Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 18665 del 27/07/2017


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Cassazione civile, sez. lav., 27/07/2017, (ud. 12/04/2017, dep.27/07/2017),  n. 18665

 

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. DI CERBO Vincenzo – Presidente –

Dott. MANNA Antonio – rel. Consigliere –

Dott. DE GREGORIO Federico – Consigliere –

Dott. ESPOSITO Lucia – Consigliere –

Dott. CINQUE Guglielmo – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 5089-2012 proposto da:

C.T., C.F. (OMISSIS), elettivamente domiciliato in ROMA, VIA

MARIA ADELAIDE 12, presso lo studio dell’avvocato MARIA CLAUDIA

IOANNUCCI, rappresentato e difeso dagli avvocati LUIGI IMPERLINO,

MAURIZIO RUMOLO, giusta delega in atti;

– ricorrente –

contro

BANCA MONTE DEI PASCHI DI SIENA S.P.A., P.I. (OMISSIS), quale

successore della MPS BANCA PERSONALE SPA, già BANCA 121 PROMOZIONE

FINANZIAR SPA, in persona del legale rappresentante pro tempore,

elettivamente domiciliata in ROMA, VIA BOEZIO 6, presso lo studio

dell’avvocato MASSIMO LUCONI, rappresentata e difesa dall’avvocato

LUIGIA MARIA BALDASSARRE, giusta delega in atti;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 12/2011 della CORTE D’APPELLO di SALERNO,

depositata il 14/02/2011 R.G.N. 660/2008;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

12/04/2017 dal Consigliere Dott. ANTONIO MANNA;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

SANLORENZO Rita, che ha concluso per l’inammissibilità in subordine

rigetto del ricorso;

udito l’Avvocato BALDASSARRE LUIGIA MARIA;

Udito l’avvocato IMPERLINO LUIGI.

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. Con sentenza del 29.5.07 il Tribunale di Salerno condannava Tobia Caprio a pagare a MPS Banca Personale S.p.A. (già Banca 121 Promozione Finanziaria) la somma di Euro 6.636,90 quali differenze a credito della seconda verso il primo maturate all’esito del rapporto di agenzia tra loro intercorso.

2. Con sentenza pubblicata il 14.2.11 la Corte d’appello di Salerno, in parziale riforma della pronuncia di prime cure, riconosceva invece la complessiva somma di Euro 244,81 a credito dell’agente C.T., che oggi ricorre per la cassazione della sentenza affidandosi ad un unico articolato motivo, poi ulteriormente illustrato con memoria ex art. 378 c.p.c..

3. Resiste con controricorso Banca Monte dei Paschi di Siena S.p.A. (quale incorporante di MPS Banca Personale S.p.A.).

4. Il Collegio ha autorizzato, come da decreto del Primo Presidente in data 14 settembre 2016, la redazione della motivazione in forma semplificata.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1.1. Con unico articolato motivo di ricorso si lamenta vizio di motivazione e violazione dell’art. 115 c.p.c., nella parte in cui la sentenza impugnata, nel ritenere che il ricorrente non avesse fornito la prova della giusta causa di recesso dal rapporto di agenzia, aveva posto a base della propria decisione elementi probatori erroneamente interpretati e ne aveva trascurato altri, documentali (e riprodotti in ricorso), che dimostravano la giusta causa di recesso consistente nell’eliminazione degli sportelli bancari esistenti, tale da comportare una quasi paralisi dell’operatività dell’agente; inoltre, prosegue il ricorso, la Corte territoriale non aveva compreso e tenuto in considerazione il meccanismo piramidale della struttura della rete dei promotori finanziari coordinati dal ricorrente, promotori le cui dimissioni avevano avuto estrema rilevanza sulla posizione di C.T., visto che gli era dovuta una percentuale sulle provvigioni maturate dai promotori finanziari da lui coordinati; del pari – prosegue il ricorso la sentenza non ha considerato il collegamento negoziale fra il contratto di agenzia e quello di franchising fra le parti (quest’ultimo avente ad oggetto la gestione del negozio finanziario di cui il ricorrente si accollava le spese); il ricorrente lamenta, ancora, di aver invano chiesto la prova testimoniale circa l’inadempimento, da parte della banca preponente, del suo diritto di esclusiva, atteso che la società aveva aperto un altro negozio finanziario nella zona assegnatagli, come dimostrato da apposita corrispondenza intercorsa via e-mail.

1.2. Il ricorso è inammissibile perchè in sostanza sollecita – ad onta dei richiami normativi – una mera rivisitazione integrale dei documenti acquisiti agli atti affinchè se ne fornisca una valutazione diversa da quella accolta dalla sentenza impugnata, operazione non consentita in sede di legittimità neppure sotto forma di denuncia di vizio di motivazione.

In altre parole, il ricorso si dilunga nell’opporre al motivato apprezzamento della Corte territoriale proprie difformi valutazioni delle prove, ma tale modus operandi non e idoneo a segnalare un vizio di motivazione,ai sensi e per gli effetti dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 (nel testo, applicabile ratione temporis, previgente rispetto alla novella di cui al D.L. n. 83 del 2012, art. 54 convertito in L. 7 agosto 2012, n. 134).

Infatti, i vizi argomentativi deducibili con il ricorso per cassazione ai sensi del previgente testo dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, non possono consistere in apprezzamenti di fatto difformi da quelli propugnati da una delle parti, perchè a norma dell’art. 116 c.p.c. rientra nel potere discrezionale – come tale insindacabile – del giudice di merito individuare le fonti del proprio convincimento, apprezzare all’uopo le prove, controllarne l’attendibilità, l’affidabilità e la concludenza e scegliere, tra le varie risultanze istruttorie, quelle ritenute idonee e rilevanti, con l’unico limite di supportare con congrua e logica motivazione l’accertamento eseguito (v., ex aliis, Cass. n. 2090/04; Cass. S.U. n. 5802/98).

Le differenti letture ipotizzate in ricorso scivolano sul piano dell’apprezzamento di merito, che presupporrebbe un accesso diretto agli atti e una loro delibazione, in punto di fatto, incompatibili con il giudizio innanzi a questa Corte Suprema, cui spetta soltanto il sindacato sulle massime di esperienza adottate nella valutazione delle risultanze probatorie, nonchè la verifica sulla correttezza logico-giuridica del ragionamento seguito e delle argomentazioni sostenute, senza che ciò possa tradursi in un nuovo accertamento, ovvero nella ripetizione dell’esperienza conoscitiva propria dei gradi precedenti.

A sua volta il controllo in sede di legittimità delle massime di esperienza non può spingersi fino a sindacarne la scelta, che è compito del giudice di merito, dovendosi limitare questa S.C. a verificare che egli non abbia confuso con massime di esperienza quelle che sono, invece, delle mere congetture.

Le massime di esperienza sono definizioni o giudizi ipotetici di contenuto generale, indipendenti dal caso concreto sul quale il giudice è chiamato a decidere, acquisiti con l’esperienza, ma autonomi rispetto ai singoli casi dalla cui osservazione sono dedotti ed oltre i quali devono valere; tali massime sono adoperabili come criteri di inferenza, vale a dire come premesse maggiori dei sillogismi giudiziari.

Costituisce, invece, una mera congettura, in quanto tale inidonea ai fini del sillogismo giudiziario, tanto l’ipotesi non fondata sull’id quod plerumque accidit, insuscettibile di verifica empirica, quanto la pretesa regola generale che risulti priva, però, di qualunque pur minima plausibilità.

Ciò detto, si noti che nel caso di specie il ricorso non evidenzia l’uso di inesistenti massime di esperienza nè violazioni di regole inferenziali, ma si limita a segnalare soltanto possibili difformi valutazioni degli elementi raccolti, il che costituisce compito precipuo del giudice del merito, non di quello di legittimità, che non può prendere in considerazione quale ipotetica illogicità argomentativa il dedotto cattivo governo delle risultanze istruttorie.

Nè il ricorso isola (come invece avrebbe dovuto) singoli passaggi argomentativi per evidenziarne l’illogicità o la contraddittorietà intrinseche e manifeste (vale a dire tali da poter essere percepite in maniera oggettiva e a prescindere dalla lettura del materiale di causa), ma ritiene di poter enucleare vizi di motivazione dal mero confronto con il materiale documentale, vale a dire attraverso un’operazione che suppone un accesso diretto agli atti e una loro delibazione non consentiti innanzi a questa Corte Suprema.

In breve, la sentenza impugnata ha accertato a monte – con motivazione immune da vizi logici o giuridici e che assorbe ogni altra considerazione sulla prova testimoniale non ammessa – che, pur rispondendo al vero la denunciata soppressione di gran parte degli sportelli bancari nella zona ove operava il ricorrente, tale circostanza non ha però influito in maniera determinante sulla sua attività nè ne ha cagionato la lamentata paralisi operativa.

2.1. In conclusione, il ricorso è da dichiararsi inammissibile.

Le spese del giudizio di legittimità, liquidate come da dispositivo, seguono la soccombenza.

PQM

 

dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente a pagare in favore della controricorrente le spese del giudizio di legittimità, che liquida in Euro 4.000,00 per compensi, oltre alle spese forfettarie nella misura del 15 per cento, agli esborsi liquidati in Euro 200,00 ed agli accessori di legge.

Così deciso in Roma, il 12 aprile 2017.

Depositato in Cancelleria il 27 luglio 2017

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