Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 18739 del 23/09/2016


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Cassazione civile sez. III, 23/09/2016, (ud. 13/01/2016, dep. 23/09/2016), n.18739

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SPIRITO Angelo – Presidente –

Dott. TRAVAGLINO Giacomo – rel. Consigliere –

Dott. GRAZIOSI Chiara – Consigliere –

Dott. SCRIMA Antonietta – Consigliere –

Dott. ESPOSITO Antonio Francesco – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 20121/-2013 proposto da:

P.V., (OMISSIS), elettivamente domiciliato in ROMA, VIA

TERENZIO, 21 SC. C, presso lo studio dell’avvocato GAETANO CARLETTI,

rappresentato e difeso dagli avvocati ORESTE GEUSA, MARCELLO

MARCUCCIO giusta procura speciale a margine del ricorso;

– ricorrente –

contro

V.B., (OMISSIS);

– intimato –

nonchè da:

V.B. (OMISSIS), considerato domiciliato ex lege in ROMA,

presso la CANCELLERIA DELLA CORTE DI CASSAZIONE, rappresentato e

difeso dall’avvocato ANTONIA INGROSSO giusta procura speciale in

calce al controricorso e ricorso incidentale;

– ricorrente incidentale –

contro

P.V., (OMISSIS);

– intimato –

avverso la sentenza n. 345/2013 della CORTE D’APPELLO di LECCE –

Sezione Specializzata Agraria, depositata il 18/07/2013, R.G.N.

503/2012;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

13/01/2016 dal Consigliere Dott. GIACOMO TRAVAGLINO;

udito l’Avvocato MARCELLO MARCUCCIO;

udito l’Avvocato ANTONIA INGROSSO;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

BASILE Tommaso, che ha concluso per il rigetto del ricorso

principale e l’accoglimento del ricorso incidentale.

Fatto

I FATTI

Nell’ottobre del 2009 V.B. convenne dinanzi alla sezione specializzata agraria del Tribunale di Lecce P.V., conduttore, a titolo di colonia, di un terreno con annessa masseria, ricevuto dall’attore, il (OMISSIS), iure successionis, dalla zia, che aveva precedentemente stipulato il detto contratto agrario con il convenuto.

Nonostante il contratto di colonia fosse cessato quantomeno alla data del (OMISSIS), per mancata conversione in affitto, il P. non aveva provveduto alle dovute restituzioni, trasformando inoltre in civile abitazione l’edificio adibito a ricovero per gli animali: onde il diritto del ricorrente a sentir dichiarare cessato il contratto, al rilascio dell’immobile, al pagamento dell’indennizzo per l’abusiva occupazione e al risarcimento dei danni da mancato rilascio e da riduzione in pristino del locale abusivamente trasformato.

Il convenuto, nel costituirsi, eccepì che, al contratto originariamente stipulato nel (OMISSIS), aveva fatto seguito una convenzione negoziale di soccida, conclusa nel (OMISSIS) tra la zia del ricorrente e suo padre, P.L., trasformatasi in mezzadria e poi in affitto nel (OMISSIS) – contratto ripetutamente rinnovatosi tacitamente fino al (OMISSIS) – avendo egli provveduto a miglioramenti e addizioni, dei quali chiedeva il pagamento in via riconvenzionale.

Il giudice di primo grado, ritenuto che il rapporto, qualificato come di colonia, fosse cessato alla data del (OMISSIS) per mancata conversione in affitto, accolse la domanda, condannando il P. (la cui domanda riconvenzionale venne rigettata) al rilascio degli immobili e al pagamento della somma di 37 mila Euro a titolo di risarcimento per illegittima occupazione con riferimento alle annate (OMISSIS).

La corte di appello di Lecce, investita dell’impugnazione principale proposta dal P., e da quella incidentale del V. (che chiedeva la condanna della controparte al pagamento della maggior somma di 305 mila Euro) accolse in parte la prima, dichiarando non dovuta la somma riconosciuta in primo grado all’appellante incidentale a titolo di indennizzo, e rigettò, conseguentemente, l’impugnazione di quest’ultimo.

Per la cassazione della sentenza della Corte pugliese P.V. ha proposto ricorso sulla base di 5 motivi di censura. Resiste V.B. con controricorso e propone a sua volta ricorso incidentale.

Diritto

LE RAGIONI DELLA DECISIONE

I ricorsi devono essere riuniti.

Il ricorso principale è infondato, mentre quello incidentale deve essere accolto.

IL RICORSO PRINCIPALE.

Con il primo motivo, si denuncia violazione e falsa applicazione degli artt. 2909 e 1362 c.c., L.. n. 203 del 1982, art. 25, in relazione all’art. 360 c.p.c., nn. 3 e 4; violazione e falsa applicazione dell’art. 2730 c.c. e omesso esame su un fatto decisivo per il giudizio in relazione all’art. 360 c.p.c., nn. 3, 4 e 5; violazione e falsa applicazione della L. n. 203 del 1982, artt. 30 e 34, in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3.

Il motivo – con il quale si ripropone le medesime doglianze questione già esaminate e (correttamente) risolte dal giudice di appello – è inammissibile.

Con esso, difatti, vengono rappresentate a questa Corte una pluralità di questioni, tutte sostanzialmente impingenti nel merito della causa, di natura del tutto eterogenea (se non, talvolta, addirittura antitetiche tra loro), sovrapponendosi in esse un viluppo inestricabile di doglianze che non consentono in alcun modo al giudice di legittimità di identificare, con la indispensabile precisione, da un canto, quali aspetti di violazione di legge e quali di falsa applicazione della stessa siano in concreto contestati, dall’altro, quale vizio della motivazione venga separatamente censurato, e ciò in patente contrasto con il costante insegnamento di questa Corte regolatrice (ex multis, Cass. 19443/2011).

Con il secondo motivo, si denuncia violazione e falsa applicazione dell’art. 2909 c.c., art. 112 c.p.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., nn. 3 e 4; violazione e falsa applicazione degli artt. 2714 c.c. e segg., in relazione all’art. 360 c.p.c., nn. 3 e 4; violazione falsa applicazione dell’art. 214 c.p.c., in relazione all’art. 2702 c.c. e art. 360 c.p.c., nn. 3 e 4; omesso esame di un punto decisivo della causa in relazione all’art. 360. 5 c.p.c., n. 5.

Il motivo è palesemente inammissibile, per la duplice, concorrente ragione, della illegittima sovrapposizione (al pari del motivo che precede) della denuncia di vizi del tutto eterogenei, dei quali non è dato distinguere la rispettiva portata, e del patente difetto di autosufficienza, non essendo riportato, sia pur in parte qua, il contenuto degli atti e dei documenti ritenuti dal giudice di appello privi di efficacia probatoria – ciò che impedisce preliminarmente a questa Corte di valutare l’esattezza della relativa decisione.

Con il terzo motivo, si denuncia violazione e falsa applicazione dell’art. 2730 c.c., L. n. 203 del 1982, artt. 25 e 34; erroneo esame e valutazione dei documenti versati in atti in relazione all’art. 360 c.p.c., nn. 3 e 4.

Il motivo – che lamenta una pretesa erroneità della sentenza di appello nella parte in cui ha definito come affette da “mera imprecisione terminologica” le dichiarazioni del V. con le quali il P. veniva definito “affittuario del fondo” non ha giuridico fondamento.

La sentenza di appello, con motivazione esaustiva, articolata e scevra da vizi logico-giuridici, ha difatti escluso, in punto di fatto, alla luce delle contraddittorie versioni fornite dall’odierno ricorrente, che nella specie di fosse mai realizzata la pretesa conversione del contratto agrario in affitto.

Le compiute argomentazioni svolte, in proposito, dalla Corte territoriale, che occupano le pagine 13 e 14 della sentenza oggi impugnata, appaiono del tutto condivisibili e si sottraggono tout court a tutte le censure mosse da parte ricorrente.

Con il quarto motivo, si denuncia violazione e falsa applicazione della L. n. 756 del 1974, artt. 8 e 9, L. n. 11 del 1971, art. 15 e art. 1651 c.c.; nullità della sentenza per erronea valutazione dei fatti di causa in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 4; omesso esame di un punto decisivo della causa prospettato dalle parti in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 4.

La patente inammissibilità della censura emerge alla luce delle considerazioni già svolte in sede di esame del primo motivo, risultando, ancor più che in quello, inscindibilmente e inestricabilmente rappresentati plurimi e disomogenei vizi della sentenza impugnata, senza che sia consentito a questa Corte discernere tra quelli di violazione di legge, quelli di nullità della sentenza, quello di difetto di motivazione.

Con il quinto motivo, si denuncia violazione e falsa applicazione dell’art. 244 c.p.c., art. 414 c.p.c., n. 4, art. 416 c.p.c., art. 420 c.p.c., comma 6 e art. 4121 c.p.c.;

La censura con la quale si lamenta la mancata ammissione della prova per interpello e per testi articolata sulla circostanza degli avvenuti miglioramenti del fondo – è infondata.

Il giudizio di mancata specificità del relativo motivo di appello appare, difatti, del tutto congruamente motivato dalla Corte territoriale (folio 6 della sentenza impugnata), che evidenzia come, al di là degli atti difensivi e dei provvedimenti emessi al riguardo dal Tribunale, l’appellante non avesse argomentato nulla, e la sua doglianza apparisse del tutto carente delle necessarie specificazioni volte a contestare la decisione di primo grado revoca dell’ammissione delle prove in parola.

La motivazione della sentenza, contenente un palese apprezzamento di merito in ordine alle prove, appare ancora una volta scevra da vizi logico-giuridici, e deve essere pertanto essere confermata. Deve invece trovare accoglimento

IL RICORSO INCIDENTALE.

Con il primo motivo, si denuncia violazione del combinato disposto degli artt. 1591, 1219 e 1220 c.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3, degli artt.; omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione su di un punto decisivo della controversia.

Con il secondo motivo, si denuncia falsa applicazione del combinato disposto degli artt.; omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione su di un punto decisivo della controversia.

I motivi, che possono essere congiuntamente esaminati, appaiono fondati.

La realizzazione del diritto del proprietario alle prestazioni dovute alla scadenza contrattuale, difatti, non trova ostacolo nella sua eventuale tolleranza, ancorchè protratta nel tempo, volta che tale diritto trova la sua fonte legale nell’art. 1591 c.c. (Cass. 3964/2003), ed è funzionalmente collegato alla oggettiva circostanza del ritardo nell’adempimento dell’obbligo restitutorio, a seguito della esplicita contestazione (avvenuta, nella specie, sin dall’atto di citazione in primo grado) da parte del creditore.

La sentenza d’appello deve, pertanto, essere cassata nella parte in cui ha illegittimamente negato al V. il diritto de quo, con conseguente rinvio del procedimento al giudice di merito, così come indicato in dispositivo, onde consentire l’applicazione dell’indicato principio di diritto.

PQM

La Corte, riuniti i ricorsi, rigetta il ricorso principale, accoglie quello incidentale, cassa la sentenza impugnata e rinvia, anche per la liquidazione delle spese del giudizio di Cassazione, alla Corte di appello di Lecce in altra composizione.

Così deciso in Roma, il 13 gennaio 2016.

Depositato in Cancelleria il 23 settembre 2016

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