Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 18707 del 23/09/2016

Cassazione civile sez. lav., 23/09/2016, (ud. 07/04/2016, dep. 23/09/2016), n.18707

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. NOBILE Vittorio – Presidente –

Dott. VENUTI Pietro – Consigliere –

Dott. MANNA Antonio – Consigliere –

Dott. NEGRI DELLA TORRE Paolo – Consigliere –

Dott. DE GREGORIO Federico – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 6618-2011 proposto da:

L.F., C.F. (OMISSIS), elettivamente domiciliato in ROMA,

LARGO MESSICO 7, presso lo studio dell’avvocato X.Z., che

lo rappresenta e difende giusta le in atti;

– ricorrente –

contro

UNICREDIT S.P.A., (OMISSIS), in persona dei legali rappresntanti pro

tempore, elettivamente domiciliata in ROMA VIA PO 25-B, presso lo

studio degli avvocati ROBERTO PESSI e FRANCESCO GIAMMARIA, che la

rappresentano e difendono giusta delega in atti;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 4164/2013 della CORTE D’APPELLO di BARI,

depositata il 01/10/2013 r.g.n. 2145/2011;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

07/04/2016 dal Consigliere Dott. FEDERICO DE GREGORIO;

udito l’avvocato SERRANI TIZIANA per delega verbale Avvocato PESSI

ROBERTO;

udito il P.M. in persona Sostituto Procuratore Generale Dott. CERONI

Francesca, che ha concluso per l’inammissihilità.

Fatto

SVOLGIMENTO del PROCESSO

Con ricorso in data 23 novembre 2004 L.F. chiedeva al giudice del lavoro di Bari di accertare il vantato diritto al riconoscimento, a fini retributivi, della propria laurea in economia e commercio ed al conseguente scatto di anzianità, ex art. 69 c.c.n.l. 11 luglio 1999, con conseguente condanna della convenuta BIPOP CARIRE, alle cui dipendenze aveva lavorato dal (OMISSIS) (per poi passare senza soluzione di continuità alle dipendenze della cessionaria Banca Popolare di Puglia e Basilicata), con la condanna altresì di BIPOP al pagamento, in suo favore, della somma di 119,19 Euro, oltre accessori a titolo di differenze retributive, e darne immediata comunicazione alla suddetta cessionaria.

Subentrata la UNICREDIT S.p.A. alla BIPOP, per resistere alle avversarie pretese, la domanda veniva respinta con sentenza in data 22 febbraio 2011, quindi appellata dall’attore come da ricorso del 12 maggio 2011.

La Corte di Appello di Bari rigettava l’interposto gravame, giusta la pronuncia n. 3164 in data 24 settembre – primo ottobre 2003, con la condanna del soccombente alle relative spese.

Secondo la Corte distrettuale, in sintesi, l’art. 54 c.c.n.l. riconosceva alcune indennità convenzionali, ai fini degli scatti di anzianità; l’art. 37 del c.c.n.l. (operante alla data di assunzione del ricorrente) aveva abrogato le anzianità convenzionali a decorrere dal primo gennaio 2002; l’art. 69 del contratto collettivo 1999, inoltre, stabiliva che gli scatti di anzianità venivano riconosciuti, il primo dopo quattro anni dall’assunzione e poi con cadenza triennale. Essendo assoggettato, ratione tampona, al c.c.n.l. 1999 il rapporto del L., valeva quanto previsto dall’art. 69 di detto contratto collettivo per verificare la data d’insorgenza dell’eventuale diritto al primo scatto di anzianità. Ora, alla data del 31 dicembre 2001, pur computando i tre anni dell’anzianità convenzionale, il L. non aveva maturato alcuno scatto, laddove poi dal successivo primo gennaio 2002 non erano più computabili le anzianità convenzionali. In altri termini, nel calcolo degli scatti si teneva conto dell’anzianità convenzionale sino al 31-12-2001, mentre dal primo gennaio 2002 per la determinazione degli scatti non si teneva più conto dell’anzianità convenzionale, anche se restavano tuttavia salvi gli scatti eventualmente già maturati per effetto di quella anzianità. Poichè al primo gennaio 2002 l’attore non aveva maturato alcun diritto allo scatto per effetto dell’anzianità convenzionale prevista dal c.c.n.l. 1994, si applicava il solo meccanismo di cui al c.c.n.l. 1999, che per gli scatti non riconosceva più l’istituto dell’anzianità convenzionale per possesso di laurea. Quindi, il ricorrente non poteva vantare alcun diritto quesito, poichè il diritto allo scatto anticipato, grazie al computo dell’anzianità convenzionale, per il L. non era mai sorto.

Avverso la sentenza di appello ha proposto ricorso per cassazione L.F., come da atto notificato il sei marzo 2014, affidato a venti motivi, cui ha resistito UNICREDIT spa mediante controricorso notificato l’undici aprile 2014.

Previ avvisi di rito, tramite p.e.c., di cui alle ricevute in atti in data primo marzo 2016, pervenute ai procuratori costituiti, in vista della pubblica udienza, fissata al sette aprile 2016, soltanto la controricorrente ha depositato memoria ex art. 378 c.p.c..

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

Le doglianze di cui ai primi dieci motivi del ricorso attinenti, sotto vari profili, al preteso difetto di rappresentanza processuale e sostanziale di UNICREDIT, di modo che è stata dedotta la violazione e la falsa applicazione degli artt. 75, 77 e 100, 182 codice di rito, sono inammissibili.

Ed invero, nulla precisa parte ricorrente circa eventuali eccezioni sollevate al riguardo nel corso del giudizio di merito, in primo ed in secondo grado, di guisa che sicuramente in proposito il ricorso stesso non è autosufficiente per carente esposizione di quanto, per contro, richiesto dall’art. 366 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 6, nonchè dell’art. 369 c.p.c., comma 2, n. 4, tanto più poi ove si consideri che inizialmente era stata convenuta BIPOP CARIRE S.p.a., per cui soltanto in seguito interveniva in giudizio UNICREDIT, volontariamente, quale successore della prima.

Di conseguenza, risulta al più ipotizzabile un error in procedendo ex art. 360 c.p.c., n. 4 (non già n. 3), per mancata irregolare insaturazione del contraddittorio, di cui però non si lamenta la società UNICREDIT, che in effetti è l’unica parte direttamente interessata, perciò legittimata a dolersi del preteso vizio.

D’altro canto, basti qui appena ricordare il consolidato orientamento giurisprudenziale, secondo cui in tema di rappresentanza processuale delle persone giuridiche, la persona fisica che ha conferito il mandato al difensore non ha l’onere di dimostrare tale sua qualità, neppure nel caso in cui l’ente si sia costituito in giudizio per mezzo di persona diversa dal legale rappresentante e l’organo che ha conferito il potere di rappresentanza processuale derivi tale potestà dall’atto costitutivo o dallo statuto, poichè i terzi hanno la possibilità di verificare il potere rappresentativo consultando gli atti soggetti a pubblicità legale e, quindi, spetta a loro fornire la prova negativa. Solo nel caso in cui il potere rappresentativo abbia origine da un atto della persona giuridica non soggetto a pubblicità legale, incombe a chi agisce l’onere di riscontrare l’esistenza di tale potere a condizione, però, che la contestazione della relativa qualità ad opera della controparte sia tempestiva, non essendo il giudice tenuto a svolgere di sua iniziativa accertamenti in ordine all’effettiva esistenza della qualità spesa dal rappresentante, dovendo egli solo verificare se il soggetto che ha dichiarato di agire in nome e per conto della persona giuridica abbia anche asserito di farlo in una veste astrattamente idonea ad abilitarlo alla rappresentanza processuale della persona giuridica stessa (Cass. sez. un. civ. n. 20596 – 01/10/2007. Conformi Cass. n. 9357 del 1987, n. 13669 del 2006, 3 civ. n. 9908 del 26/04/2010, id. n. 22605 del 26/10/2009, id. n. 22287 del 21/10/2009, id. n. 28401 del 28/11/2008.

Cfr. altresì Cass. 3 civ. n. 23916 del 9/11/2006, secondo cui in tema di capacità processuale, ai sensi dell’art. 75 c.p.c., la persona fisica che sta in giudizio come organo di una persona giuridica – sia essa ente o società – ed ha rilasciato mandato al difensore non ha l’onere di dimostrare detta veste, che deve presumersi legittimamente dedotta, spettando piuttosto a colui che contesta il potere rappresentativo l’onere di provare la inesistenza del rapporto organico. Conformi: Cass. n. 83 del 2003, nonchè Sezioni Unite n. 785 del 1980).

Quanto, poi, alle censure che investono lo stretto merito della causa, circa le asserite violazioni e/o false applicazioni delle norme di diritto e dei contratti e accordi collettivi nazionali di lavoro, di cui ai motivi da 11 a 18 (pagg. 19/42 del ricorso sei marzo 2014), le stesse, esaminabili congiuntamente per la loro connessione, vanno ad ogni modo disattese alla luce delle seguenti assorbenti considerazioni.

Ed invero, il periodo interessato è quello che va dal (OMISSIS), durante il quale il L. è stato alle dipendenze di BIPOP CARIRE, di seguito al conseguimento della laurea (economia e commercio) in data (OMISSIS).

Dunque, al momento dell’assunzione, non era più operante l’art. 54 del c.c.n.l. 1994, in quanto sostituito dal contratto collettivo del 1999.

Del resto, almeno per come riportato nella sentenza impugnata, l’art. 54 stabiliva che, fermi i riconoscimenti già avvenuti in favore del personale in servizio in virtù dei precedenti contratti, al personale assunto successivamente all’entrata in vigore del contratto (c.c.n.l. 1994), venivano riconosciute, agli effetti degli scatti di anzianità, del trattamento ferie e di malattia le seguenti anzianità convenzionali:…

d) tre anni a chi abbia conseguito o consegua dopo l’assunzione, presso Università statali o riconosciute dallo Stato, uno o più delle seguenti lauree: giurisprudenza, economia e commercio.

A sua volta, poi, il C.C.N.L. 11-7-1999 (per i quadri direttivi e per il personale delle aree professionali dalla 1^ alla 3^ dipendenti dalle aziende di credito finanziarie e strumentali), all’art. 37 stabiliva che le disposizioni contrattuali nazionali in tema di anzianità convenzionali contenute, rispettivamente, nei c.c.n.l. 19 dicembre 1994 e 22 giugno 1995 e 16 giugno 1995 erano abrogate a far tempo dal 1 gennaio 2002, ad eccezione della lettera b) dell’art. 54 e della lett. b) dell’art. 32 dei predetti contratti ABI.

Dunque, l’abrogazione, a far tempo dal 1 gennaio 2002, di tutte le previsioni che davano diritto al riconoscimento di periodi convenzionali a beneficio degli scatti di anzianità, del trattamento di ferie e di malattia, è norma dell’accordo 11.7.1999.

Inoltre, lo stesso c.c.n.l. 11.7.1999 all’art. 69, in tema di scatti di anzianità così recitava (sempre in base a quanto riportato dalla sentenza qui impugnata):

1. A far tempo dalla data di stipulazione del presente contratto gli scatti di anzianità vengono riconosciuti con cadenza triennale (30 mesi per quello in corso di maturazione); 4 anni per il primo scatto in tutti i casi di assunzione, nonchè in caso di passaggio al 3^ 0 4^ livello retributivo del quadri direttivi. Ogni scatto decorre dal primo giorno del mese in cui matura.

2. Per il personale destinatario dei ccnl 19 dicembre 1994 e del ccnl 22 giugno 1995 (per ACRI 16 giugno 1995), in servizio rispettivamente al (OMISSIS), resta confermato il numero degli scatti ivi stabilito. Gli scatti di anzianità per il personale assunto dopo tali date appartenente al 1 ed al 2 livello dei quadri direttivi spettano nel numero complessivo massimo di 8; per il 3 e 4 livello dei quadri direttivi spettano, in luogo dei precedenti, nel numero complessivo massimo di 7 e decorrono dalla data di assunzione o nomina (v. tabella in allegato n. 2).

3. Qualora nel passaggio dal 2 al 3 livello della categoria dei quadri direttivi emerga che l’interessato viene a beneficiare di un incremento annuo inferiore a Lire 3.000.000 (Euro 1.549,37), l’azienda provvede a erogare la differenza necessaria a garantire comunque detto incremento minimo sotto forma di “assegno ex intesa (OMISSIS)”. L’assegno in parola è riassorbibile per effetto di futuri incrementi retributivi. L’assorbimento per effetto degli scatti di anzianità avviene in ragione della differenza tra la misura dello scatto prevista per il 3 livello retributivo e quella prevista per il 2 livello retributivo.

4. Tale differenza va mantenuta inalterata tempo per tempo rispetto alla retribuzione del quadro direttiva di 2 livello con pari anzianità.

Orbene, l’anzidetto differimento dell’abrogazione, a decorrere dal primo gennaio 2002, disposto dall’art. 37 del contratto collettivo 1999, in tema di anzianità convenzionali, necessariamente presuppone che la precedente contrattazione fosse applicabile al personale già allora in servizio, tant’è che l’art. 54 citato riguardava il personale assunto successivamente all’entrata in vigore del presente contratto (1994), ciò che non può dirsi assolutamente avvenuto nei riguardi del L., il quale pacificamente invece fu assunto da BIPOP CARIRE molto tempo dopo, cioè nel dicembre 2001, di guisa che inoltre sarebbe anche paradossale attribuire un’anzianità convenzionale di ben tre anni a favore di chi tra dicembre 2001 e gennaio 2002 aveva un’anzianità di servizio effettiva soltanto di un mese.

Appare, dunque, chiara la natura transitoria della disciplina contemplata dall’art. 37 del c.c.n.l. 1999, volta a favorire situazioni pregresse ed in fieri a favore del personale già assunto, ancor prima dell’entrata in vigore del c.c.n.l. 1999 (atteso per di più l’espresso riferimento ai precedenti contratti (OMISSIS), contenuto nel medesimo art. 37). Del resto (cfr. tra le altre Cass. lav. n. 1576 del 12/02/2000), nell’ambito del rapporto di lavoro sono configurabili diritti quesiti, che non possono essere incisi dalla contrattazione collettiva in mancanza di uno specifico mandato o di una successiva ratifica da parte dei singoli lavoratori, solo con riferimento a situazioni che siano entrate a far parte del patrimonio del lavoratore subordinato, come nel caso del corrispettivi di prestazioni già rese, e non invece in presenza di quelle situazioni future o in via di consolidamento, che sono frequenti nel contratto di lavoro, da cui scaturisce un rapporto di durata con prestazioni ad esecuzione periodica o continuativa, autonome tra loro e suscettibili come tali di essere differentemente regolate in caso di successione di contratti collettivi (in senso analogo v. altresì Cass. lav. n. 2429 del 17/03/1999, Cass. n. 738 del 1993, n. 6845 del 1994).

Per altro verso, va anche ricordato che i contratti collettivi di diritto comune, costituendo manifestazione dell’autonomia negoziale degli stipulanti, operano esclusivamente entro l’ambito temporale concordato dalle parti, atteso che l’opposto principio di ultrattività della vincolatività del contratto scaduto sino ad un nuovo regolamento collettivo, ponendosi come limite alla libera volontà delle organizzazioni sindacali, sarebbe in contrasto con la garanzia prevista dall’art. 39 Cost. (Cass. lav. n. 20784 del 07/10/2010. In senso conforme, id. n. 8288 del 25/05/2012.

Cfr. altresì Cass. lav. n. 668 del 17/01/2004, secondo cui la disposizione dell’art. 2074 c.c. – sulla perdurante efficacia del contratto collettivo scaduto, fino a che non sia intervenuto un nuovo regolamento collettivo – non si applica ai contratti collettivi postcorporativi, che, costituendo manifestazione dell’autonomia negoziale privata, sono regolati dalla libera volontà delle parti, cui soltanto spetta stabilire se l’efficacia di un accordo possa sopravvivere alla sua scadenza. L’accertamento al riguardo compete al giudice del merito, le cui valutazioni sono censurabili in sede di legittimità solo se non sorrette da motivazione congrua ed immune da vizi logici e giuridici.

Conforme Cass. lav. 4534 del 10/04/2000, secondo cui di conseguenza le clausole di contenuto retributivo vengono meno per il periodo successivo alla scadenza contrattuale. Conformi Cass. n. 5393 del 1990, nonchè n. 6408 del 1993.

Cfr. altresì Cass. lav. n. 651 del 16 maggio 1994 – 20/01/1995: ai contratti collettivi postcorporativi non si applica l’art. 2074 c.c. e le disposizioni dei contratti collettivi non si incorporano nel contenuto dei contratti individuali, dando luogo a diritti quesiti sottratti al potere dispositivo dei sindacati, ma – salvo loro recezione da parte del contratto individuale – operano dall’esterno sul singoli rapporti di lavoro come fonte eteronoma di regolamento, concorrente con la fonte individuale, sicchè, nella ipotesi di successione di contratti collettivi, le precedenti disposizioni non sono suscettibili di essere conservate secondo il criterio del trattamento più favorevole ex art. 2077 c.c., che riguarda il rapporto fra contratto collettivo e contratto individuale, restando la conservazione di quel trattamento affidata all’autonomia contrattuale delle parti collettive stipulanti, che possono prevederla con apposita clausola di salvaguardia, la cui verifica di accertamento è rimessa esclusivamente al giudice di merito.

V. ancora Cass. sez. un. civ. n. 11325 del 30/05/2005, secondo cui i contratti collettivi di diritto comune, costituendo manifestazione dell’autonomia negoziale degli stipulanti, operano esclusivamente entro l’ambito temporale concordato dalle parti, atteso che l’opposto principio di ultrattività sino ad un nuovo regolamento collettivo – secondo la disposizione dell’art. 2074 c.c. -, ponendosi come limite alla libera volontà delle organizzazioni sindacali, sarebbe In contrasto con la garanzia prevista dall’art. 39 Cost.; conseguentemente, le clausole di contenuto retributivo non hanno efficacia vincolante diretta per il periodo successivo alla scadenza contrattuale, anche se, sul piano del rapporto individuale di lavoro, opera la tutela assicurata dall’art. 36 Cost., in relazione alla quale può prospettarsi una lesione derivante da una riduzione del trattamento economico rispetto al livello retributivo già goduto.

V. pure tra le altre Cass. lav. n. 2790 del 22/04/1983: dalla natura negoziale che è propria dei contratti collettivi aziendali deriva l’inapplicabilità, in tema di rapporti fra questi, dell’art. 2077 c.c., concernente esclusivamente i rapporti fra contratto collettivo e contratto individuale e non quelli fra due contratti collettivi, nonchè la mancanza di operatività del principio del diritto quesito che è riferibile al caso di successione delle leggi ma non quello della successione di contratti collettivi post-corporativi, che è retto dal principio della libera volontà delle parti, per modo che se queste con il successivo accordo hanno inteso sostituire la nuova disciplina alla precedente, facendo venir meno le aspettative sorte nel vigore di questa, trova applicazione soltanto la disciplina sopravvenuta, anche se meno favorevole al lavoratore).

Le argomentazioni che precedono assorbono sotto ogni profilo le censure variamente articolate dal ricorrente con i motivi di cui da 11 a 18 dell’atto notificato il sei marzo 2014, peraltro introducendo anche questioni ed elementi del tutto nuovi, in quanto non risultanti neanche ritualmente in precedenza allegati nel corso del giudizio di merito, circa la portata nella specie della invocata e richiamata contrattazione collettiva, per giunta senza nemmeno aver dato contezza della debita produzione del suo testo integrale (cfr. a tale ultimo riguardo, tra le altre, Cass. lav. n. 4350 del 4/3/2015, secondo cui nel giudizio di cassazione l’onere di depositare i contratti e gli accordi collettivi – imposto, a pena di improcedibilità del ricorso, dall’art. 369 c.p.c., comma 2, n. 4, nella formulazione di cui al D.Lgs. 2 febbraio 2006, n. 40 – può dirsi soddisfatto solo con la produzione del testo integrale del contratto collettivo, adempimento rispondente alla funzione nomofilattica della Corte di legittimità e necessario per l’applicazione dei canone ermeneutico previsto dall’art. 1363 c.c.; nè, a tal fine, può considerarsi sufficiente il mero richiamo, in calce al ricorso, all’intero fascicolo di parte del giudizio di merito, ove manchi una puntuale indicazione del documento nell’elenco degli atti.

V. altresì Cass. sez. un. civ. n. 25038 del 07/11/2013, secondo cui l’onere di deposito degli atti processuali, dei documenti e dei contratti o degli accordi collettivi sui quali si fonda il ricorso, sancito, a pena di sua improcedibilità, dall’art. 369 c.p.c., comma 2, n. 4 ed applicabile anche in sede di regolamento preventivo di giurisdizione, è soddisfatto: a) qualora il documento sia stato prodotto nelle fasi di merito dallo stesso ricorrente e si trovi nel fascicolo di quelle fasi, mediante il deposito di quest’ultimo, specificandosi, altresì, nel ricorso l’avvenuta sua produzione e la sede in cui quel documento sia rinvenibile; b) se il documento sia stato prodotto, nelle fasi di merito, dalla controparte, mediante l’indicazione che lo stesso è depositato nel relativo fascicolo del giudizio di merito, benchè, cautelativamente, ne sia opportuna la produzione per il caso in cui quella controparte non si costituisca in sede di legittimità o la faccia senza depositare il fascicolo o lo produca senza documento; c) qualora si tratti di documento non prodotto nelle fasi di merito, relativo alla nullità della sentenza od all’ammissibilità del ricorso, oppure attinente alla fondatezza di quest’ultimo e formato dopo la fase di merito e comunque dopo l’esaurimento della possibilità di produrlo, mediante il suo deposito, previa individuazione e indicazione della produzione stessa nell’ambito del ricorso.

Cass. lav. n. 27876 del 30/12/2009: l’onere di depositare il testo integrale dei contratti collettivi di diritto privato, previsto a pena di improcedibilità del ricorso per cassazione dall’art. 369 c.p.c., comma 2, n. 4, non è limitato al procedimento di accertamento pregiudiziale sull’efficacia, validità ed interpretazione dei contratti e accordi collettivi nazionali di cui all’art. 420-bis c.p.c., ma si estende al ricorso ordinarlo ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, avuto riguardo alla necessità che la S.C. sia messa in condizione di vai la portata delle singole clausole contrattuali alla luce della complessiva pattuizione, e dovendosi ritenere pregiudicata la funzione nomofilattica della S.C. ove l’interpretazione delle norme collettive dovesse essere limitata alle sole clausole contrattuali esaminate nei gradi di merito. Conforme Cass. n. 15495 del 2009.

Cfr. ancora Cass. sez. un. n. 23329 del 04/11/2009, secondo cui mentre l’improcedibilità del ricorso per cassazione a norma dell’art. 369 c.p.c., comma 2, n. 4, non può conseguire al mancato deposito del contratto collettivo di diritto pubblico, atteso che, in considerazione del peculiare procedimento formativo, del regime di pubblicità, della sottoposizione a controllo contabile della compatibilità economica dei costi previsti, l’esigenza di certezza e di conoscenza da parte del giudice era già assolta, in maniera autonoma, mediante la pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale, ai sensi del D.Lgs. n. 165 del 2001, art. 47, comma 8; per contro, la successiva previsione, introdotta dal D.Lgs. n. 40 del 2006, deve essere riferita ai contratti collettivi di diritto comune. Conformi Sezioni Unite n. 21558 del 2009).

Nei sensi anzidetti, quindi, deve anche ritenersi integrata e corretta la motivazione della pronuncia di appello, la cui decisione finale va perciò confermata nel merito siccome corretta (v. in part. l’art. 384 c.p.c., u.c.).

Infine, gli ultimi due motivi del ricorso (19 violazione e falsa alligazione degli art. 91 e 92 c.p.c. in tema di condanna alle spese – 20 violazione e falsa applicazione ex art. 360 c.p.c., n. 3 in relazione al suddetti artt. 91 e 92 – sulla condanna alle spese – difetto di legittimazione processuale passiva), sono palesemente inammissibili per la loro inconferenza ed estrema genericità. Infatti, quanto al motivo 19, basti dire che proprio in virtù del principio della soccombenza parte appellante, il cui gravame veniva respinto, era condannata al rimborso delle relative spese.

Quanto, poi, al ventesimo motivo, la sua sinteticità impedisce di comprenderne il significato, tanto più che non si chiarisce in base a quali parametri errati la Corte d’Appello avrebbe invalidamente condannato il ricorrente al pagamento del compenso liquidato in complessivi ottocento/00 Euro, oltre i.v.a. e c.p.a. come per legge. Nè appare comprensibile il riferimento al difetto di legittimazione processuale passiva, atteso che la condanna alle spese ha riguardato il soccombente appellante, già attore in primo grado, a favore della parte che ritualmente (v. ancora quanto osservato per i primi dieci motivi di ricorso) si era costituita per resistere al gravame, però risultato infondato.

Dunque, il ricorso va disatteso, con conseguente condanna del soccombente alle relative spese, di guisa che lo stesso, ricorrendone I presupposti di legge, è tenuto altresì al pagamento dell’ulteriore contributo unificato.

PQM

La Corte RIGETTA il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle relative spese, che liquida, a favore della controricorrente, in 3100,00 Euro, di cui tremila/00 per compensi professionali e la rimanenza per esborsi, oltre al rimborso delle spese generali al 15%, nonchè di I.V.A. e C.P.A. come per legge. Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

Così deciso in Roma, il 7 aprile 2016.

Depositato in Cancelleria il 23 settembre 2016

LEGGI ANCHE


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA