Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 18672 del 30/06/2021

Cassazione civile sez. I, 30/06/2021, (ud. 06/05/2021, dep. 30/06/2021), n.18672

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MELONI Marina – Presidente –

Dott. VANNUCCI Marco – Consigliere –

Dott. SERRAO Eugenia – Consigliere –

Dott. OLIVA Stefano – Consigliere –

Dott. AMATORE Roberto – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso n. 17939/2020 r.g. proposto da:

J.L., (cod. fisc. (OMISSIS)), rappresentato e difeso, giusta

procura speciale apposta in calce al ricorso, dall’Avvocato Giovanni

Maria Facilla, presso il cui studio è elettivamente domiciliato in

Roma, Via Teodofilo Folengo n. 49.

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELL’INTERNO, (cod. fisc. (OMISSIS)), in persona del legale

rappresentante pro tempore il Ministro.

– intimato –

avverso la sentenza della Corte di Appello di Venezia, depositata in

data 11.11.2019;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

6/5/2020 dal Consigliere Dott. Roberto Amatore.

 

Fatto

RILEVATO

Che:

1. Con la sentenza impugnata la Corte di appello di Venezia ha rigettato l’appello proposto da J.L., cittadino della Guinea Bissau, nei confronti del Ministero dell’Interno, avverso l’ordinanza emessa in data 2.7.2018 dal Tribunale di Venezia, con la quale erano state respinte le domande di protezione internazionale ed umanitaria avanzate dal richiedente.

La Corte di merito ha ricordato, in primo luogo, la vicenda personale del richiedente asilo, secondo quanto riferito da quest’ultimo; egli ha infatti narrato: i) di essere nato in Guinea Bissau, di appartenere alla etnia (OMISSIS) e di professare la religione musulmana; ii) di essere stato costretto a fuggire dal suo paese perchè minacciato di morte dal padre che soffriva di malattia mentale e che era solito picchiarlo spesso con un bastone.

La Corte territoriale ha, poi, ritenuto che: a) non erano fondate le domande volte al riconoscimento dello status di rifugiato e della protezione sussidiaria, del D.Lgs. n. 251 del 2007, sub art. 14, lett. a e b, in ragione, per quanto concerne lo status di rifugiato, della mancata impugnazione in sede di gravame del relativo diniego, e per la mancata censura in ordine alla valutazione – comunque ritenuta condivisibile – della genericità del racconto già affermata dal primo giudice e perchè, quanto alla protezione sussidiaria, la vicenda non rientrava nel paradigma applicativo dell’invocata tutela, ragione quest’ultima per la quale non era neanche richiedibile un approfondimento istruttorio officioso; b) non era fondata neanche la domanda di protezione sussidiaria del D.Lgs. n. 251 del 2007, ex art. 14, lett. c, in ragione dell’assenza di un rischio-paese riferito alla Guinea Bissau, stato di provenienza del richiedente, collegato ad un conflitto armato generalizzato; c) non poteva accordarsi tutela neanche sotto il profilo della richiesta protezione umanitaria, perchè il ricorrente non aveva dimostrato un saldo radicamento nel contesto sociale italiano nè una compromissione dei diritti fondamentali nel paese di provenienza, situazione quest’ultima anzi esclusa dalle informazioni raccolte tramite la consultazione di c.o.i..

2. La sentenza, pubblicata l’11.11.2019, è stata impugnata da J.L. con ricorso per cassazione, affidato a quattro motivi. L’amministrazione intimata non ha svolto difese.

Diritto

CONSIDERATO

Che:

1. Con il primo motivo il ricorrente lamenta, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, l’erronea valutazione della credibilità del racconto del richiedente.

1.1 Il motivo, per come formulato, è inammissibile.

Ed invero, la doglianza si compone solo di generiche censure, svolte in fatto e dirette ad accreditare un diverso giudizio sulla credibilità del racconto del richiedente, senza neanche censurare le rationes decidendi poste a sostegno del diniego dell’invocata tutela protettiva di matrice internazionale che si fonda, quanto al rigetto della domanda di status di rifugiato, sulla mancata censura da parte dell’appellante, già in sede di gravame, del provvedimento di rigetto (con il consequenziale passaggio in giudicato della relativa statuizione) e sulla mancata censura della già affermata (dal giudice di prime cure) genericità del racconto della vicenda e, quanto al diniego della richiesta tutela protettiva sussidiaria D.Lgs. n. 251 del 2007, ex art. 14, lett. a e b, sulla dichiarata riconducibilità del racconto ad una vicenda di carattere privatistico insuscettibile di tutela secondo il paradigma normativo invocato.

Ebbene, le predette rationes decidendi non sono state impugnate dal ricorrente, con ciò rendendo irrilevanti le ulteriori censure che comunque sono rivolte ad un’irricevibile richiesta di rivalutazione del merito della domanda di protezione internazionale così formulata.

Sul punto, non è inutile ricordare che il ricorso per cassazione non introduce un terzo grado di giudizio tramite il quale far valere la mera ingiustizia della sentenza impugnata, caratterizzandosi, invece, come un rimedio impugnatorio, a critica vincolata ed a cognizione determinata dall’ambito della denuncia attraverso il vizio o i vizi dedotti. Ne consegue che, qualora la decisione impugnata si fondi su di una pluralità di ragioni, tra loro distinte ed autonome, ciascuna delle quali logicamente e giuridicamente sufficiente a sorreggerla, è inammissibile il ricorso che non formuli specifiche doglianze avverso una di tali “rationes decidendi” (cfr. Sez. U., Sentenza n. 7931 del 29/03/2013; Sez. 3, Sentenza n. 2108 del 14/02/2012; Sez. L, Sentenza n. 4293 del 04/03/2016; Sez. 6 – 5, Ordinanza n. 9752 del 18/04/2017; Sez. 5 -, Ordinanza n. 11493 del 11/05/2018; Sez. 6 – 3, Ordinanza n. 16314 del 18/06/2019; Sez. 1 -, Ordinanza n. 18119 del 31/08/2020).

2. Con il secondo mezzo si deduce violazione e falsa applicazione, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, violazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. c, quanto al rischio collegato alla pericolosità interna del paese di provenienza.

2.1 Anche questo motivo è inammissibile.

Va evidenziato, in relazione alla dedotta violazione del D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, art. 14, lett. c), denunciata con riguardo al mancato approfondimento istruttorio officioso relativo alla situazione di “violenza indiscriminata in situazioni di conflitto armato interno o internazionale”, che, alla stregua delle indicazioni ermeneutiche impartite da questa Corte, ai fini del riconoscimento della protezione sussidiaria, a norma del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. c), la nozione di violenza indiscriminata in situazioni di conflitto armato, interno o internazionale, in conformità con la giurisprudenza della Corte di giustizia UE (Grande Sezione, 18 dicembre 2014; C-542/13, par. 36; C-285/12; C-465/07), deve essere interpretata nel senso che il conflitto armato interno rileva solo se, eccezionalmente, possa ritenersi che gli scontri tra le forze governative di uno Stato e uno o più gruppi armati, o tra due o più gruppi armati, siano all’origine di una minaccia grave e individuale alla vita o alla persona del richiedente la protezione sussidiaria. Il grado di violenza indiscriminata deve aver pertanto raggiunto un livello talmente elevato da far ritenere che un civile, se rinviato nel Paese o nella regione in questione correrebbe, per la sua sola presenza sul territorio, un rischio effettivo di subire detta minaccia (Sez. 61, Ordinanza n. 13858 del 31/05/2018).

Il motivo – articolato in relazione al diniego della reclamata protezione sussidiaria D.Lgs. n. 251 del 2007, ex art. 14, lett. c – è inammissibile perchè volto a sollecitare questa Corte ad una rivalutazione delle fonti informative per accreditare, in questo giudizio di legittimità, un diverso apprezzamento della situazione di pericolosità interna della Guinea Bissau, giudizio quest’ultimo inibito alla corte di legittimità ed invece rimesso alla cognizione esclusiva dei giudici del merito, la cui motivazione è stata articolata – sul punto qui in discussione – in modo adeguato e scevro da criticità argomentative, avendo specificato, anche tramite la consultazione di qualificate fonti informative internazionali (c.o.i.), che nel paese di provenienza del ricorrente non si assiste ad un conflitto armato generalizzato, tale da integrare il pericolo di danno protetto dalla norma sopra ricordata.

3. Con il terzo motivo si censura il provvedimento impugnato, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, per violazione delle norme poste a presidio della protezione umanitaria.

3.1 Anche in questo caso la censura non si confronta con le rationes decidendi dell’impugnato diniego dell’invocata protezione umanitaria, e cioè, da un lato, la mancata dimostrazione dell’integrazione sociale del richiedente e, dall’altro, la mancata dimostrazione della compressione dei diritti fondamentali dell’uomo nel paese di provenienza, affidando le doglianze solo ad un generico richiamo della normativa regolante l’istituto in esame.

4. Con il quarto motivo si chiede la sospensione dell’esecutività del provvedimento impugnato.

Il motivo è inammissibile, posto che, ai sensi dell’art. 373 c.p.c., comma 1, l’istanza di sospensione della sentenza impugnata deve essere indirizzata al giudice a quo.

Nessuna statuizione è dovuta per le spese del giudizio di legittimità, stante la mancata difesa dell’amministrazione intimata.

Per quanto dovuto a titolo di doppio contributo, si ritiene di aderire all’orientamento già espresso da questa Corte con la sentenza n. 9660-2019.

P.Q.M.

dichiara inammissibile il ricorso.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello, se dovuto, per il ricorso principale, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

Così deciso in Roma, il 6 maggio 2021.

Depositato in Cancelleria il 30 giugno 2021

 

 

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