Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 18815 del 10/09/2020

Cassazione civile sez. I, 10/09/2020, (ud. 17/07/2020, dep. 10/09/2020), n.18815

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. TRIA Lucia – Presidente –

Dott. TRICOMI Laura – Consigliere –

Dott. ROSSETTI Marco – Consigliere –

Dott. VELLA Paola – Consigliere –

Dott. FALABELLA Massimo – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 27639/2018 proposto da:

Ministero dell’interno, in persona del Ministro pro tempore,

domiciliato in Roma, Via dei Portoghesi, 12, presso l’Avvocatura

Generale dello Stato, che lo rappresenta e difende ope legis;

– ricorrente –

contro

S.O., domiciliato in Roma, piazza Cavour, presso la

Cancelleria Civile della Corte di Cassazione, rappresentato e difeso

dall’avvocato Roberto Denti, giusta procura in calce al ricorso;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 927/2018 della CORTE D’APPELLO di MILANO,

depositata il 20/02/2018;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

17/07/2020 da Dott. FALABELLA MASSIMO.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. – E’ impugnata per cassazione la sentenza della Corte di appello di Milano, pubblicata il 20 febbraio 2018, con cui è stato parzialmente accolto il gravame proposto da S.O. nei confronti dell’ordinanza ex art. 702 ter c.p.c., comma 5, del Tribunale del capoluogo lombardo. La nominata Corte ha negato che al ricorrente potesse essere riconosciuto lo status di rifugiato ed ha altresì escluso che lo stesso potesse essere ammesso alla protezione sussidiaria; ha tuttavia ritenuto sussistente il diritto di S.O. al rilascio del permesso di soggiorno per motivi umanitari. Ha osservato, in particolare, che andava valutato positivamente il percorso di integrazione del richiedente in Italia e che, inoltre, doveva considerarsi la plausibilità del racconto dell’appellante con riferimento alle circostanze che lo avevano costretto a lasciare il suo paese: il fatto, cioè, che lo stesso “nell’arco di pochi mesi (…) aveva perso tutti i suoi familiari e aveva visto morire la madre e le sorelle davanti ai suoi occhi”.

2. – Il ricorso per cassazione si fonda su di un solo motivo. Il richiedente resiste con controricorso.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. – Il ricorrente Ministero denuncia la violazione del D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6. Richiamando la giurisprudenza di questa Corte, l’istante sostiene che il raggiungimento di un livello integrazione sociale, personale o anche lavorativa nel paese di accoglienza può costituire un elemento di valutazione comparativa al fine di verificare la sussistenza di una delle “variabili rilevanti” della vulnerabilità, ma non può esaurirne il contenuto. Rileva, in particolare, che ciò che assume rilievo, nella fattispecie, è una valutazione comparativa che consenta, in concreto, di verificare se ci si è allontanati da una condizione di vulnerabilità effettiva, sotto il profilo della violazione o dell’impedimento all’esercizio dei diritti umani inalienabili. Osserva che quanto accertato dalla Corte di Milano non era idoneo a integrare i presupposti normativi dell’integrazione e che la mancanza di vincoli familiari non evidenziava alcuna vulnerabilità o violazione dei diritti umani inalienabili.

2. – Il ricorso, contrariamente a quanto ritenuto dal controricorrente, non prospetta censure vertenti sul giudizio di fatto riservato al giudice del merito.

Esso è però infondato, dal momento che la Corte di Milano ha fatto corretta applicazione dei principi di diritto da applicare con riguardo alla protezione umanitaria.

Il giudice distrettuale ha proceduto alla comparazione tra il processo di inserimento del richiedente in Italia e la condizione di vulnerabilità dello stesso, derivante dalla morte violenta dei propri congiunti e quindi, è da intendere, dalla presenza, nel luogo di rimpatrio, di un contesto che esponeva a rischio la stessa vita dell’odierno istante. E’ da rilevare, al riguardo, che la Corte di merito ha ritenuto espressamente plausibile la narrazione del ricorrente odierno e che sul punto non è stata spiegata impugnazione.

Il giudizio formulato dalla Corte di appello risulta allora attuato in conformità della giurisprudenza di questa Corte, secondo cui l’orizzontalità dei diritti umani fondamentali comporta che, ai fini del riconoscimento della protezione, occorre operare la valutazione comparativa della situazione soggettiva e oggettiva del richiedente con riferimento al paese di origine, in raffronto alla situazione d’integrazione raggiunta nel paese di accoglienza (Cass. Sez. U. 13 novembre 2019, n. 29459 cit.).

3. – Al rigetto del ricorso segue la condanna del Ministero dell’interno, siccome soccombente, al pagamento delle spese processuali.

Non deve darsi atto dell’obbligo, da parte del Ministero, di versare – ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, nel testo introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17 – un ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello dovuto ai sensi del medesimo art. 13, comma 1 bis: il ricorso è stato infatti proposto da un’Amministrazione dello Stato, istituzionalmente esonerata, per valutazione normativa della sua qualità soggettiva, dal materiale versamento del contributo stesso, mediante il meccanismo della prenotazione a debito (Cass. 14 marzo 2014, n. 5955).

PQM

LA CORTE

rigetta il ricorso; condanna il ricorrente al pagamento, in favore del controricorrente, delle spese del giudizio di legittimità, che liquida in Euro 2.200,00 per compensi, oltre alle spese forfettarie nella misura del 15 per cento, agli esborsi liquidati in Euro 200,00, ed agli accessori di legge.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della Sezione Prima Civile, il 17 luglio 2020.

Depositato in Cancelleria il 10 settembre 2020

 

 

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