Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 18546 del 10/08/2010

Cassazione civile sez. trib., 10/08/2010, (ud. 07/07/2010, dep. 10/08/2010), n.18546

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. ALTIERI Enrico – Presidente –

Dott. BOGNANNI Salvatore – rel. Consigliere –

Dott. SOTGIU Simonetta – Consigliere –

Dott. PERSICO Mariaida – Consigliere –

Dott. DIDOMENICO Vincenzo – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso 18516-2006 proposto da:

S.R., elettivamente domiciliato in ROMA VIA UBALDO DEGLI

UBALDI 71, presso lo studio dell’avvocato MORICHI MASSIMILIANO,

rappresentato e difeso dall’avvocato VOLPICELLI CARLO, giusta delega

a margine;

– ricorrente –

contro

AGENZIA DELLE ENTRATE, in persona del Direttore pro tempore,

elettivamente domiciliato in ROMA VIA DEI PORTOGHESI 12 presso

l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che lo rappresenta e difende ope

legis;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 66/2005 della COMM. TRIB. REG. di NAPOLI,

depositata il 28/04/2005;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

07/07/2010 dal Consigliere Dott. SALVATORE BOGNANNI;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

SEPE Ennio Attilio, che ha concluso per il rigetto.

 

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con ricorso alla commissione tributaria provinciale di Napoli S.R. impugnava l’avviso di accertamento, relativo a maggiorazione delle imposte per reddito d’impresa, per l’anno 1994, fatto notificare dall’ufficio delle imposte di quella città, e con il quale l’amministrazione comunicava di avere accertato dei proventi complessivi di importo superiore, sulla scorta anche del notevole scostamento dal gruppo omogeneo di appartenenza, come meglio specificato nella motivazione dell’atto impositivo, con un’imposta da pagare in misura maggiore, a fronte di quanto dichiarato dalla contribuente. Questa rappresentava che tale avviso era da annullare, in quanto non sarebbe stato motivato adeguatamente, ed inoltre i presupposti della pretesa tributaria sarebbero stati carenti.

Instauratosi il contraddittorio, l’ufficio delle imposte eccepiva l’infondatezza dell’opposizione, e perciò chiedeva il rigetto del ricorso.

Il giudice adito, in accoglimento di esso, annullava l’atto impositivo.

Avverso tale decisione l’amministrazione proponeva appello, cui la contribuente resisteva, dinanzi alla commissione tributaria regionale della Campania, la quale, in riforma di quella impugnata, rigettava il ricorso introduttivo, osservando che il metodo induttivo seguito dall’ufficio era stato regolare, posto che esso si basava su contabilità sostanzialmente inattendibile e sui rilievi della polizia tributaria.

Contro questa decisione S. ha proposto ricorso per cassazione sulla base di un unico motivo.

L’agenzia delle entrate ha resistito con controricorso.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

Col motivo addotto a sostegno del ricorso la ricorrente deduce violazione di varie norme di legge, con riferimento all’art. 360 c.p.c., n. 3, in quanto il giudice di merito non considerava che la pretesa emissione di fatture per operazioni inesistenti circa la vendita di prodotti alla ditta del figlio M.G. si riferiva all’anno 1996 e non a quello d’imposta. Inoltre la pretesa irregolarità della contabilità era inerente ai registri Iva, che avevano qualche anomalia circa la vidimazione e bollatura, che tuttavia non comportava l’inattendibilità della stessa, ove si consideri che la polizia tributaria aveva rilevato qualche cancellatura e abrasione, ma gli indici di redditività non erano stati indicati.

La censura è in parte fondata. Va premesso che il D.P.R. 29 settembre 1973, n. 600, art. 39 consente all’Amministrazione finanziaria la rettifica analitico-induttiva della dichiarazione presentata dalla contribuente, sulla base dei dati e degli elementi desumibili dalle scritture contabili di questa, solo se ed in quanto esse fossero state regolarmente tenute, ovvero presentassero vizi formali di modesta entità, in guisa tale che le loro stesse risultanze fossero idonee a fondare presunzioni semplici, purchè gravi, precise e concordanti, dell’inesattezza della dichiarazione stessa ed il conseguente potere di rettifica che ne risultava giustificato attraverso la motivazione delle singole poste aggiunte o corrette (V. pure Cass. Sentenze n. 1628 del 1995, n. 10850 del 1994, n. 4307 del 08/04/1992).

Nel caso in esame invece l’ufficio aveva riscontrato la sussistenza di costi piuttosto consistenti, come pure la registrazione di operazioni di vendita inesistenti a favore della ditta Manzi, il che peraltro era significativo di una contabilità in definitiva inattendibile, e ciò a prescindere dall’annualità, nonchè l’investimento di capitali con ricavi decisamente inferiori rispetto alla media del gruppo omogeneo del settore. Quindi sulla scorta di tali elementi l’agenzia ben poteva applicare il metodo analitico- induttivo, atteso che il D.P.R. 29 settembre 1973, n. 600, art. 39, comma 1, lett. d), non impedisce, pure in presenza di contabilità formalmente regolare, l’accertamento in rettifica, che presuppone, appunto, scritture regolarmente tenute e tuttavia contestabili in forza di valutazioni condotte sulla base di presunzioni gravi, precise e concordanti, che possono essere costituite da studi di settore, collegabili, ai sensi del D.L. 30 agosto 1993, n. 331, art. 62 sexies (conv., con modif., dalla L. n. 427 del 1993), a gravi incongruenze tra i ricavi dichiarati, le dimensioni ed il giro d’affari dell’azienda, di modo che, in base ad un processo logico analitico induttivo, possa fondatamente dubitarsi della completezza e fedeltà della contabilità esaminata con conseguente spostamento dell’onere della prova a carico di S. (V. pure Cass. Sentenze n. 26919 del 15/12/2006, n. 20422 del 2005, n. 1797 del 2005).

Tuttavia va rilevato che il giudice di appello non delibava la questione prospettatagli circa la valutazione degli indici di redditività che sarebbero stati indicati con l’accertamento e la loro divergenza rispetto alla dichiarazione del reddito, sicchè ne andavano determinati la entità, e quindi il complessivo ammontare.

Su tale ultimo punto perciò la sentenza impugnata non risulta motivata in modo adeguato.

Ne discende che il ricorso va accolto limitatamente a questa seconda doglianza, con rinvio alla CTR della Campania per nuovo esame.

Quanto alle spese del giudizio, esse saranno regolate dal giudice del rinvio stesso.

P.Q.M.

La Corte:

Accoglie il ricorso per quanto di ragione; cassa la sentenza impugnata, e rinvia, anche per le spese, alla commissione tributaria regionale della Campania, altra sezione, per nuovo esame.

Così deciso in Roma, il 7 luglio 2010.

Depositato in Cancelleria il 10 agosto 2010

 

 

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