Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 18827 del 15/09/2011

Cassazione civile sez. lav., 15/09/2011, (ud. 18/05/2011, dep. 15/09/2011), n.18827

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. DE RENZIS Alessandro – Presidente –

Dott. STILE Paolo – Consigliere –

Dott. MAISANO Giulio – Consigliere –

Dott. BERRINO Umberto – rel. Consigliere –

Dott. TRICOMI Irene – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso 13329/2009 proposto da:

M.S., elettivamente domiciliata in ROMA, VIA BRITANNIA

54 S D INT. 5, presso lo studio dell’avvocato SIMONA ALOISIO,

rappresentata e difesa dagli avvocati RODINO’ Maurizio, STRONGOLI

GIUSEPPE, giusta delega in atti;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELL’ECONOMIA E DELLE FINANZE, in persona del Ministro pro

tempore, domiciliato in ROMA, VIA DEI PORTOGHESI n. 12, presso

l’Avvocatura Generale dello Stato, che lo rappresenta e difende ope

legis;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 2025/2008 della CORTE D’APPELLO di LECCE,

depositata il 27/11/2008 R.G.N. 1754/07;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

18/05/2011 dal Consigliere Dott. UMBERTO BERRINO;

udito l’Avvocato STRONGOLI GIUSEPPE;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

MATERA Marcello, che ha concluso per il rigetto del ricorso.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con sentenza del 17/11 – 27/11/08 la Corte d’appello di Lecce accolse t’impugnazione proposta dal Ministero dell’Economia e delle Finanze avverso la sentenza del 4/4/06 del giudice del lavoro del Tribunale di Brindisi, con la quale era stato dichiarato il diritto di M.S. a rimanere utilmente collocata in graduatoria per la posizione economica “C3” nella procedura di riqualificazione per il Dipartimento provinciale di Brindisi approvata con decreto del 3/5/04, e conseguentemente rigettò la domanda della pubblica dipendente.

La Corte leccese addivenne a tale decisione dopo aver rilevato che con la circolare n. 81375 del 5/11/03, in applicazione degli accordi intercorsi con le organizzazioni sindacali l’1/10/03, l’Amministrazione ricorrente aveva previsto la possibilità per i candidati provenienti dalla posizione economica “C1”, utilmente collocati nelle graduatorie per la posizione economica “C3”, di optare per la copertura delle posizioni lasciate vacanti dai dipendenti con posizione “C2” e che con successiva circolare n. 7429 del 5/8/04 era stato previsto che tale opzione escludeva la possibilità di rimanere in graduatoria per la posizione economica “C3” nei previsti ventiquattro mesi di validità. Pertanto, avendo la Maiorano esercitato la suddetta facoltà di opzione ai sensi della circolare n. 81375 del 5/11/03, con effetto giuridico dal 13/9/04, la medesima era stata inquadrata nella posizione economica “C2” del Dipartimento provinciale di Brindisi, rimanendo, così, esclusa dalla possibilità di permanere nella graduatoria per la posizione economica “C3”. Per la cassazione della sentenza propone ricorso la M. che affida l’impugnazione a cinque motivi di censura.

Resiste con controricorso il Ministero dell’Economia e delle Finanze.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

1. Col primo motivo la ricorrente deduce la nullità assoluta della sentenza della Corte d’appello di Lecce per inammissibilità dell’atto di appello dovuta ad asserita omessa indicazione dei motivi del gravame.

La M. si duole, in sostanza, del fatto che l’eccezione di inammissibilità del gravame, sollevata per genericità dello stesso, non è stata accolta dai giudici del secondo grado e, dopo aver ribadito che l’atto di impugnazione conteneva una mera ricostruzione dei fatti ed ometteva di affrontare le questioni di diritto decise con la sentenza di prime cure, insiste nel sostenere che male ha fatto il collegio d’appello a respingerla con motivazione riduttiva.

Il motivo è infondato.

Invero, contrariamente a quanto sostenuto dalla M., la Corte d’appello ha puntualmente deciso l’eccezione di inammissibilità del gravame sollevata in quel grado, spiegando che il Ministero appellante aveva non solo ripercorso in maniera approfondita tutto l’iter della vicenda, ma aveva anche criticato i punti salienti della sentenza di primo grado, insistendo, soprattutto, sul fatto che la lavoratrice aveva scelto l’opzione di occupare la posizione economica C2, con ciò escludendo la possibilità di rimanere in graduatoria per la posizione economica C3 nei previsti 24 mesi di validità. Non è, quindi, vero che il giudice d’appello abbia liquidato in maniera riduttiva l’eccezione di inammissibilità del gravame, rispetto alla quale ha, invece, adottato una decisione congruamente motivata e come tale immune dai vizi di legittimità che le si vogliono imputare.

2. Col secondo motivo è dedotta la nullità della sentenza per inammissibilità del gravame, questa volta per presunta carenza di interesse dell’appellante Ministero. Si sostiene, in pratica, che la Corte d’appello avrebbe motivato in maniera insoddisfacente in ordine alla eccepita carenza di interesse del Ministero ad impugnare la decisione di prime cure favorevole alla lavoratrice, carenza ricollegabile al fatto che lo stesso ente aveva prestato acquiescenza alla decisione provvedendo ad inquadrare la ricorrente nella rivendicata posizione economica “C3” in data 19/6/06, cioè in epoca antecedente alla proposizione dell’appello.

Il motivo è privo di pregio in quanto, com’è stato correttamente spiegato dal giudice di secondo grado con argomentazione esente da vizi di natura logico-giuridica, è agevole rilevare che l’ente appellante non poteva non dare esecuzione alla sentenza provvisoriamente esecutiva per legge, essendo, invece, rilevante la circostanza che lo stesso si era riservato espressamente di far valere i propri diritti all’esito di eventuali successivi gradi di giudizio di merito, per cui non poteva non persistere l’interesse del Ministero dell’Economia e delle Finanze a coltivare il giudizio in appello. Vi è da aggiungere che nemmeno può aver rilievo alcuno l’obiezione per la quale l’impugnativa fu esperita a circa un anno di distanza dalla emissione della sentenza, posto che rientrava nei diritti dell’amministrazione poter decidere in quale momento ricorrere in appello nei termini previsti dal codice di rito.

Ne consegue che anche in ordine a tale aspetto della decisione la motivazione contenuta nella sentenza oggi impugnata non merita le censure di legittimità che le sono state mosse.

3. Col terzo motivo si denunzia l’insufficiente e controversa motivazione circa un fatto controverso e decisivo del giudizio sostenendosi che male avrebbe fatto la Corte d’appello a dar rilievo preponderante alla riserva espressa dall’amministrazione in ordine alla salvezza dei propri diritti all’esito dei successivi gradi di giudizio, anzichè approfondire e qualificare l’entità e la portata del riconoscimento del diritto conseguente all’inquadramento della dipendente nella rivendicata posizione economica C3.

Il motivo è palesemente infondato: invero, contrariamente a quanto sostenuto dalla ricorrente, correttamente la Corte d’appello non ha attribuito il significato di riconoscimento del diritto ad una azione della P.A. che non poteva assolutamente essere intesa nei termini auspicati dalla parte interessata, in quanto l’inquadramento della M. nella posizione economica “C3” era dipesa in quel contesto temporale solo ed esclusivamente dalla necessità di dover rispettare la provvisoria esecutorietà della prima decisione favorevole alla lavoratrice, tante vero che fu espressa anche chiara ed inequivocabile riserva di salvezza dei diritti all’esito degli eventuali successivi gradi del giudizio di merito, riserva, questa, ovviamente inconciliabile con una volontà di acquiescenza agli effetti della sentenza. In definitiva, anche sotto tale aspetto il ricorso non intacca la validità della “ratio decidendi” esplicitata attraverso la motivazione oggi impugnata che è, pertanto, esente da rilievi di legittimità.

4. Col quarto motivo si denunzia l’insufficiente e controversa motivazione circa un fatto controverso e decisivo del giudizio, deducendosi che la Corte d’appello, anzichè indagare sulla legittimità della circolare ministeriale che aveva previsto l’opzione per la copertura delle posizioni economiche “C2” lasciate vacanti, avrebbe supposto legittimo un tale provvedimento senza motivazione alcuna.

Anche tale motivo è infondato: invero, con argomentazione assolutamente logica ed immune da vizi giuridici, la Corte d’appello ha tratto il convincimento della legittimità della suddetta circolare dal fatto che la stessa dava attuazione a dei pregressi accordi sindacali conclusisi con l’intesa dell’1/10/03. Tale intesa, come spiegato in sentenza, aveva previsto la possibilità per i candidati provenienti dalla posizione economica “C1”, utilmente collocati nelle graduatorie per la posizione economica “C3”, di optare per la copertura delle posizioni economiche “C2” lasciate vacanti, con l’espressa previsione che una tale opzione escludeva la possibilità di rimanere in graduatoria per la posizione economica “C3” nei 24 mesi di validità prevista. Con argomentazione assolutamente logica la stessa Corte ha evidenziato che la M. aveva esercitato tale opzione ancor prima che cessasse la validità temporale della graduatoria in cui era inserita, per cui di fatto ciò equivaleva a rinunzia alla permanenza nella stessa ed escludeva qualsiasi supposta ipotesi di imposizione da parte della P.A..

5. Con l’ultimo motivo si denunzia la violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 165 del 2001, artt. 1, 2 e 35, nonchè la violazione e falsa applicazione della normativa contrattuale, vale a dire dell’art. 15 del ccnl dei dipendenti dei Ministeri 1998-2001, vigente all’epoca della indizione del bando concorsuale di cui trattasi.

In concreto, si sostiene che la sospensione degli effetti del percorso di riqualificazione professionale dalla qualifica “C1” a quella “C3” di cui al D.Lgs. n. 165 del 2001, art. 15, operata a seguito della sentenza della Consulta n. 194/02, e la successiva ripresa di tale percorso con diverse regole erano da considerare come atti posti in violazione delle norme su reclutamento nel pubblico impiego (D.Lgs. n. 165 del 2001, art. 35, comma 3) e sull’organizzazione degli uffici (D.Lgs. n. 165 del 2001, artt. 1 e 2), oltre che della norma costituzionale di cui all’art. 97 (trasparenza, legalità e buon andamento), per cui la Corte d’appello avrebbe omesso di procedere, a fronte della complessità della situazione appena illustrata, ad una interpretazione sistematica delle norme vigenti poste a presidio del diritto di accesso al lavoro secondo le proprie attitudini e capacità, oltre che delle esigenze di legalità, trasparenza e buon andamento della P.A..

Il motivo è infondato.

Anzitutto, non colgono nel segno le argomentazioni attraverso le quali la ricorrente tenta di incrinare il giudizio espresso dalla Corte territoriale sulla legittimità dell’operato della P.A. nella fattispecie in esame: invero, non può ritenersi che rappresenti un motivo di illegittimità la scelta della P.A di sospendere, in sede di autotutela, gli effetti di una procedura di riqualificazione in ossequio alla sentenza n. 194/2002 della Consulta che aveva dichiarato l’illegittimità della L. n. 549 del 1995, art. 3, commi 205, 206 e 207, che regolava le procedure di accesso dei partecipanti alle nuove qualifiche; egualmente, non può ritenersi illegittima la emanazione della circolare n. 81375 del 5/11/03 che, come spiegato correttamente dal giudice d’appello, dava attuazione agli accordi sindacali conclusisi con l’intesa dell’1/10/03, che espressamente prevedeva l’esercizio del diritto di opzione per la copertura delle posizioni lasciate vacanti in “C2” nel periodo di vigenza della graduatoria in “C3”. In ogni caso, la ricorrente nemmeno spiega esattamente in che modo sarebbe stata attuata la supposta illegittimità, limitandosi a denunziarla in modo del tutto generico per il solo fatto che si erano prodotti effetti a lei pregiudizievoli, per cui non viene scalfita l’autonoma “ratio decidendi” della sentenza impugnata che fa leva sulla rinunzia della medesima lavoratrice ad avvalersi della possibilità di concorrere per la posizione economica “C3” una volta esercitata l’opzione per la copertura di posto vacante nella posizione economica “C2”.

Il ricorso va, pertanto, rigettato.

Le spese del presente giudizio seguono la soccombenza della ricorrente e vanno poste a suo carico nella misura liquidata come da dispositivo.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso. Condanna la ricorrente alle spese del presente giudizio nella misura di Euro 2.000,00 per onorario, oltre Euro 12,00 per spese borsuali, nonchè I.V.A., C.P.A. e spese generali ai sensi di legge.

Così deciso in Roma, il 18 maggio 2011.

Depositato in Cancelleria il 15 settembre 2011

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