Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 18731 del 13/09/2011

Cassazione civile sez. I, 13/09/2011, (ud. 09/02/2011, dep. 13/09/2011), n.18731

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SALME’ Giuseppe – rel. Presidente –

Dott. DI PALMA Salvatore – Consigliere –

Dott. ZANICHELLI Vittorio – Consigliere –

Dott. SCHIRO’ Stefano – Consigliere –

Dott. DIDONE Antonio – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso proposto da:

C.D. ((OMISSIS)), elettivamente domiciliato

in ROMA, VIA TACITO 50, presso lo studio dell’avvocato IORIO PAOLO,

rappresentato e difeso dall’avvocato FONZO MAURO, giusta procura

speciale in calce al ricorso;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELLA GIUSTIZIA (OMISSIS) in persona del Ministro pro

tempore, elettivamente domiciliato in ROMA, VIA DEI PORTOGHESI 12,

presso l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che lo rappresenta e

difende, ope legis;

– controricorrente –

avverso il decreto n. 655/08 RGVG della CORTE D’APPELLO di FIRENZE

del 12/12/08, depositato il 13/02/2009;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

09/02/2011 dal Presidente Relatore Dott. GIUSEPPE SALVIE’;

udito l’Avvocato Fonzo Mauro, difensore del ricorrente che si riporta

agli scritti;

è presente il P.G. in persona del Dott. IGNAZIO PATRONE che ha

concluso per l’accoglimento del ricorso per quanto di ragione.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

C.D. ricorre avverso il decreto della corte d’appello di Firenze del 13 febbraio 2009 con il quale è stata rigettata la sua domanda di equa riparazione per l’irragionevole durata di un procedimento penale del quale il ricorrente ha avuto conoscenza il 17 ottobre 2001 con la notifica della fissazione dell’udienza davanti al g.i.p. per decidere sull’opposizione all’archiviazione proposta dal querelante, deciso con sentenza di primo grado del 24 marzo 2007, confermata con sentenza d’appello del 16 maggio 2008. La corte d’appello ha ritenuto che dovendo dedursi dalla complessiva durata del giudizio il periodo dal 23 maggio 2002 al 19 dicembre 2003 dipendente dalla richiesta di rinvio presentata dalla difesa dell’imputato e quello dal 19 dicembre 2003 all’8 ottobre 2004, conseguente al rinvio per mancata citazione dei test a cura della stessa difesa, la durata del procedimento doveva ritenersi ragionevole. Il Ministero della giustizia resiste con controricorso.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

Il ricorrente censura la decisione della corte territoriale per avere ritenuto che la citazione dei testi fosse onere dell’imputato e, comunque, per avere omesso di valutare che, in caso di rinvio dell’udienza resta a caso dell’amministrazione la durata superiore ai tre mesi.

Il ricorso è infondato nella parte in cui contesta l’affermazione della corte territoriale relativa alla deducibilità dalla durata complessiva del giudizio del rinvio provocato dall’omessa citazione dei testi da parte del soggetto che ne ha chiesto l’ammissione, essendo l’onere della citazione espressamente previsto dall’art. 468 c.p.p. Il ricorso è invece fondato nella parte in cui censura l’insufficiente motivazione della deduzione dalla durata del giudizio dell’intero periodo intercorrente tra l’udienza in cui è stato richiesto il rinvio e la successiva udienza, così come del periodo intercorrente tra l’udienza in cui avrebbero dovuto essere citati i testi a cura dell’imputato e quella fissata per il prosieguo del dibattimento.

Infatti, è vero che questa corte (Cass. n. 6713/2005) ha affermato che con riferimento al prolungarsi del processo a seguito delle richieste di rinvio, avanzate dalle parti, anche per il processo penale vale la regola già precisata, con riguardo ai giudizi civili ed amministrativi, regolati dal principio dispositivo, in base alla quale non tutto il lasso dì tempo intercorso tra un’udienza e l’altra può essere imputato al comportamento della parte che abbia chiesto un rinvio, dovendo il giudice adito in sede di equa riparazione verificare se l’entità del rinvio sia ascrivibile anche a concorrenti carenze dell’organizzazione giudiziaria; infatti, tali principi, riguardanti i procedimenti non regolati dall’impulso ufficioso, sono ancor di più applicabili ai processi che, come quello penale, hanno ad oggetto l’esercizio della pretesa punitiva da parte dello stato, e sono imperniati sull’esercizio dell’azione penale obbligatoria e sulla verifica dell’ipotesi accusatoria nelle sedi giudiziali stabilite dal codice di rito penale, e che, per l’indisponibilità dei beni sui quali incidono (onore e libertà personale, da un canto, potestà punitiva dello stato, da un altro), devono ispirarsi ai principi della concentrazione e della celerità, specificazioni del principio costituzionale della ragionevole durata del processo. Ma è altrettanto vero che, con riferimento allo stesso procedimento civile si è costantemente ritenuto che il giudice, nel determinare la ragionevole durata del processo, può detrarre dalla sua durata complessiva i rinvii ascrivibili a richiesta della parte purchè indichi analiticamente, nella motivazione, le ragioni per le quali quei rinvii siano da considerarsi imputabili ad intenti dìlatori o a negligente inerzia delle stesse, e, in generale, all’abuso del diritto di difesa della parte medesima (da ultimo, cass. n. 19771/2010), potendo concorrere alla non ragionevole durata del giudizio anche l’eccessiva dilazione di tempo tra l’una e l’altra udienza, dovuta a ragioni organizzative riferibili all’amministrazione giudiziaria.

Ora, la corte territoriale ha ritenuto detraibile dalla durata complessiva del giudizio l’intero periodo di due anni e cinque mesi circa, corrispondenti al tempo intercorso tra l’udienza del 23 maggio 2002, in cui l’imputato chiese un rinvio, e l’udienza del 19 dicembre 2003 che, a sua volta venne rinviata all’8 ottobre 2004 per omessa citazione dei testi, senza indicare la ragione per la quale il rilevante lasso di tempo intercorrente tra un’udienza e l’altra fosse totalmente imputabile all’imputato ovvero, almeno in parte, fosse stato causato da ragioni organizzative imputabili all’amministrazione della giustizia.

Il decreto impugnato deve essere quindi cassato con rinvio alla corte d’appello di Firenze che provvederà anche sulle spese di questo giudizio.

P.Q.M.

la corte accoglie il ricorso, cassa il provvedimento impugnato e rinvia alla corte d’appello di Firenze in diversa composizione anche per le spese di questo giudizio.

Così deciso in Roma nella camera di consiglio della struttura centralizzata per l’esame preliminare dei ricorsi civili, Sezione prima civile, il 9 febbraio 2011.

Depositato in Cancelleria il 13 settembre 2011

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