Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 18542 del 13/07/2018


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Civile Ord. Sez. 3 Num. 18542 Anno 2018
Presidente: TRAVAGLINO GIACOMO
Relatore: PORRECA PAOLO

ORDINANZA

sul ricorso 14898-2016 proposto da:
SOLLIMA STEFANIA CRISTINA, SOLLIMA SANTO, LA SPINA
GIOVANNA,

SOLLIMA

VALENTINA,

elettivamente

domiciliati in ROMA, VIA ATTILIO REGOLO 19, presso lo
studio dell’avvocato GIUSEPPE LIPERA, che li
rappresenta e difende giusta procura in calce al
ricorso;
– ricorrenti contro

2018
904

CASA CURA CLINICA BASILE NUOVA GESTIONE TIGANO SRL ,
in persona dell’Amministratore Unico, MARIA BACCIO,
elettivamente domiciliata in ROMA, VIA DEL TRITONE
53,

presso

lo

studio

dell’avvocato

1

GIUSEPPE

Data pubblicazione: 13/07/2018

MINGIARDI, che la rappresenta e difende giusta
procura in calce al controricorso;
SALVAGGIO BRUNELLA, elettivamente domiciliata in
ROMA, V.ORAZIO 31, presso lo studio dell’avvocato
MARCO MATTEI, rappresentata e difesa dall’avvocato

controricorso;
– controricorrenti nonchè contro

UFG ASSICURAZIONI SPA ;
– intimata –

avverso la sentenza n. 9/2016 della CORTE D’APPELLO
di CATANIA, depositata il 07/01/2016;
udita la relazione della causa svolta nella camera di
consiglio del 20/03/2018 dal Consigliere Dott. PAOLO
PORRECA;

2

GIUSEPPE AUGELLO giusta procura a margine del

FATTI DI CAUSA
Santo e Stefania Cristina Sollima e Giovanna La Spina, quest’ultima in
proprio e quale genitore esercente la potestà sulla minore Valentina Sollima,
convenivano in giudizio Brunella Salvaggio e la Casa di cura Clinica Basile
Nuova Gestione Tigano s.r.I., esponendo che il loro congiunto Filippo Sollima
era stato ricoverato presso la clinica per l’asportazione di una neoformazione

per un broncospasmo sopraggiunto a causa di un’incauta intubazione
dell’anestesista convenuta, la quale aveva avuto difficoltà a individuare la
glottide, sicché aveva proceduto a ventilazione manuale e poi utilizzato una
lama più lunga con pressione del tubo tracheale. Aggiungevano che la
dottoressa Salvaggio non aveva svolto idoneo esame preoperatorio e la
necessaria visita allergologica, non rilevando i difetti anatomici e funzionali del
paziente e determinando la complicazione sopravvenuta. All’esito si era dovuto
disporre il trasferimento presso il reparto di rianimazione di un ospedale
pubblico, effettuato, però, con decisivo ritardo, cagionando il processo
patologico che aveva condotto al decesso del congiunto. Chiedevano i
conseguenti danni anche non patrimoniali.
Brunella Salvaggio e la Casa di cura Clinica Basile si costituivano
controdeducendo che il decesso era stato determinato da una complicanza
sopravvenuta e imprevedibile, e la prima domandava e otteneva la chiamata in
causa in manleva della UnipolSai Assicurazioni s.p.a., che si costituiva, a sua
volta, eccependo la prescrizione del diritto azionato in garanzia e l’inoperatività
della polizza in quanto a secondo rischio.
Il tribunale rigettava la domanda aderendo alle conclusioni della perizia
medica disposta in sede penale dal pubblico ministero, in forza della quale il
procedimento penale si era concluso con l’archiviazione, e nella quale si
attribuiva il broncospasmo non alle manovre d’intubazione ma a un farmaco,
ratracurium”, che aveva innescato un’imprevedibile reazione allergica.
La corte di appello, pronunciando sul gravame degli originari attori, lo
respingeva, con condanna alle spese secondo soccombenza, confermando la
3

surrenalica sinistra, ma in sala operatoria non si era dato luogo all’intervento

decisione di prime cure in punto di ricostruzione eziologica, escludendo la
fondatezza delle tesi attoree tanto più in quanto il decesso era intervenuto a
distanza di una settimana dal ricovero nel nosocomio pubblico, e aggiungendo
che l’allegazione della rilevanza causale del ritardo nel trasporto del paziente
era generica, mentre era nuova e dunque inammissibile la domanda fondata
sulla carenza d’idonee attrezzature mediche d’intervento nella clinica coinvolta.

Cristina Sollima, Giovanna La Spina, e Valentina Sollima, quest’ultima divenuta
maggiorenne, formulando sei motivi.
Resistono con controricorso Brunella Salvaggio e la Casa di cura Clinica
Basile Nuova Gestione Tigano s.r.l.
Assicurazioni s.p.a., già UnipolSai

Non ha svolto difese la UGF
Assicurazioni s.p.a.
Le parti hanno depositato memorie.

RAGIONI DELLA DECISIONE
1.

Con il primo motivo di ricorso si prospetta violazione e falsa

applicazione degli artt. 112, 345, cod. proc. civ., 1218, 2043, cod. civ., poiché
la corte di appello avrebbe innanzi tutto errato nel ritenere nuova la domanda
fondata sull’inadeguatezza dei presidi disponibili presso la clinica, posto che la
pretesa, sia in primo grado che in secondo, era fondata in modo comprensivo
di tutte le ipotesi di condotte negligenti e imperite dell’anestesista e della casa
di cura. Inoltre, la suddetta corte non avrebbe tenuto conto del fatto che fu
proprio l’assenza di attrezzature a determinare la scelta del trasporto, e la
circostanza del trasferimento era stata prospettata già in prime cure, in
particolare nella consulenza di parte.
Con il secondo motivo di ricorso si prospetta la violazione degli artt.
1218, 1228, 2697, cod. civ., con riferimento all’onere della prova in materia
sanitaria, posto che i danneggiati avevano allegato il ritardo nel trasporto, di
un’ora e quaranta minuti, in modo erroneamente ritenuto generico, quale
causa irreversibile del decesso in quanto verosimilmente incidente sulla
definitiva compromissione delle funzioni iniziata in clinica, laddove il medico e
4

Avverso questa decisione ricorrono per cassazione Santo e Stefania

la clinica stessa non avevano provato, come loro onere, che l’inadempimento
era loro non imputabile o non rilevante sotto il profilo causale.
Con il terzo motivo di ricorso si prospetta la formulazione, da parte del
collegio di appello, di una motivazione apparente in ordine alle conclusioni della
consulenza di parte, poiché la corte territoriale avrebbe erroneamente aderito
alle conclusioni della perizia disposta dal pubblico ministero nel diverso

causale, senza spiegare sostanzialmente perché. In particolare, non sarebbe
stata sorretta da riscontro logico la conclusione per cui il broncospasmo
sarebbe stato causato dalratracurium”, atteso che il consulente di parte lo
aveva invece escluso, per mancanza di risposta positiva alle manovre
rianimatorie che, altrimenti, dai rilievi statistici, avrebbe dovuto esserci.
Sarebbe mancata poì la motivazione sull’efficacia causale delle difficoltose
manovre d’intubazione invece risultanti dalle sommarie informazioni acquisite
in sede penale, che avevano attestato la sopravvenienza del broncospasmo
proprio durante tali operazioni le cui difficoltà, indicative di difformità dalle
linee guida applicabili, erano state ammesse, in quella sede, anche dalla
dottoressa Salvaggio, e la cui capacità di costituire idoneo stimolo era stata
sottolineata dal consulente di parte. Lo stesso consulente aveva indicato la
mancata visita anestesiologica, laddove acriticamente la corte di appello
avrebbe aderito alle conclusioni dei periti del pubblico ministero
sull’imprevedibilità della reazione allergica, tanto più considerando che gli
elementi probatori tratti dal diverso procedimento non potevano che avere
valore solo indiziario. La corte territoriale avrebbe errato nell’affermare che i
ricorrenti non avrebbero indicato quali farmaci avrebbero dovuto essere
utilmente somministrati, posto che l’addebito di mancata visita anestesiologica
era sul punto assorbente, atteso che sarebbe stato in quella sede che si
sarebbe dovuta individuare l’idonea terapia per un soggetto a rischio in quanto
affetto da obesità e ipertensione arteriosa grave.
Con il quarto motivo di ricorso si prospetta la violazione dell’art. 345,
cod. proc. civ., e l’omesso esame di un fatto decisivo e discusso, poiché la

procedimento penale, soggetto a diversi parametri per il giudizio sul nesso

corte di appello avrebbe errato nel ritenere inammissibilmente introdotta in
secondo grado la deduzione di mancata esposizione, nella scheda del consenso
informato, delle possibili conseguenze dell’anestesia. Ciò in quanto la doglianza
aveva trovato ingresso nella relazione peritale di parte prodotta in prime cure.
Con il quinto motivo di ricorso si prospetta la violazione dell’art. 112,
cod. proc. civ., e il vizio di motivazione, poiché la corte di appello avrebbe

l’istanza di parte, l’insufficienza delle altre prove disponibili, e la natura tecnica
in materia extragiuridica delle questioni coinvolte.
Con il sesto motivo di ricorso si prospetta la violazione degli artt. 91, 92,
cod. proc. civ., e del d.m. 20 luglio 2012 n. 140, poiché la corte di appello
avrebbe errato nell’omettere di compensare le spese in presenza di giusti
motivi per farlo; nel liquidare le spese e in compensi in modo indistinto senza
permettere il controllo del metodo di calcolo adottato che aveva portato a
somme non corrispondenti ai parametri legali, e senza permettere la verifica
anche motivazionale della ragionevolezza delle somme determinate. La
sentenza gravata avrebbe inoltre errato nell’addebitare anche le spese
processuali sostenute dall’assicurazione, posto che si era trattato di chiamata
arbitraria, non potendo disconoscere, l’assicurata, la fondatezza delle eccezioni
di prescrizione e secondo rischio.

2. Preliminarmente, in relazione a quanto evidenziato nelle memorie
illustrative da parte ricorrente, si evidenzia che il controricorso della Casa di
cura Basile risulta notificato nei termini (20 luglio 2016 a fronte della notifica
del ricorso del 7 giugno 2016), via pec e con rituale attestazione di conformità
autografa (cfr. Cass., 22/12/2017, n. 30918).

2.1. Il primo motivo di ricorso è infondato.
La parte sostiene di aver dedotto formulato tempestivamente la
domanda sulla responsabilità per carenza di presidi della clinica, attraverso il
seguente ragionamento: la domanda comprendeva tutte le ipotesi di colpa; il
trasferimento fu evidentemente determinato dalla suddetta carenza; la
circostanza del trasferimento risulta dedotta nella consulenza di parte.
6

errato nel rigettare la richiesta di consulenza medica di ufficio, nonostante

La prospettazione non può essere condivisa.
L’ampiezza della domanda non può certo significare, retrospettivamente,
che in essa debbano ricomprendersi precisazioni emendative possibili a fronte
della stessa ma non formulate nei termini preclusivi di prime cure.
Altro poi è la circostanza del trasferimento nel nosocomio pubblico, altro
la specifica formulazione (o precisazione) della domanda quanto al “deficit” di

determinato dai più differenti motivi inerenti, solo per fare un esempio, anche
alle “équipe” mediche.
Il fatto, quindi, che i documenti allegati all’atto introduttivo, possano
essere utilizzati per l’interpretazione non formalistica della domanda,
conferma, al contrario, che essi non possono essere utilizzati per ritenere
dedotte domande che la stessa parte indica non aver trovato altra allegazione
specificativa che in quelli.

3. Il secondo motivo di ricorso è infondato.
La censura sottende in un’impropria commistione fra il profilo della
condotta colposa e quello della sua efficienza causale, e presuppone un’erronea
individuazione del riparto degli oneri probatori.
Come chiarito da questa Corte anche di recente (Cass., 07/12/2017, n.
29315), la giurisprudenza di legittimità si è progressivamente attestata nel
senso che in tema di risarcimento del danno da responsabilità medica, è onere
del paziente dimostrare l’esistenza del nesso causale, provando che la condotta
del sanitario è stata, secondo il criterio del “più probabile che non”, causa del
danno.
Va innanzitutto chiarito che nei giudizi di risarcimento del danno
derivante da inadempimento contrattuale, così come in quelli di risarcimento
del danno da fatto illecito, la condotta colposa del responsabile e il nesso di
causa tra questa e il danno costituiscono l’oggetto di due accertamenti distinti,
sicché la sussistenza della prima non comporta, di per sé, la dimostrazione del
secondo e viceversa.

7

presidi presso la clinica, anche tenuto conto che il trasferimento può essere

L’art. 1218, cod. civ., solleva il creditore dell’obbligazione che si afferma
non adempiuta (o non esattamente adempiuta) dall’onere di provare la colpa
del debitore, ma non dall’onere di provare il nesso di causa tra la condotta del
debitore e il danno di cui domanda il risarcimento. E infatti:
– la

previsione

dell’art.

1218

cod.

civ.

trova

giustificazione

nell’opportunità di far gravare sulla parte che si assume inadempiente,

dell’avvenuto adempimento o dell’esattezza dell’adempimento, sulla
base del criterio della maggiore vicinanza della prova, secondo cui
essa va posta a carico della parte che più agevolmente può fornirla
(Cass., Sez. U., 30/10/2001, n. 13533);
tale maggiore vicinanza del debitore non sussiste in relazione al nesso
causale fra la condotta dell’obbligato e il danno lamentato dal
creditore, rispetto al quale non ha dunque ragion d’essere l’inversione
dell’onere prevista dall’art. 1218 cod. civ. e non può che valere,
quindi, il principio generale espresso nell’art. 2697, cod. civ., che
onera l’attore (sia il danneggiato in sede extracontrattuale che il
creditore in sede contrattuale) della prova degli elementi costitutivi
della propria pretesa;
– ciò vale, ovviamente, sia in riferimento al nesso causale materiale
(attinente alla derivazione dell’evento lesivo dalla condotta illecita o
inadempiente) che in relazione al nesso causale giuridico (ossia
all’individuazione delle singole conseguenze pregiudizievoli dell’evento
lesivo);
trattandosi di elementi egualmente “distanti” da entrambe le parti (e
anzi, quanto al secondo, maggiormente “vicini” al danneggiato), non
c’è spazio per ipotizzare a carico dell’asserito danneggiante una
“prova liberatoria” rispetto al nesso di causa, a differenza di quanto
accade per la prova dell’avvenuto adempimento o della correttezza
della condotta;

8

o non esattamente adempiente, l’onere di fornire la prova “positiva”

né può valere, in senso contrario, il fatto che l’art. 1218, cod. civ.
faccia riferimento alla causa, laddove richiede al debitore di provare
«che l’inadempimento o il ritardo è stato determinato da impossibilità
della prestazione derivante da causa a lui non imputabile»: infatti,
come condivisibilmente affermato, di recente, da questa Corte (Cass.
Cass., 26/07/2017, n. 18392), la causa in questione attiene alla «non

delle cause estintive dell’obbligazione, costituenti «tema di prova della
parte debitrice», e concerne un «ciclo causale» che è del tutto distinto
da quello relativo all’evento dannoso conseguente all’adempimento
mancato o inesatto.
Da quanto esposto deriva, come anticipato, che nei giudìzi di
risarcimento del danno da responsabilità medica è onere dell’attore, paziente
danneggiato, dimostrare l’esistenza del nesso causale tra la condotta del
medico e il danno di cui chiede il risarcimento, onere che va assolto
dimostrando che la condotta del sanitario è stata, secondo il criterio del “più
probabile che non”, la causa del danno, con la conseguenza che, se, al termine
dell’istruttoria, non risulti provato il suddetto nesso tra condotta ed evento, la
domanda dev’essere rigettata.
Questa conclusione non si pone in contrasto con quanto affermato sin da
Cass., Sez. U., 11/01/2008, n. 577, secondo cui «in tema di responsabilità
contrattuale della struttura sanitaria e di responsabilità professionale da
contatto sociale del medico, ai fini del riparto dell’onere probatorio l’attore,
paziente danneggiato, deve limitarsi a provare l’esistenza del contratto (o il
contatto sociale) e l’insorgenza o l’aggravamento della patologia ed allegare
l’inadempimento del debitore, astrattamente idoneo a provocare il danno
lamentato, rimanendo a carico del debitore dimostrare o che tale
inadempimento non vi è stato ovvero che, pur esistendo, esso non è stato
eziologicamente rilevante». Questo principio venne infatti affermato a fronte di
una situazione in cui l’inadempimento “qualificato”, allegato dall’attore (ossia
l’effettuazione di un’emotrasfusione) era tale da comportare di per sé, in
9

imputabilità dell’impossibilità di adempiere», che si colloca nell’ambito

assenza di fattori alternativi “più probabili”, nel caso singolo di specie, la
presunzione della derivazione del contagio dalla condotta. La prova della
prestazione sanitaria conteneva già, in questa chiave di analisi, quella del
nesso causale, sicché non poteva che spettare al convenuto l’onere di fornire
una prova idonea a superare tale presunzione secondo il criterio generale di cui
all’art. 2697, secondo comma, cod. civ., e non la prova liberatoria richiesta

3.1. Nella fattispecie qui in scrutinio, pertanto, correttamente la corte
territoriale ha indicato che innanzi tutto l’allegazione del ritardo nel trasporto
era generica, posto che, tenuto conto del fatto che il decesso era intervenuto
dopo una settimana dal trasferimento in parola, non era il decorso del tempo in
sé considerato ad aver potuto rilevare nella determinazione della morte, bensì
le eventuali carenze commissive ovvero omissive mediche in quel frangente,
affatto specificate. Tutto ciò nella corretta prospettiva, appunto, che il
danneggiato doveva provare il nesso causale, e quindi allegare
specificatamente ciò cui lo riferiva e poi, in relazione a quella allegazione,
dimostrarlo. Come non era avvenuto.
4. Il terzo motivo di ricorso è inammissibile.
Va premesso che nella fattispecie, con riferimento all’art. 360, primo
comma, n. 5, cod. proc. civ., si applica la riformulazione disposta dall’art. 54
del decreto-legge 22 giugno 2012, n. 83, convertito dalla legge 7 agosto 2012,
n. 134, che dev’essere interpretata come riduzione al “minimo costituzionale”
del sindacato di legittimità sulla motivazione, sicché in cassazione è
denunciabile solo l’anomalia motivazionale che si tramuti in violazione di legge
costituzionalmente rilevante, in quanto attinente all’esistenza della motivazione
in sé, purché il vizio risulti dal testo della sentenza impugnata, a prescindere
dal confronto con le risultanze processuali. Tale anomalia si esaurisce nella
“mancanza assoluta di motivi sotto l’aspetto materiale e grafico”, nella
“motivazione apparente”; nel “contrasto irriducibile tra affermazioni
inconciliabili”, ossia in manifeste e irresolubili contraddizioni, nonché nella
“motivazione perplessa e obiettivamente incomprensibile”. Resta quindi esclusa
10

dall’art. 1218, cod. civ.

qualunque rilevanza di semplici insufficienze o contraddittorietà, al di fuori
delle quali il vizio di motivazione può essere dedotto solo per omesso esame di
un “fatto storico”, che abbia formato oggetto di discussione e che appaia
“decisivo” ai fini di una diversa soluzione della controversia, fermo restando
che l’omesso esame di elementi istruttori non integra, di per sé, il vizio di
omesso esame di un fatto decisivo, ancorché la sentenza non abbia dato conto

12/10/2017, n. 23940).
Ciò posto, deve rilevarsi che la censura mira in realtà a un inammissibile
riesame delle risultanze istruttorie differente da quello fatto proprio dalla corte
territoriale, che non ha omesso di motivare sull’adesione alle risultanze della
perizia disposta dal pubblico ministero in sede penale, evidenziando come
fosse emersa, senza smentita, l’assenza di «lesività alla laringe al tavolo
anatomico», a conferma della non dubitativa conclusione per cui il
broncospasmo non doveva ricondursi alle difficoltà d’intubazione affatto negate
nel loro accadimento, bensì all’uso delratracurium” (pag. 13 della sentenza
impugnata) in linea con le statistiche disponibili seppure indicative di una non
marcata incidenza (pag. 16). E ha quindi rilevato che:
– quanto sopra escludeva la rilevanza causale di una più
appropriata visita preoperatoria, atteso che se anche fosse stato
rilevato il “deficit” che aveva cagionato le difficoltà di intubazione, non
era stato quello il processo eziologico riferibile al broncospasmo (pag.
13);
– la reazione anafilattica era stata correlata a un farmaco
indicato in perizia come di comune uso nella pratica clinica, e dunque
non prevedibile sia per l’inattendibilità dei test di “screening”
preoperatorio, sia perché il paziente non mostrava un’anamnesi
positiva con riguardo alle reazioni allergiche, e anzi aveva subìto in
passato, senza alcun problema, un intervento chirurgico per ernia del
disco con conseguente induzione farmacologica (pag. 14);

11

di tutte le risultanze probatorie (Cass., Sez. U., 07/04/2014, n. 8053; Cass.,

-

la perizia aveva inoltre segnalato che non poteva ritenersi

sussistente alcun protocollo sanitario prescrivente, a carico dei
soggetti con le medesime patologie del Sollima, uno “screening”
sistematico (stessa pagina);

gli attori non avevano indicato, anche “ex post”, quali farmaci

alternativi avrebbero dovuto essere utilmente somministrati, mentre

supporto anche del dosaggio del medicinale applicato, mantenuto
negli “standard” (pag. 16).
È quindi del tutto evidente che non può ritenersi sussistente alcuna
omessa ovvero apparente motivazione, o comunque alcun vizio motivazionale
nei sensi sopra descritti. Né i ricorrenti specificano a quali linee guida facciano
riferimento oltre che se, e in quali termini, siano state in concreto opposte in
sede di merito.
4.1. Nel contesto del motivo si allude al limitato valore probatorio delle
risultanze acquisite, come nel caso, in altro procedimento. La prospettata
violazione di legge, sebbene sia mescolata alla censura motivazionale, può dirsi
connotata da profili di autonoma focalizzazione e quindi scrutinabile,
diversamente da quanto eccepito in specie nel controricorso della Salvaggio
(Cass., Sez. U., 06/05/2015, n. 9100).
Ora, è vero che i suddetti elementi probatori hanno valore indiziario, ma
è anche vero che le risultanze peritali in parola sono state, come visto,
motivatamente apprezzate in modo analitico e nella loro complessiva
concludenza, oltre che a fronte dell’apparato di allegazioni e probatorio offerto
a loro critica (Cass., 20/12/2001, n. 16069 e succ. conf.).
5. Il quarto motivo è infondato.
I ricorrenti sostengono che la doglianza inerente alla mancata
esposizione, nella scheda del consenso informato, delle possibili conseguenze
dell’anestesia, era da considerare tempestivamente devoluta alla delibazione
poiché aveva trovato ingresso nella relazione peritale. Sul punto valgono
considerazioni analoghe a quelle fatte sub 2: i documenti di parte non sono
12

la perizia valorizzata aveva richiamato ampia letteratura medica a

idonei, come tali, a essere la sede per la formulazione delle domande, bensì
solo a supportarne l’interpretazione, che costituisce momento concettualmente
diverso, come proprio il caso in esame rende chiaro.
6. Il quinto motivo di ricorso è infondato.
L’ammissione della consulenza tecnica di ufficio rientra nel potere
discrezionale del giudice di merito, incensurabile in sede di legittimità, fermo

23/03/2017, n. 7472, pagg. 9-10), che qui si è visto essere stato assolto
attraverso il ragionato e dettagliato apprezzamento delle risultanze peritali
della sede penale.
7. Il sesto motivo di ricorso è infondato.
Con riferimento al regolamento delle spese, il sindacato della Corte di
cassazione è come noto limitato ad accertare che non risulti violato il principio
secondo il quale le spese non possono essere poste a carico
della parte vittoriosa, con la conseguenza che esula da tale sindacato, e rientra
nel potere discrezionale del giudice di merito, la valutazione dell’opportunità di
compensare in tutto o in parte le spese di lite (Cass., 04/08/2017, n. 19613).
Del tutto generica è poi la contestuale censura di mancato dettaglio
distintivo di spese e compensi, posto che la sentenza impugnata aggiunge ai
secondi, quali liquidati, distintamente, le spese generali forfetizzate e gli
accessori legali. Così come del tutto generica è la deduzione non
corrispondenza ai parametri di cui al d.m. n. 140 del 2012 (erroneamente
indicato per un chiaro refuso), atteso che non si deduce in che misura essa
sarebbe avvenuta, o in che misura sarebbero stati violati i limiti agli incrementi
possibili, tenuto al contempo conto del fatto che si tratta di parametri non
vincolanti come invece lo erano le precedenti tariffe (Cass., 16/09/2015, n.
18167).
Infine, è infondata anche la cumulata censura concernente le spese
inerenti alla chiamata in causa, posto che non emerge affatto per quale motivo
sarebbe stata palesemente infondata (Cass., 21/04/2017, n. 10070) la stessa
in forza delle eccezioni di prescrizione e secondo rischio.
13

l’obbligo di motivazione, nei sopra ricostruiti limiti della sua rilevanza (Cass.,

Consegue il complessivo rigetto.

8. Spese di questa fase compensate attesa la peculiarità della vicenda e
in ragione della disciplina “ratione temporis” vigente.

P.Q.M.
La Corte rigetta il ricorso e compensa le spese.
Ai sensi dell’art. 13, comma 1-quater, del d.P.R. n. 115 del 2002, la Corte

dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello dovuto per il
ricorso.
Così deciso in Roma il giorno 20 marzo 2018.
Il Presidente
Dott. Giacomo Travaglino
/

dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte ricorrente,

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