Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 18786 del 10/09/2020

Cassazione civile sez. II, 10/09/2020, (ud. 04/02/2020, dep. 10/09/2020), n.18786

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MANNA Felice – Presidente –

Dott. GORJAN Sergio – Consigliere –

Dott. BELLINI Ubaldo – rel. Consigliere –

Dott. CASADONTE Annamaria – Consigliere –

Dott. DONGIACOMO Giuseppe – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 20931/2019 proposto da:

A.D., rappresentato e difeso dall’Avvocato GIANFRANCO

PASSARETTI, ed elettivamente domiciliato presso il suo studio in

ROMA, VIA PRASSITELE 8;

– ricorrente –

contro

MINISTERO dell’INTERNO, in persona del Ministro pro-tempore,

rappresentato e difeso ope legis dalli Avvocatura Generale dello

Stato, presso i cui uffici in ROMA, VIA dei PORTOGHESI 12 è

domiciliato;

– controricorrente –

avverso il decreto n. 4773/2019 del TRIBUNALE di VENEZIA depositato

il 05/06/2019;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

04/02/2020 dal Consigliere Dott. UBALDO BELLINI.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

A.D., cittadino (OMISSIS), impugnava il provvedimento del 21.12.2017 della Commissione Territoriale per il riconoscimento della protezione internazionale di Verona – Sezione di Padova.

Il ricorrente dichiarava di aver lasciato il proprio paese in quanto lo zio era stato ucciso dal culto cui apparteneva poichè aveva deciso che non voleva farne più parte. Temeva in caso di rimpatrio di essere ucciso dei membri della setta perchè aveva visto chi aveva sparato allo zio.

Con il provvedimento impugnato la domanda era stata rigettata sul rilievo che la vicenda narrata dal richiedente non fosse credibile.

Il Tribunale di Venezia, con decreto n. 4773/2019, depositato in data 5.6.2019, rigettava il ricorso.

Il Tribunale riteneva condivisibili le perplessità espresse dalla Commissione Territoriale sulla credibilità dei fatti narrati e delle ragioni che avrebbero indotto il ricorrente a lasciare il suo paese, apparendo inverosimile il racconto, del quale era evidenziata una rilevante contraddizione, in quanto A. aveva dichiarato di essere presente quando i membri della setta, che avevano il volto coperto, avevano sparato allo zio. Poco dopo, però, il ricorrente aveva risposto che coloro che avevano sparato allo zio avevano paura di essere identificati dal medesimo. Senza però spiegare come egli potesse riconoscerli dal momento che avevano il viso coperto.

Peraltro, davanti alla Commissione Territoriale il ricorrente aveva riferiva che, mentre stava rincasando, tre persone gli avevano iniziavato a sparare, ma lui era riuscito a salvarsi rifugiandosi dentro una casa; laddove in sede giudiziale, il ricorrente aveva dichiarato che una sera, mentre si recava al mercato, una macchina si era fermata e due ragazzi avevano sparato contro di lui, che era riuscito a scappare rifugiandosi a casa di una signora.

A parte le incongruenze, secondo il Giudice era inverosimile che il ricorrente non fosse stato nemmeno ferito nel corso di un attacco così violento da parte di due/tre persone armate che gli avevano sparato; essendo altrettanto inverosimile che si fosse rifugiato presso la casa di una signora sconosciuta, che gli avrebbe dato il denaro per abbandonare il paese, senza nemmeno conoscerlo.

Peraltro, dalla narrazione dei fatti non emergeva l’esistenza di alcuna persecuzione rilevante ai fini del riconoscimento dello status di rifugiato.

Quanto alla domanda di protezione sussidiaria, il Tribunale riteneva che non ricorressero le ipotesi di cui al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. a) e b), (rischio di condanna a morte o trattamento inumano). Inoltre, non emergevano fondati elementi da cui desumere l’impossibilità del ricorrente di avvalersi, D.Lgs. n. 251 del 2007, ex art. 6, della protezione delle autorità competenti.

Quanto al requisito di cui alla lett. c) del suddetto D.Lgs. n. 251 del 2007, è stata richiamata una nota del gennaio 2008 dell’UNCHR (Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati) che precisava che l’espressione violenza indiscriminata faceva riferimento all’esercizio della violenza non mirato a un oggetto o individuo specifico e che con l’espressione persone minacciate da violenza indiscriminata si intendevano persone che non potessero rientrare nel paese d’origine a causa di un rischio reale di subire minacce alla vita, all’integrità fisica o alla libertà a causa di tale violenza. Inoltre, la nozione di conflitto armato interno si riferisce a situazioni in cui le forze governative si scontrano con uno più gruppi armati o in cui più gruppi armati si scontrano tra di loro (Corte di Giustizia 30.1.2014, causa n. C285/2012). Pur non trattandosi del motivo per cui il ricorrente allegava di temere di rientrare nel paese d’origine, l’ipotesi non è stata ritenuta sussistente in quanto una violenza indiscriminata legata a conflitti armati non è ravvisabile nell’Edo State, come rilevato dalle informazioni disponibili (solo nel Nord-Est della Nigeria ricorreva una situazione di conflitto armato, caratterizzato da attentati da parte dell’organizzazione terroristica Boko Haram).

Nè il Tribunale ha ritenuto la sussistenza di motivi per concedere la protezione umanitaria, in quanto la non credibilità del racconto costituiva motivo sufficiente per negare tale forma di protezione (Cass. n. 2768 del 2018); e neppure la vicenda del ricorrente presentava profili di vulnerabilità legati alla violazione dei diritti umani inalienabili, per cui non era consentito l’allontanamento dal territorio nazionale. Il ricorrente infine, non dimostrava un adeguato grado di integrazione in Italia, non potendo ritenersi sufficienti, a tale scopo, la partecipazione a corsi di italiano nè brevissimi contratti di lavoro.

Il Tribunale ha, peraltro, osservato che nemmeno una compiuta integrazione lavorativa potesse valere, di per sè e in mancanza di un rischio specifico in caso di rimpatrio che fosse giustificato dalla vicenda personale del richiedente e dalle condizioni del paese d’origine, a giustificare la protezione umanitaria. Si richiamava la giurisprudenza di legittimità, per la quale va condotto l’esame specifico della situazione soggettiva e oggettiva del richiedente con riferimento al paese d’origine, dovendosi verificare, in comparazione con la situazione di integrazione raggiunta nel paese di accoglienza, se il rimpatrio possa determinare la privazione, al di sotto del nucleo ineliminabile, della titolarità e dell’esercizio dei diritti umani (Cass. n. 4455 del 2018).

Avverso il decreto propone ricorso per cassazione A.D. sulla base di due motivi; resiste il Ministero dell’interno con controricorso.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1.1. – Con il primo motivo, il ricorrente lamenta la “Violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. c) e art. 17 e D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8, in riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3, 4 e 5, per omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione su un punto decisivo della controversia rilevabile d’ufficio”, in quanto il Giudice di merito ha l’onere di verificare quale sia la situazione attuale del paese di provenienza del richiedente, nonchè dell’esistenza del pericolo di danno grave alla persona per situazioni di violenza indiscriminata e di conflitto armato nella zona di provenienza del medesimo. Si evidenzia che la Nigeria è comunque caratterizzata da uno stato di insicurezza diffuso in tutto il paese, che risulta in parte del tutto incontrollabile dalle autorità locali. La situazione di violenza indiscriminata che caratterizza la Nigeria è confermata anche dalla giurisprudenza di merito che, alla luce delle ultime informative, ha esteso l’applicabilità della tutela sussidiaria dei cittadini provenienti da zone in cui è diffusa la formazione terroristica di (OMISSIS) a tutto il territorio della Nigeria.

1.2. – Con il secondo motivo, il ricorrente deduce la “Violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6 e art. 2 Cost., in riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, in relazione al mancato riconoscimento della sussistenza di gravi motivi di carattere umanitario”, in quanto il diritto alla protezione umanitaria può essere riconosciuto al cittadino di un paese terzo, in presenza di oggettive e gravi situazioni personali che non consentano l’allontanamento dal territorio nazionale.

2. – In considerazione della loro stretta connessione logico-giuridica, i motivi vanno esaminati e decisi congiuntamente.

2.1. – I motivi sono infondati.

2.2. – Prescindendo dall’esame dei vizi di inammissibilità del primo motivo, formulato con contestuale riferimento alla asserita violazione dei parametri di cui all’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3, 4 e 5, va rilevato nel merito che questa Corte ha chiarito che “in materia di protezione internazionale, l’accertamento del giudice di merito deve innanzi tutto avere ad oggetto la credibilità soggettiva della versione del richiedente circa l’esposizione a rischio grave alla vita o alla persona”, cosicchè “qualora le dichiarazioni siano giudicate inattendibili alla stregua degli indicatori di genuinità soggettiva di cui al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, non occorre procedere ad un approfondimento istruttorio officioso circa la prospettata situazione persecutoria nel Paese di origine, salvo che la mancanza di veridicità derivi esclusivamente dall’impossibilità di fornire riscontri probatori” (Cass. n. 16925 del 2018).

Come precisato, inoltre (Cass. n. 14006 del 2018) con riguardo alla protezione sussidiaria dello straniero, prevista dal D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. c), “l’ipotesi della minaccia grave ed individuale alla vita o alla persona di un civile derivante dalla violenza indiscriminata in situazioni di conflitto armato interno o internazionale implica o una contestualizzazione della minaccia suddetta, in rapporto alla situazione soggettiva del richiedente, laddove il medesimo sia in grado di dimostrare di poter essere colpito in modo specifico, in ragione della sua situazione personale, ovvero la dimostrazione dell’esistenza di un conflitto armato interno nel Paese o nella regione, caratterizzato dal ricorso ad una violenza indiscriminata, che raggiunga un livello talmente elevato da far sussistere fondati motivi per ritenere che un civile, rientrato nel paese in questione o, se del caso, nella regione in questione, correrebbe, per la sua sola presenza sul territorio di questi ultimi, un rischio effettivo di subire detta minaccia”.

Nel ricorso, viceversa non si spiegano e ragioni per le quali, nello specifico, sussisterebbero i presupposti per il riconoscimento della tutela in favore del ricorrente, limitandosi il ricorrente a riferire del rischio in caso di suo rientro nel paese d’origine, derivante dalla condotta di adepti di setta occulta per motivi esclusivamente religiosi.

2.3. – Piuttosto, il ricorrente sembra sostenere che la valutazione di pericolosità non potrebbe essere neutralizzata sulla base della settorialità dell’approccio e all’asserita presenza del rischio solo in certe zone del Paese.

Secondo la giurisprudenza di questa Corte, nel dare attuazione alla direttiva 2004/83/Ce con il D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 25, il legislatore si è avvalso della facoltà, prevista dall’art. 8 di essa, di non escludere la protezione dello straniero, che ne abbia fatto domanda, per il solo fatto della ragionevole possibilità di trasferimento in altra parte del paese di origine, nella quale non abbia fondato motivo di essere perseguitato o non corra rischi effettivi di subire gravi danni, non può essere rigettato la domanda di protezione per il solo fatto della ravvisata possibilità di trasferimento (Cass. n. 2294 del 2012; Cass. n. 8399 del 2014; Cass. n. 21903 del 2015). Se è vero quindi che per la giurisprudenza della Corte la settorialità della situazione di rischio di danno grave nella regione o area di provenienza interna dello stato di origine del richiedente asilo di origine non preclude l’accesso alla protezione per la sola possibilità di trasferirsi in altra area o regione del Paese, priva di rischi analoghi, non vale certamente il contrario: non è possibile, cioè, ottenere accesso alla protezione se si proviene da una regione o area interna del Paese di origine sicura (come nella specie), per il solo fatto che vi siano nello stesso Paese anche altre aree o regioni invece insicure (Cass. n. 13088 del 2019; Cass. n. 18540 del 2019).

2.4. – Laddove, poi, anche l’affermazione finale, con la quale il ricorrente “ritiene dunque che il Giudice abbia errato nel non ritenere sussistenti i gravi motivi di natura umanitaria tale da giustificare il riconoscimento del permesso di soggiorno D.Lgs. n. 286 del 1998, ex art. 5, comma 6” rende palese lo scopo improprio del ricorrente di contestare globalmente le motivazioni poste a sostegno della decisione impugnata, risolvendosi, in buona sostanza, nella richiesta di una inammissibile generale (ri)valutazione alternativa delle ragioni poste a fondamento della sentenza impugnata, in senso antagonista rispetto a quella compiuta dal giudice di appello (Cass. n. 1885 del 2018); così, inammissibilmente, rimettendo al giudice di legittimità il compito di isolare le singole doglianze teoricamente proponibili, onde ricondurle a uno dei mezzi di impugnazione enunciati dal citato art. 360 c.p.c., per poi ricercare quali disposizioni possano essere utilizzabili allo scopo; in sostanza, dunque, cercando di attribuire al giudice di legittimità il compito di dar forma e contenuto giuridici alle generiche censure del ricorrente, per poi decidere su di esse (Cass. n. 22355 del 2019; Cass. n. 2051 del 2019).

3. – Il ricorso va rigettato. Le spese, liquidate come in dispositivo, seguono la soccombenza. Va emessa la dichiarazione D.P.R. n. 115 del 2002, ex art. 13, comma 1-quater.

PQM

La Corte rigetta il ricorso; condanna il ricorrente a rimborsare a controparte le spese processuali del presente giudizio di legittimità, liquidate in complessivi Euro 2.100,00, a titolo di compensi, oltre eventuali spese prenotate a debito. Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente principale, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Seconda Civile della Corte Suprema di Cassazione, il 4 febbraio 2020.

Depositato in Cancelleria il 10 settembre 2020

 

 

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