Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 18648 del 12/08/2010

Cassazione civile sez. I, 12/08/2010, (ud. 10/06/2010, dep. 12/08/2010), n.18648

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. VITTORIA Paolo – Presidente –

Dott. SALVAGO Salvatore – Consigliere –

Dott. CECCHERINI Aldo – Consigliere –

Dott. ZANICHELLI Vittorio – rel. Consigliere –

Dott. RAGONESI Vittorio – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso proposto da:

MOCAMSA INTERNATIONAL s.a., gia’ ECERNO s.p.a., con domicilio eletto

in Roma, Lungotevere delle Navi n. 30, presso l’Avv. Torrese Alba che

la rappresenta e difende in forza di procura generale unitamente

all’Avv. Guido Alpa, come da procura a margine del ricorso;

– ricorrente –

contro

FIN.COM. – FINANZIARIA COMMISSIONARIA s.p.a., fallita, in persona del

curatore pro tempore, con domicilio eletto in Roma, viale Bruno

Buozzi n. 82, presso l’Avv. Iannotta Gregorio che la rappresenta e

difende come da procura a margine del controricorso;

– controricorrente –

e contro

SAN PAOLO BUYLDING s.r.l. e MIRAS s.r.l. in liquidazione, con

domicilio eletto in Roma, via Asiago n. 1, presso l’Avv. Orlandi

Stefano che le rappresenta e difende come da procura in calce al

controricorso;

– controricorrente –

e contro

GINEVRA PRIMA IMMOBILIARE s.r.l., con domicilio eletto in Roma, via

Federico Confalonieri n. 5, presso l’A. Coglitore Emanuele che la

rappresenta e difende come da procura in calce al controricorso;

– controricorrente –

e contro

EUROSWISS FIDUCIARIA s.p.a e M.A.;

– intimati –

per la cassazione della sentenza della corte d’appello di Roma n.

1944/05 depositata il giorno 5 maggio 2005;

Udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

giorno 10 giugno 2010 dal Consigliere relatore Dott. Vittorio

Zanichelli;

sentite le richieste del P.M., in persona del Sostituto Procuratore

Generale Dott. BASILE Tommaso che ha concluso per il rigetto del

ricorso;

uditi l’Avv.to Giuseppe Alpa per la ricorrente, e gli Avv.to Antonio

Iannotta, Stefano Orlandi e Carlo Albini, per delega.

 

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

La Ecerno s.p.a. conveniva in giudizio avanti al tribunale di Roma la Fin.Com. s.p.a., in fallimento, e gli altri soggetti in seguito indicati deducendo di aver casualmente preso visione di un atto apparentemente stipulato in data (OMISSIS) tra essa attrice e la Fin.Com. con il quale la prima cedeva alla seconda le quote della Miras s.r.l. nonche’ un credito di L. 303.500.000 dall’attrice vantato nei confronti di quest’ultima e di aver constatato che le firme della propria legale rappresentante apposte al fissato bollato e alla lettera che lo accompagnava erano apocrife; deduceva altresi’ di essere venuta a conoscenza che, prima del fallimento della Fin.Com., dichiarato nel 1992, le quote della Miras erano state trasferite alla Euroswiss Fiduciaria s.p.a. e che, nell’agosto del 1996, la Miras aveva venduto un fabbricato commerciale per il prezzo di L. quattro miliardi, non pagato, alla San Paolo Buylding s.r.l.

che lo aveva a sua volta ceduto nel dicembre 1998 alla Ginevra Prima Immobiliare s.p.a. Chiedeva quindi che fosse accertato che essa attrice era l’unica proprietaria delle quote della Miras per nullita’ della cessione in considerazione della falsita’ della sottoscrizione e quindi dell’inopponibilita’ dei successivi trasferimenti anteriori al fallimento in quanto conseguenti ad acquisti a non domino da parte di terzi in mala fede (appartenendo tutte le societa’ coinvolte a tale M.A., dominus della Fin.Com.) e di quelli posteriori in quanto simulati al fine di sottrarre i beni ai creditori, con le statuizioni consequenziali e il risarcimento del danno.

Il tribunale ha dichiarato inammissibile la domanda nei confronti del fallimento in quanto non proposta col rito di cui alla L. Fall., art. 103, e ha rigettato quella nei confronti degli altri convenuti per carenza di legittimazione attiva.

Sull’impugnazione della Ecerno la corte d’appello, in parziale accoglimento del gravame, ha ritenuto che le pretese della medesima non dovessero essere azionate con lo speciale rito fallimentare ma ha tuttavia respinto la domanda nei confronti del fallimento ritenendo irritualmente proposta la querela di falso della sottoscrizione degli atti di cessione delle quote della legale rappresentante della societa’ appellante e ha rigettato la domanda nei confronti degli altri convenuti.

Contro la decisione propone ricorso per cassazione, illustrandolo con memoria, la Mocamsa s.a., succeduta alla Ecerno s.p.a., affidandosi a quattro motivi con i quali sostanzialmente si duole della qualificazione della domanda operata dalla corte d’appello quale querela di falso rilevando che, oltretutto, nella fattispecie tale strumento non sarebbe stato ammissibile.

Resistono con controricorso l’intimata curatela, la San Paolo Buylding s.r.l., La Miras s.r.t. e la Ginevra Prima Immobiliare s.p.a. mentre non hanno proposto difese gli altri convenuti. Le prime due controricorrenti hanno altresi’ depositato memoria. In particolare, in quella della San Paolo Byuldig s.r.l. e della Miras s.r.l. si evidenzia che di recente la corte d’appello di Roma ha delibato in ordine al credito di L. 303.500.000 ceduto dalla Ecerno s.p.a. alla Fin.Com s.p.a. stabilendo l’autenticita’ delle contestate sottoscrizioni.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

Con il primo motivo si deduce violazione dell’art. 112 c.p.c. per avere la corte d’appello violato il limite della corrispondenza tra il chiesto e il pronunciato, avendo ritenuto che l’attrice, contestando l’autenticita’ della sottoscrizione della propria legale rappresentante sull’atto di cessione delle quote in data 30 aprile 1990, avesse proposto una querela di falso. A sostegno della censura si evidenzia come oggetto della domanda nei confronti del fallimento fosse l’accertamento e la dichiarazione della proprieta’ in capo all’attrice delle quote della Miras s.r.l. per inesistenza degli atti di disposizione delle stesse, atteso il carattere apocrifo dell’atto dispositivo, e come la non autenticita’ della sottoscrizione non fosse oggetto di specifica domanda, avendo inteso unicamente la Ecerno disconoscerla in via incidentale.

Il motivo e’ inammissibile.

Premesso che e’ principio acquisito quello secondo cui “In sede di legittimita’ occorre tenere distinta l’ipotesi in cui si lamenti l’omesso esame di una domanda, o la pronuncia su una domanda non proposta, dal caso in cui si censuri l’interpretazione data dai giudice di merito alla domanda stessa: solo nei primo caso si verte propriamente in tema di violazione dell’art. 112 c.p.c., per mancanza della necessaria corrispondenza tra chiesto e pronunciato, prospettandosi che il giudice di merito sia incorso in un error in procedendo, in relazione al quale la Corte di Cassazione ha il potere – dovere di procedere all’esame diretto degli atti giudiziari, onde acquisire gli elementi di giudizio necessari ai fini delle pronuncia richiestale; nel caso in cui venga invece in considerazione l’interpretazione del contenuto o dell’ampiezza della domanda, tali attivita’ integrano un accertamento in fatto, tipicamente rimesso al giudice di merito, insindacabile in cassazione salvo che sotto il profilo della correttezza della motivazione della decisione impugnata sul punto” (Cassazione civile, sez. lav., 24 luglio 2008, n. 20373), l’inammissibilita’ del motivo si desume dalla stessa prospettazione della ricorrente la quale, riconoscendo di aver dedotto la falsita’ della sottoscrizione e di avere inteso disconoscerla, conferma di aver introdotto nel giudizio la questione e di aver chiesto al giudice di valutarne, sia pure implicitamente, la fondatezza per cui non puo’ certo parlarsi di decisione su domanda non proposta ma semmai solo di errore nella valutazione del contenuto e dei limiti della stessa.

Con il secondo motivo si deduce violazione degli artt. 221 c.p.c. e 2702 c.c. per avere il giudice d’appello ritenuto proposta la querela di falso benche’ la scrittura privata cui era stata apposta la sottoscrizione contestata non fosse stata riconosciuta, autenticata o verificata, circostanza, questa, che di per se’ escluderebbe che possa interpretarsi la domanda come contenente anche la querela.

Premesso che l’interpretazione della latitudine della domanda e’ questione di merito e che la valutazione del giudice e’ incensurabile in questa sede se sorretta da idonea motivazione, ad un esame critico della medesima si e’ sottratta la ricorrente che ha censurato la qualificazione della domanda stessa solo sotto il richiamato profilo di diritto.

Ma appunto sotto tale profilo e quindi in ordine all’assunto secondo cui non sarebbe neppure ipotizzabile la proposizione della querela di falso nei confronti di una scrittura privata non autenticata, riconosciuta o verificata, quale e’ indiscutibilmente quella che rileva nella fattispecie, la censura e’ infondata in quanto la Corte ha gia’ rilevato (Cassazione civile, sez. un., 4 giugno 1986, n. 3734) che la querela di falso e’ uno strumento processuale di particolare rilievo in quanto ha efficacia erga omnes ed ha come suo specifico scopo quello di togliere al documento la efficacia probatoria di cui e’ dotato e che pur quando il documento la cui autenticita’ si contesta sia costituito da scrittura non riconosciuta il cui disconoscimento non comporta necessariamente il ricorso alla querela non per questo ne e’ inibito l’utilizzo. Posto che, infatti, nessuna limitazione e’ dato desumere dal dettato dell’art. 2702 c.c. che e’ norma di carattere definitorio dalla cui formulazione non puo’ farsi derivare una preclusione all’utilizzo dello specifico strumento processuale anche in ipotesi non espressamente previste, in particolare quando la parte voglia far acquisire alla pronuncia sulla falsita’ efficacia non solo tra le parti del giudizio, come invece avverrebbe ricorrendo al procedimento di verificazione. Ne consegue, come precisa la Corte con argomentazione che prescinde dalla circostanza che la querela sia proposta dalla parte che subisce l’altrui iniziativa processuale o che agisce in via principale, che “ove la parte nei cui confronti la scrittura viene fatta valere intende provocare sino dall’inizio l’accertamento della sua falsita’ erga omnes, e togliere quindi definitivamente dal modo giuridico il documento, non puo’ che esperire, sia pure accollandosi i relativi oneri, la querela di falso, il cui esito favorevole, proprio a causa della solennita’ e impegnativita’ di quel procedimento, determina – seconda la piu’ accettata interpretazione (v. Cass. 24 aprile 1954, n. 1259; 5 aprile 1946, n. 390) – quella particolare efficacia.

Trattasi, in definitiva, di un procedimento – e del relativo provvedimento – piu’ ampio, piu’ completo, piu’ definitivo rispetto a quello di verificazione, ed assorbente di questo, sicche’ anche sotto il profilo della economica dei giudizi deve ritenersi esperibile ove la parte, che ha di fronte a se’ la duplice alternativa del disconoscimento – mezzo meno oneroso ma dall’esito piu’ limitato -, e della querela – mezzo piu’ complesso e gravoso, ma dall’esito, -se favorevole, definitivamente stroncartorio di qualsiasi parte proveniente, sulla genuinita’ del documento – ritenga, secondo una insindacabile valutazione dei proprio interesse, piu’ conveniente affrontare la via piu’ lunga e difficile, ma piu’ pagante rispetto a quelle piu’ agevole ma meno completa”.

Il terzo motivo con cui si deduce l’erroneo governo delle norma sull’onere della prova e’ assorbito in quanto presuppone la fondatezza delle precedenti censure.

Infondato e’ anche il quarto motivo con il quale si deduce la contraddittorieta’ della motivazione adottata dalla corte territoriale che da un lato aveva ritenuto non qualificabile la domanda come rivendica in quanto volta ad ottenere la restituzione di beni non ricompresi nell’attivo fallimentare e dall’altro aveva ritenuto che la domanda stessa era interpretabile come querela di falso. Non si vede infatti quale contraddizione logica vi sia nel ritenere che l’azione recuperatoria nei confronti di chi detenesse i beni apparentemente usciti dal patrimonio della Ecerno postulasse l’accertamento della falsita’ della firma sull’atto che aveva determinato il trasferimento dei beni stessi e, anzi, proprio la circostanza che l’azione fosse rivolta anche nei confronti del fallimento che detti beni non aveva rinvenuto nel patrimonio, convince della volonta’ della ricorrente di ottenere una sentenza con efficacia erga omnes al fine di paralizzare eventuali azioni recuperatoria da parte del primo cessionario.

Il ricorso deve dunque essere rigettato con le conseguenze di rito in ordine alle spese.

P.Q.M.

LA CORTE rigetta il ricorso e condanna la ricorrente alla rifusione delle spese che liquida in complessivi Euro 13.000,00, di cui Euro 12.800,00 per onorari, oltre spese generali e accessori di legge, in favore del fallimento Fin.Com s.r.l., in complessivi Euro 13.000,00, di cui Euro 12.800,00 per onorari, oltre spese generali e accessori di legge in favore della San Paolo Buylding s.r.l. e della Miras s.r.l., in complessivi Euro 10.000, di cui Euro 9.800 per onorari, oltre spese generali e accessori di legge, in favore della Ginevra Prima Immobiliare s.r.l..

Così deciso in Roma, il 10 giugno 2010.

Depositato in Cancelleria il 12 agosto 2010

 

 

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