Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 1869 del 25/01/2018


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Cassazione civile, sez. II, 25/01/2018, (ud. 08/11/2017, dep.25/01/2018),  n. 1869

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. – La ditta ” S. Pneumatici” di S. Vincenzo (esercente il commercio e la riparazione di pneumatici) propose opposizione al decreto ingiuntivo col quale le venne intimato di pagare, alla ditta fornitrice “Martingom” di T.G., la somma di Euro 6.717,70 (oltre interessi) per il preteso mancato pagamento di sei fatture.

Nel chiedere la revoca del decreto ingiuntivo, l’opponente dedusse di avere regolarmente pagato le fatture poste a base del decreto nelle mani di B.A., agente di commercio della Martingom, come da prassi commerciale instaurata tra le parti.

Il Tribunale di Taranto (Sezione distaccata di Martina Franca), rilevando che tutti gli importi di cui alle fatture emesse dalla Martingom erano stati pagati nelle mani dell’agente di commercio B., accolse l’opposizione e revocò il decreto ingiuntivo.

2. – Sul gravame proposto dalla ditta Martingom e in riforma della sentenza di primo grado, la Corte di Appello di Lecce (Sezione distaccata di Taranto), con sentenza dell’11 marzo 2013, rigettò l’opposizione al decreto ingiuntivo e condannò l’opponente a rifondere all’attore le spese dei due gradi del giudizio.

La Corte territoriale ritenne non liberatori i pagamenti effettuati dalla S. Pneumatici nelle mani del B., perchè il contratto di agenzia stipulato tra costui e la Martingom escludeva ogni potere di rappresentanza dell’agente ed escludeva il potere di rilasciare quietanze liberatorie.

3. – Per la cassazione della sentenza di appello ha proposto ricorso la ditta S. Pneumatici sulla base di tredici motivi.

Ha resistito con controricorso la ditta Martingom.

La ricorrente ha presentato memoria ex art. 378 c.p.c. ed ha depositato documenti.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. – Preliminarmente vanno dichiarati inammissibili i documenti prodotti dalla ricorrente (afferenti al procedimento penale svoltosi nei confronti del B.), essendo la produzione documentale avvenuta al di fuori delle ipotesi consentite dall’art. 372 c.p.c. (nullità della sentenza impugnata e ammissibilità del ricorso o del controricorso).

2. – Col ricorso la ” S. Pneumatici” deduce:

1) la nullità della sentenza impugnata (ex art. 360 c.p.c., n. 4), per avere la Corte di Appello omesso di spiegare in modo comprensibile le ragioni poste a fondamento della sua decisione;

2) la nullità della sentenza impugnata per violazione dell’art. 132 c.p.c. (ex art. 360 c.p.c., n. 4), per avere la Corte di Appello omesso di considerare le numerose circostanze acquisite che deponevano in senso contrario alla decisione adottata dalla Corte;

3) la violazione dell’art. 112 c.p.c. e la nullità della sentenza impugnata (ex art. 360 c.p.c., n. 4), per avere la Corte di Appello, nel ritenere rilevanti le dichiarazioni sui presunti sconti concessi dall’agente B., consentito il mutamento, da parte della ditta Martingom, della causa petendi originariamente posta a fondamento della sua domanda;

4) la violazione e la falsa applicazione dell’art. 1372 c.c. (ex art. 360 c.p.c., n. 3), per avere la Corte di Appello ritenuto che il contratto di agenzia stipulato tra la Martingom e il B., che escludeva il potere di rappresentanza dell’agente, potesse avere efficacia nei confronti del terzo (nella specie, la ditta S. Pneumatici);

5) l’omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio (ex art. 360 c.p.c., n. 5), per avere la Corte di Appello omesso di prendere in esame la clausola del contratto di agenzia con la quale si precisava che “L’agente è tuttavia autorizzato ad incassare e riscuotere dai clienti le somme dagli stessi dovute al preponente a titolo di pagamento delle fatture da questo emesse”;

6) l’omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio (ex art. 360 c.p.c., n. 5), per avere la Corte di Appello omesso di esaminare la deduzione della Martingom, contenuta nella comparsa di risposta di primo grado, laddove la stessa aveva riconosciuto che l’agente B.A. era legittimato a ricevere il pagamento della merce, quale adiectus solutionis causa;

7) l’omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio (ex art. 360 c.p.c., n. 5), per avere la Corte di Appello omesso di prendere in esame il messaggio telefax inviato dalla ditta Martingom alla ricorrente in data 22/6/2006, col quale si comunicava che “da oggi il sig. B.A., avendo interrotto il rapporto di lavoro, non rappresenta più le n. aziende nella vs. zona e pertanto eventuali ordini, pagamenti, comunicazioni, ecc. saranno curati unicamente e direttamente da noi”, con ciò riconoscendo il potere rappresentativo conferito al B. in precedenza;

8) la violazione e la falsa applicazione degli artt. 1744,1188 e 1189 c.c. (ex art. 360 c.p.c., n. 3), per avere la Corte di Appello erroneamente ritenuto che non fosse stato conferito al B. il potere di riscuotere i crediti della Martingom, per aver escluso che il B. fosse rappresentante della stessa e comunque adiectus solutionis causa e per avere, in ogni caso, omesso di considerare che la S. Pneumatici aveva pagato in buona fede ai sensi dell’art. 1189 c.c. a colui che appariva legittimato a ricevere il pagamento in base a circostante univoche (tra l’altro, il B. aveva rilasciato le quietanze dei pagamenti su moduli intestati e predisposti dalla ditta Martingom, nei quali lo spazio per la sottoscrizione era contrassegnato con la dicitura “FIRMA DELL’AGENTE”);

9) la violazione e la falsa applicazione degli artt. 2722 e 2726 c.c. (ex art. 360 c.p.c., n. 3), per avere la Corte territoriale ritenuto rilevanti le dichiarazioni unilaterali sottoscritte dall’agente B., pur essendo state le stesse disconosciute dal B. medesimo nel giudizio di primo grado e pur non essendone stata accertata l’autenticità in sede penale;

10) la violazione degli artt. 183 e 184 c.p.c. (ex art. 360 c.p.c., n. 3), per avere la Corte di Appello consentito alla ditta attrice di mutare l’originaria causa petendi, deducendo in comparsa di risposta, dopo aver posto a fondamento del decreto ingiuntivo il mancato pagamento delle fatture, che l’agente aveva effettuato sconti non consentiti;

11) la violazione dell’art. 345 c.p.c., comma 3 (ex art. 360 c.p.c., n. 3), per avere la Corte di Appello ammesso in appello la produzione di nuova documentazione (relativa a procedimenti penali relativi all’operato degli agenti della ditta Martingom) senza verificarne la indispensabilità ai fini della decisione;

12) la violazione degli artt. 2714 e 2719 c.c. (ex art. 360 c.p.c., n. 3), per avere la Corte di Appello utilizzato la documentazione prodotta in appello dalla Martingom, nonostante che si trattasse di documentazione (atti relativi ai detti procedimenti penali) prodotta in copia fotostatica non autenticata, la cui conformità all’originale era contestata da essa ricorrente;

13) la violazione e la falsa applicazione di norme di diritto nonchè la nullità della sentenza impugnata (ex art. 360 c.p.c., nn. 3 e 4), per avere la Corte di Appello posto a fondamento della decisione atti relativi a procedimenti penali ai quali la ditta S. era rimasta del tutto estranea e che, pertanto, non potevano valere nei suoi confronti.

3. – Le censure sono fondate nei termini che seguono.

3.1. – Innanzitutto, risultano fondati il terzo e il decimo motivo di ricorso, che vanno esaminati congiuntamente in quanto strettamente connessi tra di loro.

L’attrice Martingom aveva posto a fondamento del ricorso per decreto ingiuntivo il mancato pagamento delle fatture nel ricorso stesso specificamente indicate; essa poi, con la comparsa di risposta, ha invece dedotto che il B. aveva illegittimamente praticato sconti alla S. e che, pertanto, gli importi dovuti non erano stati corrisposti.

Con ciò l’attrice ha mutato la causa petendi della iniziale domanda formulata col ricorso per decreto ingiuntivo, formulando una domanda nuova e determinando un ampliamento del thema decidendum, che non è consentito nel giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo (cfr., ex plurimis, Cass. Sez. 1, n. 24486 del 30/10/2013).

Ha errato, pertanto, la Corte di Appello a prendere in esame la deduzione attorea circa la mancata autorizzazione degli sconti asseritamente praticati dal B.; nè, peraltro, i giudici del gravame hanno spiegato il rilievo di una tale deduzione, a fronte dell’accertamento del giudice di primo grado (non smentito dalla Corte territoriale) secondo cui la S. aveva pagato nelle mani del B. somme di denaro esattamente corrispondenti agli importi delle fatture emesse dalla Martingom.

3.2. – In ordine alle rimanenti doglianze, va osservato che la criptica motivazione della sentenza impugnata non consente di cogliere la ratio decidendi posta a fondamento della pronuncia di appello.

La Corte di Lecce ha ritenuto che il contratto di agenzia stipulato dal B. col T. (titolare della Martingom) non solo escludesse ogni potere di rappresentanza dell’agente, ma escludesse anche – in conformità alla previsione generale di cui all’art. 1744 c.c. – il potere dell’agente di rilasciare dichiarazioni liberatorie.

In tal modo, tuttavia, la Corte territoriale mostra di non aver tenuto conto dell’intero contenuto del contratto, con particolare riferimento alla clausola (trascritta a p. 7 nota 5 del ricorso) secondo cui “L’agente è tuttavia autorizzato ad incassare e riscuotere dai clienti le somme dagli stessi dovute al preponente a titolo di pagamento delle fatture da questo emesse”. Il mancato esame di tale clausola, a sua volta, ha influito sulla valutazione del significato del messaggio di telefax inviato dalla ditta Martingom alla ricorrente in data 22/6/2006, laddove si comunicava che “da oggi il sig. B.A., avendo interrotto il rapporto di lavoro, non rappresenta più le n. aziende nella vs. zona e pertanto eventuali ordini, pagamenti, comunicazioni, ecc. saranno curati unicamente e direttamente da noi”.

La Corte di merito, infatti, ha concluso nel senso che tale messaggio era “confermativo della volontà di interrompere una prassi esclusa già del richiamato contratto di agenzia”; conclusione questa in patente contrasto logico con la clausola contrattuale sopra richiamata, che – ove esaminata – avrebbe potuto condurre i giudici del gravame a diverse conclusioni.

In ogni caso, una volta riconosciuto che tra le parti si era instaurata una prassi che legittimava la S. a pagare le fatture emesse dalla Martingom nelle mani del B., la Corte di Lecce avrebbe dovuto verificare la sussistenza dei presupposti di legge per sussumere i fatti, come accertati, nella fattispecie giuridica di cui all’art. 1189 c.c., a tenore del quale “Il debitore che esegue il pagamento a chi appare legittimato a riceverlo in base a circostanze univoche, è liberato se prova di essere stato in buona fede”.

Sul punto, va ricordato che, secondo la giurisprudenza di questa Suprema Corte in tema di adempimento delle obbligazioni, l’art. 1189 c.c., che riconosce efficacia liberatoria al pagamento effettuato dal debitore in buona fede a chi appare legittimato a riceverlo, si applica, per identità di ratio, sia all’ipotesi di pagamento eseguito al creditore apparente, sia all’ipotesi in cui il pagamento venga effettuato a persona che appaia autorizzata a riceverlo per conto del creditore effettivo, il quale abbia determinato o concorso a determinare l’errore del solvens, facendo sorgere in quest’ultimo in buona fede una ragionevole presunzione sulla rispondenza alla realtà dei poteri rappresentativi dell’accipiens (Cass., Sez. 2, n. 15339 del 13/09/2012; Sez. 3, n. 17484 del 09/08/2007).

La Corte territoriale avrebbe dovuto, pertanto, verificare se il creditore effettivo (la Martingom) aveva concorso a determinare l’errore del solvens (la S.) e se questi aveva pagato in buona fede a chi appariva legittimato.

Le altre censure rimangono assorbite.

4. – Il ricorso va pertanto accolto per quanto di ragione e la sentenza impugnata va cassata in relazione alle censure accolte, con rinvio ad altra sezione della Corte di Appello di Lecce.

Il giudice di rinvio provvederà anche in ordine alle spese relative al presente giudizio di legittimità.

PQM

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

accoglie il ricorso per quanto di ragione; cassa la sentenza impugnata in relazione alle censure accolte e rinvia, anche per le spese del giudizio di legittimità, ad altra sezione della Corte di Appello di Lecce.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della Sezione Seconda Civile, il 8 novembre 2017.

Depositato in Cancelleria il 25 gennaio 2018

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