Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 18593 del 09/09/2011

Cassazione civile sez. I, 09/09/2011, (ud. 13/07/2011, dep. 09/09/2011), n.18593

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SALME’ Giuseppe – Presidente –

Dott. DI PALMA Salvatore – Consigliere –

Dott. ZANICHELLI Vittorio – Consigliere –

Dott. SCHIRO’ Stefano – Consigliere –

Dott. DIDONE Antonio – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso proposto da:

P.E. ((OMISSIS)) elettivamente domiciliato in

ROMA, VIA DELLA GIULIANA 9, presso lo studio dell’avvocato ALESSANDRA

VISCARDI, rappresentato e difeso dagli avvocati PONTRANDOLFI

STEFANIA, VISCARDI ALFONSO giusta procura a margine del ricorso;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELLA GIUSTIZIA (OMISSIS), in persona del Ministro in

carica, elettivamente domiciliato in ROMA, VIA DEI PORTOGHESI 12,

presso l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che lo rappresenta e

difende ope legis;

– controricorrente –

avverso il decreto n. 297/08 V.G. della CORTE D’APPELLO di NAPOLI del

4/03/09, depositata il 17/03/2009;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

13/07/2011 dal Consigliere Relatore Dott. ANTONIO DIDONE;

udito l’Avvocato Viscardi Antonio, difensore del ricorrente che

insiste per l’accoglimento del ricorso; è presente il P.G. in

persona del Dott. PIERFELICE PRATIS che ha concluso per

l’inammissibilità del ricorso per mancanza di quesiti.

Fatto

RITENUTO IN FATTO E IN DIRITTO

1.- P.E. ha proposto ricorso per cassazione – affidato a quattro motivi – contro il decreto della Corte di appello di Napoli del 17.3.2009 con il quale è stata rigettata la sua domanda di equa riparazione ex L. n. 89 del 2001 presentata in relazione alla durata irragionevole di una procedura esecutiva promossa nei suoi confronti con atto di precetto del 1995, non ancora definita.

La Corte di appello ha ritenuto non provato il danno patrimoniale e insussistente: il danno non patrimoniale lamentato dal debitore esecutato.

Il Ministero della Giustizia resiste con controricorso con il quale, tra l’altro, eccepisce l’inammissibilità del ricorso.

1.1.- La presente sentenza è redatta con motivazione semplificata così come disposto dal Collegio in esito alla deliberazione in camera di consiglio.

2.1.- Con i motivi di ricorso parte ricorrente denuncia: 1) violazione e falsa applicazione della L. n. 89 del 2001, art. 2 e art. 6 CEDU; 2) violazione e falsa applicazione della L. n. 89 del 2001, art. 2, artt. 2056, 2059 c.c. e art. 6 CEDU e relativo vizio di motivazione in ordine al danno patrimoniale; 3) violazione e falsa applicazione della L. n. 89 del 2001, art. 2, artt. 2056, 2059 c.c. e art. 6 CEDU e relativo vizio di motivazione in ordine al danno non patrimoniale; 4) violazione e falsa applicazione dell’art. 112 c.p.c. e art. 25 Cost..

3.- Osserva la Corte che l’impugnazione deve essere dichiarata inammissibile per violazione dell’art. 366 bis c.p.c., posto che in relazione ai motivi di ricorso non sono stati formulati dal ricorrente i prescritti quesiti di diritto nè, per i vizi di motivazione denunciati, risultano formulate le sintesi dei fatti controversi. Nè è possibile ritenere che le parti in neretto (non sempre presenti a conclusione del motivo) assolvano alla predetta funzione non essendo rispettosi dei criteri dettati dalla giurisprudenza di legittimità secondo la quale il quesito di diritto deve essere formulato, ai sensi dell’art. 366 bis cod. proc. civ., in termini tali da costituire una sintesi logico-giuridica della questione, così da consentire al giudice di legittimità di enunciare una “regula iuris” suscettibile di ricevere applicazione anche in casi ulteriori rispetto a quello deciso dalla sentenza impugnata.

In altri termini, “il quesito di diritto di cui all’art. 366 bis cod. proc. civ. deve compendiare: a) la riassuntiva esposizione degli elementi di fatto sottoposti al giudice di merito; b) la sintetica indicazione della regola di diritto applicata dal quel giudice; c) la diversa regola di diritto che, ad avviso del ricorrente, si sarebbe dovuta applicare al caso di specie” (Sez. 3, ordinanza n. 19769 del 17/07/2008). E’, pertanto, inammissibile il ricorso contenente un quesito di diritto che si limiti a chiedere alla S.C. puramente e semplicemente di accertare se vi sia stata o meno la violazione di una determinata disposizione di legge perchè, ponendosi in violazione di quanto prescritto dal citato art. 366 bis, si risolve sostanzialmente in una omessa proposizione del quesito medesimo, per la sua inidoneità a chiarire l’errore di diritto imputato alla sentenza impugnata in riferimento alla concreta fattispecie (Sez. U, Sentenza n. 26020 del 30/10/2008).

Il ricorso deve essere dichiarato inammissibile.

Le spese del giudizio di legittimità seguono la soccombenza.

P.Q.M.

La Corte dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di legittimità liquidate in Euro 900,00 oltre le spese prenotate a debito.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 13 luglio 2011.

Depositato in Cancelleria il 9 settembre 2011

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