Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 18537 del 07/09/2020

Cassazione civile sez. VI, 07/09/2020, (ud. 01/07/2020, dep. 07/09/2020), n.18537

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 1

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SCALDAFERRI Andrea – Presidente –

Dott. VALITUTTI Antonio – Consigliere –

Dott. ACIERNO Maria – Consigliere –

Dott. IOFRIDA Giulia – rel. Consigliere –

Dott. CAIAZZO Rosario – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 18548-2019 proposto da:

S.B., elettivamente domiciliato in ROMA, PIAZZA CAVOUR,

presso la CORTE DI CASSAZIONE, rappresentato e difeso dall’avvocato

MASSIMO GILARDONI;

– ricorrente –

contro

PROCURA GENERALE PRESSO LA CORTE DI CASSAZIONE;

– intimata –

contro

MINISTERO DELL’INTERNO, (OMISSIS), COMMISSIONE TERRITORIALE PER IL

RICONOSCIMENTO DELLA PROTEZIONE INTERNAZIONALE DI (OMISSIS), in

persona del Ministro pro tempore, elettivamente domiciliato in ROMA,

VIA DEI PORTOGHESI 12, presso l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che

lo rappresenta e difende ope legis;

– resistente –

avverso il decreto del TRIBUNALE di BRESCIA, depositato il

29/04/2019;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non

partecipata del 01/07/2020 dal Consigliere Relatore Dott. GIULIA

IOFRIDA.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

Il Tribunale di Brescia, con decreto n. cronol. 2196/2019, depositato il 29/4/2019, ha respinto la richiesta di S.B., cittadino della Guinea Bissau, a seguito di diniego della competente Commissione territoriale, di riconoscimento dello status di rifugiato e della protezione sussidiaria ed umanitaria.

In particolare, il Tribunale, a seguito di udienza di comparizione delle parti e di nuova audizione del richiedente, ha ritenuto che la vicenda personale narrata dal medesimo (essere stato costretto a lasciare il Paese d’origine, in quanto era stato contestato, nella moschea del villaggio, per alcune prediche fatte nell’esercizio delle funzioni di sostituto dell’Imam) non era credibile, presentando diverse lacune ed incongruenze; ai fini poi della chiesta protezione sussidiaria, D.Lgs. n. 251 del 2007, ex art. 14, lett. c), la Guinea Bissau non era interessata da una situazione di conflitto armato o di violenza indiscriminata, come evincibile dai Report di (OMISSIS) ed (OMISSIS) 2016-2017; quanto alla protezione umanitaria, non risultava allegato e documentato alcunchè in ordine a salute, lavoro, legami famigliari in Italia, ed in generale il percorso di integrazione avviato in Italia non era da solo sufficiente.

Avverso il suddetto decreto, S.B. propone ricorso per cassazione, affidato ad un motivo, nei confronti del Ministero dell’Interno (che si è costituito al solo fine di partecipare all’udienza pubblica di discussione).

E’ stata disposta la trattazione con il rito camerale di cui all’art. 380-bis c.p.c., ritenuti ricorrenti i relativi presupposti.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. I1 ricorrente solleva in via preliminare questioni di legittimità costituzionale del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 35 bis, comma 13, così come modificato dalla L. n. 46 del 2017, per violazione degli artt. 2,3 e 4 Cost., laddove il nuovo rito prevede un termine di soli trenta giorni dalla comunicazione del provvedimento impugnato per la proposizione del ricorso per cassazione, nonchè del D.L. n. 13 del 2017, art. 2,1 comma 1, conv. in L. n. 46 del 2017, per violazione dell’art. 3 Cost., comma 1, e art. 77 Cost., per mancanza dei presupposti di necessità ed urgenza per l’emanazione del decreto legge e quindi per quanto concerne il differimento dell’entrata in vigore del nuovo rito in materia di protezione internazionale, e del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 35 bis, comma 13, come modificato dalla L. n. 46 del 2017, per violazione degli artt. 3 e 24 Cost., laddove si stabilisce che il procedimento è definito con decreto non reclamabile entro sessanta gg. dalla presentazione del ricorso.

Nel merito, si lamenta poi la violazione e/o falsa applicazione, ex art. 360 c.p.c., n. 3, del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 32, comma 2, con riferimento al mancato riconoscimento della protezione umanitaria.

2. Preliminarmente, in ordine alle questioni di legittimità costituzionali sollevate dal ricorrente, va richiamato quanto chiarito da questa Corte, con la pronuncia n. 17717/2018 (conf. Cass. 32029/2018), secondo la quale “è manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale, per violazione del diritto di difesa e del principio del contraddittorio, del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 35-bis, comma 1, poichè il rito camerale ex art. 737 c.p.c., che è previsto anche per la trattazione di controversie in materia di diritti e di “status”, è idoneo a garantire il contraddittorio anche nel caso in cui non sia disposta l’udienza, sia perchè tale eventualità è limitata solo alle ipotesi in cui, in ragione dell’attività istruttoria precedentemente svolta, essa appaia superflua, sia perchè in tale caso le parti sono comunque garantite dal diritto di depositare difese scritte”, nonchè “è manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale del D.L. n. 13 del 2017, art. 21, comma 1, conv. con modifiche in L. n. 46 del 2017, per difetto dei requisiti della straordinaria necessità ed urgenza, poichè la disposizione transitoria – che differisce di 180 giorni dall’emanazione del decreto l’entrata in vigore del nuovo rito è connaturata all’esigenza di predisporre un congruo intervallo temporale per consentire alla complessa riforma processuale di entrare a regime” ed “è manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 35-bis, comma 13, relativa all’eccessiva limitatezza del termine di trenta giorni prescritto per proporre ricorso per cassazione avverso il decreto del tribunale, poichè la previsione di tale termine è espressione della discrezionalità del legislatore e trova fondamento nelle esigenze di speditezza del procedimento”. Questa Corte, con la successiva pronuncia n. 27700/2018, ha poi chiarito che “è manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 35 bis, comma 13, per violazione dell’art. 3 Cost., comma 1, artt. 24 e 111 Cost., nella parte in cui stabilisce che il procedimento per l’ottenimento della protezione internazionale è definito con decreto non reclamabile in quanto è necessario soddisfare esigenze di celerità, non esiste copertura costituzionale del principio del doppio grado ed il procedimento giurisdizionale è preceduto da una fase amministrativa che si svolge davanti alle commissioni territoriali deputate ad acquisire, attraverso il colloquio con l’istante, l’elemento istruttorio centrale ai fini della valutazione della domanda di protezione” (conf. Cass. 28119/2018).

3. Tanto premesso, quanto alla protezione umanitaria, il Tribunale ha ritenuto insussistente una situazione di vulnerabilità personale, meritevole di tutela, del richiedente il permesso di soggiorno per ragioni umanitarie, avendo lo stesso riferito di non plausibili aggressioni subite in moschea da parte di fedeli. La genericità del racconto del ricorrente, collegato a vicende rimaste prive di elementi di riscontro, ha giustificato la pronuncia. Tale giudizio è sorretto da una valutazione di totale inattendibilità di quanto dedotto, che, essendo adeguatamente motivata, non è censurabile in questa sede, implicando accertamenti di merito che sono per loro natura estranei al giudizio di legittimità (Cass. 2858/2018).

In ogni caso, il Tribunale ha esaminato specificamente le situazioni dedotte, rilevando la mancata deduzione di credibili situazioni di vulnerabilità e l’assenza di un serio percorso integrativo. In sostanza, i giudici di merito hanno verificato (secondo le indicazioni di Cass. n. 4455 del 2018) ed escluso, in concreto, che il rimpatrio possa determinare la privazione della titolarità e dell’esercizio dei diritti umani, al di sotto del nucleo ineliminabile costitutivo dello statuto della dignità personale, in correlazione con la situazione d’integrazione raggiunta nel Paese d’accoglienza. Non risultano allegate in ricorso, peraltro, ulteriori ragioni, specifiche ed individualizzate, di vulnerabilità, diverse da quelle già esaminate nel giudizio di merito.

Giova aggiungere che le Sezioni Unite di questa Corte, nella recente sentenza n. 29460/2019, hanno ribadito, in motivazione, l’orientamento di questo giudice di legittimità (cfr. Cass. 4455/2018) in ordine al “rilievo centrale alla valutazione comparativa tra il grado d’integrazione effettiva nel nostro paese e la situazione soggettiva e oggettiva del richiedente nel paese di origine, al fine di verificare se il rimpatrio possa determinare la privazione della titolarità dell’esercizio dei diritti umani, al di sotto del nucleo ineliminabile e costitutivo della dignità personale”, rilevando che “non può, peraltro, essere riconosciuto al cittadino straniero il diritto al permesso di soggiorno per motivi umanitari considerando, isolatamente e astrattamente, il suo livello di integrazione in Italia, nè il diritto può essere affermato in considerazione del contesto di generale e non specifica compromissione dei diritti umani accertato in relazione al paese di provenienza (Cass. 28 giugno 2018, n. 17072)”, in quanto, così facendo, “si prenderebbe altrimenti in considerazione non già la situazione particolare del singolo soggetto, ma piuttosto quella del suo paese di origine, in termini del tutto generali ed astratti, di per sè inidonea al riconoscimento della protezione umanitaria “.

4. Per tutto quanto sopra esposto, va respinto il ricorso.

Non v’è luogo a provvedere sulle spese processuali, non avendo l’intimato svolto attività difensiva.

PQM

La Corte respinge il ricorso.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello per il ricorso, ove dovuto, a norma del cit. art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, il 1 luglio 2020.

Depositato in Cancelleria il 7 settembre 2020

 

 

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