Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 18703 del 13/08/2010

Cassazione civile sez. trib., 13/08/2010, (ud. 09/06/2010, dep. 13/08/2010), n.18703

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. LUPI Fernando – Presidente –

Dott. CAPPABIANCA Aurelio – Consigliere –

Dott. D’ALESSANDRO Paolo – rel. Consigliere –

Dott. IACOBELLIS Marcello – Consigliere –

Dott. DI BLASI Antonino – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ordinanza

sul ricorso proposto da:

Agenzia delle Entrate, in persona del Direttore, domiciliata in Roma,

via dei Portoghesi 12, presso l’Avvocatura generale dello Stato, che

la rappresenta e difende;

– ricorrente –

contro

Donato & C. s.r.l., in persona del legale

rappresentante,

elettivamente domiciliata in Roma, via Federico (Gonfalonieri 5,

presso l’avv. Manzi Luigi, che la rappresenta e difende, unitamente

all’avv. Glendi Cesare, giusta delega in atti;

– controricorrente –

avverso la sentenza della (Commissione tributaria regionale della

Liguria, sez. 4, n. 79 del 27/8/07;

udito l’avv. Coglitore Emanuele, per delega;

udito il PM, in persona del sostituto procuratore generale dott.

IANNELLI Domenico, che ha chiesto, in via principale, il rinvio alla

pubblica udienza e, in subordine, l’accoglimento del primo motivo di

ricorso, assorbiti gli altri.

 

Fatto

FATTO E DIRITTO

Considerato che il Consigliere relatore, nominato ai sensi dell’art. 377 c.p.c., ha depositato la relazione scritta prevista dall’art. 380 bis; nei termini che di seguito si trascrivono:

“L’Agenzia delle Entrate propone ricorso per cassazione avverso la sentenza della Commissione tributaria regionale della Liguria che, in riforma della pronuncia di primo grado, ha accolto il ricorso della societa’ contribuente contro un avviso di accertamento per IRPRG, IVA e IRAP. La societa’ resiste con controricorso.

Il ricorso contiene tre motivi. Puo’ essere trattato in camera di consiglio (art. 375 c.p.c., n. 5) ed accolto, per manifesta fondatezza del secondo motivo, assorbiti gli altri, alla stregua delle considerazioni che seguono:

Si controverte esclusivamente in ordine alla deducibilita’ del compensi agli amministratori di societa’ di capitali. Il giudice tributario — accogliendo la tesi della societa’ – ha affermato che detti compensi sono deducibili nell’anno, pur successivo a quello di erogazione, in cui sia intervenuta la delibera ex un. 2389 c.c. mentre l’Agenzia, in base al disposto del D.P.R. n. 917 del 1986, art. 62 sostiene che essi non siano nella specie deducibili.

Il mezzo e’ manifestamente fondato, pur se per motivi non coincidenti con quelli sviluppati dalla ricorrente.

Questa Corre ha infatti affermato che il D.P.R. 22 dicembre 1986, n. 917, art. 62, il quale esclude l’ammissibilita’ di deduzioni a titolo di compenso per il lavoro prestato o l’opera svolta dall’imprenditore, limitando la deducibilita’ delle spese per prestazioni di lavoro a quelle sostenute per lavoro dipendente e per compensi spettanti agli amministratori di societa’ di persone, non consente di dedurre dall’imponibile il compenso per il lavoro prestato e l’opera svolta dall’amministratore di societa’ di capitali: la posizione di quest’ultimo e’ infatti equiparabile, sotto il profilo giuridico, a quella dell’imprenditore, non essendo individuabile, in relazione alla sua attivita’ gestoria, la formazione di una volonta’ imprenditoriale distinta da quella della societa’, e non ricorrendo quindi l’assoggettamento all’altrui potere direttivo, di controllo e disciplinare, che costituisce il requisito tipico della subordinazione (Cass. 24188/06).

La sentenza impugnata, nella parte in cui ha riconosciuto la deducibilita’ del relativo costo, e’ dunque ispirata ad un erroneo principio di diritto, non perche’ i compensi degli amministratori di societa’ di capitali siano deducibili nel solo anno in cui sono corrisposti, ma perche’ non sono affatto deducibili”;

che la controricorrente ha depositato una memoria, contestando la possibilita’ di decidere la causa sulla base di una questione non dedotta e comunque censurando, nel merito, il contenuto della relazione;

che il collegio condivide la proposta del relatore;

clic, quanto alla ritenuta novita’ dell’interpretazione, su cui la relazione si fonda, e’ decisivo il rilievo che essa non si basa su una questio facti non esaminata nei gradi di merito, bensi’ sull’interpretazione della norma della cui applicazione pacificamente si controverte in giudizio, cosicche’ deve escludersi che si tratti di questione rilevata d’ufficio;

che, d’altro canto, la circostanza che tale interpretazione non sia stata mai dedotta dall’Ufficio, segnatamente in sede di accertamento, non appare vincolante per questo Giudice, alla luce di quanto dedotto dalle Sezioni Unite nella sentenza n. 30055/08, secondo cui “affermare, infatti, che nel giudizio tributario l’amministrazione finanziaria (e, adesso, l’Agenzia delle Entrate) e’ attore e che la sua pretesa e’ quella risultante dall’atto impugnato vuoi dire riconoscere che l’erario aziona una specifica pretesa impositiva – e cioe’ accerta un determinato debito tributario in capo al contribuente e ne richiede il pagamento – e che il processo che nasce dall’impugnativa dell’atto autoritarivo e’, si, delimitato nei suoi confini, quanto a petitum e causa petendi, dalla pretesa tributaria, ma solo nel senso che il fondamento e l’entita’ di questa non possono avere latitudine diversa da quanto dedotto nell’atto impositivo”;

che, sotto tale profilo, la relazione appare coerente con l’atto impositivo, contenente la ripresa a tassazione dei costi dedotti per i compensi agli amministratori;

che, nel merito, appare irrilevante la circostanza che, nella sentenza citata nella relazione, si trattasse del compenso all’amministratore unico e non (come nella specie) ai componenti del consiglio di amministrazione, identica essendo nei due casi la problematica di fondo;

che pertanto, accolto il secondo motivo e dichiarati assorbiti gli altri, la sentenza impugnata deve essere cassata;

che, non essendo necessari ulteriori accertamenti di fatto, la causa puo’ essere decisa nel merito, con il rigetto del ricorso introduttivo;

che, attese le ragioni della decisione, appare equo disporre l’integrale compensazione delle spese del giudizio.

P.Q.M.

LA CORTE accoglie, nei sensi di cui in motivazione, il secondo motivo di ricorso, assorbiti gli altri, cassa la sentenza impugnata e, decidendo nel merito, rigetta il ricorso introduttivo; compensa le spese dell’intero giudizio.

Cosi’ deciso in Roma, nella camera di consiglio della Sezione Tributaria, il 9 giugno 2010.

Depositato in Cancelleria il 13 agosto 2010

 

 

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