Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 18567 del 07/09/2020

Cassazione civile sez. I, 07/09/2020, (ud. 02/07/2020, dep. 07/09/2020), n.18567

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CAMPANILE Pietro – Presidente –

Dott. PARISE Clotilde – rel. Consigliere –

Dott. TERRUSI Francesco – Consigliere –

Dott. CAIAZZO Rosario – Consigliere –

Dott. CARADONNA Lunella – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 9016/2015 proposto da:

C.R., quale titolare dell’omonima impresa individuale,

elettivamente domiciliato in Roma, Piazza di Villa Carpegna n. 43,

presso lo studio dell’avvocato De Propris Eugenio, che lo

rappresenta e difende unitamente all’avvocato Iacoella Giorgio,

giusta procura in calce al ricorso;

– ricorrente –

e contro

Comune di Torrice, in persona del sindaco pro tempore, elettivamente

domiciliato in Roma, Via Buccari n. 3, presso lo studio

dell’avvocato Salvucci Maria Cristina, rappresentato e difeso

dall’avvocato Pullano Aniello, giusta procura a margine del

controricorso e ricorso incidentale;

– controricorrente e ricorrente incidentale –

avverso la sentenza n. 859/2014 della CORTE D’APPELLO di ROMA,

depositata il 10/02/2014;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

02/07/2020 dal Cons. Dott. PARISE CLOTILDE.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. Con sentenza n. 672/07, il Tribunale di Frosinone accoglieva parzialmente la domanda proposta da C.R., titolare della ditta individuale ing. C.R., appaltatrice dei lavori di costruzione della strada comunale (OMISSIS) di cui al contratto stipulato il 18 gennaio 1998 con il Comune di Torrice, condannava il suddetto Comune, quale stazione appaltante, al pagamento della somma di Euro 61.971,92, oltre interessi del D.P.R. n. 1063 del 1962, ex artt. 35 e 36, in relazione alle riserve 11 e 15 iscritte dall’impresa nella contabilità dell’appalto.

2. Con sentenza n. 859/2014, pubblicata il 10-2-2014, la Corte d’appello di Roma ha rigettato l’appello principale proposto da C.R. e, in accoglimento dell’appello incidentale proposto dal Comune di Torrice e in parziale riforma della sentenza di primo grado, ha rigettato le domande proposte da C.R. in relazione alle pretese di cui alle riserve 11 e 15, condannando C.R. alla restituzione della somma di Euro 51.643,62 oltre IVA e interessi al saggio legale dal pagamento, nonchè ponendo a definitivo carico del C. i costi della C.T.U. e le spese di lite del doppio grado. Quanto all’appello principale, la Corte d’appello ha statuito: (i) l’infondatezza delle censure inerenti le riserve da 1 a 5, essendo corretta l’interpretazione del negozio transattivo del 17 maggio 1994 effettuata dal primo Giudice, che si era limitato a ritenere rinunciate le suddette riserve, come peraltro non contestato dall’appellante ed emergente dal tenore inequivocabile del documento in questione, e neppure essendo ravvisabile il denunciato vizio di ultra petizione; (ii) l’infondatezza delle censure riguardanti l’inammissibilità delle pretese di cui alle riserve da 6 a 10 per intervenuta decadenza, atteso che l’onere dell’iscrizione di riserva non sorge solo nel momento in cui il registro di contabilità è reso disponibile all’appaltatore o in quello in cui questi è invitato a sottoscriverlo e che, in caso di momentanea indisponibilità del registro, l’imprenditore, fermo l’onere di riversare appena possibile le riserve nel registro di contabilità, è tenuto a operare l’iscrizione in documenti equivalenti, quali i verbali di sospensione o ripresa dei lavori, gli ordini di servizio dell’amministrazione o nei SAL, come da giurisprudenza di questa Corte richiamata nella sentenza impugnata, e ciò anche per i lavori extra contratto; nel caso concreto, inoltre, risultava provato documentalmente dall’esame del registro di contabilità dell’appalto (allegato 7 alla c.t.u.) che, pur in presenza di contabilità provvisoria, il registro era stato sottoposto all’appaltatore e dallo stesso sottoscritto senza riserve in occasione dell’emissione dei certificati di pagamento relativi ai SAL III e IV nelle date del 6-11-1994 e del 18 maggio 1995; (iii) l’inammissibilità per genericità dei motivi concernenti la tardività ed inammissibilità delle pretese relative alle riserve 12, 13, 14, 16 e 18, iscritte in occasione della sottoscrizione del certificato di collaudo, in quanto, secondo il Tribunale, le prime tre riserve erano tardive perchè riguardanti vicende anteriori all’accordo transattivo o alle considerate omissioni nella contabilizzazione, ed ugualmente erano tardive le riserve 16 e 18 perchè avrebbero dovuto essere iscritte entro la data di redazione dello stato finale e registrate in contabilità; (iv) l’infondatezza dei motivi concernenti l’inammissibilità della domanda di arricchimento senza causa, avuto riguardo alla rilevabilità d’ufficio del difetto di residualità della suddetta azione ed all’applicabilità nella specie delle disposizioni del D.L. n. 66 del 1989, dovendosi fare riferimento alla data di esecuzione delle opere non previste dal contratto, avvenuta, sulla base degli accertamenti eseguiti dal C.T.U, in data successiva a quella del 2 marzo 1989 di pubblicazione in Gazzetta Ufficiale e di entrata in vigore del decreto legge, ed essendo altresì indubbia, nel caso concreto, la responsabilità del direttore dei lavori, per avere egli, in base al R.D. n. 350 del 1895, art. 3, il compito di vigilare sull’esecuzione dell’appalto e di garantire l’esecuzione dei lavori a regola d’arte e in conformità al progetto. Quanto ai motivi di appello incidentale, la Corte d’appello ha accolto il primo motivo e dichiarati assorbiti gli altri, rilevando che le riserve 11 e 15 riguardavano oneri sicuramente sopportati dall’impresa prima della conclusione dei lavori e della redazione dello stato finale, in quanto aventi ad oggetto spese di progettazione ed equo compenso pretesi in dipendenza dello stravolgimento di previsioni di perizia e in conseguenza dell’esecuzione dei lavori di realizzazione del ponte canale sul fosso (OMISSIS). La Corte territoriale ha, di conseguenza, ritenuto intempestive anche dette riserve, atteso che l’impresa avrebbe dovuto iscriverle in occasione della redazione dello stato finale, essendo, in allora, già del tutto evidente il pregiudizio derivante dagli esborsi non remunerati in base al contratto e non potendo rivestire rilievo, in ordine all’intervenuta decadenza, il fatto che la realizzazione del manufatto, non prevista dal contratto, fosse stata collaudata e ritenuta remunerabile.

3. Avverso questa sentenza C.R., nella qualità di cui sopra, propone ricorso, affidato ad un solo motivo, resistito con controricorso dal Comune di Torrice, che propone ricorso incidentale.

4. Il ricorso è stato fissato per l’adunanza in Camera di consiglio ai sensi dell’art. 375 c.p.c., u.c. e art. 380 bis 1 c.p.c.. Le parti hanno depositato memorie illustrative.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. L’unico articolato motivo di ricorso principale è così rubricato: “Omesso esame di due fatti decisivi per il giudizio che sono stati oggetto di discussione fra le parti, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5); nonchè, la violazione e/o falsa applicazione, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3): i) del R.D. 25 maggio 1895, n. 350, artt. 37, 38, 47, 52, 53, 58, 63, 64, 86, 88, e 89; ii) della L. 20 marzo 1865, n. 2248, art. 342, all. F e dell’art. 13 del Capitolato generale del Ministero dei lavori pubblici, approvato con D.P.R. 6 luglio 1962, n. 1063; iii) degli artt. 1174,1176,1218,1223,1337,1375,1460,1665 e 2041 c.c.; iv) la violazione della L. 24 aprile 1989, n. 144, in relazione all’art. 28 Cost.”. Deduce il ricorrente che la Corte territoriale ha omesso l’esame del fatto “di cui alle pagg. 34 e 35 dell’atto di appello, sub n. 13) del I motivo d’appello, capoversi primo, quinto e sesto, circa la totale irregolarità della contabilità redatta interamente in partita provvisoria, dal primo stato d’avanzamento lavori, fino allo stato finale dei medesimi” (pag. 10 ricorso). Lamenta altresì l’omesso esame del fatto “della assoluta mancanza di rilevamento delle misurazioni nel contraddittorio fra le parti di cui allo stesso capoverso del n. 13); nonchè alle pagg. 37, ultimo capoverso che segue alla pag. 38 sub n. 14), parimenti del I motivo d’appello, ma anche alle pagine 48, 51, 53, 57 e 58 dello stesso atto, nonchè alle pagg. 3 e 4 della memoria conclusionale, e alla pag. 21 della memoria di replica “(pag. n. 10 ricorso). Ad avviso del ricorrente entrambi detti fatti sono stati provati in via documentale, quanto alla loro esistenza, attraverso la produzione in primo e secondo grado dei documenti, di cui indica il numero, relativi agli stati di avanzamento e allo stato finale, i cui libretti delle misure assume che non siano mai stati firmati dall’Impresa appaltatrice. Adduce che in data 14.11.1995, con la Delib. Giunta Municipale, n. 561, l’Ente territoriale aveva approvato, sia pure unilateralmente, a posteriori e “a sanatoria”, una perizia di variante e suppletiva, di cui l’impresa appaltatrice ebbe cognizione solo attraverso il Collaudo del 28.6.1996 (cfr. doc. 147). Ad avviso del ricorrente detta perizia, di cui la sentenza impugnata dava atto alla pag. 9 riga 12 come “variante finale”, si configura come sanatoria dell’intera opera già eseguita a consuntivo e assume il valore di una vera e propria confessione circa l’ineseguibilità dell’opera sino al suo completamento, il difetto di cooperazione, la responsabilità della P.A. per tutti i ritardi causati, la legittima volontà della P.A. alla esecuzione dei lavori che essa indicava e la provenienza dalla stessa P.A. degli ordini di esecuzione, sia pure a sanatoria. Deduce, quindi, che l’omissione dell’esame dei suddetti fatti ha determinato la violazione o la falsa applicazione delle norme di diritto indicate nella rubrica del motivo. Rimarca l’impossibilità per l’impresa di percepire la lesione o i pregiudizi, in relazione all’onere di iscrizione delle riserve, stante la sussistenza della colpa grave della P.A., in persona del Sindaco, per negligente attività di sorveglianza sull’esecuzione dei lavori poi approvati con la perizia “a sanatoria”, nonchè per falsa contabilizzazione in difetto di istituzione dei libretti delle misure e del relativo necessario e imprescindibile contraddittorio. Assume che per giurisprudenza costante l’obbligo di iscrizione della riserva sorga solo nel momento in cui cessa la provvisorietà delle allibrazioni viziata dall’assenza di contraddittorio, stante il disposto del R.D. 25 maggio 1895, n. 350, art. 58, che consente l’iscrizione solo purchè. siano in regola e firmati i libretti delle misure, il che non era stato nel caso di specie. Poichè, in definitiva, tutti i ritardi erano imputabili alla stazione appaltante, non era dovuta la penale di cui alla riserva 8, erano tempestive le riserve dalla n. 6 alla n. 10, iscritte allo stato finale, ed ugualmente erano efficaci e tempestive le riserve dalla n. 1 alla n. 5, sia perchè la rinuncia di cui all’atto integrativo del 17.5.1994 “non avrebbe dovuto essere considerata valida ed efficace in quanto indeterminata e interminabile ex art. 1174 c.c. (cfr. Cass. 8 febbraio 1961, n. 265, in Giust. Civ. 1961, I, 565), per la stessa ragione per cui vi era l’impossibilità per l’Impresa di percepire la lesione, in assenza del contraddittorio delle misurazioni”(pag. n. 13 ricorso), sia “a tenore dell’eccezione, già sollevata in appello, di inadimplenti contractus, che paralizza, ex art. 1460 c.c., tanto l’adempimento, quanto la statuizione di efficacia o validità della rinunzia a ragione del corrispondente inadempimento dell’obbligazione simultanea contestualmente assunta dalla P.A. di mantenere immutato il contratto e la perizia 1992, attenendosi al relativo programma poi disatteso con l’approvazione della perizia 1995 di cui sopra” (pag. n. 13 ricorso). Adduce il ricorrente che sono da ritenersi tempestive e legittime anche le riserve 12, 13, 14, 16 e 18, lamenta la violazione da parte della Corte territoriale degli artt. 1176,1218 e 1223 c.c., “siccome a ragione del fatto che esse riserve riguardano la prestazione riparatoria che consegue al continuativo e sommamente anomalo andamento dei lavori causato dalla P.A. e protrattosi sino alla perizia 1995, approvata “a consuntivo”, “in via postuma all’esecuzione”, e ancora “a sanatoria” (atteggiatasi, diremmo, quale spudorata confessione), come sopra riferito e documentato agli atti del giudizio; la quale ha cagionato la paralisi dei mezzi produttivi, costringendo l’Impresa a rimanere vincolata illimitatamente, in attesa delle determinazioni della Amministrazione che sono (per altro verso illegittimamente) intervenute solo ad opera ultimata” (pag.n. 14 ricorso). Afferma il ricorrente, in relazione alle riserve 11 e 15, che la corrispondente censura rimane assorbita dalle considerazioni espresse sulle altre riserve, atteggiandosi la cd. riprogettazione quale prestazione riparatoria dei maggiori oneri subiti dall’impresa a seguito della perizia del 1995, che procrastinava i fatti continuativi perpetrati dalla P.A.. Richiama, inoltre, la giurisprudenza di questa Corte in tema di fatti continuativi e deduce che, anche ammettendo che la continuità sia cessata al momento del collaudo, “proprio al collaudo che tutte 18 le riserve sono state tempestivamente iscritte e/o richiamate dall’appaltatore entro i termini di legge (cfr. doc. nn. 147 e 149)” (pag. n. 15 ricorso). In ordine all’azione di ingiustificato arricchimento, ad avviso del ricorrente la L. n. 144 del 1989, non è applicabile “sotto i profili oggettivo e soggettivo, poichè rivolta ad amministratori o funzionari che abbiano agito in violazione del suo disposto; e NON – come lascia intendere la Corte a qua – agli enti che abbiano legittimamente assunto deliberazioni quali l’approvazione della perizia 1995 di cui sopra s’è detto e dato prova, e di cui lo stesso verbale di collaudo dà prova” (pag. 16 ricorso). Circa la responsabilità dei funzionari, il ricorrente osserva che “essa è superata e posta nel nulla dalla precedente censura, dato che in costanza della stessa perizia 1995, approvata dalla G.M. come si è precedentemente provato in via documentale, la responsabilità del Direttore dei Lavori è responsabilità della P.A., con l’ulteriore conseguenza che pure la statuizione che dichiara l’improponibilità dell’azione di ingiustificato arricchimento di cui alla pag. 10, righe 4 e 5 dell’impugnata sentenza deve essere cassata per violazione di legge, quivi compreso il dettato di cui all’art. 28 Cost.”. (pag. n. 16 ricorso). Infine, il ricorrente, nel richiamare “la statuizione di cui alla pag. 9, ultimo capoverso che termina alla pag. 10, con espresso richiamo del Giudice a quo alle pagg. 8 e 17 della sentenza di prime cure (strada degli Aquilani, di cui alla riserva 10)” (pag. n. 16 ricorso) rileva che la strada degli Aquilani era opera inclusa nella perizia 1989, regolarmente approvata con Delib. della G.M. 27 febbraio 1989, n. 81 bis (doc. n. 15) e regolarmente sottoscritta dall’appaltatore con apposito atto di sottomissione e che circa la stessa strada, successivamente, con raccomandata del Sindaco “in data 12.8.1996 (cfr. doc. n. 150) venne proposto all’Impresa, in via stragiudiziale, un accordo che sottende sia l’esplicito riconoscimento dell’opera da parte della P.A., sia la conferma della manifestazione di volontà legittimamente espressa dalla P.A. e dal Sindaco nella perizia 1989 di cui sopra, ove mai ve ne fosse stato bisogno” (pag. n. 17 ricorso). Il ricorrente, nel richiamare le deduzioni svolte in relazione alle altre riserve, assume che la riserva 10 neppure necessitasse di iscrizione, vertendo su opera estranea all’appalto, e in ogni caso rimarca che la P.A. che ne aveva tratto utilità non era autorizzata a ritenerla impunemente e gratuitamente.

2. Con l’unico motivo di ricorso incidentale il Comune di Torrice denuncia “violazione e falsa applicazione dell’art. 112 c.p.c. (corrispondenza tra chiesto e pronunciato) con riferimento all’art. 360, c.p.c. n. 3”. Deduce che la Corte d’Appello di Roma, nell’accogliere il primo motivo di appello incidentale e, in particolare, l’eccezione di tardività anche delle riserve n. 11 e n. 15, così rigettando la richiesta di pagamento avanzata dal C. in relazione alle suddette due riserve, ha condannato il C. alla restituzione della somma di Euro 51.643,27 oltre IVA e interessi legali al saggio legale dal pagamento. Rileva che la somma versata dal Comune di Torrice in esecuzione della sentenza di primo grado comprendeva anche gli interessi di mora di cui alla legge speciale del 1962, di importo pari a .317,04, la cui restituzione, con gli interessi legali dal pagamento (16-2-2009) al soddisfo, era stata espressamente richiesta dal Comune appellato nella comparsa di costituzione e risposta con appello incidentale, come da testo delle conclusioni di detto atto difensivo che riporta nel controricorso. Afferma che la Corte territoriale, presumibilmente per mera dimenticanza, non aveva ordinato la restituzione del suddetto importo, il cui esborso era stato documentato come da produzione in allegato alla comparsa di costituzione d’appello (all. 6 bis e 6 ter) e chiede l’annullamento della sentenza impugnata, con decisione nel merito, limitatamente al vizio denunciato.

3. In via preliminare deve essere disattesa l’eccezione, sollevata dal Comune controricorrente, di nullità della notificazione del ricorso perchè non effettuata al domicilio eletto in Roma, e ciò per il principio del raggiungimento dello scopo. L’ente controricorrente ha notificato il controricorso con ricorso incidentale in data 11-5-2015, ossia, ritualmente, nel termine di quaranta giorni dalla notifica del ricorso, avvenuta l’1-4-2015, così sanando la dedotta nullità (Cass. n. 3648/2016; Cass. S.U. n. 14916/2016).

4. Il motivo di ricorso principale è inammissibile.

4.1. Secondo la costante giurisprudenza di questa Corte, il motivo del ricorso deve necessariamente possedere i caratteri della tassatività e della specificità ed esige una precisa e chiara enunciazione, di modo che il vizio denunciato rientri nelle categorie logiche previste dall’art. 360 c.p.c., sicchè è inammissibile la critica generica della sentenza impugnata, formulata con un unico motivo sotto una molteplicità di profili tra loro confusi e inestricabilmente combinati (tra le tante da ultimo Cass. n. 11603/2018; Cass. 26790/2018).

4.2. L’unico motivo di ricorso in via principale, con cui cumulativamente si denunciano i vizi di cui all’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 5, è articolato mediante commistione e affastellamento di elementi di fatto e di diritto, illustrati confusamente, senza puntuale riferimento alle statuizioni censurate ed all’iter motivazionale che le sorregge, richiamato, in ricorso, mediante mera indicazione delle pagine della sentenza impugnata, senza che risulti neppure chiaramente comprensibile a quale delle articolate, chiare e puntuali argomentazioni espresse nella sentenza impugnata si riferiscano le doglianze.

4.3. Nello specifico, i fatti il cui esame il ricorrente denuncia omesso sono la “totale irregolarità della contabilità redatta interamente in partita provvisoria, dal primo stato d’avanzamento lavori, fino allo stato finale dei medesimi” (pag. 10 ricorso), l'”assoluta mancanza di rilevamento delle misurazioni nel contraddittorio fra le parti” e la “sanatoria e confessione” desumibili, a suo avviso, “dalla perizia di variante del novembre 1995”.

Sotto un primo profilo, la critica non si confronta con la motivazione della sentenza impugnata; la Corte d’appello ha ritenuto provato documentalmente, dall’esame del registro di contabilità dell’appalto (allegato 7 alla c.t.u.), che, pur in presenza di contabilità provvisoria, il registro era stato sottoposto all’appaltatore e dallo stesso sottoscritto senza riserve in occasione dell’emissione dei certificati di pagamento relativi ai SAL III e IV nelle date del 6-11-1994 e del 18 maggio 1995. Il ricorrente pare evidenziare, richiamando alcune pagine dell’atto di appello, della memoria conclusionale e della memoria di replica, di cui non riporta il preciso contenuto, la rilevanza probatoria dei dati desumibili dei “libretti delle misure” degli stati di avanzamento e dello stato finale, assumendo di non averli firmati (pag. n. 10 ricorso), senza, tuttavia, confutare il ragionamento della Corte territoriale sopra riassunto, con cui si dà conto della presenza della contabilità provvisoria, ma si rimarca la sottoscrizione da parte del ricorrente dei registri di contabilità. Dall’illustrazione della censura non è dato evincere se e in che modo sia stata allegata, nelle difese svolte nei giudizi di merito, la decisività, in tesi, dei dati richiamati, difettando così la doglianza anche di autosufficienza.

In ordine alle deduzioni concernenti la cd. perizia “a sanatoria” del 1995, che, ad avviso del ricorrente, si configura come “vera e propria confessione circa l’ineseguibilità dell’opera fino al suo completamento”, per un verso lo stesso ricorrente dà atto che la “perizia” è menzionata nella sentenza impugnata e, quindi, è stata esaminata, per altro verso non si rinviene nel ricorso la descrizione del contenuto del documento, sì da poterne inferire la decisività nei termini indicati dal ricorrente, ossia derivandone, a suo dire, la tempestività di tutte le riserve, per essere tutti i ritardi imputabili alla stazione appaltante.

Peraltro anche le critiche svolte con riferimento all’iscrizione delle varie riserve, sotto una molteplicità di profili tra loro confusi e inestricabilmente combinati, non si confrontano con le analitiche argomentazioni di cui alla sentenza impugnata. In particolare, quanto alle riserve a 1 a 5, il ricorrente non censura l’interpretazione, che neppure riporta, del negozio transattivo del 17 maggio 1994 effettuata dal Tribunale e ritenuta corretta dalla Corte territoriale, limitandosi a riproporre le deduzioni svolte in appello e motivatamente disattese dalla Corte territoriale. Circa le altre riserve, il ricorrente ne giustifica la tempestività perchè i ritardi erano imputabili alla stazione appaltante (riserve da 6 a 10) e perchè si trattava di prestazioni “riparatorie” conseguite al continuativo e anomalo andamento dei lavori imputabile alla P.A. e relative ai maggiori oneri subiti dall’impresa a seguito della “perizia” del 1995 (riserve da 11 a 18), ancora una volta senza confrontarsi con l’articolato e dettagliato percorso argomentativo della sentenza impugnata.

4.4. A ciò si aggiunga, quale ulteriore profilo di inammissibilità, che lo stesso ricorrente afferma dipendere dall’omesso esame dei fatti di cui si è detto il vizio di violazione e falsa applicazione di legge denunciato. Detta censura, svolta con riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, è inammissibile anche perchè, in base alla stessa prospettazione di cui si è appena detto, è mediata dalle risultanze istruttorie. Segnatamente, il ricorrente non deduce che vi sia stata un’erronea ricognizione, da parte del provvedimento impugnato, della fattispecie astratta recata da una norma di legge e quindi un problema interpretativo della stessa; viceversa, allega un’erronea ricognizione della fattispecie concreta a mezzo delle risultanze di causa e detta allegazione è esterna all’esatta interpretazione della norma di legge (Cass. n. 24054/2017).

4.5. Le medesime considerazioni, circa la ricorrenza di plurimi profili di inammissibilità, valgono per le doglianze concernenti l’azione di ingiustificato arricchimento, in cui va compresa, per quanto è dato comprendere, anche la deduzione relativa alla “Strada degli Aquilani”, dato che in ricorso si richiamano, senza specificare quale statuizione della sentenza d’appello sia censurata, le pagine 9, ultimo capoverso, e 10 di detta sentenza.

A fronte del chiaro percorso argomentativo svolto dai Giudici d’appello in ordine al difetto di residualità e all’applicabilità ratione temporis del D.L. n. 66 del 1989, il ricorrente esprime una critica generica ed inconferente rispetto al decisum, peraltro senza che siano compiutamente intellegibili il contenuto delle deduzioni difensive e la corrispondenza al paradigma legale dei vizi denunciati (cfr. pag. n. 16 ricorso).

5. Il ricorso incidentale tardivo deve dichiararsi inefficace ai sensi dell’art. 334 c.p.c., comma 2.

5.1. Occorre premettere che il Comune di Torrice ha notificato il controricorso con ricorso incidentale in data 11-5-2015, ossia ha proposto il ricorso incidentale oltre il termine di cui all’art. 327 c.p.c., comma 1, scaduto, nella specie, il 28-3-2015, sicchè si tratta di ricorso incidentale tardivo.

Secondo l’orientamento di questa Corte, al quale il Collegio intende dare continuità, in tema di giudizio di cassazione il ricorso incidentale tardivo è inefficace qualora il ricorso principale per cassazione sia inammissibile per qualsiasi motivo, senza che, in senso contrario, rilevi che lo stesso sia stato proposto nel rispetto del termine di cui all’art. 371 c.p.c., comma 2, ossia entro quaranta giorni dalla notificazione del ricorso principale (tra le tante Cass. n. 8105/2006; n. 6077/2015; n. 24291/2016).

6. In conclusione, il ricorso principale va dichiarato inammissibile e il ricorso incidentale tardivo va dichiarato inefficace.

7. La parte ricorrente in via principale, risultata soccombente, va condannata al pagamento delle spese processuali, liquidate come in dispositivo.

Ricorrono i presupposti di cui al D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater, per il raddoppio del versamento del contributo unificato a carico della parte ricorrente in via principale.

Il raddoppio del versamento del contributo unificato non può trovare applicazione nei confronti della parte ricorrente in via incidentale, il cui ricorso è divenuto inefficace ai sensi dell’art. 334 c.p.c., comma 2, in quanto, con la perdita di efficacia, il ricorso incidentale tardivo diviene tanquam non esset e non viene preso in esame dalla Corte, non potendosi così pervenire ad una pronuncia di “rigetto” o ad una declaratoria di “inammissibilità” o “improcedibilità” dell’impugnazione, che costituiscono le sole ipotesi in presenza delle quali il D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, prevede che chi ha proposto l’impugnazione debba versare un ulteriore importo a titolo di contributo unificato (Cass. n. 18348/2017).

PQM

La Corte dichiara inammissibile il ricorso principale, dichiara inefficace il ricorso incidentale e condanna la parte ricorrente in via principale alla rifusione delle spese del presente giudizio, liquidate in complessivi Euro 12.200, di cui Euro 200 per esborsi, oltre rimborso spese generali ed accessori come per legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente in via principale, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso per cassazione, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, ove dovuto.

Così deciso in Roma, il 2 luglio 2020.

Depositato in Cancelleria il 7 settembre 2020

 

 

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