Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 18616 del 22/09/2016


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Cassazione civile sez. III, 22/09/2016, (ud. 20/04/2016, dep. 22/09/2016), n.18616

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. AMENDOLA Adelaide – Presidente –

Dott. AMBROSIO Annamaria – Consigliere –

Dott. RUBINO Lina – rel. Consigliere –

Dott. VINCENTI Enzo – Consigliere –

Dott. PELLECCHIA Antonella – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 21689-2012 proposto da:

C.G., (OMISSIS), domiciliato ex lege in ROMA, presso la

CANCELLERIA DELLA CORTE DI CASSAZIONE, rappresentato e difeso

dall’avvocato ERNESTO ROGNONI giusta procura speciale a margine del

ricorso;

– ricorrente –

contro

C.M., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA F. PAOLUCCI DE

CALBOLI 54/7, presso lo studio dell’avvocato SERAFINO COLAIUDA, che

lo rappresenta e difende unitamente all’avvocato RICCARDO BERNARDINI

giusta procura speciale in calce al controricorso;

– controricorrente –

e contro

CO.DA.;

– intimato –

avverso la sentenza n. 146/2012 della CORTE D’APPELLO di GENOVA,

depositata il 10/02/2012;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

20/04/2016 dal Consigliere Dott. LINA RUBINO;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

CARDINO Alberto, che ha concluso per l’accoglimento dei primi due

motivi del ricorso e rigetto del terzo.

Fatto

I FATTI

Con atto di citazione notificato il 16.05.2003, C.G.C. conveniva in giudizio dinanzi al Tribunale di Genova C.M. e l’impresa edile Co.Da. per sentirli condannare al risarcimento dei danni che asseriva avesse subito il proprio immobile a seguito delle infiltrazioni d’acqua verificatesi in occasione dei lavori di ristrutturazione dell’appartamento soprastante, di proprietà di C.M., eseguiti dall’impresa Co..

Il C.M. si costituiva in giudizio, eccependo che il danno fosse ascrivibile

in via esclusiva alla impresa esecutrice dei lavori, nei confronti della quale svolgeva domanda di manleva.

Si costituiva in giudizio anche l’impresa edile la quale contestava il nesso eziologico tra il fatto di cui il convenuto era chiamato a rispondere e i danni richiesti con la domanda introduttiva ed evidenziava che l’immobile dell’attore si trovava già in cattivo stato di manutenzione prima della esecuzione dei lavori nell’appartamento sovrastante.

Il giudice di prime cure con sentenza n. 3020/2007 dichiarava entrambi i convenuti responsabili dei danni subiti dal sig. C.G.C. e, conseguentemente, li condannava, in via solidale tra loro, a corrispondere all’attore la somma complessiva di Euro 6.410,09.

Avverso tale sentenza proponeva appello C.M. chiedendo che fosse esclusa ogni sua responsabilità nella causazione dei danni; C.G.C., in via di appello incidentale, chiedeva il rigetto del gravame principale nonchè la riforma della sentenza impugnata laddove aveva ridotto l’importo del risarcimento in considerazione della vetustà pregressa dell’immobile e non aveva riconosciuto in suo favore alcun danno per l’indisponibilità dell’immobile; infine, l’impresa edile chiedeva il rigetto dell’appello principale e la conferma integrale della sentenza di primo grado.

La Corte d’Appello di Genova, in parziale riforma della decisione gravata da impugnazione, accoglieva l’appello principale e rigettava quello incidentale, condannando la sola impresa appaltatrice dei lavori al risarcimento dei danni in favore di C.G.C., nonchè alla refusione delle spese di lite e delle c.t.u. svolte in primo grado, in quanto unica responsabile del sinistro oggetto di causa e dei conseguenti danni patiti. C.G.C. propone tre motivi di ricorso nei confronti di C.M. e dell’impresa Co.Da. per la cassazione della sentenza n. 146/2012, depositata dalla Corte d’Appello di Genova in data 10.02.2012, non notificata.

Resiste con controricorso il sig. C.M..

Diritto

LE RAGIONI DELLA DECISIONE

Con il primo motivo di ricorso, C.G.C. deduce la violazione e/o falsa applicazione degli artt. 2043 e 2051 c.c. e in generale dei principi in ordine alla prova del fatto dannoso: art. 2697 c.c., artt. 115 e 116 c.p.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3.

Il ricorrente si duole che la decisione impugnata abbia escluso la responsabilità di C.M. relativamente ai danni causati dalle infiltrazioni d’acqua, ritenendo esclusivamente responsabile per gli stessi danni la ditta edile Co.Da., appaltatrice dei lavori di ristrutturazione.

In particolare la Corte d’Appello di Genova, in parziale riforma della sentenza di primo grado che aveva ritenuto il sig. C.M. corresponsabile del fatto illecito co.ntamente alla ditta appaltatrice nella causazione dell’evento dannoso, e facendo riferimento ad un rapporto, quale è quello di appalto, in cui il terzo danneggiato è estraneo, ha ritenuto non solo che il committente, sig. C.M., si fosse spogliato del potere di fatto sulla cosa e che fosse del tutto privo di preparazione tecnica, ma anche che non avesse l’onere di vigilare sull’esecuzione dei lavori che, per loro natura, rientravano nella competenza esclusiva dell’impresa edile.

Lamenta il ricorrente che la corte territoriale, così disponendo, avrebbe male interpretato le norme che disciplinano la materia in questione, ed in particolare l’art. 2051 c.c., in quanto la responsabilità del proprietario di una bene per i danni prodotti dal bene stesso ad altri permane, anche in caso di appalto, se questi non fornisce la prova liberatoria del totale affidamento della cosa stessa all’appaltatore (dimostrando che nel corso dei lavori l’immobile era stato totalmente consegnato ed affidato all’impresa appaltatrice ed egli si era quindi privato del potere di controllo e di custodia sullo stesso ex art. 2051 c.c.).

Il motivo è infondato.

La sentenza impugnata ha fatto corretta applicazione dei principi costantemente affermati da questa Corte e richiamati dallo stesso ricorrente, secondo i quali la consegna dell’area è di regola sufficiente a trasferirne la custodia esclusiva (da ultimo, Cass. 1146 / 2015) ritenendo accertato in fatto che, dato il tipo di lavori in corso di esecuzione (rifacimento della soletta del solaio) che non consentivano la permanenza del proprietario all’interno dell’immobile in corso d’opera, il committente si fosse spogliato della disponibilità materiale del bene affidandolo all’appaltatore per il tempo di esecuzione dei lavori stessi, e che l’obbligo di custodia si fosse quindi concentrato, per quel periodo, sul solo appaltatore.

Con il secondo motivo, il ricorrente si duole della violazione e/o falsa applicazione degli artt. 329, 342 e 346 c.p.c. e deduce la omessa e/o incongrua motivazione su un punto decisivo della controversia in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3 e n. 5.

Lamenta che il C.M. avrebbe prestato acquiescenza nei confronti della sentenza pronunciata dal Tribunale di Genova laddove la stessa non aveva ritenuto provato che il proprietario avesse rimesso all’appaltatore l’esclusiva disponibilità del cantiere e che, di conseguenza, la Corte d’Appello avrebbe dovuto ritenere essersi formato il giudicato (con conseguente rigetto del gravame e conferma della sentenza di primo grado).

Il motivo è infondato.

Perchè si determini acquiescenza, è necessaria la volontà della parte di accettare la sentenza o di rinunciare all’impugnazione (v. Cass. n. 19654 del 2006, secondo la quale “L’acquiescenza tacita, che comporta l’inammissibilità dell’impugnazione ai sensi dell’art. 329 c.p.c., deve risultare dal compimento di atti assolutamente incompatibili con la volontà di avvalersi dell’impugnazione prevista dalla legge, e dai quali possa quindi desumersi in modo univoco la volontà della parte di accettare la definizione della controversia nei termini segnati dalla sentenza impugnabile”).

Nel caso in questione, il C.M. non soltanto non ha manifestato espressamente nè di accettare la sentenza di primo grado, nè di rinunciare all’impugnazione, al contrario nei confronti della sentenza pronunciata dal Tribunale di Genova ha proposto appello, chiedendo fosse accertata l’esclusiva responsabilità dell’appaltatore.

Con il terzo motivo, il ricorrente denuncia la omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio, in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 5.

Sostiene che la Corte d’Appello di Genova, rigettando l’appello incidentale con il quale C.G.C. aveva chiesto la riforma della sentenza di primo grado laddove questa aveva ridotto per vetustà i costi complessivi di ripristino delle pareti murarie e delle opere di consolidamento del soffitto dell’immobile, nonchè laddove non aveva riconosciuto in suo favore alcun danno per l’indisponibilità dell’immobile, non avrebbe dato esauriente risposta alla richiesta di revisione della decisione introdotta con il motivo di appello proposto dallo stesso C.G.C., limitandosi pertanto ad una generica valutazione con conseguente vizio motivazionale.

La nozione di vizio di motivazione richiamata dal ricorrente è quella applicabile ratione temporis e non la più rigida e ristretta nozione che si applica ai ricorsi avverso le sentenze pubblicate dall’il settembre 2012 in poi.

Il motivo tuttavia è infondato.

La corte territoriale osserva che “non può prescindersi dalla riduzione del 50% operata dal giudice di prime cure sui costi complessivi di ripristino, in considerazione della situazione di grave degrado in cui versava l’immobile già prima che si verificassero le infiltrazioni in questione”, e lo fa sulla base delle prove testimoniali assunte, della documentazione fotografica prodotta dal legale della ditta appaltatrice dei lavori e della relazione tecnica del c.t.u. nominato nel corso del giudizio di primo grado.

Pertanto, la pronuncia della Corte d’Appello di Genova non può ritenersi nè insufficientemente nè incoerentemente motivata, atteso che in tema di ricorso per cassazione, il ricorrente che denunci, quale vizio di motivazione, l’insufficiente giustificazione logica dell’apprezzamento dei fatti della controversia o delle prove, non può limitarsi a prospettare una spiegazione di tali fatti e delle risultanze istruttorie con una logica alternativa, pur in possibile o probabile corrispondenza alla realtà fattuale, poichè è necessario che tale spiegazione logica alternativa appaia come l’unica possibile (v. Cass. n. 25927 del 2015), laddove nel caso di specie il ricorrente contrappone alla valutazione della corte d’appello la propria valutazione del materiale probatorio.

Il ricorso deve pertanto essere rigettato.

Le spese seguono la soccombenza e si liquidano come al dispositivo.

PQM

La Corte rigetta il ricorso. Pone a carico del ricorrente le spese di giudizio sostenute dal controricorrente e le liquida in complessivi Euro 2.900,00 di cui Euro 200,00 per spese, oltre accessori e contributo spese generali.

Così deciso in Roma, il 20 aprile 2016.

Depositato in Cancelleria il 22 settembre 2016

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