Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 18809 del 12/07/2019

Cassazione civile sez. lav., 12/07/2019, (ud. 14/02/2019, dep. 12/07/2019), n.18809

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. NAPOLETANO Giuseppe – Presidente –

Dott. TORRICE Amelia – Consigliere –

Dott. TRIA Lucia – Consigliere –

Dott. TRICOMI Irene – rel. Consigliere –

Dott. DE MARINIS Nicola – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 3058-2015 proposto da:

R.F., B.G., RO.VI., tutti

elettivamente domiciliati in ROMA, PIAZZA DEL POPOLO 18, presso lo

studio degli avvocati AMALIA RIZZO, NUNZIO RIZZO, che li

rappresentano e difendono;

– ricorrenti –

contro

REGIONE CAMPANIA;

– intimata –

avverso la sentenza n. 557/2014 della CORTE D’APPELLO di NAPOLI,

depositata il 12/02/2014 R.G.N. 9959/2010.

Fatto

RITENUTO

1. Che la Corte d’Appello di Napoli, con la sentenza n. 557 del 2014 ha rigettato l’impugnazione proposta da R.F., B.G., Ro.Vi. nei confronti della Regione Campania avverso la sentenza emessa tra le parti dal Tribunale di Napoli.

2. Gli stessi avevano adito il Tribunale esponendo; di aver ricevuto ciascuno, con Delib. Regione Campania n. 10299 del 1990, l’incarico di componente della Commissione di collaudo in corso di opera dei lavori di completamento dell’impianto di depurazione di Napoli est e rete collettori trasferiti alla Regione Campania dall’ASMEZ con atto di convenzione del 23 febbraio 1990; di aver reso attività lavorativa personale, continuativa e coordinata protrattasi per oltre 16 anni, ricevendo un compenso inferiore ai minimi tariffari inderogabili stabili per gli ingegneri ed architetti; che dalla consegna dei lavori avvenuta il 12 dicembre 1990, l’impianto era stato sottoposto a continue verifiche, sino all’emissione del parere favorevole dei colladautori e all’approvazione dell’atto di collaudo da parte della Regione Campania con decreto n. 300 del 22 marzo 2006.

Essi ricorrenti avevano presentato la parcella delle competenze dovute ricevendo un compenso pari ad Euro 72.429,39 ciascuno, liquidato in base ad una circolare della Cassa per il Mezzogiorno ed inferiore ai minimi inderogabili.

I ricorrenti avevamo chiesto accertarsi la non opponibilità nei loro confronti della Circolare CASMEZ sulla liquidazione dei compensi ai collaudatori delle opere pubbliche, nonchè la nullità della medesima circolare per violazione dei minimi tariffari previsti per legge, con condanna della Regione al pagamento in favore di ciascuno di loro, dell’importo di Euro 760.597,03, oltre Euro 15.211,00 dovuti all’Inarcassa, con detrazione dell’importo corrisposto già dalla Regione, da intendersi come acconto.

3. Il Tribunale, dinanzi al quale la Regione Campania si costituiva deducendo l’infondatezza della domanda, rigettava la stessa.

4. La Corte d’Appello nel rigettare l’impugnazione ha affermato, in particolare, quanto segue.

Ha ritenuto che la tardiva costituzione nel giudizio di primo grado della Regione, oltre il termine di cui all’art. 416 c.p.c., non impediva al giudice di utilizzare a sostegno della propria decisione argomenti che costituivano mera difesa, quale l’argomentazione relativa all’accordo conclusosi tra la Regione e i lavoratori in ordine all’applicazione delle tariffe previste dalla circolare CASMEZ, che costituiva una mera difesa e non un’eccezione non rilevabile d’ufficio.

Si era in presenza di un comportamento concludente. L’aver dato esecuzione per oltre 16 anni all’incarico di componente della Commissione di collaudo, conferito dalla Regione con la Delib. n. 10299 del 1990, costituiva un comportamento concludente nel senso della accettazione delle condizioni previste dalla Delib. stessa, compresa quella della determinazione dei compensi spettanti.

A ciò non ostava il contenuto della Delib. medesima.

La Delib., nella parte in cui faceva riferimento alla stipula di apposite convenzioni, andava interpretata tenendo conto del contesto storico in cui venivano conferiti gli incarichi.

Nel 1990, la Regione subentrava alla CASMEZ nell’esecuzione dei lavori di completamento dell’impianto di depurazione di Napoli est e rete collettori, lavori per i quali la Cassa aveva già nominato una Commissione di collaudo. Gli attuali ricorrenti avevano sostituito gli originari componenti della Commissione di collaudo. Ciò spiegava il riferimento nella Delib. alle tariffe in vigore per la CASMEZ che era l’ente che aveva dato inizio ai lavori.

Per evitare un aggravio di spesa, il compenso dei membri delle due commissioni doveva essere ricompreso nel finanziamento trasferito alla Regione dalla soppressa CASMEZ, per cui i compensi dei professionisti nominati dalla Regione Campania dovevano essere decurtati dei compensi spettanti ai professionisti nominati dalla CASMEZ e revocati dall’incarico.

Alla luce di tali rilievi, quindi la Corte d’Appello esaminava la clausola: “Gli onorari da corrispondere, secondo le tariffe in vigore della soppressa CASMEZ ai professionisti su indicati, previa stipula delle necessarie convenzioni, saranno decurtati dei corrispondenti eventuali oneri finanziari da erogarsi ai professionisti sostituiti a tacitazione di ogni loro prestazione, affinchè non derivi un aggravio di spesa all’Amministrazione regionale anche rispetto all’importo onnicomprensivo, come da atto di trasferimento contrattualmente fissato”.

La Corte d’Appello ha affermato che la circostanza che gli onorari professionali dovessero essere liquidati sulla base delle tariffe in vigore per la soppressa CASMEZ costituiva un’affermazione di principio peraltro giustificata dalla considerazione che i lavori fossero stati originariamente intrapresi proprio dalla CASMEZ, per cui si prescindeva dalla necessità di un’esplicita manifestazione di consenso, mentre l’inciso “previa stipula delle necessarie convenzioni” si riferiva solo alla ipotesi in cui dagli importi, determinati in tal modo, si dovessero decurtare le somme da erogarsi ai professionisti che in precedenza erano stati nominati dalla CASMEZ.

L’esecuzione per un largo lasso temporale degli incarichi conferiti con la delibera dimostrava la piena adesione a tutte le clausole indicate.

Nè poteva assumere rilievo che, nel 2003, i ricorrenti avessero depositato istanza di liquidazione dei compensi in base alle tariffe professionali, in quanto ciò era avvenuto all’esito della conclusione dell’incarico e non contraddiceva, pertanto, il comportamento concludente che veniva in rilievo.

Il giudice di primo grado, inoltre, contrariamente e quanto era stato prospettato dagli appellanti, aveva vagliato e ritenuto irrilevante la disciplina di cui alla L. n. 155 del 1989.

4. Per la cassazione della sentenza di appello ricorrono R.F., B.G., Ro.Vi., prospettando due motivi di ricorso.

5. La Regione Campania non si è costituita.

6. In prossimità dell’adunanza camerale i ricorrenti hanno depositato memoria.

Diritto

CONSIDERATO

1. Che con il primo motivo di ricorso è dedotta la violazione e falsa applicazione degli artt. 83,84,414 e 416 c.p.c., dell’art. 2967 c.c., e della L. 5 maggio 1976, n. 340, in relazione all’art. 360 c.p.c., nn. 3 e 4.

Assumono i ricorrenti che nel fatto del ricorso in appello (pag. 3) avevano dedotto che la Regione si era costituita, tardivamente, alla stessa udienza di comparizione, con memoria peraltro sottoscritta da legale diverso da quello risultante costituito.

Alla successiva pag. 7 del ricorso di secondo grado, nell’esposizione del motivo di appello, avevano dedotto che la costituzione risultava tardiva, e che essi ricorrenti non avevano prestato consenso alla ridotta determinazione del compenso.

Richiamano la produzione di appello.

Tanto premesso, si dolgono che la Corte d’Appello ha ritenuto tardiva la costituzione e non inesistente. Sussisteva invece la contumacia della Regione con conseguente irrilevanza delle difese della stessa, considerato, altresì, che la deduzione della formazione del consenso poteva costituire oggetto di eccezione e non di mera difesa.

Riportano, quindi, stralci della Delib. n. 10299 del 1990, tra cui la clausola che ha costituito oggetto di specifica interpretazione da parte della Corte d’Appello, nonchè stralci della circolare CASMEZ relativi ai criteri di determinazione del compenso.

Alla luce delle stessa, espongono i ricorrenti, si desume che il riferimento al comportamento tacito tenuto dai resistenti, come tale concretante un patto, non poteva costituire oggetto di mera difesa ma di eccezione, atteso il principio dell’inderogabilità dei minimi tariffari rimuovibile solo con un espresso accordo tra le parti.

2. Con il secondo motivo di ricorso è dedotta la violazione e falsa applicazione dell’art. 1350 c.c., del R.D. n. 2240 del 1923, artt. 16 e 17, della L. n. 155 del 1989 e della L. n. 109 del 1994, artt. 12-ter e 14-ter in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3.

Espongono i ricorrenti che nei rapporti con la pubblica amministrazione non sono configurabili rapporti taciti, ma è imposta la forma scritta di qualsivoglia accordo tra amministrazione e professionisti, come affermato dalla giurisprudenza di legittimità.

Pertanto, il conferimento dell’incarico andava subordinato alla sottoscrizione della necessaria convenzione, cosa non avvenuta. La deroga ai minimi tariffari poteva avvenire solo con la sottoscrizione di una convenzione scritta, circostanza che non si era verificata. Nè poteva farsi riferimento all’acquiescenza; ciò anche considerando che la istanza di liquidazione del 2003 era stata rimessa alla Regione insieme agli atti finali del collaudo.

3. I suddetti motivi di ricorso devono essere trattati congiuntamente in ragione della loro connessione.

Gli stessi sono in parte non fondati e in parte inammissibili.

I ricorrenti hanno agito sulla base della Delib. n. 10299 del 1990 di conferimento dell’incarico di collaudo, invocando il diverso compenso in relazione alla prestazione resa proprio in esecuzione della designazione effettuata dall’amministrazione pubblica con la stessa.

Gli stessi dunque censurano l’interpretazione della Delib. effettuata dalla Corte d’Appello, ma non indicano le regole ermeneutiche che sarebbero state violate, con conseguente inammissibilità della doglianza.

Come questa Corte ha affermato, in tema di ermeneutica contrattuale, l’accertamento della volontà delle parti in relazione al contenuto del negozio si traduce in una indagine di fatto, affidata al giudice di merito e censurabile in sede di legittimità solo nell’ipotesi di violazione dei canoni legali d’interpretazione contrattuale di cui agli artt. 1362 e ss. c.c.. Ne consegue che il ricorrente per cassazione deve non solo fare esplicito riferimento alle regole legali d’interpretazione mediante specifica indicazione delle norme asseritamene violate ed ai principi in esse contenuti, ma è tenuto, altresì, a precisare in quale modo e con quali considerazioni il giudice del merito si sia discostato dai richiamati canoni legali.

Peraltro, in relazione alla questione della inderogabilità delle tariffe professionali, si osserva quanto segue.

Come questa Corte ha già avuto modo di affermare (Cass., ord. n. 1184 del 2018, n. 14187 del 2011, n. 20296 del 2004, n. 9806 del 2001), l’inderogabilità dei limiti tariffari di categoria stabiliti per i professionisti, è circoscritta dalla L. 10 luglio 1977, n. 404, art. 6 ai soli incarichi professionali privati, sicchè essa non opera per gli incarichi conferiti da enti pubblici, atteso che detta norma, interpretando autenticamente l’articolo unico della L. 5 maggio 1976, n. 340, – che sancisce l’inderogabilità dei minimi delle tariffe professionali degli ingegneri e degli architetti – ne ha limitato l’applicazione ai rapporti intercorrenti tra privati, con previsione che non viola l’art. 3 Cost., poichè la derogabilità dei minimi tariffari prevista dall’art. 6 legge cit. riguarda anche i professionisti privati.

Le ulteriori eventuali convenzioni, alla cui previa stipula si fa riferimento nella Delib., in ragione del suddetto principio, non avrebbero potuto impegnare l’amministrazione a diverso criterio di quantificazione della spesa, rispetto a quello sancito nella Delib. stessa, riferito ai minimi tariffari, erroneamente prospettato dagli odierni ricorrenti come inderogabile, ma solo specificare le modalità di attuazione della medesima, tra cui poteva ricomprendersi anche l’entità della possibile decurtazione prevista.

Anche a voler considerare la prospettazione dei ricorrenti – secondo la quale non essendovi stato un contratto la determinazione del compenso non potrebbe essere rimessa che alle tariffe libero professionali – occorre osservare che la previsione della Delib. appare già di per sè completa, anche con riferimento alla determinazione della prestazione dell’amministrazione inerente la quantificazione del predetto compenso. Infatti a tal fine la clausola in esame indica quale parametro di quantificazione gli onorari di cui alla Delib. CASMEZ, ed in ordine a tale indicazione non vi sono stati successive modifiche e indicazioni.

Una volta che i ricorrenti hanno agito in giudizio per l’accertamento dell’obbligazione sussistente a carico della Regione in virtù della citata Delib. n. 10299 del 1990, sia pure in mancanza di un contratto scritto, è alla Delib. stessa di conferimento dell’incarico che occorre fare riferimento per la determinazione del compenso, senza che la mancanza del contratto si riverberi sulla legittimità della stessa.

Quanto al rilievo attribuito dal giudice di secondo grado al “consenso”, osserva il Collegio che, come può rilevare da quanto statuito dalla sentenza di appello (pag. 6 sentenza di appello “Invero, come si è visto, l’esecuzione per un lungo lasso temporale degli incarichi conferiti con la Delib. dimostra la piena adesione degli attuali appellanti a tutte le clausole previste dalla suindicata Delib.”) la Corte d’Appello non si riferisce ad un consenso contrattuale e quindi ad un accordo, come prospettato dai ricorrenti, ma ad un mero comportamento, quale esecuzione di quanto stabilito nella Delib. della Regione.

4. Il ricorso va rigettato.

5. Nulla spese in mancanza della costituzione della Regione Campania.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 – quater dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte dei ricorrenti, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma del cit. art. 13, comma 1-bis.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso. Nulla spese.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 – quater dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte dei ricorrenti, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma del cit. art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio, il 14 febbraio 2019.

Depositato in Cancelleria il 12 luglio 2019

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