Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 18778 del 10/09/2020

Cassazione civile sez. II, 10/09/2020, (ud. 15/01/2020, dep. 10/09/2020), n.18778

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MANNA Felice – Presidente –

Dott. PICARONI Elisa – Consigliere –

Dott. CASADONTE Annamaria – Consigliere –

Dott. DONGIACOMO Giuseppe – rel. Consigliere –

Dott. OLIVA Stefano – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 19991/2019 proposto da:

M.A., rappresentato e difeso dall’Avvocato MANUELA

AGNITELLI, presso il cui studio a Roma, viale Mazzini 6,

elettivamente domicilia, per procura speciale in calce al ricorso;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELL’INTERNO e la COMMISSIONE TERRITORIALE PER IL

RICONOSCIMENTO DELLA PROTEZIONE INTERNAZIONALE DI BOLOGNA;

– intimati –

avverso la sentenza n. 3123/2018 della CORTE D’APPELLO DI BOLOGNA,

depositata il 18/12/2018;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio non

partecipata del 15/1/2020 dal Consigliere Dott. GIUSEPPE DONGIACOMO.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

M.A. ha impugnato il provvedimento, notificato il 4/6/2015, con il quale la commissione territoriale ha ritenuto che non sussistevano gli elementi per il riconoscimento della protezione internazionale.

Il tribunale di Bologna, con ordinanza del 5/8/2016, ha respinto le domande con le quali il ricorrente aveva chiesto il riconoscimento dello status di rifugiato e la protezione sussidiaria, ritenendo, invece, meritevole di accoglimento quella di concessione del permesso di soggiorno per motivi umanitari.

Il ministero dell’interno ha proposto appello al quale l’istante ha resistito, chiedendone il rigetto.

La corte d’appello, con la sentenza in epigrafe, ha accolto l’appello ed ha, per l’effetto, integralmente respinto le domande di protezione internazionale che l’istante aveva proposto.

M.A., con ricorso notificato in data 18/6/2019, ha chiesto, per quattro motivi, la cassazione della sentenza.

Il ministero dell’interno e la commissione territoriale sono rimasti intimati.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1.1. Con il primo motivo, il ricorrente, lamentando la violazione del comb. disp. del D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6 e art. 19, comma 1, la violazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, comma 3, lett. c), e comma 4, in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3, nonchè l’illogica, contraddittoria ed apparente motivazione, ha censurato la sentenza impugnata nella parte in cui la corte d’appello, in accoglimento dell’appello proposto dal ministero, ha rigettato la domanda di protezione umanitaria. La corte, in particolare, ha osservato il ricorrente, ha ritenuto che il caso di specie non era riconducibile ad alcuno dei gravi motivi previsti dal D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 2, lett. h bis, a norma del quale sono considerate vulnerabili, testualmente, i minori, i minori non accompagnati, i disabili, gli anziani, le donne in stato di gravidanza, i genitori singoli con figli minori, le vittime della tratta di essere umani, le persone affette da gravi malattie e da disturbi mentali, le persone per le quali è accertato che hanno subito torture, stupri o altre forme gravi di violenza psicologica, fisica o sessuale, le vittime di mutilazioni genitali.

1.2. Così facendo, tuttavia, ha osservato il ricorrente, la corte d’appello non ha considerato che, nel caso di specie, come già ritenuto dal tribunale, sussistono motivi di carattere umanitario tali da ritenere necessaria la protezione residuale. Il ricorrente, infatti, come rappresentato in sede di audizione, è scappato dal suo Paese a causa dei ribelli che hanno ucciso suo padre, per cui, in ragione dell’attuale situazione socio-politica del Paese d’origine e della situazione soggettiva del richiedente, sussistono quelle situazioni di vulnerabilità tali da avere un carattere di temporaneità ma che necessitano di protezione umanitaria, a fronte del suo fondato timore, riconosciuto da tribunale ma completamente ignorato dalla corte d’appello, di trovarsi esposto, in caso di rientro nella Casamance, ad una situazione di pericolo e di pregiudizio, sia per la vis persecutoria del gruppo di ribelli, che ben conosceva, sia per la situazione di insicurezza generale della regione, dove agisce impunita la delinquenza comune.

1.3. Del resto, ha proseguito il ricorrente, il parametro dell’inserimento sociale dello straniero concorre a determinare una situazione di vulnerabilità personale che merita di essere tutelata attraverso il riconoscimento di un titolo di soggiorno che protegga il soggetto dal rischio di essere immesso nuovamente, in conseguenza del rimpatrio, in un contesto sociale, politico o ambientale, come quello del Paese di origine, idoneo a costituire significativa ed effettiva compromissione dei suoi diritti fondamentali inviolabili. Nel caso in esame, ha osservato il ricorrente, vi è un’evidente compromissione del diritto all’incolumità personale, posto che il richiedente proviene da una zona ancora a rischio.

1.4. La valutazione rispetto alla compromissione dei diritti, inoltre, ha proseguito il ricorrente, non può essere condotta genericamente con riguardo al paese d’origine, dovendosi operare tanto un accertamento della situazione oggettiva del paese di provenienza, quanto un’indagine circa le condizioni personali del richiedente. Occorre, in particolare, che il giudice proceda all’esame specifico ed attuale della situazione soggettiva ed oggettiva del richiedente, con riferimento al Paese d’origine, in comparazione con la sua integrazione e le condizioni di vita privata in Italia, al fine di verificare se il rimpatrio possa determinare la privazione dell’esercizio di un nucleo di diritti umani, costitutivo dello statuto di dignità personale. Nel caso di specie, tuttavia, ha concluso il ricorrente, la corte d’appello ha escluso la sussistenza dei presupposti della protezione umanitaria senza svolgere alcuna comparazione in tal senso.

2.1. Il motivo è infondato. La corte d’appello, invero, ha escluso il riconoscimento della protezione umanitaria sul rilievo che, per un verso, “non appare… che il ricorrente possa subire gravi danni, considerata la capacità dello stato di provenienza di accordare tutela ai propri cittadini in ipotesi, come quella che ci occupa, di violenze provenienti da privati”, e che, per altro verso, il caso di specie non era riconducibile ad alcuno dei gravi motivi previsti del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 2, lett. h bis, che considera testualmente vulnerabili i minori, i minori non accompagnati, i disabili, gli anziani, le donne in stato di gravidanza, i genitori singoli con figli minori, le vittime della tratta di essere umani, le persone affette da gravi malattie e da disturbi mentali, le persone per le quali è accertato che hanno subito torture, stupri o altre forme gravi di violenza psicologica, fisica o sessuale, le vittime di mutilazioni genitali, laddove, al contrario, il richiedente non presenta profili soggettivi di vulnerabilità, “trattandosi di individuo di personalità formata, età vigorosa e buona salute, nonchè con abilità al lavoro”. Si tratta, com’è evidente, di un accertamento in fatto che può essere denunciato, in sede di legittimità, solo ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 5 e cioè per omesso esame di una o più di circostanze la cui considerazione avrebbe consentito, secondo parametri di elevata probabilità logica, una ricostruzione dell’accaduto idonea ad integrare gli estremi della fattispecie rivendicata: ciò che, nel caso di specie, non è accaduto, non avendo il ricorrente, nel rispetto delle previsioni dell’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6 e art. 369 c.p.c., comma 2, n. 4, specificamente indicato i fatti, principali ovvero secondari, il cui esame sia stato omesso dal giudice di merito nonchè il “dato”, testuale o extratestuale, da cui gli stessi risultino esistenti, il “come” e il “quando” tali fatti siano stati oggetto di discussione processuale tra le parti ed, infine, la loro “decisività” (Cass. n. 14014 del 2017, in motiv.; Cass. n. 9253 del 2017, in motiv.; Cass. n. 20188 del 2017, in motiv.).

3. Con il secondo motivo, il ricorrente, lamentando la violazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 2 e art. 11, lett. e) ed f), in relazione all’art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5, la carenza e la lacunosità della motivazione, ha censurato la sentenza impugnata nella parte in cui la corte d’appello, in accoglimento dell’appello proposto dal ministero ed in riforma dell’impugnata ordinanza, ha rigettato la domanda di protezione internazionale, negando il riconoscimento dello status di rifugiato.

4. Con il terzo motivo, il ricorrente, lamentando la violazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, comma 1, lett. c e art. 3, lett. a, artt. 2, 3, 5, 8 e 9 CEDU e del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 27, comma 1 bis, in relazione all’art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5, ha censurato la sentenza impugnata nella parte in cui la corte d’appello, in accoglimento dell’appello proposto dal ministero, ha rigettato la domanda di protezione sussidiaria.

5. Con il quarto motivo, il ricorrente, lamentando la violazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, art. 3, comma 3, lett. a e b, artt. 3 e 7 CEDU, in relazione all’art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5, ha censurato la sentenza impugnata nella parte in cui la corte d’appello, in accoglimento dell’appello proposto dal ministero, ha rigettato la domanda di protezione sussidiaria.

6. Il secondo, il terzo ed il quarto motivo, da trattare congiuntamente, sono infondati. Il ricorrente, invero, pur essendo rimasto soccombente, non ha proposto appello, neppure in via incidentale, nei confronti dell’ordinanza con la quale il tribunale aveva respinto le sue domande di protezione internazionale. Il giudicato interno conseguentemente formatosi preclude, quindi, la proposizione, in sede di legittimità, di motivi concernenti la correttezza del rigetto di tali domande.

7. Il ricorso, per l’infondatezza di tutti i motivi nei quali risulta articolato, dev’essere, quindi, rigettato.

8. Nulla per le spese di lite, non avendo il ministero resistente svolto alcuna attività difensiva.

9. La corte, infine, dà atto, ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, nel testo introdotto dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte della ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

P.Q.M.

La Corte così provvede: rigetta il ricorso; dà atto, ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, nel testo introdotto dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte della ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Seconda Civile, il 15 gennaio 2020.

Depositato in Cancelleria il 10 settembre 2020

 

 

Sostieni LaLeggepertutti.it

La pandemia ha colpito duramente anche il settore giornalistico. La pubblicità, di cui si nutre l’informazione online, è in forte calo, con perdite di oltre il 70%. Ma, a differenza degli altri comparti, i giornali online non ricevuto alcun sostegno da parte dello Stato. Per salvare l'informazione libera e gratuita, ti chiediamo un sostegno, una piccola donazione che ci consenta di mantenere in vita il nostro giornale. Questo ci permetterà di esistere anche dopo la pandemia, per offrirti un servizio sempre aggiornato e professionale. Diventa sostenitore clicca qui

LEGGI ANCHE


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA