Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 18578 del 09/09/2011

Cassazione civile sez. II, 09/09/2011, (ud. 09/12/2010, dep. 09/09/2011), n.18578

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. TRIOLA Roberto Michele – Presidente –

Dott. MAZZIOTTI DI CELSO Lucio – Consigliere –

Dott. BUCCIANTE Ettore – Consigliere –

Dott. MAZZACANE Vincenzo – Consigliere –

Dott. SAN GIORGIO Maria Rosaria – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso proposto da:

L.C. (OMISSIS), elettivamente domiciliato in

ROMA, VIA CARLO MIRABELLO 14, presso lo studio dell’avvocato

MENDICINI MARIO, che lo rappresenta e difende;

– ricorrente –

contro

L.V. (OMISSIS), F.L.

(OMISSIS), elettivamente domiciliati in ROMA, VIA S. TOMMASO

D’AQUINO 75, presso lo studio dell’avvocato LACAGNINA MARIO, che li

rappresenta e difende;

– controricorrenti –

avverso la sentenza n. 4605/2004 della CORTE D’APPELLO di ROMA,

depositata il 27/10/2004;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

09/12/2010 dal Consigliere Dott. MARIA ROSARIA SAN GIORGIO;

udito l’Avvocato LACAGNINA Mario, difensore dei resistenti che ha

chiesto il rigetto del ricorso;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

PRATIS Pierfelice che ha concluso per il rigetto del ricorso.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

1. – Con atto di citazione notificato il 5 luglio 2000, C. L. propose appello avverso la sentenza con la quale il Tribunale di Viterbo, decidendo sulla domanda di F.L. e L.V., aveva disposto lo scioglimento della comunione esistente tra costoro e la divisione dell’immobile sito in (OMISSIS), alla Via (OMISSIS), assegnando all’appellante la proprietà dell’appartamento posto al secondo piano, del locale sottotetto, della metà del garage al piano terreno, dell’area esterna indicata con il n. 2 nella relazione del c.t.u. e della metà di quella indicata con il n. 3 della stessa relazione e disponendo un conguaglio di L. 11.000.000 a carico di L.C..

L’appellante – che, nel giudizio di primo grado, non si era opposta alla divisione, contestando solo la pretesa di effettuare la discussione senza tener conto della situazione del possesso e delle opere di completamento da ciascuno apportate, lamentava la erroneità della stima delle soffitte e della area esterna indicata con il n. 2 nella planimetria allegata alla relazione del c.t.u., nonchè la inopportunità dell’assegnazione di una porzione di mq. 25, occupata dalla scala comune e dalla relativa area di servizio, agli altri condividenti, che la utilizzavano come deposito e legnaia.

Gli appellati si costituirono, chiedendo il rigetto dell’impugnazione e proponendo appello incidentale in ordine all’attribuzione di uguale valore all’appartamento al primo piano, loro assegnato, ed a quello al secondo piano, assegnato all’appellante.

2. – Con sentenza depositata il 27 ottobre 2004, la Corte d’appello di Roma rigettò entrambi i gravami.

Per quanto ancora rileva nella presente sede, osservò il giudice di secondo grado, quanto all’assegnazione dell’area di mq 25, che il motivo di impugnazione, fondato su mere considerazioni di opportunità, era privo di pregio perchè l’eventuale successivo uso da parte degli assegnatari non poteva incidere sulla formazione delle quote e perchè le ridotte dimensioni dell’area non ne consentivano la divisione.

3. – Per la cassazione di tale sentenza ricorre L.C. sulla base di due motivi. Resistono con controricorso L. F. e L.V..

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

1 – Con la prima censura, si lamenta violazione e falsa applicazione dell’art. 1117 cod. civ., art. 360 cod. proc. civ., nn. 3 e 5, erroneità del dispositivo e contraddittorietà della motivazione.

Avrebbe errato la Corte di merito nel ritenere fondata su mere considerazioni di opportunità la richiesta dell’attuale ricorrente che l’area attraverso la quale si accede dalla via pubblica alle scale e sulla quale sono poste le scale di accesso ai singoli appartamenti nonchè le scale stesse fossero dichiarate di proprietà comune, e non assegnate quale proprietà esclusiva dei signori F.L. e L.V., ai quali era stata assegnata la proprietà dell’appartamento al primo piano. L’utilizzo come legnaia da parte di costoro della porzione di cui si tratta era stato prospettato solo come indicazione dei soprusi iniziati a seguito della erronea assegnazione. Al contrario, la richiesta troverebbe fondamento nel disposto dell’art. 1117 cod. civ.. Nella planimetria allegata alla c.t.u. espletata in primo grado sarebbe stata regolarmente segnalata l’area di mq. 25 con l’indicazione “ingresso scala”, della quale il c.t.u. non aveva poi riferito.

2.1. – Il motivo è infondato.

2.2. – La denunziata violazione dell’art. 1117 cod. civ. non è configurabile nella specie. La citata disposizione codicistica stabilisce una presunzione iuris tantum di proprietà comune in capo ai titolari dei diversi piani o porzioni di piano di un edificio sul suolo in cui sorge l’edificio, sulle fondazioni, i muri maestri ed i lastrici solari, le scale, i portoni di ingresso, i vestiboli, gli anditi, i portici, i cortili ed in genere su tutte le parti dell’edificio necessarie all’uso comune, se il contrario non risulta dal titolo.

Il diritto di condominio sulle parti comuni dell’edificio ha il suo fondamento nel fatto che tali parti siano necessarie per l’esistenza dell’edificio stesso, ovvero che siano permanentemente destinate all’uso o al godimento comune, sicchè la presunzione di comproprietà posta dall’art. 1117 cod. civ., che contiene un’elencazione non tassativa ma meramente esemplificativa dei beni da considerare oggetto di comunione, può essere superata qualora manchi il presupposto per il riconoscimento di una contitolarità necessaria (cfr., in tema di superamento della presunzione di comunione, Cass., sent. n. 17993 del 2010). L’accertamento relativo alla sussistenza del legame di essenziale indissolubilità e/o di accessorietà tra il bene di proprietà singola e gli altri beni è demandato al giudice di inerito ed è incensurabile in sede di legittimità se non affetto da vizi logici e giuridici (Cass., sent. n. 27145 del 2007).

2.3. – Con riguardo all’esercizio di tale discrezionalità da parte del giudice di merito nel caso di specie, deve, in particolare, precisarsi che l’area di cui si tratta non risulta essere rappresentata dalla scala, ma è quella sulla quale è posta la scala di accesso ai due appartamenti, e che non risulta contestata la mancata accessibilità, per effetto dell’assegnazione della stessa agli attuali resistenti, alla porzione dell’immobile assegnata alla ricorrente.

Ciò posto, correttamente la Corte capitolina, a fronte del titolo rappresentato dalla divisione operata con la sentenza di primo grado, che aveva superato la presunzione iuris tantum di proprietà comune prevista dall’art. 1117 cod. civ., ha confermato la formazione delle quote quale risultante da detta sentenza, escludendo, per un verso, che il successivo utilizzo dell’area de qua da parte degli assegnatari, stigmatizzato dall’attuale ricorrente, potesse avere alcuna incidenza sulla decisione, e sottolineando, per l’altro, che le ridotte dimensioni dell’area non ne consentivano la divisione, con conseguente necessità dell’assegnazione, in sede di scioglimento della comunione, ad una delle parti condividenti. 3. – Con la seconda censura si deduce violazione e falsa applicazione degli artt. 112 e segg. cod. proc. civ., art. 360 cod. proc. civ., n. 5, art. 118 disp. att.. La ricorrente fa presente di non avere chiesto la divisione dell’area di 25 mq. e delle scale, ma piuttosto che le stesse venissero dichiarate di proprietà comune, ai sensi dell’art. 1117 cod. civ., non sussistendo motivi per derogare al disposto di detta norma, mentre l’utilizzo delle parti condominiali di cui si tratta ad uso esclusivo di legnaia conseguivano al mancato rispetto della norma invocata. Nè le ridotte dimensioni dell’area in questione poteva incidere sulla formazione delle quote.

4.1. – La censura è inammissibile per genericità.

4.2. – Invero, dalla esposizione della medesima, non emerge in modo sufficientemente chiaro in che cosa consisterebbe la mancata corrispondenza tra il chiesto e il pronunciato, dal momento che la Corte di merito ha risposto in modo adeguato, e con motivazione congrua e immune da vizi logici ed errori giuridici, alle doglianze avanzate dalla attuale ricorrente, correttamente escludendo, per le ragioni indicate sub 2.2. l’applicabilità, nella specie, del regime delle cose comuni.

Nè è esatto il rilievo della ricorrente secondo il quale ella non avrebbe chiesto la divisione del bene comune, atteso che la L., nel primo grado del giudizio, promosso da F.- L., non si era comunque opposta alla divisione.

5. – In definitiva, il ricorso deve essere rigettato. In ossequio al criterio della soccombenza, le spese del giudizio, che vengono liquidate come da dispositivo, devono essere poste a carico della ricorrente.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso. Condanna la ricorrente al pagamento delle spese del giudizio, che liquida in complessivi Euro 2200,00, di cui Euro 2000,00 per onorari.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Seconda Civile, il 9 dicembre 2010.

Depositato in Cancelleria il 9 settembre 2011

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