazione delle relative sanzioni; inoltre, come più volte rilevato dalla giurisprudenza di legittimità (cfr. Cass. n. 7289 del 2011; Cass. n. 24231 del 2011), il D.P.R. n. 633 del 1972, art. 21, comma 7, allo scopo di ricondurre a coerenza il sistema impositivo dell’IVA, fondato, com’è noto, sui principi della rivalsa e della detrazione, inderogabilmente esige che, in caso di emissione di fatture per operazioni inesistenti, l’imposta sia dovuta per l’intero ammontare indicato ed in misura corrispondente alle indicazioni della fattura, con conseguente sua ricaduta sia nei confronti del soggetto che ha emesso la fattura falsa, il quale diventa debitore dell’imposta sulla base dell’applicazione del solo principio della cartolarità, sia nei confronti del destinatario della fattura medesima, il quale non può esercitare il diritto alla detrazione ovvero alla variazione d’imposta in totale carenza del suo presupposto e cioè l’acquisto di beni e servizi nell’esercizio dell’impresa;

che anche il secondo motivo di ricorso dell’Agenzia delle entrate è fondato;

che, invero, secondo la giurisprudenza di legittimità (cfr. Cass. n. 25467 del 2013; Cass. n. 16262 del 2017), i fatti accertati e le prove assunte nel giudizio penale ben possono essere utilizzati come indizi nel processo tributario, purchè essi siano sottoposti al vaglio critico del giudice tributario; non è pertanto consentito al giudice tributario far proprio l’intero apparato motivazionale di una sentenza penale e fare un mero richiamo alle conclusioni cui quest’ultima è pervenuta circa la valutazione dell’efficacia probatoria degli elementi fattuali acquisiti in quel processo, stante il rapporto di completa autonomia fra il giudizio penale ed il giudizio tributario, vigendo in quest’ultimo limitazioni di prove, che non operano nel giudizio penale e potendosi far valere nel giudizio tributario anche presunzioni legali, inidonee a fondare una denuncia penale di condanna;

che erroneamente, quindi, la CTR ha accolto il ricorso della società contribuente limitandosi a far riferimento alla sentenza penale emessa nei confronti del soggetto, che aveva commesso atti usurari nei confronti del legale rappresentante della società ricorrente, nonchè al decreto di archiviazione emesso dal GIP nei confronti di quest’ultimo, con riferimento al reato di dichiarazioni fraudolente mediante uso di fatture per operazioni inesistenti;

che, pertanto, il ricorso proposto dall’Agenzia delle entrate va accolto e la sentenza impugnata va cassata con rinvio alla CTR della Calabria in diversa composizione, anche per la determinazione delle spese del presente giudizio di legittimità.

P.Q.M.

La Corte accoglie il ricorso, cassa la sentenza impugnata e rinvia alla CTR della Calabria in diversa composizione, anche per la determinazione delle spese del presente giudizio di legittimità.

Così deciso in Roma, il 13 luglio 2020.

Depositato in cancelleria il 10 settembre 2020

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