Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 18780 del 14/09/2011

Cassazione civile sez. II, 14/09/2011, (ud. 16/02/2011, dep. 14/09/2011), n.18780

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. ROVELLI Luigi Antonio – Presidente –

Dott. BUCCIANTE Ettore – Consigliere –

Dott. MANNA Felice – Consigliere –

Dott. SAN GIORGIO Maria Rosaria – rel. Consigliere –

Dott. CORRENTI Vincenzo – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso proposto da:

A.D. (OMISSIS), A.T.M.M.

(OMISSIS), elettivamente domiciliati m ROMA, VIA A.

BAIAMONTI 4, presso lo studio dell’avvocato DE ANGELIS ROBERTO,

rappresentati e difesi dall’avvocato CANNIZZARO ELIO;

– ricorrenti –

contro

A.G. (OMISSIS), A.A.

(OMISSIS), elettivamente domiciliati in ROMA, C.NE NOMENTANA

312, presso lo studio dell’avvocato PORCHETTA DOMENICO, rappresentati

e difesi dall’avvocato AGRESTA DOMENICO;

– controricorrenti –

avverso la sentenza n. 134/2005 della CORTE D’APPELLO di REGGIO

CALABRIA, depositata il 23/06/2005;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

16/02/2011 dal Consigliere Dott. MARIA ROSARIA SAN GIORGIO;

udito l’Avvocato ROBERTO DE ANGELIS con delega dell’avvocato

CANNIZZARO ELIO difensore dei ricorrenti che ha prodotto in udienza

copia della richiesta inoltrata alla C.A. di REGGIO CALABRIA in data

26.7.2005 e chiede altresì l’accoglimento del ricorso;

udito l’Avvocato DOMENICO AGRESTA difensore dei resistenti che ha

chiesto il rigetto del ricorso;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

GOLIA Aurelio che ha concluso per l’accoglimento del ricorso.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

1 . – Con atto di citazione notificato in data 25 giugno 1985, i fratelli A.D. e A.T.M.M. convennero in giudizio innanzi al Tribunale di Palmi i fratelli G. e A.A., esponendo che il padre Ad.

A., deceduto il (OMISSIS), con testamento pubblico del 26 giugno 1978 aveva lasciato alla moglie P.C. l’usufrutto su metà dei beni, alla figlia M.T. un immobile sito in (OMISSIS), nonchè L. 5.000.000 in contanti, da prelevarsi dai depositi a proprio nome, al figlio Domenico la casa di abitazione in (OMISSIS), ai figli A. e G. un vigneto; che, deceduta la madre in data 16 aprile 1985, il testamento paterno era stato revocato per facta concludentia, del fondo lasciato in eredità ai figli G. e A., e che in ogni caso le disposizioni del testamento paterno erano lesive della quota di legittima degli stessi attori, atteso che il Comune di (OMISSIS), con atto del 7 novembre 1981, aveva predisposto uno schema di utilizzo per fini edificatori del fondo lasciato ai convenuti.

Essi chiesero, pertanto, che il Tribunale adito pronunciasse la revoca del testamento con conseguente divisione dei beni ereditari ed, in subordine, disponesse la riduzione delle quote ereditarie lesive della legittima.

Il Tribunale, con sentenza parziale, respinse la domanda di revoca rimettendo la causa sul ruolo per l’istruzione della domanda subordinata di riduzione.

2. – Espletata c.t.u., il Tribunale dichiarò che il testamento de quo ledeva le quote riservate agli eredi A.D. e A. T.M.M., riducendo le quote attribuite ai figli A. e A.G., determinando le porzioni del fondo “Capitolo” che dovevano attribuirsi agli attori, e condannando i convenuti a pagare ciascuno la metà della somma di lire 11.150.000 in favore di D. e della somma di L. 18.328.911 in favore di T.M.M., oltre agli interessi legali dalla sentenza al saldo. La sentenza fu impugnata da G. ed A. A..

3. – La Corte d’appello di Reggio Calabria, con sentenza depositata il 23 giugno 2005, accolse parzialmente il gravame.

Confermato, ai fini della determinazione del relictum, il valore attribuito al fondo “Capitolo” dalla prima c.t.u. nonostante la diversa e maggiore valutazione stabilita in secondo grado, non essendo stato proposto appello incidentale sul punto, fu attribuito alla casa lasciata a A.D., sulla base di una nuova c.t.u., un valore maggiore di quello stimato in primo grado (L. 18.061.000 a fronte di L. 16.900.000).

Inoltre, quanto alla somma attribuita dal defunto a A.M. T.M., fu affermato che costei, incassando i cinque buoni postali fruttiferi, ciascuno dell’importo di L. 1.000.000, lasciatile dal padre, aveva percepito non già la somma di L. 5.000.000, ma quella maggiore di L. 17.300.000, comprensiva degli interessi maturati tra la data di emissione e quella di estinzione dei buoni stessi: circostanza, codesta, ammessa dai difensori della stessa, che, avendo dichiarato che la loro cliente, essendo residente in Francia, ed in considerazione dell’età avanzata, era impossibilitata a rendere l’interrogatorio formale deferitole, avevano in tali sensi risposto essi stessi sui fatti dedotti nell’interrogatorio, da ritenere come ammessi.

Osservò il giudice di secondo grado che, in conseguenza dell’accoglimento parziale dei motivi, doveva diversamente computarsi l’entità della massa ereditaria di cui tenere conto ai fini della determinazione della quota indisponibile, della quota legittima di ogni erede e delle riduzioni da apportare alle disposizioni testamentarie.

La Corte di merito stabilì, quindi, che le disposizioni testamentarie dovessero essere ridotte della somma complessiva di L. 21.286.000, da dividersi in parti uguali fra i due fratelli appellanti e da corrispondersi agli appellati in misura corrispondente a quanto loro dovuto.

Ritenne ancora la Corte che, in conseguenza della modifica dei valori della massa ereditaria, non apparendo opportuno disporre una nuova perizia per l’effettuazione dei distacchi per la esiguità del valori in giuoco e la difficoltà pratica di effettuare tali distacchi di porzioni, la riduzione andasse operata sulla base di conguagli.

In definitiva, A.A. venne condannato a corrispondere alla sorella T. la somma di L. 9.093.500, ed al fratello D. la somma di L. 1.819.500, mentre A.G. fu condannato a corrispondere al fratello Domenico la somma di L. 10.913.000.

A T. e A.D. spettavano anche i frutti sulle rispettive somme di L. 9.093.500 e di L. 12.732.500, calcolati nella misura degli interessi legali dalla data della domanda a quella della pubblicazione della sentenza di primo grado.

4. – Per la cassazione di tale sentenza ricorrono A.D. e A.T.M.M. sulla base di due motivi, illustrati anche da successiva memoria. Resistono con controricorso G. e A.A..

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

1. – Con il primo motivo di ricorso si lamenta violazione e falsa applicazione degli artt. 556, 564, 747, 750 cod. civ. Avrebbe errato la Corte di merito nell’ancorare il valore dei beni costituenti la massa ereditaria al momento dell’apertura della successione, senza considerare che la stima dei beni per la formazione delle quote della divisione ereditaria, a norma dell’art. 726 cod. civ., deve farsi con riferimento allo stato e al valore venale al tempo della divisione, anche quando si provvede alla integrazione di legittima. Ciò renderebbe inoperante l’attribuzione dei valori ai beni immobili e mobili operata dal giudice di secondo grado, che andrebbero rivisitati alla luce delle considerazioni svolte. Per effetto dell’evidenziato errore, la Corte territoriale, limitando illegittimamente l’entità della lesione della quota di legittima, avrebbe trasferito il fondo “Capitolo” agli appellati con un conguaglio insignificante in favore degli appellati. Si rileva ancora che il legittimario ha diritto di conseguire in natura l’integrazione della sua quota, con la conseguenza che, qualora ciò non sia possibile, e, quindi, tale integrazione venga realizzata in danaro, il relativo credito è di valore, dovendosi avere riguardo alla somma di danaro occorrente per attribuirgli il valore del bene che aveva diritto di acquisire.

2. – Con la seconda doglianza, si deduce insufficiente ed erronea motivazione. La Corte territoriale aveva statuito che il valore dei buoni postali fruttiferi incassati da T.M.M. equivaleva non già alla somma di L. 5.000.000, come indicato nel testamento, ma a quella di L. 17.300.000, in base ad una dichiarazione resa in verbale dai procuratori degli appellanti, dalla quale non emergeva se quella somma fosse stata conseguita dalla beneficiarla al momento dell’apertura della successione.

Presuntivamente, anzi, si sarebbe dovuto ritenere il contrario, rilevandosi dal capitolato dell’interrogatorio formale deferito nell’atto di appello alla signora T.M.M. che l’importo dei buoni fruttiferi, al momento dell’apertura della successione, era di un milione ciascuno, per un importo complessivo di L. 5.000.000, e che solo dopo la loro estinzione avevano assunto il valore di L. 17.300.000, con i frutti dell’investimento operato dal de cuius maturati dal momento della successione fino all’estinzione, avvenuta in epoca imprecisata. I valori calcolati con riguardo agli immobili erano, poi, certamente quelli che gli stessi avevano al momento dell’apertura della successione. Su tali presupposti i conguagli in danaro nei confronti dei ricorrenti risultavano falsati, essendo stata, da un lato, conteggiata una somma di danaro percepita sicuramente a lunga distanza di tempo dall’apertura della successione, avuto riguardo alla lievitazione della somma originaria, e, dall’altro, essendo stati i valori degli immobili calcolati al momento dell’apertura della successione stessa.

Viene anche contestata la decisione di non attribuire ai ricorrenti:

beni immobili in natura sul presupposto della esiguità dei valori in giuoco, laddove le quote avevano un valore di gran lunga superiore rispetto al momento dell’apertura della successione, momento al quale erroneamente erano state calcolate: sicchè avrebbe avuto certamente senso effettuare il distacco di porzioni di terreno. La scelta adottata per la formazione delle quote, in definitiva, rispondeva a criteri non omogenei, essendosi applicato quello della imputazione alla massa del danaro secondo il valore attuale per i beni mobili, e quello del valore del tempo dell’apertura della successione per quelli immobili, con la conseguenza della erronea ricostruzione del relictum ed i relativi effetti sulla formazione delle quote.

3.1. – Le due censure – che possono essere trattate congiuntamente, avuto riguardo alla intima connessione che le avvince, incentrate, come sono entrambe, sulla critica della determinazione che delle quote da attribuire ai legittimar che avevano proposto domanda di riduzione ha operato la Corte di merito – sono fondate nei termini che seguono.

3.2. – Nel procedimento per la reintegrazione della quota di eredità riservata al legittimario, si deve avere riguardo al momento di apertura della successione per calcolare il valore dell’asse ereditario mediante la cosiddetta riunione fittizia -, stabilire l’esistenza e l’entità della lesione della legittima, nonchè determinare il valore dell’integrazione spettante al legittimario leso. Peraltro, qualora tale integrazione venga effettuata mediante conguaglio in denaro, nonostante l’esistenza, nell’asse, di beni in natura, trattandosi di credito di valore e non già di valuta, essa deve essere adeguata al mutato valore – al momento della decisione giudiziale – del bene al quale il legittimario avrebbe diritto, affinchè ne costituisca l’esatto equivalente, dovendo pertanto procedersi alla relativa rivalutazione, sulla base della variazione degli indici ISTAT sul costo della vita, nonchè, trattandosi di beni fruttiferi, alla corresponsione dei frutti dal legittimario medesimo non percepiti, da disporsi a far data dalla domanda (v. Cass., sent.

n. 10564 del 2005; cfr. anche Cass., S.U., sent. n. 7478 del 2000).

Tale procedimento consente di adeguare la prestazione dovuta al mutamento dell’espressione monetaria del bene perduto nel periodo intercorrente tra il sorgere del credito ed il momento della liquidazione dello stesso.

In definitiva, la valutazione dei beni va operata al momento della decisione sulla misura della integrazione della quota.

Nella specie, la Corte di merito non si è attenuta all’enunciato principio di diritto nella ricostruzione della entità del relictum, e, conseguentemente, nella determinazione delle quote ereditarie risultanti dalla riduzione.

Essa ha, infatti – come correttamente rilevato dai ricorrenti – , contraddittoriamente adottato un criterio non omogeneo per la stima dei beni immobili e di quelli mobili, valutando i primi alla stregua del valore che essi avevano al tempo dell’apertura della successione, non adeguato ai mutamenti intervenuti nelle more, e considerando il valore attuale dei mobili.

Le somme calcolate a titolo di conguaglio ai ricorrenti devono, pertanto, essere riviste, tenendo altresì conto che la valutazione esatta avrebbe potuto anche incidere sulla decisione di procedere ai conguagli a favore degli stessi e di non attribuire loro i beni immobili in natura, motivata dalla considerazione della esiguità dei valori in giuoco, oltre che della difficoltà pratica di effettuare distacchi di modeste porzioni di terreno (che, peraltro, secondo la Corte territoriale, non sarebbero state utilizzate da alcuna delle parti, che non risiedevano più in Italia). 4. – In definitiva, il ricorso deve essere accolto. La sentenza impugnata deve essere cassata, e la causa rinviata ad altro giudice – che viene designato nella Corte d’appello di Messina, cui è demandato anche il regolamento delle spese del presente giudizio – che riesaminerà la questione delle quote da attribuire ai ricorrenti alla luce dei principi di diritto enunciati sub 3.2.

P.Q.M.

La Corte accoglie il ricorso. Cassa la sentenza impugnata e rinvia, anche per le spese del presente giudizio, alla Corte d’appello di Messina.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della Seconda Sezione civile, il 16 febbraio 2011.

Depositato in Cancelleria il 14 settembre 2011

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