Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 18799 del 10/09/2020

Cassazione civile sez. I, 10/09/2020, (ud. 13/02/2020, dep. 10/09/2020), n.18799

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SAN GIORGIO Maria Rosaria – Presidente –

Dott. SCALIA Laura – Consigliere –

Dott. ROSSETTI Marco – Consigliere –

Dott. CARADONNA Lunella – rel. Consigliere –

Dott. SOLAINI Luca – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso n. 6799/2019 proposto da:

D.I., rappresentato, difeso ed assistito dall’Avv.

Giuseppina Marciano, ed elettivamente domiciliato presso il suo

studio, in virtù di mandato in calce al ricorso per cassazione.

– ricorrente –

contro

Ministero dell’Interno, in persona del Ministro in carica,

domiciliato ex lege in Roma, Via dei Portoghesi, 12, presso gli

uffici dell’Avvocatura Generale dello Stato.

– intimato –

avverso la sentenza della Corte di appello di MILANO n. 97/2019,

pubblicata in data 11 gennaio 2019.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. D.I., cittadino del (OMISSIS), ha formulato domanda di protezione internazionale, sussidiaria ed umanitaria alla Commissione Territoriale competente, che veniva rigettata.

2. Il richiedente, originario di (OMISSIS), ha posto a fondamento della propria domanda i problemi avuti con il padre nel 2012, due anni prima che abbandonasse il suo Paese d’origine; che il padre gli aveva chiesto di occuparsi del bestiame e che la madre si era opposta; che un giorno le mucche erano sparite e il padre lo aveva minacciato che se non avesse trovato le mucche lo avrebbe mandato via di casa e lo avrebbe fatto rinchiudere in prigione; che temeva, in caso di ritorno in Gambia, la reazione violenza del padre.

3. Il Tribunale di Milano, adito con ricorso ex art. 702 bis c.p.c., non ha riconosciuto la chiesta protezione internazionale nelle forme richieste e, con ordinanza del 6 ottobre 2018, ha confermato il provvedimento di diniego della Commissione.

4. Avverso tale provvedimento D.I. ha proposto appello e la Corte di appello di Milano lo ha rigettato compensando tra le parti le spese del grado.

5. D.I. ricorre in cassazione con due motivi.

6. L’Amministrazione intimata non ha svolto difese e ha depositato atto di costituzione ai soli fini dell’eventuale partecipazione all’udienza di discussione della causa ai sensi dell’art. 370 c.p.c., comma 1.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Con il primo motivo D.I. lamenta la violazione di cui all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, per omesso esame circa un fatto decisivo della controversia, in merito all’attuale situazione sociale, politica ed economica e sulla pericolosità sociale in Gambia.

1.1 Il motivo è inammissibile.

Come si evince dalla lettura della sentenza, la Corte territoriale non ha omesso di acquisire le informazioni aggiornate sul Paese di origine, ma, tenendo conto di fonti internazionali accreditate (Amnesty International annual report – Gambia 2017/2018), ha esaminato la situazione attuale della zona di provenienza del richiedente, escludendo la sussistenza di un’ipotesi di conflitto armato interno ad alta intensità o di una violenza indiscriminata.

Non si può, quindi, dire omessa alcuna attività da parte del giudice di merito, che ha compiuto un accertamento in fatto non più censurabile in sede di legittimità.

Ed invero, la censura del ricorrente si risolve in una generica critica del ragionamento logico posto dal giudice di merito a base dell’interpretazione degli elementi probatori del processo e, in sostanza, nella richiesta di una diversa valutazione degli stessi, ipotesi integrante un vizio motivazionale non più proponibile in seguito alla modifica dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, apportata dal D.L. 22 giugno 2012, n. 83, art. 54, convertito con modificazioni dalla L. 7 agosto 2012, n. 134, che richiede che il giudice di merito abbia esaminato la questione oggetto di doglianza, ma abbia totalmente pretermesso uno specifico fatto storico, e si esaurisce nella “mancanza assoluta di motivi sotto l’aspetto materiale e grafico”, nella “motivazione apparente”, nel “contrasto irriducibile tra affermazioni inconciliabili” e nella “motivazione perplessa e obiettivamente incomprensibile”, mentre resta irrilevante il semplice difetto di “sufficienza” della motivazione. (Cass., 13 agosto 2018, n. 20721).

2. Violazione di cui all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, in relazione al D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 32 e del D.Lgs. n. 286 del 2008, art. 5, per omesso esame circa un fatto decisivo della controversia in relazione ai presupposti del rilascio del permesso di soggiorno per motivi umanitari.

2.1 Il motivo è inammissibile.

I giudici di secondo grado hanno evidenziato che gli elementi acquisiti nel processo (frequenza di un corso di lingua italiana, frequenza di un corso professionale di giardinaggio e orticoltura e attività di volontariato) non offrivano alcuna evidenza in ordine ad una peculiare situazione di vulnerabilità del soggetto ricorrente, poichè si trattava di strumenti messi a disposizione del richiedente asilo dal sistema di accoglienza.

Sul punto, deve rammentarsi che il diritto al permesso di soggiorno per motivi umanitari presuppone l’esistenza di situazioni non tipizzate di vulnerabilità dello straniero, risultanti da obblighi internazionali o costituzionali, conseguenti al rischio del richiedente di essere immesso, in esito al rimpatrio, in un contesto sociale, politico ed ambientale idoneo a costituire una significativa ed effettiva compromissione dei suoi diritti fondamentali (Cass., 22 febbraio 2019, n. 5358).

La condizione di “vulnerabilità” del richiedente deve essere verificata caso per caso, all’esito di una valutazione individuale della sua vita privata in Italia, comparata con la situazione personale vissuta prima della partenza ed alla quale si troverebbe esposto in caso di rimpatrio (Cass. 15 maggio 2019, n. 13079).

Con particolare riferimento al parametro dell’inserimento sociale e lavorativo dello straniero in Italia, questo, tuttavia, può assumere rilevanza non quale fattore esclusivo, bensì quale circostanza che può concorrere a determinare una situazione di vulnerabilità personale da tutelare mediante il riconoscimento di un titolo di soggiorno (Cass. 23 febbraio 2018, n. 4455).

Ed infatti, il riconoscimento del diritto al permesso di soggiorno per motivi umanitari deve fondarsi su una effettiva valutazione comparativa della situazione soggettiva ed oggettiva del richiedente con riferimento al paese d’origine, al fine di verificare se il rimpatrio possa determinare la privazione della titolarità e dell’esercizio dei diritti umani, al di sotto del nucleo ineliminabile costitutivo dello statuto della dignità personale, in correlazione con la situazione d’integrazione raggiunta nel Paese d’accoglienza e, tuttavia, non può essere riconosciuto al cittadino straniero il diritto al permesso di soggiorno per motivi umanitari, considerando, isolatamente ed astrattamente, il suo livello di integrazione in Italia, nè il diritto può essere affermato in considerazione del contesto di generale e non specifica compromissione dei diritti umani accertato in relazione al Paese di provenienza atteso che il rispetto del diritto alla vita privata di cui all’art. 8 CEDU, può soffrire ingerenze legittime da parte di pubblici poteri finalizzate al raggiungimento d’interessi pubblici contrapposti quali quelli relativi al rispetto delle leggi sull’immigrazione, particolarmente nel caso in cui lo straniero non possieda uno stabile titolo di soggiorno nello Stato di accoglienza, ma vi risieda in attesa che sia definita la sua domanda di riconoscimento della protezione internazionale (Cass., 28 giugno 2018, n. 17072; Cass., Sez. U., 13 novembre 2019, n. 29459).

Nel caso di specie, il ricorrente non ha mai assolto, nell’intero ricorso, l’onere di allegare e descrivere quali sarebbero mai le circostanze di fatto, personali e peculiari, anche diverse da quelle poste a fondamento delle altre ed infondate domande di protezione, che costituiscono riscontro della sussistenza della condizione di grave violazione dei diritti umani e, per ciò solo, giustificative della richiesta di protezione umanitaria.

3. Il ricorso va, conclusivamente, dichiarato inammissibile.

Nulla sulle spese per la mancata attività difensiva da parte dell’Amministrazione intimata.

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso.

Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, nel testo introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, si dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis, ove dovuto.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 13 febbraio 2020.

Depositato in Cancelleria il 10 settembre 2020

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