Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 18809 del 02/07/2021

Cassazione civile sez. III, 02/07/2021, (ud. 27/01/2021, dep. 02/07/2021), n.18809

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SESTINI Danilo – Presidente –

Dott. GRAZIOSI Chiara – Consigliere –

Dott. IANNELLO Emilio – Consigliere –

Dott. POSITANO Gabriele – Consigliere –

Dott. GORGONI Marilena – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso iscritto al n. 27947/2017 R.G. proposto da:

AUSONIA S.R.L., in persona dell’amministratore unico e legale

rappresentante R.G., rappresentata e difesa dall’AVV.

LUCIO CONCETTO FRESTA, elettivamente domiciliata in Roma presso lo

Studio dell’AVV. ROCCO AGOSTINO, via delle Milizie, 34;

– ricorrente e controricorrente rispetto al ricorso incidentale –

nei confronti di:

S.D., D.P.G., R.D.,

V.E., A.G., P.C., T.G.,

C.A., rappresentati e difesi dall’AVV. GIUSEPPE NASTASI,

elettivamente domiciliati in Roma presso lo Studio dell’AVV. MARIO

GIANNARINI, via Gavorrano, 12, Scala B, int. 4;

– controricorrenti –

e nei confronti di:

R.G., B.G., S.I.,

S.G., L.G., V.S., G.G.,

C.A., L.G., M.S., T.A.,

C.D., F.A., T.G., S.G.,

A.G., G.R., P.E., D.G.,

S.G., P.S., Q.D., R.G.,

S.M., F.S., F.L., A.G.,

S.A., T.V., Z.C., A.F.,

rappresentati e difesi dall’AVV. GIUSEPPE NASTASI, elettivamente

domiciliati in Roma presso lo Studio dell’AVV. MARIO GIANNARINI, via

Gavorrano, 12, Scala B, int. 4;

– controricorrenti e ricorrenti incidentali –

e nei confronti di:

I.C. e P.S.;

– intimati –

avverso la sentenza n. 760/2017 della Corte d’Appello di Catania,

depositata il 27/04/2017;

Lette le conclusioni del Pubblico Ministero, in persona del sostituto

Procuratore Generale Dott. MISTRI Corrado, formulate ai sensi e con

le modalità previste dal D.L. 28 ottobre 2020, n. 137, art. 23,

comma 8 bis, convertito in L. 18 dicembre 2020, n. 176, che ha

proposto la declaratoria di inammissibilità o, in subordine, il

rigetto del ricorso principale e di quello incidentale.

Udita la relazione svolta nella Camera di Consiglio del 27 gennaio

2021 dal Consigliere Dott. Marilena Gorgoni.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

Tutti gli intimati acquistavano con separati atti, negli anni 1993-1994, da Ausonia S.p.A., ora Ausonia S.r.L., dei lotti di terreno compresi nel piano di lottizzazione denominato “(OMISSIS)”, pattuendo, con l’art. 2, che le spese per le opere di urbanizzazione restassero a carico della venditrice, la quale avrebbe dovuto iniziare i relativi lavori, da eseguirsi in conformità al P.E. n. 165/90 in corso di approvazione, entro 30 giorni dal rilascio della relativa concessione urbanistica ed ultimarli entro 18 mesi dal loro inizio.

Alcuni proprietari, lamentando il ritardo nell’esecuzione delle opere di urbanizzazione, chiedevano ed ottenevano dal Tribunale di Siracusa un’ordinanza di sequestro conservativo ante causam di tutti i beni di Ausonia S.r.L. fino alla concorrenza di Lire 2.000.000.000, a garanzia dei danni conseguenti alla mancata esecuzione delle opere di urbanizzazione. Detta ordinanza veniva poi dichiarata inefficace con sentenza n. 335/97 del Tribunale di Siracusa.

Altri proprietari ottenevano dal Tribunale di Siracusa l’ordinanza del 12′ agosto 1996 di sequestro avente il medesimo contenuto e la medesima giustificazione della prima dichiarata inefficace.

Con atto di citazione del 23 maggio 1995, trentasei proprietari convenivano, dinanzi al Tribunale di Siracusa, Ausonia S.r.L., chiedendone la condanna all’esecuzione delle opere di urbanizzazione primaria e secondaria, al pagamento delle spese necessarie all’allaccio dei lotti alle reti di servizi, al risarcimento dei danni conseguenti al ritardo nell’esecuzione delle opere di urbanizzazione ed al conseguente rilascio dei titoli edilizi, consistenti nella lievitazione dei costi di costruzione e nel mancato concreto godimento del bene casa.

Altri sette proprietari, con atto di citazione del 16 settembre 1996, formulavano identica domanda al Tribunale di Siracusa.

Ausonia S.r.L. chiedeva il rigetto della domanda, in considerazione del mancato ritardo e, comunque, dell’assenza di nesso di causa tra l’eventuale inadempimento ed il danno, e proponeva domanda riconvenzionale per avere gli attori trascritto il sequestro conservativo su tutti i lotti di sua proprietà, ingessandone l’attività, senza l’ordinaria prudenza prevista dall’art. 96 c.p.c., comma 2.

Il Tribunale di Siracusa, con sentenza n. 498/2012, riuniti i procedimenti ed esperita CTU, riscontrava l’inadempimento di Ausonia S.r.L. dell’obbligo di realizzare parte delle opere di urbanizzazione primaria e secondaria e la condannava ad eseguirle; accertava il ritardo nell’esecuzione delle opere di urbanizzazione completate e condannava l’odierna ricorrente a pagare favore di ciascun attore cifre comprese tra Euro 46.000,00 ed Euro 141.659,01, al netto di rivalutazione ed interessi.

Deducendo l’erronea statuizione del Tribunale di Siracusa che la condannava a realizzare alcune specifiche opere di urbanizzazione – il depuratore centralizzato che una variante approvata dal Comune aveva eliminato dal piano di lottizzazione ed il conglomerato bituminoso di un determinato tratto stradale che la Soprintendenza aveva espressamente vietato – lamentando la condanna al risarcimento del danno per il ritardo nell’esecuzione delle opere completate e il mancato accoglimento della propria domanda riconvenzionale, Ausonia S.r.L. impugnava la decisione di prime cure dinanzi alla Corte d’Appello di Catania.

La Corte territoriale, con la sentenza n. 760/2017, oggetto dell’odierno ricorso, accoglieva parzialmente l’appello relativamente alla condanna all’esecuzione del depuratore centralizzato e del conglomerato bituminoso, alla condanna al risarcimento del danno per il ritardo nella esecuzione delle opere ultimate nei confronti di gran parte degli appellati, stante la mancanza di prova della ricorrenza di un nesso di causa tra il ritardo ed il danno lamentato; confermava la condanna dell’appellante al risarcimento del danno nei confronti di otto proprietari appellati, relativamente ai quali riscontrava tutti gli elementi costitutivi della fattispecie risarcitoria; rigettava la domanda di risarcimento ex art. 96 c.p.c., comma 2, formulata dall’odierna ricorrente.

Ausonia S.R.L. ricorre per la cassazione della sentenza emessa dalla Corte d’Appello di Catania, articolando otto motivi.

Resistono e propongono ricorso incidentale R.G., B.G., S.I., S.G., L.G., V.S., G.G., C.A., L.G., M.S., T.A., C.D., F.A., T.G., S.G., A.G., G.R., P.E., D.G., S.G., P.S., Q.D., R.G., S.M., F.S., F.L., A.G., S.A., T.V., Z.C., A.F..

Ad esso replica Ausonia S.r.L. con controricorso.

Resistono con controricorso al ricorso principale S.D., D.P.G., R.D., V.E., A.G., P.C., T.G., C.A..

La trattazione del ricorso già fissata per il 16 ottobre 2019 era stata differita accogliendo la richiesta di rinvio dell’Avv. Lucio Fresta, cui aveva aderito l’Avv. Giuseppe Nastasi.

In vista della Pubblica udienza del 16 ottobre 2019 Ausonia S.r.L. aveva presentato memoria.

Ai fini della Pubblica Udienza odierna Ausonia S.r.L. ha depositato nuova memoria con la quale, in particolare, contesta l’utilizzazione del danno figurativo da parte della Corte d’Appello.

Il Procuratore Generale ha proposto la declaratoria di inammissibilità o, in subordine, il rigetto del ricorso principale e di quello incidentale.

Si dà atto che per la decisione del presente ricorso, fissato per la trattazione in Pubblica Udienza, questa Corte ha proceduto in camera di consiglio, senza l’intervento del Procuratore Generale e dei difensori delle parti, ai sensi del D.L. 28 ottobre 2020, n. 137, art. 23, comma 8 bis, convertito in L. 18 dicembre 2020, n. 176, non avendo alcuna delle parti nè il Procuratore Generale fatto richiesta di trattazione orale.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

Ricorso principale.

1. Con il primo motivo la ricorrente lamenta un “Vizio di motivazione per omesso esame di un fatto decisivo oggetto di discussione tra le parti ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5”, rappresentato nel caso di specie dall’avvenuto rilascio, in data anteriore al collaudo delle opere di urbanizzazione avvenuto nel 2003, di varie concessioni edilizie in favore di terzi proprietari di lotti all’interno del piano di lottizzazione.

La Corte d’Appello aveva ritenuto che il ritardo nell’adempimento era certamente cessato con il collaudo intervenuto nel 2003 e che fino a quel momento i lottizzanti, per causa della mancata realizzazione delle previste opere di urbanizzazione – e non per mancanza del collaudo, come riferito dalla ricorrente – non avevano potuto chiedere la concessione edilizia. Di qui il riconoscimento del danno risentito (esclusivamente) da coloro che avevano avanzato domanda di concessione edilizia e non anche di coloro che, invece, non avevano chiesto alcunchè, dimostrando, in tal modo, di non avere l’intenzione di costruire e, quindi, di non essere interessati alla urbanizzazione dei lotti.

Tale statuizione, secondo la tesi propugnata dalla ricorrente, sarebbe inficiata dall’omessa considerazione del fatto, a lungo dibattuto sia in primo che in secondo grado, che già durante il periodo di perdurante inadempimento, cioè prima del collaudo del 2003, erano state rilasciate almeno tre o quattro concessioni edilizie in favore di altrettanti proprietari di lotti, estranei al giudizio: segno che l’assenza delle opere di urbanizzazione non precludeva a coloro che ne avessero fatto richiesta, anche prima del 2003, di ottenere la concessione edilizia.

1.1. Il motivo non merita accoglimento.

Il fatto che alcuni proprietari di lotti avessero ottenuto la concessione edilizia prima del 2003, data del collaudo, e, quindi, data di accertata cessazione dell’inadempimento, consistente nel ritardo con cui Ausonia S.r.L. aveva realizzato le opere di urbanizzazione, non assume rilievo ai fini dell’esclusione dell’obbligo risarcitorio nei confronti dei proprietari che avevano chiesto la concessione edilizia a collaudo avvenuto, perchè, come la stessa ricorrente ripetutamente rimarca, la convenzione richiedeva la realizzazione delle opere di urbanizzazione per il solo settore di competenza del lotto per il quale si voleva edificare e il rilascio del titolo edilizio era subordinato alla realizzazione delle opere di urbanizzazione relativamente alle costruzioni cui si riferivano le concessioni edilizie da rilasciare. Il che, in assenza di prova del fatto che le opere di urbanizzazione non fossero state realizzate con riferimento alle costruzioni oggetto delle tre o quattro concessioni edilizie asseritamente rilasciate prima del 2003, priva di decisività la circostanza individuata come non esaminata.

Va osservato, del resto, come già segnalato, che il collaudo è stato individuato dalla Corte d’Appello come momento in cui era cessato l’inadempimento da parte della ricorrente, lasciando impregiudicata la possibilità che, con riferimento a singoli lotti, le opere di urbanizzazione fossero state realizzate prima di quella data.

2. Con il secondo motivo la ricorrente denuncia la falsa applicazione degli artt. 1218 e 1223 c.c., ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, per avere il giudice a quo malamente applicato il principio secondo cui per ottenere il risarcimento del danno da inadempimento occorre dimostrare non solo la ricorrenza del danno, ma anche che esso sia causalmente derivato dall’inadempimento, non avendo accertato la ricorrenza del nesso causale, ma solo la sussistenza del danno.

A tal riguardo, la sentenza impugnata ha osservato, con specifico riferimento al nesso causale, che “gran parte dei singoli proprietari dei lotti non ha avanzato istanza per la concessione edilizia e non ha ricevuto alcun diniego e quindi non può ritenersi sussistente nesso di causalità tra il ritardo nell’esecuzione delle opere in questione e il danno… per converso, i proprietari dei lotti che hanno chiesto ed ottenuto la concessione edilizia hanno subito un danno”. Ne deriva, secondo la ricorrente, che per tali ultimi proprietari è stata ritenuta raggiunta la prova del danno, ma non anche del nesso di derivazione causale con il ritardo nell’adempimento.

2.1. La censura deve essere disattesa.

Nel caso di specie, l’inadempimento lamentato riguardava la prestazione, oggetto della convenzione, consistente nella realizzazione delle opere di urbanizzazione; detta prestazione era volta a soddisfare l’interesse allo sfruttamento edificatorio/abitativo dei singoli lotti, perciò, secondo la Corte d’Appello, soltanto la dimostrazione di avere richiesto la concessione edilizia o dell’intenzione di utilizzare il lotto a fini abitativi, indice della volontà di sfruttare il bene a scopo edificatorio e/o abitativo, legittimava l’accoglimento della richiesta risarcitoria.

Ebbene, costituisce regola generale che, al fine di ottenere il risarcimento del danno, debba provarsi il nesso di causalità materiale ed il nesso di casualità giuridica tra il fatto illecito – contrattuale o extracontrattuale – ed il danno. Il primo è quello che intercorre tra condotta ed evento, il secondo è quello che, collegando l’evento al danno, consente l’individuazione delle singole conseguenze dannose, con la precipua funzione di delimitare, a valle, i confini risarcitori di una (già accertata) responsabilità.

Ora, se la soddisfazione dell’interesse – in questo caso costituito dallo sfruttamento edificatorio/abitativo dei lotti – è affidata alla prestazione che forma oggetto dell’obbligazione – specificamente: la realizzazione delle convenute opere di urbanizzazione – vuol dire che la lesione dell’interesse, in cui si concretizza il danno evento, è cagionata dall’inadempimento.

“La causalità materiale, pur teoricamente distinguibile dall’inadempimento (…) non è praticamente separabile dall’inadempimento, perchè quest’ultimo corrisponde alla lesione dell’interesse tutelato dal contratto e dunque al danno evento. La causalità acquista qui autonomia di valutazione solo quale causalità giuridica, e dunque quale delimitazione del danno risarcibile attraverso l’identificazione del nesso eziologico fra evento di danno e danno conseguenza (art. 1223 c.c.)”.

Tale assorbimento pratico della causalità materiale nell’inadempimento implica che “non c’è quindi un onere di specifica allegazione (e tanto meno di prova) della causalità materiale perchè allegare l’inadempimento significa allegare anche nesso di causalità e danno evento” (Cass. 11/11/2019, n. 28991).

Nella fattispecie per cui è causa, data la coincidenza dell’inadempimento con il danno evento, la Corte d’Appello si è occupata del nesso di causalità giuridica, cioè di selezionare le conseguenze risarcibili derivanti dall’evento di danno e, pertanto, deve escludersi che sia incorsa nell’errore di non aver accertato il danno, ma, come sostenuto dalla ricorrente, solo il nesso di causa.

3. Con il terzo motivo la società Ausonia deduce la “Falsa applicazione degli artt. 1218,1223,2697,2727 e 2729 c.c., ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3 – a. di presunzioni gravi precise e concordanti”.

La tesi della ricorrente è che la sentenza sia, comunque, viziata per avere illegittimamente applicato l’istituto delle presunzioni semplici, al fine di individuare gli elementi costitutivi della fattispecie risarcitoria, avendo ritenuto, come già il Tribunale, provato il danno, per come quantificato con la CTU, sulla scorta di due fatti storici: la presentazione della richiesta di concessione edilizia e il rilascio del titolo, solo dopo il collaudo delle opere di urbanizzazione, avvenuto nel 2003. Non essendoci stato alcun diniego di concessone edilizia, la prova del danno sarebbe stata raggiunta solo in via indiretta, senza tener conto del fatto che non era stato dimostrato che le opere di urbanizzazione relativamente ai lotti o a parte dei lotti appartenenti a coloro che avevano r-ò(chiesto ed ottenuto la concessione edilizia dopo il 2003 non fossero state ultimate, posto che, come, del resto, chiarito dalla Corte d’Appello, l’art. 8 della convenzione richiedeva la realizzazione delle opere di urbanizzazione per il solo settore di competenza del lotto per il quale si intendeva edificare e che l’art. 11, esigeva la realizzazione delle opere di urbanizzazione relativamente alle costruzioni cui si riferivano le concessioni edilizie da rilasciare. In altri termini, provato che prima del 2003 non era stato realizzato il complesso delle opere, non era stato dimostrato che relativamente ai lotti interessati dal rilascio delle concessioni edilizie successivamente al 2003 non fossero state, già prima di detto momento, ultimate le opere di urbanizzazione, necessarie per richiedere la concessione edilizia – cioè la realizzazione delle strade di accesso dell’impianto per lo smaltimento delle acque usate, della rete idrica potabile, della rete di distribuzione dell’energia elettrica – e che, quindi, la decisione di chiedere la concessione edilizia solo dopo il 2003 non fosse stata determinata da ragioni indipendenti dall’inadempimento.

Il ragionamento della Corte d’Appello rispetto alla causalità materiale è stato invece il seguente: il danno (evento), legato dal nesso di causalità materiale con la mancata esecuzione delle opere di urbanizzazione, è consistito nella lesione dell’interesse allo sfruttamento edificatorio o abitativo dei lotti acquistati. Il nesso di causalità materiale può essere dimostrato anche con il ricorso al ragionamento presuntivo, in applicazione del quale la Corte territoriale ha ritenuto che detto danno evento lo avessero subito solo quei proprietari dei lotti che avevano esercitato la facoltà di edificare, attivandosi per ottenere la concessione edilizia. Nessun rimprovero può essere mosso alla sentenza gravata, dovendosi ricordare che nella prova per presunzioni, ai sensi degli artt. 2727 e 2729 c.c., non occorre che tra il fatto noto e quello ignoto sussista un legame di assoluta ed esclusiva necessità causale, essendo sufficiente che dal fatto noto sia desumibile univocamente quello ignoto, alla stregua di un giudizio di probabilità basato sull’id quod plerumque accidit, sicchè il giudice può trarre il suo libero convincimento dall’apprezzamento discrezionale degli elementi indiziari prescelti (ex plurimis cfr. Cass. 21/01/2020, n. 1163).

In altri termini, non essendo stata efficacemente confutata la precisione, la concordanza o la gravità delle circostanze indiziarie che la Corte d’Appello ha assunto a base del proprio ragionamento logico-deduttivo, ciò che nella sostanza, a dispetto del vizio denunciato, inammissibilmente chiede la ricorrente è che si giunga ad un diverso esito del ragionamento presuntivo, cioè ad un diverso apprezzamento della ricostruzione della quaestio facti, ponendosi su un terreno che non è quello dell’art. 360 c.p.c., n. 3.

In merito, invece, alla quantificazione del danno, la Corte d’Appello, dovendo liquidare il disagio ed il sacrificio derivanti dalla compressione e limitazione del godimento del bene destinato a fini abitativi, ha legittimamente fatto ricorso ai parametri del danno figurativo, come quello del valore locativo dell’immobile del cui godimento il proprietario è stato privato, oltre che al danno consistente nell’incremento dei costi di costruzione, come determinati dal CTU.

A tal riguardo, il Collegio ritiene opportuno precisare che il tentativo di parte ricorrente di far leva sulla decisione di questa Corte del 24/4/2019 n. 11203, per confutare, con l’articolata memoria depositata in vista dell’odierna Pubblica Udienza, la legittimità del ricorso al danno figurativo, non riesce affatto nell’intento.

In particolare, secondo Ausonia S.r.L., nella fattispecie per cui è causa, mancherebbe la prova delle conseguenze pregiudizievoli derivanti dal comportamento antigiuridico: gli intimati avrebbero quantomeno dovuto asserire (e quindi provare) di essersi dovuti sobbarcare oneri e/o spese per vivere a casa di terzi o in altra propria dimora (ad esempio dimostrando di aver dovuto partecipare a spese insieme a terzi proprietari oppure dimostrando di aver dovuto rinunciare ad altri introiti locatizi a causa della forzata occupazione di altri propri immobili) proprio a causa della ritardata esecuzione delle opere di urbanizzazione e dimostrare di avere avuto intenzione di dare in locazione la villetta realizzata. Invece, la Corte d’Appello avrebbe erroneamente partorito l’equazione “immobile astrattamente produttivo=danno (figurativo) certo”, dando illegittimo e surrettizio ingresso alla categoria del “danno in re ipsa”.

Ausonia S.r.L. dà prova di non avere messo bene a fuoco la ratio decidendi della sentenza impugnata, proponendo l’argomento, del tutto fuorviante, che l’acquisto dei terreni fu effettuato in un’ottica di investimento di medio/lungo periodo che “concettualmente escludeva a priori la possibilità che, a causa del ritardo nell’esecuzione delle opere di urbanizzazione, il singolo proprietario si trovasse a difettare di una sistemazione abitativa propria (e, quindi, fosse costretto a ricorrere ad altre ed onerose sistemazioni alternative)” e deducendo che non esisteva prova che i proprietari intendessero sfruttare le villette realizzate per darle in locazione e anzi, che per uno di essi, S.D., c’era addirittura la dimostrazione che aveva realizzato una struttura prefabbricata al solo scopo di abitarvi.

Oltre a sovrapporre e confondere la prova della ricorrenza del danno con il problema della sua quantificazione, Ausonia S.r.L. non si misura con il percorso logico-argomentativo della Corte d’Appello, la quale ha presunto che i proprietari che avevano chiesto la concessione edilizia dopo il 2003 e S.D. che aveva realizzato una costruzione prefabbricata avessero subito un danno per non aver potuto sfruttare a scopo edilizio e/o abitativo il lotto acquistato ed ai fini della quantificazione del danno risentito ha fatto ricorso al parametro del valore locativo dell’immobile ed all’aumento dei costi di costruzione, come accertati in sede peritale. Ciò non significa che abbia ritenuto che i proprietari dei lotti dovessero essere risarciti per non aver potuto locare il bene (lucro cessante) o per aver dovuto trovare una sistemazione abitativa alternativa (danno emergente). Infatti, le due voci di danno riconosciute sono state: l’incremento dei costi di costruzione, come quantificati dalla CTU, ed il mancato godimento del terreno acquistato, per liquidare il quale il valore locativo è stato assunto soltanto come criterio orientativo per la determinazione del “quantum debeatur” (Cass. 15/01/2021, n. 659; Cass. 26/11/2020, n. 26989 e giurisprudenza conforme).

Tale statuizione non è affatto in contrasto con la decisione n. 11203/2019, ove la richiesta risarcitoria aveva ad oggetto i danni per trasloco di mobilio e trasferimento degli abitanti in altro alloggio e correttamente questa Corte aveva confermato la sentenza impugnata, secondo cui difettava la prova del danno – qualificato come emergente – avendo i ricorrenti invocato un obbligo di liquidazione “in re ipsa”, attraverso il criterio equitativo del valore locativo dell’immobile, anzichè provare nell'”an” e nel “quantum” le conseguenze negative derivanti dallo spossessamento.

4. Con il quarto motivo la ricorrente censura la sentenza impugnata per violazione degli artt. 2727 e 2697 c.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3; violazione del divieto di ammettere presunzioni c.d. di secondo grado”.

Il Giudice d’Appello si sarebbe avvalso di una inammissibile praesumptio de presumpto, cioè di una presunzione di secondo grado, per individuare il danno riconosciuto agli otto proprietari dei lotti che avevano ottenuto la concessione edilizia dopo il 2003; in particolare, anzichè risalire da un fatto noto al fatto ignoto, la Corte d’Appello sarebbe partita da una presunzione, rappresentata dal fatto che i lotti degli otto proprietari ricadessero nella parte di piano non urbanizzata, e su di essa avrebbe innestato l’ulteriore presunzione che, se gli otto lotti fossero stati tempestivamente urbanizzati, i relativi proprietari avrebbero presentato prima del 2003 domanda di concessione edilizia; e sarebbe tornata a presumere ulteriormente che l’immobile eventualmente realizzato sarebbe stato produttivo di reddito da locazione e che sarebbe costato meno edificarlo.

4.1. Il motivo non merita accoglimento.

Intanto, va distinta la ricorrenza del danno dalla sua quantificazione. La ricorrente mette, ancora una volta, erroneamente sullo stesso piano la prova presuntiva circa la ricorrenza di un danno risarcibile provocato dall’inadempimento con i criteri di quantificazione del danno (an e quantum).

Sotto il primo profilo, quello della sussistenza del danno, più che la ricorrenza di una presunzione di secondo grado, che peraltro non risulta vietata – il cosiddetto “divieto di presunzioni di secondo grado o a catena”, la cui sussistenza nell’ordinamento è stata esclusa da questa Corte, secondo cui: ” a) il principio praesumptum de praesumpto non admittitur (o “divieto di doppie presunzioni” o “divieto di presunzioni di secondo grado o a catena”), spesso tralaticiamente menzionato in varie sentenze, è inesistente, perchè non è riconducibile nè agli evocati artt. 2729 e 2697 c.c., nè a qualsiasi altra norma dell’ordinamento: come è stato più volte e da tempo sottolineato da autorevole dottrina, il fatto noto accertato in base ad una o più presunzioni (anche non legali), purchè “gravi, precise e concordanti”, ai sensi dell’art. 2729 c.c., può legittimamente costituire la premessa di una ulteriore inferenza presuntiva idonea – in quanto, a sua volta adeguata – a fondare l’accertamento de fatto ignoto (Cass. n. 18915, n. 17166, n. 17165, n. 17164, n. 1289, n. 983 del 2015; Cass. 16/06/2017, n. 15003, in motivazione, al p. 3): in termini Cass. 29/10/2020, n. 23860; cui adde Cass. 01/08/2019, n. 20748) – la censura sembra appuntarsi sull’assenza dei requisiti della precisione e concordanza dei fatti assunti a base del ragionamento inferenziale, con argomentazioni relativamente alla precisione – “con lo stesso grado di probabilità e verosimiglianza può essere verificato che i detti n. 8 intimati abbiano deciso di posticipare la propria richiesta di concessione edilizia” – ed alla concordanza – quanto al fatto che le concessioni edilizie potessero essere rilasciate solo dopo il collaudo – che celano il tentativo di ottenere un diverso esito del ragionamento deduttivo.

E’ vero che l’art. 2729 c.c., ammette solo le presunzioni che abbiano i connotati della gravità, precisione e concordanza, là dove: la “precisione” va riferita al fatto noto (indizio) che costituisce il punto di partenza dell’inferenza e postula che esso non sia vago, ma ben determinato nella sua realtà storica; la “gravità” va ricollegata al grado di probabilità della sussistenza del fatto ignoto che, sulla base della regola d’esperienza adottata, è possibile desumere da quello noto; la “concordanza” richiede che il fatto ignoto sia, di regola, desunto da una pluralità di indizi gravi e precisi, univocamente convergenti nella dimostrazione della sua sussistenza, dovendosi tuttavia precisare, al riguardo, che tale ultimo requisito è prescritto esclusivamente nell’ipotesi di un eventuale, ma non necessario, concorso di più elementi presuntivi (Cass. 29/01/2019, n. 2482). Ebbene, essendo la presunzione semplice affidata alla “prudente” valutazione del decidente (art. 2729 c.c.), spetta, del resto, al giudice di merito non solo valutare la possibilità di fare ricorso a tale tipo di prova, scegliere i fatti noti da porre a base della presunzione e le regole J d’esperienza – tra quelle realmente esistenti nel sapere collettivo della società – tramite le quali dedurre o negare il fatto da provare, valutare la ricorrenza dei requisiti di precisione, gravità e concordanza richiesti dalla legge; dovendosi escludere solo il ricorso a fatti meramente ipotetici e congetturali.

Nel caso di specie, è evidente che il tentativo, introdotto con questo mezzo impugnatorio, consiste nella pretesa di sostituire il fatto noto assunto dal giudice a quo a base del suo ragionamento logico-deduttivo, rappresentato dalla mancata ultimazione dei lavori di urbanizzazione prima del 2003, con un altro fatto noto indicato dalla ricorrente, cioè il diniego di concessione edilizia da parte del Comune di (OMISSIS) prima del 2003.

5. Con il quinto motivo la ricorrente lamenta la “Nullità della sentenza per violazione dell’art. 112 c.p.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4 – omessa pronuncia”, per non essersi la sentenza impugnata pronunciata sulla denunciata ricorrenza di una praesumptio de presumpto, nonostante, a p. 14, la stessa sentenza desse atto che con il terzo motivo di – appello era stato lamentato il difetto di motivazione della sentenza del giudice di prime cure per essere essa fondata su doppie presunzioni.

5.1. Il motivo è infondato.

La sentenza impugnata, dopo aver illustrato in sintesi i motivi di appello (a p. 14, in particolare, ha sintetizzato il terzo motivo di appello con cui era stata, tra l’altro, dedotta l’erroneità della motivazione della sentenza essendo fondata su doppie presunzioni, ha assunto la fondatezza di alcuni di essi per quanto di ragione (p. 15). Ne deriva che i motivi non accolti sono stati implicitamente rigettati.

6. Con il sesto motivo la ricorrente rimprovera alla sentenza impugnata di difettare di motivazione in relazione al risarcimento accordato in favore di S.D., in relazione all’art. 132 c.p.c., n. 4, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4.

Avendo S.D. costruito una costruzione prefabbricata simile ad una roulotte e non avendo mai chiesto alcuna concessione edilizia, la sentenza della Corte d’Appello gli avrebbe ingiustificatamente riconosciuto il diritto ad un risarcimento dimezzato, pur avendo individuato solo in D.P.G., C.A., A.G., Z.A., R.D., P.C. e T.G., in quanto proprietari che avevano ottenuto la concessione edilizia dopo il 2003, gli unici aventi diritto al risarcimento del danno.

6.1. Il motivo è inammissibile, perchè dimostra di non aver colto la ratio decidendi della sentenza impugnata.

La Corte d’Appello ha individuato il danno risarcibile nella lesione dell’interesse allo sfruttamento edilizio/abitativo dei singoli lotti: detta lesione ha ritenuto dovesse intendersi verificata a carico di coloro che avevano esercitato la facoltà di edificare e/o di utilizzare il lotto per soddisfare esigenze abitative. Pertanto, non solo gli otto proprietari che avevano ottenuto la concessione edilizia dopo il collaudo, ma anche S.D. aveva subito un danno provocato dalla mancata realizzazione delle opere di urbanizzazione. La differenza tra i primi e S.D. ha riguardato il quantum, avendo quest’ultimo realizzato una struttura limitata per estensione e con materiale prefabbricato.

7. Con il settimo motivo la ricorrente deduce la falsa applicazione dell’art. 96 c.p.c., comma 2,. in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3, per non aver la sentenza d’appello accolto la domanda di risarcimento per abuso del processo nei confronti di quei proprietari dei lotti che avevano solo speculativamente agito in giudizio per ottenere il sequestro conservativo, stante che poi non avevano mai formulato domanda di rilascio di concessione edilizia, nonostante fossero da ritenersi integrati nei loro confronti tanto l’esercizio infondato del diritto risarcitorio quanto l’assenza di normale prudenza nella proposizione dell’istanza cautelare.

7.1. Il motivo è inammissibile, perchè è volto ad ottenere una statuizione di contenuto diverso rispetto a quella assunta dalla decisione impugnata, senza dimostrare la ricorrenza di una falsa o errata applicazione della disposizione epigrafata.

In tema di ricorso per cassazione, il vizio di violazione di legge consiste in un’erronea ricognizione da parte del provvedimento impugnato della fattispecie astratta recata da una norma di legge, implicando necessariamente un problema interpretativo della stessa che deve essere dedotto non solo mediante la indicazione delle norme asseritamente violate, ma anche mediante specifiche argomentazioni intelligibili ed esaurienti, intese a motivatamente dimostrare in qual modo determinate affermazioni in diritto contenute nella sentenza gravata debbano ritenersi in contrasto con le indicate norme regolatrici della fattispecie o con l’interpretazione delle stesse fornita dalla giurisprudenza di legittimità o dalla prevalente dottrina; diversamente il motivo è inammissibile, in quanto non consente alla Corte di Cassazione di adempiere al proprio compito istituzionale di verificare il fondamento della denunziata violazione (Cass. 16/01/2007, n. 828).

Si rileva, peraltro, che la Corte d’Appello ha fornito una esaustiva spiegazione delle ragioni che l’hanno indotta a non accogliere la domanda risarcitoria formulata dalla società Ausonia. Dette ragioni, secondo la ricorrente (che ribadisce tale suo ragionamento anche con la memoria depositata in vista della adunanza del 16 ottobre 2019: pp. 3 e ss.), sarebbero inficiate dalla premessa erronea che i ricorrenti incidentali – va ricordato che i ricorrenti incidentali sono coloro cui la Corte d’Appello non ha riconosciuto alcun danno e che vengono presi in considerazione da Ausonia per aver proposto ad orologeria, una volta divenuto inefficace il primo sequestro conservativo, un’istanza cautelare analoga alla precedente, sotto la regia difensiva dello stesso procuratore legale – e gli altri lottizzanti (ad eccezione di coloro che poi avevano chiesto la concessione edilizia ed ottenuto il risarcimento del danno) che avevano chiesto il primo sequestro conservativo, avessero interesse ad edificare.

Si tratta di argomenti del tutto congetturali ed ipotetici che peraltro sono stati valutati, con esito evidentemente avverso per Ausonia, sia ai fini dell’emissione che della convalida del sequestro conservativo dal giudice del merito. Ausonia pretende evidentemente di ottenere attraverso l’invocazione dell’art. 96 c.p.c., ciò che le è stato negato dal giudice della convalida.

8. Con l’ultimo motivo, la ricorrente deduce la ricorrenza di un vizio di motivazione per omesso esame circa un fatto decisivo oggetto di discussione tra le parti, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, rappresentato dalle reiterate richieste di revoca e di riduzione del sequestro e dalla proposizione della domanda ex art. 96 c.p.c., che se fossero state prese in considerazione dalla Corte territoriale non avrebbero potuto portarla a rigettare la domanda ex art. 96 c.p.c., fondata sulla sua presunta inerzia.

8.1. Anche questo motivo non merita accoglimento.

In primo luogo, il vizio denunciato sembra concernere più che l’omesso esame di un fatto decisivo, un errore di percezione da parte della Corte territoriale, la quale, in contrasto con quanto emergente ex actis, avrebbe imputato alla ricorrente di non essersi attivata per ottenere la riduzione del sequestro conservativo. Infatti, “l’errore determinato dall’inesatta percezione da parte del giudice di merito di circostanze presupposte come sicura base del suo ragionamento, in contrasto con quanto risulta dagli atti del processo, poichè consiste in una falsa percezione della realtà o in una svista materiale che abbia portato ad affermare o supporre l’esistenza di un fatto decisivo incontestabilmente escluso, oppure l’inesistenza di un fatto positivamente accertato dagli atti o documenti di causa, senza che su quel fatto, non controverso tra le parti, il giudice abbia reso un qualsiasi giudizio, non può costituire motivo di ricorso per cassazione ex art. 360 c.p.c., n. 5, ma piuttosto di revocazione ai sensi dell’art. 395 c.p.c., comma 1, n. 4” (Cass. 03/11/2020, n. 24395).

In ogni caso, non risulta affatto convincente la tesi della ricorrente quanto alla decisività del fatto omesso, atteso che la Corte d’Appello ha escluso il diritto della ricorrente al risarcimento del danno ex art. 96 c.p.c., sulla scorta di una pluralità di (altri) elementi, non scalfiti dalla censura qui formulata.

Ricorso incidentale.

9. Con il primo motivo i ricorrenti incidentali deducono la violazione degli artt. 1372, 1374 e 1453 c., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, per avere la sentenza impugnata modificato quella di prime cure che aveva loro riconosciuto il diritto al risarcimento del danno per la mancata realizzazione del depuratore centralizzato, non potendo tale obbligo, assunto convenzionalmente, essere disatteso per la sopravvenienza di un provvedimento amministrativo, sollecitato dall’obbligata in danno della controparte e per di più illegittimo.

9.1. Il motivo non può essere accolto.

La statuizione della Corte d’Appello ha preso atto della modifica del piano di lottizzazione con delibera regionale n. 7 dell’11 gennaio 2006, seguita da una convenzione urbanistica aggiuntiva dell’8 marzo 2007, che avevano disposto la non realizzazione dell’impianto di depurazione centralizzato, attesane l’inutilità in considerazione del fatto che i terreni rientranti nel piano di lottizzazione erano stati raggiunti dalla rete fognaria comunale.

Va ricordato che il piano di lottizzazione costituisce uno strumento urbanistico secondario che specifica le scelte operate dallo strumento urbanistico primario e dispone su una parte del territorio comunale per la realizzazione di interventi edilizi, con la necessità di nuove opere di urbanizzazione ovvero modifica e (o) aggravio di quelle esistenti. Detto piano è accompagnato da una convenzione, con la quale vengono definiti una pluralità di obbligazioni e adempimenti gravanti sui privati (così Cons. Stato 29/09/2016, n. 4027).

Ciò stando, è pacifico che la società Ausonia, che si era assunta l’obbligo di realizzare il piano di lottizzazione, non poteva che attenersi al piano siccome mutato e alla convenzione conseguitane, pena la ricorrenza di un comportamento sanzionabile penalmente, atteso che la convenzione di lottizzazione, inserendosi nel procedimento di pianificazione urbanistica che si conclude con l’approvazione del piano di lottizzazione, configura un modulo organizzativo attraverso cui si imprime un determinato statuto ai beni che ne formano oggetto (Cass. pen. 27/01/2017 n. 3911).

Del tutto assertorie si rivelano le affermazioni dei ricorrenti quanto all’illegittimità della variante del piano di lottizzazione e in aggiunta del tutto irrilevante risulta il fatto che il piano di lottizzazione sia stato variato, accogliendo le richieste della società Ausonia, la quale ben poteva essere interessata a far emergere il dato oggettivo dell’inutilità della realizzazione dell’impianto centralizzato di depurazione, stante l’avvenuta messa in opera di una adeguata rete fognaria da parte del Comune di (OMISSIS) che serviva anche i terreni lottizzati.

Non solo: l’obbligazione di provvedere alla realizzazione delle opere di urbanizzazione assunta da colui che stipula una convenzione edilizia è propter rem, nel senso che essa va adempiuta non solo da colui che tale convenzione ha stipulato – nel caso di specie la società Ausonia – ma anche da colui, se soggetto diverso, che richiede la concessione edilizia – vale a dire i proprietari dei singoli lotti -; conseguentemente colui che realizza opere di trasformazione edilizia e urbanistica, valendosi della concessione edilizia rilasciata al suo dante causa, ha nei confronti del Comune gli stessi obblighi che gravano sull’originario concessionario (Cons. Stato 23/09/2019, n. 6282; Cass., 20/08/2015 n. 16999; Cass. 28/06/2013 n. 16401): il che rende del tutto mal posta anche la dedotta violazione dell’art. 1372 c.c.

10. Con il secondo motivo viene lamentata la “Violazione e falsa applicazione delle regole ermeneutiche dettate dal codice civile al Libro IV, titolo II, capo IV sull’interpretazione dei contratti, particolarmente dell’art. 1363 c.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3; l’omesso esame di un fatto decisivo oggetto di discussione tra le parti, l’assenza di motivazione o motivazione apparente, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5”.

L’art. 5 della convenzione imponeva alla lottizzante, nell’assenza di fognatura pubblica, l’obbligo di realizzare l’impianto di depurazione e successivo smaltimento, mediante subirrigazione, ed il successivo art. 8, condizionava il rilascio delle condizioni edilizie alla realizzazione del suddetto impianto.

La Corte d’appello, prendendo in considerazione solo l’art. 11, ove era fatto riferimento – ai commi 3 e 4 – all’obbligo degli acquirenti di dotarsi di fossa Imhoff, sino all’attivazione dell’impianto condominiale di depurazione, avrebbe violato la regola civilistica dell’interpretazione sistematica.

In aggiunta, la sentenza non avrebbe preso in esame il fatto che il tavolo tecnico costituito dal Comune di (OMISSIS) per verificare la legittimità delle concessioni edilizie già rilasciate, per la mancanza del depuratore, aveva concluso per l’illegittimità delle suddette concessioni, pur consigliando di non revocarle in applicazione del principio di autotutela, ed aveva escluso la possibilità di rilasciare altre concessioni in assenza dell’ottemperanza all’obbligo di realizzazione e collaudo dell’impianto generale di depurazione.

10.1. Nessuna delle censure formulate può essere accolta.

Innanzitutto, rappresenta un principio consolidato, dal quale non vi è ragione di discostarsi, che la parte che, con il ricorso per cassazione, intenda denunciare un errore di diritto o un vizio di ragionamento nell’interpretazione di una clausola contrattuale, non può limitarsi a richiamare le regole di cui all’art. 1362 c.c. e ss., avendo invece l’onere di specificare i canoni che in concreto assuma violati, ed in particolare il punto ed il modo in cui il giudice del merito si sia dagli stessi discostato, non potendo le censure risolversi nella mera contrapposizione tra l’interpretazione del ricorrente e quella accolta nella sentenza impugnata, poichè quest’ultima non deve essere l’unica astrattamente possibile ma solo una delle plausibili interpretazioni, sicchè, quando di una clausola contrattuale sono possibili due o più interpretazioni, non è consentito, alla parte che aveva proposto l’interpretazione poi disattesa dal giudice di merito, dolersi in sede di legittimità del fatto che fosse stata privilegiata l’altra (Cass. 28/11/2017, n. 28319).

E nel caso di specie, i ricorrenti lamentano in maniera assolutamente generica la violazione dell’art. 1363 c.c., cioè il difetto da parte della Corte d’Appello dell’interpretazione sistematica.

Tale doglianza, per di più – il che assume carattere assorbente – non si confronta nè con la ratio decidendi della sentenza impugnata che ha preso in considerazione le modifiche apportate al piano di lottizzazione ed alla concessione urbanistica – è all’art. 5 della convenzione urbanistica che aveva sostituito quella originaria del 1992 che la Corte d’Appello fa riferimento, a p. 7, mentre i ricorrenti si riferiscono al testo della convenzione del 1992 (p. 3 e p. 4 del ricorso incidentale) – nè ha efficacemente confutato la ratio decidendi che, facendo leva sull’art. 25 del regolamento di condominio del piano di localizzazione, parte integrante dei contratti di cessione dei singoli lotti, già prima della variante del piano e della convenzione integrativa, poneva a carico dei proprietari dei singoli lotti l’obbligo di munirsi di un impianto autonomo per lo smaltimento delle acque reflue che sarebbe dovuto restare in funzione anche in seguito alla prevista realizzazione dell’impianto centralizzato di depurazione. A p. 15 del controricorso, infatti, i ricorrenti si limitano ad osservare “è appena il caso di rilevare che una norma del regolamento condominiale interno agli utenti del P.d.L., cui il Comune di Augusta è rimasto estraneo, non può risultare di alcuna utilità nella interpretazione della Convenzione intercorsa tra lo stesso Comune ed Ausonia”. La questione così posta non coglie il senso della ragione giustificativa della sentenza della Corte d’Appello che ha preso in considerazione il regolamento del condominio, allo scopo di far rilevare che l’esistenza di un obbligo da parte dei singoli proprietari dei lotti di dotarsi di una fossa Imhoff indipendentemente dalla realizzazione dell’impianto di depurazione rendeva “superflua la realizzazione dell’impianto di depurazione, che ne avrebbe costituito sostanzialmente una inutile duplicazione” (p. 9 della sentenza). E’ evidente, dunque, che alla Corte d’Appello non può imputarsi di aver erroneamente esteso l’efficacia del regolamento di condominio ad un terzo estraneo, il Comune di (OMISSIS), come pretendono i ricorrenti.

Per confutare proficuamente il ragionamento della decisione impugnata i ricorrenti avrebbero dovuto contestare la ritenuta inutilità dell’impianto di depurazione, aggredendo l’ulteriore conclusione che la sentenza ha ritenuto di far discendere dalla suddetta inutilità, vale a dire che eventuali ulteriori richieste di concessione edilizia non sarebbero state rigettate per la mancanza del depuratore centralizzato, come comprovato dal fatto che i titoli abilitativi in atti erano stati rilasciati proprio a condizione della realizzazione del menzionato impianto di depurazione individuale da parte dei singoli proprietari.

Invece, tutti gli sforzi argomentativi dei ricorrenti si indirizzano verso la dimostrazione che le concessioni già rilasciate erano state ritenute illegittime e non erano state annullate solo in applicazione del principio di autotutela della P.A. Tale circostanza – che a differenza di quanto sostenuto dai ricorrenti – è stata adeguatamente presa in considerazione dalla Corte d’Appello (p. 20), allo scopo di riservare solo ai soggetti che avevano presentato domanda di concessione edilizia e a S.D. ed V.E. il diritto al risarcimento del danno, escludendolo per tutti gli altri, cioè coloro che hanno proposto ricorso incidentale.

Va, peraltro, osservato che i ricorrenti incidentali non hanno assolto l’onere gravante su colui che intende denunciare il vizio di cui all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, di dimostrare, oltre al dato extratestuale dal quale evincere la sua esistenza, il come il quando tale fatto era stato oggetto di discussione tra le parti, sì da consentire di attribuire al fatto omesso i caratteri del tassello mancante alla plausibilità cui è giunta la sentenza rispetto a premesse date nel quadro del sillogismo giudiziario (Cass., Sez. Un., 07/04/2014, n. 8053; Cass. 9/09/2016, n. 19312), la decisività del fatto asseritamente omesso, visto che i documenti che si assumono non esaminati sono anteriori rispetto alla modifica del piano di lottizzazione, cui fa riferimento la decisione della Corte d’Appello per ritenere non dovuta, da parte di Ausonia S.r.L., la realizzazione del depuratore centralizzato (e che come risulta dal parere del legale del Comune riportato in atti dai ricorrenti incidentali risultava accertata l’inadempienza dei proprietari lottizzanti agli obblighi assunti con la convenzione di lottizzazione e che non sarebbero state rilasciate ulteriori concessioni senza ottemperare agli obblighi suddetti o in a. di approvazione di una nuova convenzione di lottizzazione: p. 16 del ricorso incidentale); a supporto, della conclusione che eventuali ulteriori richieste di concessione edilizia non avrebbero potuto essere rigettate a cagione della mancata realizzazione dell’impianto di depurazione previsto dall’originario piano di lottizzazione, vieppiù constatando che “i titoli edilizi in atti… sono stati rilasciati proprio a condizione della realizzazione del menzionato impianto individuale di depurazione (fossa Imhoff con subirrigazione) posto ab origine, come già scritto, a carico dei proprietari di ciascun lotto” (pp. 9-10 della sentenza).

In conclusione, non solo alla Corte d’Appello non può essere rimproverato di non avere preso in considerazione i fatti denunciati, ma neppure è stato chiarito in che misura la censurata omissione avrebbe potuto portare ad una decisione favorevole per gli odierni ricorrenti, cui la Corte d’Appello ha negato il diritto al risarcimento del danno per il fatto di non avere dimostrato in concreto:, la loro intenzione di esercitare un’attività edificatoria o abitativa sui lotti acquistati.

Ad abundantiam, si osserva che la censura difetta di specificità ex art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6, perchè per infirmare, sotto il profilo della insufficienza argomentativa, la motivazione della sentenza, asserendo che essa non ha preso in considerazione le controdeduzioni alla CTU, le cui conclusioni sono state invece recepite, è necessario che la parte trascriva, poi, per autosufficienza, almeno i punti salienti delle suddette controdeduzioni, onde consentirne la valutazione in termini di decisività e di rilevanza, atteso che, diversamente la censura si risolverebbe nella prospettazione di un sindacato di merito inammissibile in sede di legittimità (cfr. Cass. 03/08/2017, n. 19427; Cass. 3/6/2016, n. 11482; Cass. 17/7/2014, n. 16368; Cass. 13/6/2007, n. 13845). Il motivo, invece, fa un rinvio a taluni documenti allegati alle controdeduzioni alla CTU, ma non chiarisce in che modo essi siano stati utilizzati dal CTP per muovere critiche circostanziate alla relazione tecnica d’ufficio che il giudice a quo avrebbe omesso di esaminare (Cass. 10/12/2020, n. 28228).

12. Con il terzo motivo i ricorrenti incidentali denunciano la violazione e/o falsa applicazione degli artt. 1453,1455,1218,1223 e 1227 c.c., in relazione all’att. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, e la violazione e falsa applicazione degli artt. 1227 e 2729 c.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3.

Il ritardo di Ausonia, secondo quanto sostenuto dai ricorrenti incidentali, sarebbe ben più grave di quello accertato dalla Corte d’Appello, perchè si sarebbe protratto fino al marzo 2007: data di stipulazione della convenzione integrativa. Non solo: la Corte d’Appello avrebbe erroneamente negato il risarcimento del danno ai proprietari che dopo un inadempimento protrattosi per ben 14 anni, non avevano chiesto il rilascio della concessione edilizia, senza tener conto delle concrete ragioni che li avevano indotti a non farlo e del fatto che invece se le opere di urbanizzazione fossero state tempestivamente eseguite gli stessi avrebbero presumibilmente sfruttato il lotto acquistato essendo inverosimile che lo avessero acquistato per non utilizzarlo.

12.1 Il motivo non merita accoglimento.

Ciò che si chiede a questa Corte non è di accertare l’erroneo utilizzo del ragionamento inferenziale da parte del giudice d’Appello, negando che in concreto gli elementi indiziari assunti a base del processo logico-deduttivo difettassero dei caratteri della gravità, della precisione e della concordanza, ma di pervenire ad un inammissibile diverso esito valutativo.

13. In definitiva, il ricorso principale e quello incidentale non meritano accoglimento.

14. Data la reciproca soccombenza si ritiene di compensare le spese del presente giudizio tra la ricorrente principale e i ricorrenti incidentali. Sono liquidate, come da dispositivo, le spese a favore dei controricorrenti S.D., D.P.G., R.D., V.E., A.G., P.C., T.G. e C.A..

15. Tanto per la ricorrente principale quanto per i ricorrenti incidentali ricorrono i presupposti processuali per il pagamento del ò doppio del contributo unificato, se dovuto.

PQM

La Corte rigetta il ricorso principale e quello incidentale.

Compensa le spese tra la ricorrente principale e i ricorrenti incidentali. Condanna la ricorrente principale al pagamento delle spese in favore dei controricorrenti, liquidandole in Euro 7.800,00 per compensi, oltre alle spese forfettarie nella misura del 15 per cento, agli esborsi liquidati in Euro 200,00 ed agli accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte della ricorrente principale e dei ricorrenti incidentali, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio della Sezione Terza civile della Corte Suprema di Cassazione, il 27 gennaio 2021.

Depositato in Cancelleria il 2 luglio 2021

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