Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 18668 del 23/09/2016


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Cassazione civile sez. trib., 23/09/2016, (ud. 30/06/2016, dep. 23/09/2016), n.18668

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CANZIO Giovanni – Presidente –

Dott. NOVIK Adet Toni – rel. Consigliere –

Dott. DAVIGO Piercamillo – Consigliere –

Dott. CRISCUOLO Mauro – Consigliere –

Dott. CENTONZE Alessandro – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 1215/2010 proposto da:

M.M., in proprio e nella qualità di Amm.re legale

rappresentante della AUTOTRASPORTI M. SNC di

M.M. & C., M.C., elettivamente domiciliati in ROMA

P.LE CLODIO 14, presso lo studio dell’avvocato FRANCESCA ROMANA

GRAZIANI, rappresentati e difesi dall’avvocato REMIGIO SICILIA

giusta delega a margine;

– ricorrenti –

contro

AGENZIA DELLE ENTRATE UFFICIO DI VITERBO, in persona del Direttore

pro tempore, elettivamente domiciliato in ROMA VIA DEI PORTOGHESI

12, presso l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che lo rappresenta e

difende;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 111/2008 della COMM. TRIB. REG. di ROMA,

depositata il 19/11/2008;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

30/06/2016 dal Consigliere Dott. ADET TONT NOVIK;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

SOLDI Anna Maria, che ha concluso per il rigetto del ricorso.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

1. L’Agenzia delle Entrate di Viterbo, con separati avvisi di accertamento, rettificava, a carico della società Autotrasporti F.lli M. SNC di M.M. & c. e di M.M. e M.C. in proprio, la dichiarazione presentata per l’anno d’Imposta 1998, rideterminando in aumento sulla base del corrispondente studio di settore il volume dei ricavi ed il reddito imponibile (in luogo della perdita dichiarata). La società ed i soci impugnavano gli avvisi di accertamento davanti alla Commissione Tributaria Provinciale di Viterbo che accoglieva i ricorsi e annullava gli avvisi ritenendo che l’approvazione – nel 2002 – di uno studio di settore più preciso avrebbe dovuto indurre l’ufficio ad applicare quest’ultimo, in quanto più idoneo a cogliere le diverse peculiarità dei concreti casi aziendali”.

2. L’Agenzia delle entrate proponeva appello alla Commissione Tributaria Regionale di Roma che, con sentenza del 19 novembre 2008, lo accoglieva ritenendo l’Infondatezza dell’assunto del primo giudice.

3. Avverso la sentenza del giudice di appello la società accertata ed i soci ricorrono per il seguente motivo: 1) violazione e/o erronea applicazione dell’art. 132 c.p.c., n. 4 e art. 118 disp. att. c.p.c., comma 1, per omessa ovvero insufficiente esposizione dei motivi in fatto e in diritto della decisione in relazione all’art. 160 c.p.c., n. 3 e, per quanto occorrente, in relazione all’art. 360, n. 5, per omessa e/o insufficiente motivazione su un fatto controverso decisivo per il giudizio: la sentenza impugnata non aveva assolto all’obbligo di motivazione essendosi limitata a definire destituite di fondamento giuridico le eccezioni procedurali e infondate le tesi di merito. Sulla base di quanto esposto formula quesito di diritto se il mero inciso “niente di più infondato”, senza che il giudice proceda all’analisi delle circostanze di fatto e di diritto relative ai rapporti posti alla sua attenzione, costituisca esposizione congrua dei motivi in diritto della decisione; indica il fatto controverso nell’applicazione di uno studio di settore non sufficiente a caratterizzare l’impresa, a fronte di una nuova tipizzazione più ampia.

L’Agenzia delle entrate resiste con controricorso.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

1. Il motivo di ricorso, formulato In modo promiscuo del quale peraltro la controricorrente ha evidenziato vari profili d’inammissibilità, è infondato.

Costituisce orientamento costante di questa Corte, che il Collegio ritiene qui di dover ribadire, il principio secondo cui “la concisa esposizione dei fatti relativi allo svolgimento del processo” – secondo la formula usata dall’art. 132 c.p.c., comma 2, n. 4 – non rappresenta un elemento meramente formale del contenuto della sentenza, ma un requisito che va apprezzato esclusivamente in funzione della intelligibilità della decisione e della comprensione delle ragioni poste a suo fondamento. Si è affermato, infatti, che l’assenza della concisa esposizione dello svolgimento del processo e dei fatti rilevanti della causa vale ad integrare un motivo di nullità della sentenza solo nel casi in cui tale omissione impedisca totalmente – non risultando richiamati in alcun modo i tratti essenziali della lite, neppure nella parte normalmente dedicata alla motivazione – di individuare gli elementi di fatto considerati o presupposti nella decisione (Cass. n. 1170 del 2004; Cass. n. 13990 del 2003; Cass. n. 6683 del 2009).

Nella specie, posto che dalla narrativa della decisione si evince chiaramente che oggetto di Impugnazione erano gli avvisi di accertamento notificati alla società e ai soci; che le parti avevano riproposto gli stessi temi articolati nel giudizio di primo grado; che la sentenza impugnata aveva assertivamente affermato che l’Agenzia avrebbe dovuto applicare il nuovo studio di settore successivamente approvato, le ragioni della decisione, sinteticamente espresse nella frase “Niente di più infondato”, si ricollegano all’impossibilità di applicare al periodo di imposta 1998, cui si riferivano gli accertamenti, uno studio di settore approvato nel 2002 che, come gli stessi ricorrenti riconoscono, aveva validità a decorrere dal periodo d’imposta 2001 (D.M. 25 marzo 2002, art. 1 “Lo studio di settore approvato con il presente decreto è utilizzabile a partire dagli accertamenti relativi al periodo di imposta 2001”).

Pertanto, non ne risulta compromessa l’intelligibilità della decisione e non sussiste perciò il lamentato suo vizio.

La soccombenza dei ricorrenti ne comporta la condanna al pagamento delle spese in favore della controricorrente nella misura liquidata in dispositivo.

PQM

Rigetta il ricorso e condanna i ricorrenti a rifondere le spese di lite che liquida in Euro 2.200 oltre accessori di legge.

Così deciso in Roma, il 30 giugno 2016.

Depositato in Cancelleria il 23 settembre 2016

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